Tutto esaurito per il torneo di Burraco

È ormai un appuntamento tradizionale, e anche per questa edizione nessuno ha voluto perdere l’occasione di giocare, tanto che erano ben 32 le coppie che vi hanno partecipato: il torneo di Burraco organizzato fra le mura dell’oratorio Santiago si è rivelato nuovamente un successo.

Il Burraco è un gioco di carte della famiglia della Pinnacola, nato probabilmente in Uruguay intorno agli anni Quaranta come variante della Canasta, e dagli anni Ottanta si è diffuso enormemente anche in Italia ottenendo sempre più seguaci. I motivi sono semplici: permette di riunire al tavolo un buon numero di persone e, una volta compreso il meccanismo e il sistema di punteggio, dà sempre vita a partite entusiasmanti.
Lo sanno bene gli amici dell’oratorio Santiago, che nei giorni scorsi si sono riuniti dinanzi ad un “panno verde” per sfidarsi. Una competizione, certo, ma tanta voglia di stare assieme e divertirsi hanno fatto da contorno ad un sabato pomeriggio all’insegna della socialità.
Fra i tanti meritevoli, ad aggiudicarsi il podio iridato è stata la coppia formata Lucia Nardelli e Giuliano Maspes.
Al secondo posto Rita e Bryan Conteduca, e medaglia di bronzo per Rosanna Merighi e Mauro Azzolini.
Cucchiaio di legno per Mariateresa Riccardi e Carlo Alberto Novello, che si sono comunque e sicuramente divertiti.
Grazie all’aiuto dei tanti volontari e degli Alpini di San Giacomo il tutto si è concluso con un’ ottima cena seguita dalla premiazione. Il gruppo di “Imparo e gioco a Burraco” di san Giacomo si augura che sempre più persone si uniscano a loro il mercoledì pomeriggio dalle 15 alle 19 con Mara a capo del gruppo.
Il prossimo appuntamento per tutti i soci e simpatizzanti è previsto per sabato 4 maggio con il Talent show, ma sono in revisione anche molti laboratori e serate creative, corsi di cucina e tanto altro.
Per ulteriori informazioni: www.oratoriumsantiago.it

Autrice: R. T.

Il papà… del Nephenta

Da sempre appassionato di musica, pur lavorando in altri ambiti, Stefano Trebbi non ha mai smesso di aggiornarsi e pensare alla creazione di un qualcosa che potesse essere di soddisfazione per lui e avvincente per centinaia di giovani che, negli anni Ottanta a Merano, non avevano grandi occasioni di incontro e divertimento. Nel settembre del 1989 con altri due soci Rudy Favretto e Giuliano Gennari (ex proprietari della discoteca Marquee di Bolzano) danno vita al Nephenta e trovano nel piano interrato del
Grand Hotel Bristol di Merano il luogo giusto. Per dare al loro progetto spessore e risonanza invitano numerosi Dj professionisti provenienti dalla riviera romagnola all’epoca il top della discomusic e della movida.

La cosa che mi piace di me.
La determinazione sul lavoro.

Il mio principale difetto.
Lavorare troppo.

Il mio momento più felice.
Il giorno in cui mi sono diplomato.

La persona che ammiro di più.
Mio padre (e mia madre!).

Un libro sull’isola deserta.
“La Mucca Viola” di Seth Godin.

La mia occupazione preferita.
Il mio lavoro.

Il paese dove vorrei vivere.
In Alto Adige.

Il mio piatto preferito.
Spiegeleier.

Non sopporto…
L’arroganza.

Per un giorno vorrei essere…
Come già sono.

La mia paura maggiore.
La malattia.

Nel mio frigo non manca mai…
La marmellata di albicocche.

Se fossi un animale sarei.
Un labrador.

Mi sono sentito orgoglioso quando…
Ho finito la maratona di New York.

Il mio motto.
Non si vince sempre, l’importante però è provarci!

Il capriccio che non mi sono mai tolto.
Fare un mese di ferie.

Il giocattolo che ho amato di più.
Il trenino elettrico della Lima.

Il mio pittore preferito.
Paolo Quaresima.

Il dono di natura che vorrei avere.
Eccellere in uno sport.

Dico bugie solo…
Ma veramente le dico?

Dove mi vedo fra dieci anni.
Dove sono adesso, con la stessa carica.

Il colore che preferisco.
Il blu.

