A ferro e fuoco: un successo

Era previsto un successo, e successo è stato: anche il meteo è stato dalla parte degli organizzatori della prima edizione di “A ferro e fuoco”, al Parco Marconi di Laives. L’area è stata presa d’assalto per tutta la giornata da centinaia di visitatori, che hanno approfittato degli spettacoli di intrattenimento e delle griglie che hanno soddisfatto ogni palato.

La Bassa Atesina tra Romani e Teutisci

La punta sud-occidentale dell’area linguistica tedesca in Bassa Atesina si estende dalla catena della Mendola fino al corso del fiume Adige. Ad eccezione del paese di Cortina, che forma un’isola in mezzo alla valle, gli altri comuni sorgono sui conoidi alluvionali ai piedi della montagna come Termeno, Cortaccia e Magrè oppure su terrazzamenti più o meno estesi come Sella, Ronchi, Corona, Niclara, Penone e le due frazioni di Favogna – località un tempo comprese nella grande parrocchia di Caldaro. 

Ovviamente non sempre in quel lembo di terra vivevano “parlanti teutisci”, come venivano chiamati all’epoca dei Franchi di Carlo Magno. I teutisci (da cui il dialettale todeschi) arrivarono gradualmente e in piccoli gruppi a partire probabilmente dal IX secolo e si stabilirono qui come già nel resto della zona alpina per lavorare la terra o per trovare occupazione nelle miniere. Avvenne allora, anche in Bassa Atesina, quella che oggi, con un termine terribile, qualcuno chiama “sostituzione etnica” – in realtà una naturale alternanza di popoli dovuta a vari fattori quali il clima, le guerre, le carestie, la scarsa natalità eccetera. La vecchia popolazione romano-bizantina, insediata da mezzo millennio, sfiancata e decimata dalle guerre con gli invasori, non era più in grado di affrontare da sola le sfide del tempo. Le prestigiose villae continuarono a esistere ma progressivamente vennero a mancare le “braccia”: i contadini, i soldati, poi anche gli artigiani, i servi e gli schiavi. Un fenomeno molto lento ma inarrestabile, che inevitabilmente attirò popolazioni migranti in cerca di spazio vitale. 

I Longobardi si insediarono massicciamente in questa terra che stava perdendo la propria forza e infatti la tradizione longobarda rimase in vita a lungo ed è ancora oggi riconoscibile. I Longobardi arrivati in Italia nel 568 sotto la guida di Alboino erano un popolo di migranti, partiti nel II secolo dall’Europa settentrionale per approdare in Pannonia nel VI secolo. Erano un piccolo popolo di qualche migliaio o decina di migliaia di persone. Trovarono una situazione dissestata e favorevole all’invasione in quanto le guerre tra Bizantini, eredi dei Romani, e Ostrogoti, a loro volta un popolo germanico insediatosi nell’Italia settentrionale, aveva dissanguato il paese. Insomma, quella che oggi viene chiamata “denatalità”, contribuì anche allora all’arrivo massiccio di popoli migranti, quasi tutti provenienti dalla zona scandinava o dell’Europa orientale.

Conosciamo pochi dettagli documentati sull’epoca ostrogoto-longobarda, ma certamente per quanto riguarda il territorio della Bassa Atesina occidentale la presenza dei Longobardi fu un fattore di grande rilievo – tanto che successivamente – dopo l’anno 1000 – anche i principi-vescovi di Trento mantennero in vita il sistema amministrativo e giurisdizionale dei loro predecessori. Insomma, in questa parte dell’Unterland si continuò a lungo a vivere secondo le leggi longobarde. La gastaldia di Termeno-Cortaccia-Magrè era retta da un gastaldo nominato dal vescovo di Trento con il compito di amministrare la giustizia e, soprattutto, riscuotere le tasse.  Si trovavano in quel territorio gli stessi paesi di oggi, fondati molti secoli prima, ma la loro dimensione era ridottissima, in molti casi non più di alcuni masi direttamente derivati dalle antiche villae romane. C’era quindi l’estremo bisogno di ripopolare la zona e probabilmente per questa ragione i Longobardi del nascente ducato di Trento favorirono lo stanziamento massiccio di migranti proprio tra la vecchia Metz (poi Kronmetz / Mezza Corona) nella Piana Rotaliana e la punta meridionale del Monte di Mezzo, sulla riva destra dell’Adige. 

Al posto delle vecchie ville romane lentamente arrivarono le curtes longobarde. Non a caso qui abbiamo i paesi di Cortina e Cortaccia, che ricordano proprio questo tipo di insediamento. Le curtes longobarde occupavano e amministravano vasti territori presidiati da arimanni, contadini liberi armati. Non erano semplici tenute agricole ma complessi sistemi di insediamenti agricoli e residenziali che costituivano l’unità di base dell’organizzazione sociale ed economica del territorio. 

Autore: Reinhard Christanell

Il sogno della ferrovia in paese

Un tempo, Laives era nota in tutta la Regione soprattutto per il clima insalubre. Nei mesi estivi i cittadini della vicina Bolzano evitavano accuratamente il paesino ai piedi del Montelargo e gli stessi Laivesotti non disdegnavano i “freschi” in luoghi di montagna come Nova Ponente e Monte San Pietro. Non tutti se li potevano permettere ma erano comunque molte le famiglie che portavano in altura la famiglia e bestiame. In autunno, il rischio di ammalarsi di malaria diminuiva e allora si riscendeva a valle. 

Anche i collegamenti viari tra Laives e Bolzano erano pessimi se non disastrosi. Prima dell’arrivo della ferrovia, non c’erano che i carri o i “postali”: ma la strada era talmente dissestata e pericolosa che solo chi doveva urgentemente spostarsi la percorreva. Certo, ogni giorno si sentiva il frastuono delle ruote dei carri trainati da buio che svolgevano il servizio di trasporto merci tra il porto fluviale sull’Adige e i mercati bolzanini ma questi, con i loro carichi pesanti, non facevano che peggiorare lo stato della strada.

Oltre all’arrivo della ferrovia a metà 800, fu la regolazione del corso dell’Adige a migliorare considerevolmente la situazione. A tal proposito, il 5 febbraio 1896 il giornale “Bozner Nachrichten pubblicò una lunga “Correspondenz” da Laives, che ben ci illustra la situazione in paese. Sorprendente la scoperta che in quel periodo ci si illudesse veramente che la linea ferroviaria appena inaugurata potesse essere spostata verso il paese per consentire in tal modo a Laives di ottenere collegamenti migliore e, addirittura, di diventare un centro sciistico.

“Il nostro paese – scrive il giornale – era malfamato tanto che chiunque ha certamente sentito parlare della temuta “morte di Laives” ovvero della febbre malarica che ha infestato per secoli il paese. Fino a quarant’anni fa, questa grave malattia era temutissima in Bassa Atesina ma oggi, grazie a Dio, la situazione è radicalmente cambiata grazie alla regolazione del fiume Adige. I terreni paludosi attraversati dalle lente acque del fiume sono stati trasformati in suolo fertile in cui cresce la vite di uva fragola che consente agli agricoltori di godere di un reddito sicuro. Anche la situazione del traffico è migliorata di molto: fino a dieci anni fa, nessuno avrebbe intrapreso una gita da Bolzano a Laives ma oggi la situazione è cambiata anche in questo senso. Nei giorni festivi e nelle belle domeniche primaverili e estive centinaia di escursionisti di entrambi i sessi visitano Laives, alcuni giungono in ferrovia, altri in sella ai cavalli e altri ancora per pedes apostolorum. Musicisti, sportivi, pittori e letterati si dirigono con piacere verso l’albergo Pfleg del signor Ebner. È un vero peccato che invece non si realizzino i sogni degli sciatori, sport che viene praticato anche dai giovani bolzanini. Il fatto che la Südbahn attraversi la valle e la stazione si trovi ad una notevole distanza dall’imbocco della Vallarsa, impedisce a questi sportivi di raggiungere comodamente le pendici montane. E purtroppo bisogna aggiungere, che il sogno dei cittadini di Laives di vedere spostata la linea ferroviaria sotto la montagna, in modo da avere finalmente la stazione in centro o addirittura ai piedi del Montelargo, pare definitamente spento. Anche i 3000 pellegrini che annualmente partono da Laives per raggiungere Pietralba dovranno continuare a recarsi dalla lontana stazione ferroviaria fino all’imbocco della Vallarsa a piedi. Siamo convinti che una fermata all’imbocco della Vallarsa sarebbe una vera e propria fortuna non solo per Laives e i turisti che la visitano ma anche per la vicina Bronzolo.”