L’ultima volta che ho perso la calma.
Non lo ricordo.

Da bambino sognavo…
Una vita serena.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Hubert, il pusterese americano

Lo avevamo annunciato con un certo anticipo, al ritorno di Hubert Dorigatti da Nashville, capitale americana della musica: lì il chitarrista di Brunico si era recato per incidere la sua nuova fatica, uscita pochi giorni fa per l’etichetta milanese Appaloosa col titolo di The Nashville Sessions.

Dorigatti è senza dubbio uno dei musicisti nostrani che fanno le cose maggiormente sul serio. Il suo repertorio blues (che sia di marca sudista, virato al rock o in stile delta blues) è convincente a tal punto, e non da oggi, che non ha nulla da invidiare ai prodotti analoghi che vengono sfornati al di là dell’Atlantico.
“Andare a registrare a Nashville – ci racconta Hubert – era un sogno nel cassetto che coltivavo da anni. Nashville ha fama di essere speciale per il modo di lavorare dei musicisti di studio, volevo toccare con mano come fosse questa specie di magia di cui avevo tanto sentito parlare. È stato un flash, ora che ho fatto questa esperienza devo dire che è stato tutto come mi aspettavo, anzi, anche meglio. Hanno una cultura incredibile della loro musica, qualcosa che a me forse manca ancora, per loro è tutto naturale, sono lì per suonare: tu gli fai ascoltare come fa il brano e loro partono, senza perdere tanto tempo a parlare. Pur essendo bravissimi, non se la tirano minimamente e tra un brano e l’altro trovano comunque il tempo di fraternizzare e al tempo stesso, senza mai essere invadenti, ti propongono di provare uno strumento o un arrangiamento.”
Il disco, il terzo di Dorigatti per l’Appaloosa, etichetta specializzata che pubblica in Italia parecchi interessanti artisti americani (Mary Gauthier e Jono Manson, per fare due nomi davvero importanti), ci offre una manciata di belle canzoni che suonano davvero molto americane, pur essendo, nei contenuti, legate alla sfera personale del musicista: You Are My Roots è un bell’omaggio al padre scomparso un paio di anni fa, When The Music Is Over risale alla pandemia ed è una disperata constatazione nata dalla sensazione che tutto fosse giunto al capolinea per chi, come lui, di musica e di contatto con la gente deve vivere.
“La fama e l’importanza di Nashville – prosegue nel suo racconto – sono fondate sulla musica, che lì è una vera e propria industria, alla stregua di come la siderurgia lo è per certi grandi centri del nord e di come quella automobilistica lo è stata per Detroit. In tutto sono rimasto lì una settimana, il primo giorno, allo studio Blackbird, abbiamo fatto le basi, tutto praticamente dal vivo, suonando ogni brano tre, massimo quattro volte. Il modo di suonare di questi musicisti è incredibile, hanno una sicurezza che se ci penso mi viene ancora la pelle d’oca: ogni volta che attaccavamo un brano ho avuto la sensazione di decollare. Certo non è stata una cosa semplice, mi ci è voluto un anno di organizzazione per pianificare tutto e finanziare l’operazione, ma ora devo dire che ne è stravalsa la pena.”
La scelta dello studio in cui recarsi è stata guidata dal produttore del disco, Zach Allen, produttore del celebre chitarrista Keb Mo’ e di altri artisti americani: Hubert Dorigatti lo ha conosciuto ad un concerto e ne è nata un’amicizia. Da lì l’idea di coinvolgerlo nel progetto come produttore: Allen ha proposto a Hubert diverse soluzioni, studi mainstream, studi più piccoli, poi la scelta è caduta sul Blackbird (da cui sono usciti dischi di Johnny Cash, Dolly Parton, Greta Van Vleet, Pistol Annies, tanto per dire nomi da alta classifica). Allen ha anche aiutato Dorigatti nella rifinitura dei testi in lingua inglese e nella pronuncia.
“Ciò che ha richiesto più tempo – ci spiega il chitarrista – è stato il provare i suoni, un soundcheck molto accurato, ogni strumento, ogni microfono, ogni sfumatura. Senza l’uso di plug-in di alcun tipo ma adattando e sfruttando il mood e l’acustica dello studio per ottenere le sonorità. Tutto fatto in maniera artigianale, ma con dei risultati elevatissimi. Per farti un esempio, quando ho chiesto se si potesse aggiustare la mia voce in un paio di punti in cui non mi pareva del tutto intonata, mi hanno fatto riflettere e mi sono reso conto che me ne accorgevo solo io e che la cosa era talmente irrilevante che nessun altro l’avrebbe notata.”
In attesa di programmare un vero e proprio tour di presentazione del disco, Hubert Dorigatti sarà sul palco a Collepietra il prossimo 26 aprile accompagnato dal fantastico armonicista Fabrizio Poggi, compagno di scuderia musicale dal curriculum invidiabile, già al suo fianco in alcuni lavori precedenti.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Rocky