Autore: Reinhard Christanell

A Laives c’è una grande voglia di recitare

Nel “viaggio” fra le filodrammatiche della Bassa Atesina questa volta sotto lo scenico occhio di bue è stata inquadrata un’altra importante compagnia teatrale di lingua italiana della Bassa Atesina: la filodrammatica di Laives, attualmente impegnata nello studio del nuovo spettacolo. Anzi, in realtà in più più d’uno, visto che la compagnia ha all’attivo qualcosa come una ventina di attori.

Serve però andare con ordine nell’esposizione dei fatti, e quindi dalla data di nascita, attestata al 1947, quindi subito dopo la guerra. “Una particolarità della nostra compagnia sta nel fatto che non ci sono mai state interruzioni” rivela Bruno Debortoli, attuale presidente della compagnia fondata ai tempi da Gino Coseri, descritto come una persona che ha avuto un’importanza notevole nella vita dell’abitato di Laives. “Noi abbiamo cominciato a fare teatro con lui e siamo sempre andati avanti così – racconta -. Da vent’anni a questa parte la nostra compagnia è cresciuta alla grande, perché proponiamo sessanta spettacoli all’anno in tutta Italia. Ma la nostra forza deriva anche dal fatto che abbiamo partecipato a concorsi nazionali, oltre ad essere come una grande famiglia. Da un po’ di anni a questa parte – aggiunge -, abbiamo integrato anche un gruppo di genitori, che hanno creato il Circo Pizza e lavorano prevalentemente con i bambini, e le FacebookSisters, che prima recitavano con noi mentre adesso sono autonome nel proporre i propri spettacoli pur appoggiandosi a noi”.

Presidente Debortoli, voi recitate in italiano o in dialetto? 

In passato abbiamo recitato in dialetto, oggi sempre meno, perché recitando in italiano possiamo pensare di spostarci sull’intero territorio nazionale, e inoltre riusciamo a coinvolgere meglio i giovani. L’età della nostra compagnia si è abbassata e l’attuale numero di attori ci permette di tenere in piedi i quattro spettacoli che abbiamo al momento in repertori, tendenoli operativi per molto tempo. Al momento stiamo portando in scena degli spettacoli che ci danno molte soddisfazioni.

Quali sono i più apprezzati?

Negli ultimi anni i più gettonati sono stati “La cena dei cretini” e “Il marito di mio figlio”. Ma una nostra chicca sono le “cene con delitto” che portiamo in scena alla cantina di Laimburg.

Insomma siete una compagnia ben nutrita…

Quando ci siamo formati avevamo solo uno stile e c’erano solo uomini, poi siamo riusciti a costruire una bella compagnia. Possiamo stimare che in questi anni si saranno esibite oltre duecento persone. Inoltre proponiamo corsi e iniziative al teatro delle Muse di Pineta, dove ci troviamo a recitare e provare i nostri spettacoli.

C’è qualche nuovo spettacolo, o proposta, che scalpita da dietro il sipario?

Come ultimo lavoro abbiamo “Boing Boing – l’amore vola e va”. Poi stiamo lavorando ad una nuova cena con delitto e stiamo mantenendo alcuni altri spettacoli. In futuro la nostra idea è portare avanti già quanto abbiamo, ma senza perdere di vista le novità.

Autore: Daniele Bebber

Gli affreschi di Albert Stolz sulla facciata est e sud del municipio di Merano

Nel 1929 fervevano i lavori per la costruzione del nuovo municipio. Per le decorazioni pittoriche delle pareti esterne ed interne fu scelto e incaricato l’artista bolzanino Albert Stolz che decorò le facciate con tematiche e tecniche pittoriche differenti. 

Tanto l’edificio che le pitture suscitarono sentimenti contrastanti fra la popolazione del tempo ed è possibile coglierne le voci leggendo gli articoli redatti dal giornalista Albert Ellmenreich che ne diede un giudizio positivo. Ai suoi occhi infatti l’opera pittorica dello Stolz sulla facciata est dell’edificio, appariva intrinsecamente legata alla pittura tradizionale tirolese e specificatamente vicina al tratto tipico del pittore Albin Egger Lienz. 

“A metà tra pittura e plastica le figure, che ricordano i tratti di quelle di Albin Egger Lienz, rappresentano nell’odine, il Diritto, la Giustizia e il Governo, la Concordia il Lavoro, l’Agricoltura e il Commercio e, infine, il Turismo. Tali personificazioni sono affidate a figure piene di forza, dei quali lo stato può andare fiero.” 

Di fattura completamente diversa appare invece l’affresco raffigurante il Sant’Urbano e posto proprio sotto la torre dell’orologio del municipio. 

Il santo caro ai vignaiuoli si presenta in primo piano e, come in una istantanea, nell’atto di incedere: il braccio discosto dal corpo che apre ed amplifica le volumetrie della preziosa veste liturgica, la mano guantata salda sul vincastro. Il suo corpo è creato dagli ampi volumi del pregiato tessuto chiaro e cangiante del vestito, le cui ricche bordure decorate a ricamo e il razionale ne sottolineano i confini lasciando intravedere il biancore della sopraveste liturgica, col suo pizzo raffinato. Grappoli d’uva, i suoi attributi, ritornano più volte, sia in mano al santo che a decorare il pastorale, sia in primo piano a destra e a sinistra ai piedi del santo. Sullo sfondo uno scorcio della città circondata dalle sue vette innevate, con la sua parrocchiale, Monte Benedetto e la torre di Castel Ortenstein coi vigneti e, più in lontananza, Castel Tirolo. 

Sulla facciata sud, proprio a coronare la prima arcata dei portici, campeggia il terzo affresco di Albert Stolz. 

Esso si presenta suddiviso in riquadri, quasi l’insieme di fotografie giustapposte in un album dei ricordi. Al centro infatti spicca il monocromo con il palazzo rinascimentale demolito per far posto all’attuale edificio municipale. Sotto vi compaiono le date precise: 1317 – 1930. Le altre sono invece istantanee, tenuemente policrome, che rappresentano momenti diversi della sua costruzione.  Nella prima un ingegnere studia la nuova e dettagliata planimetria aperta dinnanzi a lui. Più sotto, un muratore è armato degli strumenti necessari per intonacare la parete. Sul lato opposto un carpentiere seduto su un’asse ma con una gamba già spinta nel vuoto sembra far leva sull’ascia col braccio muscoloso per spiccare il salto. Sotto di lui un muratore, piegato dal peso del sacco che porta in spalla, sta salendo una ripida scala. Sotto la scala si trova la firma dell’artista. Si legge: “Alb. Stolz Bolzano 1931”.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Obiettivo Italia: anche Merano partecipa

Sono stati ben 82 i cittadini volontari che nel fine settimana del 6 e 7 maggio sono stati ritratti dai professionisti del FotoClub Immagine Merano Bfi nell’ambito del progetto Obiettivo Italia – Censimento Fotografico organizzato in tutta la Penisola. Gli scatti dedicati a questi 82 meranesi saranno esposti a Torino alle Gallerie d’Italia a partire dall’8 dicembre.

Il compito non era facilissimo, eppure i fotografi meranesi sono riusciti a riscuotere un buon successo in termine di adesioni. Il Fotoclub ha partecipato al nuovo progetto fotografico collettivo nazionale organizzato da Fiaf, Federazione Italiana Associazioni Fotografiche, in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Statistica in occasione del 75° anno di attività. In contemporanea con gli oltre 550 Circoli Fotografici affiliati Fiaf, è stato allestito un set fotografico presso la sede in Via Vigneti 3 a Merano per raccogliere i ritratti degli Italiani e realizzare così il più ampio affresco corale della popolazione nazionale. 

Ogni cittadino è stato fotografato secondo uno schema iterato con metodo e rigore: inquadratura frontale, profondità di campo ridotta e ambientazione essenziale, affinché, in assenza di altre distrazioni visive, ciascun soggetto possa essere collocato con precisione nel tessuto sociale, diventando un tassello del mosaico finale.