È stata una domenica difficile; il nostro canarino Rocky, non c’è più; lui che – insieme a Darko – allietava tanti momenti ed alleviava giornate pesanti non c’è più. L’anellino FOI in alluminio, che gli allevatori e gli ornicoltori appostano alla zampa come riconoscimento, si era purtroppo saldato alla parte ossea e gli creava parecchi disturbi circolatori, sia di movimento, sia di riposo notturno, sia di rigetto dell’arto, che continuava a beccarsi, strappandosi perfino le unghie. La settimana scorsa avevamo fatto rimuovere l’anellino dal veterinario, ma purtroppo sapevamo che le speranze di sopravvivenza erano scarsissime. La necrosi alla zampetta destra e piccole emorragie esterne sono proseguite fino all’epilogo di domenica mattina. Forse, come un brutto anatroccolo, nella vita e non solo nella fantasia, c’è sempre colui che deve lottare più degli altri, che ha la strada più in salita, che è più sensibile e avverte con maggior empatia ingiustizie e situazioni delicate. So che tanti di voi non sono propensi a pensare di tenere piccoli volatili in gabbia; che per noi tutti, figli o gigli, unici o fratelli, vittime o carnefici, uomini e donne di ragione e istinti (alti e bassi), alla fine, una vita in gabbia ce la consumiamo ugualmente; ma rispetto a degli animaletti di poco più di 20/30 grammi (il peso dell’anima dicono sia di 21 grammi) che hanno una vita impostata, dal mangime al beveraggio, dal bagnetto all’osso di seppia, dagli stecchi di miglio all’altalena, dai posatoi alle vitamine noi abbiamo la fortuna sempre di scegliere, di creare e di compiere cose e azioni miracolose e meravigliose; Rocky e Darko sono arrivati circa tre anni fa, dopo uno scambio di animali domestici in famiglia, tra gatti e canarini; io e la mia compagna ce ne siamo presi cura volentieri e, sebbene qualche piccolo timore iniziale, s’è subito creata grande sintonia; sono animali molto intelligenti e sensibili, che si affezionano enormemente. Se c’è qualcosa che gli manca è davvero la parola. Il canto, che può cambiare ed arricchirsi da una stagione all’altra è davvero qualcosa di tangibile, che resta nella memoria, che spalanca lo spazio temporale, ti fa varcare la soglia della Natura e ti fa proiettare e piroettare in un bosco anche restando sul divano. Peraltro il momento quando si avverte maggiormente la loro mancanza è durante il cambio delle piume, in cui non cantano per 2/4 mesi, perché l’energia è loro indispensabile alla nuova livrea. A Darko abbiamo preso una gabbia enorme, mentre Rocky aveva avuto qualche problema neurologico e si muoveva poco, ma si era anche ripreso sorprendentemente. Al posto dei posatoi in plastica avevo ricavato dei sostegni naturali con dei rametti di melo trovati in campagna; tra febbraio ed aprile li teniamo sempre vicini ai semenzai, che crescendo, li accorpano attorniati da una piccola foresta verde.

Autore: Donatello Vallotta

Carote di sfoglia ripiene

Ingredienti

Pasta sfoglia rettangolare
1 tuorlo d’uovo
Paprica in polvere q.b.
1 puntina di colorante alimentare arancione

Ripieno
200 gr Formaggio fresco spalmabile
50 gr Filetti di tonno sott’olio
Capperi