L’ampio corpus di immagini che saranno raccolte, intatti, fornirà un ritratto dell’odierna società italiana e della sua composizione, con preziosi risvolti culturali, sociali e di costume.

“L’idea della Federazione è che la fotografia sia principalmente un fatto sociale, un eccellente strumento per raccontare la contemporaneità dove tutti siano protagonisti, come fruitori ma anche come parte integrante della rappresentazione – ha dichiarato Roberto Rossi, presidente Fiaf – Per questo, per festeggiare i 75 anni della nostra storia, con Obiettivo Italia vogliamo restituire alla collettività un mosaico fotografico della popolazione residente in Italia oggi realizzato da tutti noi, con decine di migliaia di volti per guardarci allo specchio come Paese, grazie alla Fotografia”.

Autore: Luca Masiello

Musica e tanta cultura

Qui Intervista a Max Carbone. Pubblicista, copywriter, autore televisivo, musicista non professionista, Max Carbone è stato direttore artistico per 8 edizioni di AlpsKlang. Dal 2023 è direttore artistico di “ur-klang/music comes from everywhere”. è membro fondatore della piattaforma online OSKOWEBTV, per la quale cura la rubrica “linee aeree”. Vive con Delia e ha due figli, Alice e Tommaso.

La cosa che mi piace di me.

Le mani, le ho prese da mia madre. Poi riesco a ridere delle mie battute surreali. Sono creativo in cucina, con ottimi risultati. Potrei anche definirmi un soggetto con alta capacità di rimozione, ma è un’attività molto pericolosa perché quello che butti fuori dalla porta rientra dalla finestra.

Il mio principale difetto.

Questo lo lascio dire a chi mi conosce. Potrei dire di essere scarsamente empatico.

Il mio momento più felice.

La nascita dei miei figli. Meno poetica fu quella volta che, sui 15 anni, riuscii, prima del mio amico Fabio, a buttarmi di testa dal terzo trampolino del lido di Merano. Il coraggio me lo feci venire perché passava la ragazzina che mi piaceva.

Le persone che ammiro di più.

Tutte le persone capaci di disciplina, cosa che a me difetta. Anche coloro che hanno la capacità di dire di no.

Un libro sull’isola deserta.

La trilogia del potere di Juenger, Le scogliere di marmo, Heliopolis e Eumeswil  e la trilogia di Valis di Dick. 

La mia occupazione preferita.

Leggere libri e ascoltare musica. Ma più di tutto suonare il mio Fender Jazz con i miei amici musicisti.

Il paese dove vorrei vivere.

Sei mesi a Lizard, in Cornovaglia, e sei mesi a Napoli.

Il mio piatto preferito.

Tutto il pesce, a colazione compreso. Ho un amico che fa i canederli con le sarde, in questo caso resto perplesso e non li ho ancora provati.

Non sopporto…

Tutti i fanatismi. Poi, di sicuro, il fegato e la trippa. 

Per un giorno vorrei essere… 

Colui che è in grado di decidere la sorte di tutti i dittatori. 

La mia paura maggiore.

Le grandi navi, in altre vite sono certamente deceduto in un disastro navale.

Se fossi un animale sarei…

Una rondine, lassù a far casino d’estate con tutte le altre. E poi migrare. 

Mi sono sentito orgoglioso quando…

Forse quando alle elementari la maestra Riva decise di affidarmi il compito di andare col marito a consegnare i regali di Natale alle famiglie dei loro amici. Tornai a casa con una bella mancia, tante monete.

Il mio motto.

è assegnato a Pulcinella: dove c’è una catastrofe c’è sempre una via di uscita.

Il dono di natura che vorrei avere 

L’orecchio assoluto.

La Dante premia160 nuovi e giovani “linguisti”

È stata una serata all’insegna della sostenibilità e della cultura italiana quella tenuta martedì 9 maggio all’auditorium Haydn di Bolzano in occasione della “Giornata della Dante”. Quest’anno sono stati 160 gli alunni delle scuole di tutti i gradi e di tutti e tre i gruppi linguistici della Provincia premiati dalla Società Dante Alighieri. Due le principali tematiche affrontate dalle scuole durante l’anno scolastico che si sta per concludere: gli obiettivi dell’Agenda ONU 2030 e Alessandro Manzoni, per l’anniversario dei 150 anni dalla morte.