Prezzemolo fresco

Preparazione

Per preparare le carote di sfoglia ripiene, iniziate srotolando il rotolo di pasta sfoglia rettangolare.
Con l’aiuto dell’apposito tagliapasta o con un coltello, ricavate tante strisce da circa 2 o 3 centimetri di lunghezza.
Rivestite 8 conetti alimentari con della carta di alluminio e arrotolate le strisce partendo dalla punta fino a raggiungere la base del cono. Fate attenzione a sovrapporre le estremità delle strisce schiacciandole leggermente tra di loro per evitare che si gonfino troppo in cottura.
In una piccola ciotola, sbattete un tuorlo e aggiungete della paprica in polvere. Se volete per intensificare il colore arancione tipico della carota, unite anche una puntina di colorante in gel arancione.
Spennellate il tuorlo sbattuto su tutta la superficie della carota di sfoglia.
Ora potete cuocerle in forno a 180 °C, in modalità ventilata, per circa 20 minuti.
Intanto, dedicatevi alla preparazione del ripieno: in una ciotola di vetro ammorbidite il formaggio fresco con una forchetta. Aggiungete del tonno sgocciolato e i capperi e amalgamate per bene il tutto.
Trasferite il composto in un sac à poche.
Trascorso il tempo di cottura, fate raffreddare le carote di sfoglia e farcite con la mousse di formaggio e tonno.
Per simulare il ciuffo della carota, utilizzate il prezzemolo: lavatelo, dividetelo in cimette e inserite il gambo nella base della carota di sfoglia.
Le carote di sfoglia ripiene sono ora pronte per essere portate in tavola.

Consigli

Per donare alla sfoglia il tipico colore arancione, potete sostituire la paprica con la curcuma e aggiungere del colorante alimentare rosso: quindi sciogliete poche gocce di colorante in acqua tiepida prima di spennellare le carote. Per la decorazione potete utilizzare l’aneto al posto del prezzemolo.
Per la farcitura potete sostituire il tonno con il salmone, aggiungere delle olive, erbe aromatiche e acciughe.

Conservazione

Consiglio di consumarle subito. Se dovessero avanzare, si possono conservare in frigo per 24 ore ben chiuse in un contenitore ermetico, così facendo però la sfoglia diventerà più morbida.
Le carote di sfoglia senza ripieno, invece, si mantengono a temperatura ambiente fino a 2 giorni, chiuse in un sacchetto di plastica.

Nasim e la sua “libertà” di arrampicare

Venerdì 12 aprile, al teatro comunale di Gries è stato proiettato il film “Climbing Iran”, accompagnato da un intervento della protagonista, Nasim Eshqi, ad oggi considerata una delle migliori arrampicatrici al mondo. Nel 2019 le è stato conferito infatti il King Albert Mountain Award per i suoi straordinari risultati: ha infatti aperto più di cento nuove vie in Iran e in altri paesi. Inoltre, da moltissimi anni Nasim si impegna per i diritti civili delle donne. Il film Climbing Iran” è il ritratto di una donna straordinaria, che ha fatto della propria storia un modello di libertà in Iran e nel mondo.

Le montagne da scalare in Iran, non sono solo quelle di roccia, ma anche barriere sociali culturali e religiose. Nasim è l’unica donna in Iran a fare la professionista dell’arrampicata all’aperto; su ottanta milioni di abitanti sono solo trecento le donne che praticano l’arrampicata in palestra, con orari diversi da quelli degli uomini, e sono soltanto una decina quelle che lo praticano all’aperto, nessuna ai livelli di Nasim.
Nasim Eshqi è nata a Teheran, in Iran, nel 1982. Da bambina era una ragazza diversa dalle altre; era sempre piena di energie e non smetteva mai di muoversi. Le piaceva giocare con i ragazzi e fare tanto sport. Sin da subito ha notato che nel suo paese se sei un uomo hai dei “punti” in più, hai più potere. Così decise che avrebbe voluto cambiare le cose. Le donne nel suo paese vengono considerate deboli, e lei non voleva esserlo.
Ha scoperto così l’arrampicata relativamente tardi, aveva 23 anni. Prima faceva kickboxing ad alti livelli, ma ha lasciato perché non voleva gareggiare e allenarsi con il velo in testa.
Così per caso si è imbattuta nel mondo dell’arrampicata, ed è diventata la prima donna in Iran ad aprire nuove vie di arrampicata. Quando arrampica non è tenuta ad indossare il velo. Si sente libera. In città vengono seguite le regole di condotta dell’Islam, ma in montagna è diverso. Non importa se sei povero o ricco, uomo o donna, con la pelle chiara o con la pelle scura, israeliano o italiano. La forza di gravità tira giù tutti allo stesso modo.
La parola “nasim” viene usata per indicare un vento leggero, ma Nasim non è certamente una brezza leggera.
L’Europa per Nasim era un sogno. All’inizio arrampicava solo nei paesi per i quali era più facile prendere il visto. Quando aveva ormai quasi perso le speranze di venire in Europa, le hanno invece proposto di andarci per la realizzazione di catalogo promozionale, con un visto di 30gg ha arrampicato 27 giorni di seguito. Dormiva in treno e di giorno arrampicava. Alla fine è tornata a casa ammalata.
Nel 2020 è quindi arrivato un progetto: portare Nasim in Italia e farle aprire una nuova via sulle Alpi. Aiutata da un alpinista trentino, capace di aprire nuove vie, e da una raccolta fondi partita dal web, Nasim è partita. Purtroppo, la raccolta fondi è stata subito bloccata perché gestita dagli Stati Uniti. I sostenitori però non si sono rassegnati: una volta conosciuta la storia di Nasim hanno donato i fondi direttamente alla ragazza che ha avviato il progetto, Francesca Borghetti. Così in poco tempo si sono raccolti i soldi necessari per far venire Nasim in Italia.
è in questo modo che è nato film/documentario “Climbing Iran”, dedicato alla storia della ricerca della libertà di Nasim. Che lei stessa ha potuto raccontare ai bolzanini accorsi numerosi all’incontro del 14 aprile.