Oltre ai giovani “linguisti” che hanno ottenuto il premio Dante, sono stati premiati anche i due vincitori a livello provinciale delle Olimpiadi di italiano, Alex Beato e Sophia Crivellaro, provenienti da scuole di lingua tedesca. Premiati pure i 4 vincitori, su 96 partecipanti, del “Progetto Minecraft” che hanno utilizzato il celebre videogioco per raccontare il viaggio del Sommo Poeta all’inferno.

Un riconoscimento speciale, infine, è stato riservato a Zaccaria Dellai, insignito del titolo di Alfiere della Repubblica dal Presidente Mattarella per i suoi progetti culturali in favore degli anziani.

“Quest’anno è stato un ritorno alla normalità, sono riprese le certificazioni linguistiche Plida e le attività dei nostri giovani. Credo sia veramente importante che le scuole abbiano dedicato le proprie energie al tema della sostenibilità”, dice la Presidente Raffaella De Rosa. “Dante è amato da tutte le fasce d’età – prosegue Damiano Visentin – e il nostro compito, come gruppo Giovani dell’associazione, è quello di allargare le proposte riservate agli adulti a tutti i giovani interessati”.

Tra questi ultimi, c’è proprio Alex Beato, classificato al diciassettesimo posto tra i 40 finalisti alle Olimpiadi di italiano. “Come mai l’interesse per questa materia? Nonostante io frequenti la scuola in lingua tedesca, l’italiano rimane la lingua del cuore. Penso sia importante che proprio qui in Alto Adige continui ad essere coltivata. Le prove che mi sono state sottoposte le ho trovate stimolanti: è un’occasione che non capita tutti i giorni. Inoltre, non scrivo molti temi in classe, per cui questa è stata anche un’opportunità per esercitare la forma scritta”, racconta Beato.

Tra gli alunni saliti sul palco, anche una giovanissima studentessa delle scuole primarie che ha espresso così il suo rapporto con la lingua italiana: “Sono davvero contenta di essere arrivata fin qui. Mi è sempre piaciuto scrivere storie e, come a me, anche a molti miei compagni di classe”.

La premiazione è stata arricchita da 3 intervalli musicali che hanno visto Greta Marcolongo e Michele Giro esibirsi insieme al coro degli scolari delle Longon, nonché in duetto. 

La cerimonia ha testimoniato come la cultura italiana possa essere declinata in varie forme: dal mondo digitale a quello musicale fino alle maniere più classiche. L’evento è sicuramente destinato a ripetersi; la platea e i partecipanti, invece, ad essere sempre più numerosi.

Autore: Andrea Dalla Serra

Alloggi per gli universitari

Consapevole dell’alto costo degli affitti e delle difficoltà che gli studenti affrontano nel trovare alloggi adeguati, la Provincia di Bolzano ha sviluppato la StuTent. L’affitto sarà di soli 1175€ al mese e comprende una serie di servizi in grado di garantire un ambiente confortevole e rilassante dopo una giornata di studio intenso. Questi servizi tengono conto ovviamente degli standard abitativi basilari del nostro territorio: aria condizionata, Jacuzzi, letto matrimoniale, birra Forst, abbonamento al Dolomiten, televisore di ultima generazione, sauna e bagno turco. A breve le graduatorie per la loro assegnazione!

Autore: Roberto Tubaro

“Il privilegio del mio lavoro? Il lato umano dei campioni” 

Uno dei decani del giornalismo sportivo italiano è un cittadino di Bolzano. Per quasi  due decenni, Ezio Zermiani è stata la voce e il volto delle telecronache delle competizioni motociclistiche e automobilistiche sulla RAI. Ha interpretato il suo ruolo di inviato in pista con estro e inventiva, guadagnandosi sul campo la stima e l’amicizia dei tanti fuoriclasse raccontati in una carriera ricca di soddisfazioni. La nostra intervista.

Zermiani, come nasce la Sua passione per il giornalismo? 