Autore: Niccolò Dametto

Vita da volontario del Soccorso Alpino CAI

Il soccorso in montagna ha una lunga tradizione e continua ad andare avanti grazie alla solidarietà, all’entusiasmo e al sacrificio di volontari che si mettono a disposizione di coloro che si trovano in difficoltà. Abbiamo avuto il piacere di parlare con un soccorritore volontario del Soccorso alpino CAI di Bressanone, Alberto Bassanello.

Quando e da cosa è nata la sua volontà di diventare un soccorritore volontario?
Sin da bambino il CAI mi ha permesso di frequentare la montagna in tutte le stagioni e molto spesso in compagnia di soccorritori o guide alpine. La loro esperienza, ma soprattutto la sicurezza che spontaneamente diffondevano nel gruppo, in qualsiasi tipo di ambiente montano, mi ha sempre affascinato. Crescendo, la passione per l’alpinismo in primis e il desiderio di poter dare una mano a persone in difficoltà in ambienti impervi, mi hanno fatto avvicinare ancor di più al soccorso alpino.

Quale tipologia di formazione è necessaria avere per entrare a far parte del soccorso alpino?
Trattandosi di un’attività tecnico/fisica, un piccolo bagaglio personale è indispensabile. Infatti, per riuscire a superare la preselezione è importante avere una base di alpinismo, di progressione su roccia (IV – V grado), una discreta tecnica di scialpinismo, aver fatto molte escursioni ed avere uno spirito altruistico. Superata la preselezione, inizia un vero percorso formativo in ogni ambito di altissimo livello che dura circa un anno in presenza di guide alpine, esperti di eli-soccorso ed in particolare di personale medico di pronto soccorso.

Qual è stato l’intervento più difficile che ha dovuto affrontare?
Esistono interventi relativamente semplici come il recupero di persone “sfinite fisicamente”, ma anche interventi più impegnativi come quelli di recupero di parapendii che atterrano sulle cime degli alberi, montain-bikers che si avventurano in discese tra i boschi oppure gli interventi di ricerca che richiedono molte risorse sia di persone che di tempo. Riflettendo posso dire che tutti gli interventi rimangono nella mente del soccorritore. Ma particolarmente complesso è stato un recupero di una scialpinista germanica a 2.700 metri su un ghiacciaio in Val d’ultimo con diverse fratture agli arti inferiori. Per puro caso – in quanto noi stavamo rientrando da una gita – ci siamo imbattuti in lei, organizzando nonostante le pessime condizioni meteorologiche un recupero con elicottero e fornendole le prime cure.


Negli ultimi anni c’è stato un incremento di chiamate, interventi e operazioni di soccorso. Ritiene che le persone affrontino la montagna con troppa leggerezza? Cosa consiglia a chi vuole avvicinarsi al mondo dello sport in alta quota?
Assolutamente sì, gli interventi aumentano di anno in anno e sono convinto che ciò sia dovuto principalmente al numero sempre maggiore di persone che frequentano la montagna, spesso ben attrezzati a livello di abbigliamento, ma non sempre con la giusta preparazione. Infatti per affrontare con un minimo di sicurezza una gita, il primo passo è sempre quello di consultare la letteratura disponibile per quel tragitto, le previsioni meteo e se possibile andare in compagnia di persone che conoscono la zona.