Parte tutto dalla mia città, Bolzano. All’epoca degli studi universitari – studiavo Ingegneria a Bologna – avevo cominciato a collaborare come esterno con la sede Rai di piazza Mazzini. In quegli anni collaborai anche a programmi radiofonici famosi come “Chiamate Roma 3131”. Quando venni assunto in pianta stabile, nel ’75, cominciai ad occuparmi di cronaca nera e giudiziaria ed ebbi la possibilità di affrontare alcuni casi di cronaca che ebbero eco mediatica nazionale. 

Ci aiuta a ricordare quali?

Ad esempio, il delitto della perpetua della Val d’Ultimo, il cui processo venne rifatto tre volte. Poi mi interessai dei delitti di Marco Bergamo. Grazie alle mie inchieste, venne scagionato un portiere di notte che era stato inizialmente accusato di essere il responsabile dell’uccisione di una prostituta che in realtà era stata vittima di Bergamo. In seguito a questi casi, nel ’78 venni chiamato a Milano da Sergio Zavoli che aveva fondato il GR1. Non ci pensai due volte a trasferirmi in Lombardia.  

Lì ebbe inizio la sua seconda carriera, quella che la rese il giornalista per eccellenza del mondo dei motori.

In precedenza, ovviamente, avevo già fatto incursioni nel territorio del giornalismo sportivo. Ero appassionato di moto e macchine e chiesi se interessavano contributi per la Domenica sportiva. Iniziai con servizi sulla sicurezza nel mondo delle gare di motociclismo: un aspetto del tutto trascurato all’epoca, i piloti morivano come mosche. Quando cominciai, a fine anni ’70, era l’epoca dominata da Niki Lauda. Dai primi anni ’80 in avanti, ero sempre in trasferta per fare le telecronache di moto e F1. Posso affermare tranquillamente di aver fatto almeno una volta il giro del mondo. 

Qual è lo sportivo che più l’ha colpita?

Ho avuto modo di entrare in confidenza con grandi campioni come Prost, Piquet, Nannini, Alboreto, anche Alonso, tra i tanti. Ma il più grande per me rimane Ayrton Senna che purtroppo non è più tra noi.  

Chi era Senna, una volta smessi i panni del pilota di Formula Uno?

Era un uomo a tutto tondo. Non era solo il grande campione dell’automobilismo che tutti conosciamo. Dava una mano ai bambini di strada brasiliani, pagando loro cibo e istruzione, come oggi continua fare la fondazione che porta il nome. Era un pilota dall’animo nobile che faceva un lavoro pericoloso non per i soldi o la fama ma per aiutare chi ne aveva bisogno. Altri bei ricordi mi legano all’amico Michele Alboreto, purtroppo prematuramente scomparso, con cui facevamo una trasmissione insieme. Una volta, tra Natale e Capodanno dell’87, ci incontrammo a Maranello a provare in pista la nuova Ferrari da strada, la F40. Poi si decise di usare la macchina, non ancora omologata, per andare dalla famiglia di Michele e facemmo un servizio su quel folle viaggio da Modena a Milano. Il grande vecchio, Enzo Ferrari, si infuriò. Poi vide il servizio e mi mandò una nota per complimentarsi.  

Com’era il mondo del giornalismo sportivo, a quei tempi?

Era completamente diverso da oggi. Allora si viveva in simbiosi con i campioni sportivi, si riusciva a coglierne il lato umano, a conoscere le loro famiglie e le loro storie. Ti affidavano segreti e confidenze e tu dovevi scegliere di non raccontare alcune cose perché era un rapporto basato sulla correttezza, la fiducia e l’amicizia. A volte, con le loro famiglie e le nostre, facevamo le ferie insieme. Io ero solito intervistare i piloti sulle griglie di partenza, pochi secondi prima che schiacciassero l’acceleratore. Adesso è inimmaginabile. Ora ci sono conferenze stampa e interviste uguali per tutti, anche perché una parola di troppo, pronunciata nel momento sbagliato, può causare disastri finanziari. Noi abbiamo consumato tante suole delle scarpe per scovare le notizie e raccontarle. Oggi il pc e internet, che sono molto utili, forse ci hanno reso un po’ più pigri. Io rimango convinto però che il giornalismo vada fatto recandosi sui luoghi degli avvenimenti in prima persona, per vedere con i propri occhi e ascoltare i testimoni, come mi ha insegnato Sergio Zavoli.  

Autore: Nilo Ruggeri