Ha notato un aumento del “turismo d’alta quota”? Se sì, questo cosa comporta?
La montagna è sinonimo di vita, libertà, aria pura e – considerato che oggi raggiungere quote elevate è molto più semplice grazie agli impianti di risalita attivi anche durante la stagione estiva – va da sé che il turismo d’alta quota continui ad aumentare. Ciò comporta che nei mesi di luglio/agosto e settembre le richieste di soccorso sono molto frequenti.

Qual è la soddisfazione più grande di questa attività?
Riuscire a portare in salvo una persona in difficoltà non sempre è facile e spesso richiede sacrifici, ma ti ripaga sempre a livello emotivo. Infatti, la persona coinvolta, quando vede arrivare il soccorritore a prescindere dalle condizioni in cui si trova, esprime sempre la massima gratitudine e riconoscenza.

Autore: Team di COOLtour

Le ragazze di Eco Social Design e i bambini alla scoperta della vita delle piante

Anna Lienbacher, Monica Ramos e Miriam Pardeller, studentesse del master di Eco Social Design presso la Libera Università di Bolzano, hanno realizzato, nel periodo compreso tra ottobre e gennaio, un progetto volto a promuovere l’ecologia e l’educazione dei più giovani sulle pratiche di giardinaggio e sull’importanza della sostenibilità ambientale.

Il gruppo, collaborando con la realtà giovanile Cooltour e il polo educativo Polo Ovest, ha incontrato i bambini del quartiere Don Bosco per condurre una serie di workshop interattivi sulle piante. Durante i laboratori i giovani partecipanti hanno imparato a piantare semi e seguire la loro crescita nel tempo, sviluppando una maggiore consapevolezza sull’importanza della cura della vegetazione.
“Abbiamo notato che spesso si tende a perdere la connessione con il cibo, poiché tutto è facilmente reperibile nei supermercati; molti non considerano più la stagionalità degli ortaggi o il tempo necessario alla loro crescita”, hanno dichiarato le ragazze, aggiungendo “Volevamo insegnare ai bambini quanto potesse essere gratificante far crescere le proprie piante”.

Nonostante le barriere linguistiche (una delle ragazze che parlava fluentemente in italiano), i bambini hanno accolto con l’entusiasmo il progetto utilizzando le proprie conoscenze linguistiche in inglese e tedesco. Particolarmente apprezzata dai bambini è stata la creazione di un gioco memory, che illustrava le diverse fasi di crescita delle piante, rendendo l’esperienza educativa e divertente.
Il culmine del progetto è stato l’ideazione e la realizzazione di una “Libreria Pubblica di Piante e Semi”, un box di metallo esposto a Cooltour, contenente buste con semi vari. Questo prodotto è stato concepito per rafforzare il senso di comunità del quartiere ed incoraggiare la responsabilità verso l’ambiente, consentendo ai cittadini di prelevare o offrire liberamente semi per le piante.
L’inaugurazione della libreria dei semi è stata accolta con grande entusiasmo dalla comunità del quartiere Don Bosco. Le buste di semi, decorate con disegni realizzati dai bambini, hanno suscitato una reazione positiva che ha evidenziato il desiderio del quartiere di riscoprire le pratiche legate al giardinaggio.
“Avremmo voluto integrare ulteriormente l’aspetto culturale, trasformando la libreria in un luogo di scambio di conoscenze tra culture diverse”, hanno affermato le ragazze, sottolineando l’importanza di valorizzare la ricchezza multiculturale del quartiere.
Il successo del progetto di Anna Lienbacher, Monica Ramos e Miriam Pardeller riflette non solo l’impegno delle studentesse verso la sostenibilità, ma anche l’interesse della comunità nel promuovere una visione solidale della sua relazione con il cibo e l’ambiente.

Autrice: Sanaa El Abidi – COOLtour

Mobilità sociale in Alto Adige: quali prospettive?

Quanto ci mette – in media – un ragazzo/una ragazza nato/a in una famiglia povera a salire la scala sociale e a raggiungere una posizione economica migliore di quella “ereditata” dai propri genitori?
Ce lo rivela uno studio effettuato nel 2018 dall’OCSE e il responso non può che disorientare chi è fermamente convinto di vivere nel migliore dei mondi possibili. L’OCSE, per inciso, è un’organizzazione internazionale con lo scopo di promuovere a livello globale politiche che migliorino il benessere economico e sociale dei cittadini. Ne fanno parte 38 paesi europei (tra cui Italia, Austria, Svizzera, Francia, Polonia e Regno Unito) e asiatici (Corea, Giappone) insieme ad Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti d’America. Orbene, nei paesi membri dell’OCSE ci si impiega mediamente cinque generazioni o 150 anni per raggiungere uno status sociale e un reddito che permettano una vita dignitosa.

Partendo da questi dati poco rassicuranti, il 5 aprile tre associazioni / istituti locali quali l’AFI (in persona del presidente Andreas Dorigoni), la Federazione per il Sociale e la Sanità (in persona del presidente Wolfgang Obwexer) e l’EURAC research (in persona della vicedirettrice Roberta Bottarin) hanno promosso al Centro Pastorale di Bolzano un evento dal titolo “Mobilità sociale: Quali prospettive per l’alto Adige?”
Il termine mobilità sociale indica l’opportunità di “scalare” i gradini della scala sociale garantita anche a chi è costretto a partire dai “bassifondi” della società. I politici presenti (il Landeshauptmann Kompatscher, l’assessora Pamer e l’assessore Galateo), pur riconoscendo che “anche in Alto Adige rimane molto da fare”, hanno tuttavia precisato che l’ex isola felice parte comunque da una situazione meno desolata di altre realtà. Ma prima dei “decisori politici” sono intervenuti gli esperti dei tre enti (Elisa Piras, Stefan Perini e Günther Sommia), ossia coloro che nel 2022 hanno condotto uno studio incentrato sulle criticità della società altoatesina.
In sostanza, in Alto Adige “le opportunità individuali di raggiungere determinate posizioni sociali sono ancora distribuite in modo ineguale e legate al background sociale”, hanno affermato i tre studiosi. Attraverso sette workshop tematici a cui hanno partecipato 63 esperti, sono stati elaborati i campi d’azione per la promozione della mobilità sociale. Salute, inclusione sociale, famiglia, istruzione, mercato del lavoro, sistema fiscale e prestazioni pubbliche, sviluppo urbano e rurale sono stati gli argomenti affrontati con l’obiettivo di “elaborare misure concrete per promuovere la mobilità sociale nel contesto altoatesino”.
La parte del leone ossia il punto nevralgico o “freno sociale” numero uno del sistema altoatesino è risultato essere quello della casa. Scarsità di alloggi disponibili per tutti, prezzi di acquisto o locazione inaccessibili alle fasce meno agiate della popolazione producono “conseguenze negative per l’inclusione sociale e l’attrattività del mercato del lavoro”. Urge, quindi, un piano “di costruzione e ristrutturazione di alloggi sociali che sia inclusivo, equo e sostenibile”.
Per il resto, il locale mercato del lavoro è contrassegnato da “incertezza salariale” e ”la segregazione tra i gruppi linguistici” incide negativamente sulle possibilità di sviluppo individuali. Anche la mancanza di servizi coordinati di supporto ai giovani e ridotte competenze linguistiche rendono difficoltosa la mobilità sociale. Allo stesso modo, rimane difficile conciliare vita lavorativa e compiti di assistenza e cura.
Il presidente Kompatscher e gli assessori hanno offerto al folto pubblico la loro visone della “realtà”, affermando, riguardo alle misure indicate nello studio, che molte di queste erano già inserite nel programma di giunta. Altre, invece, rimangono di difficile realizzazione “per mancanza di mezzi finanziari”.

Autore: Reinhard Christanell

Da un pugno di polvere: la storia di Mariasilvia Spolato

Nel 2018 nella casa di riposo Villa Armonia, morì Mariasilvia Spolato. Molti la conoscevano per essere stata una senzatetto che nei mesi freddi cercava rifugio presso la Biblioteca Civica o presso il Centro Trevi. Fu un articolo del giornalista Luca Fregona sulle pagine dell’Alto Adige a svelare una storia per molti incredibile e cioè che Mariasilvia negli anni ‘70 era stata la prima donna italiana a dichiarare pubblicamente il proprio amore per una donna. L’articolo fu letto anche da una scrittrice triestina, Donata Mljac Milazzi, che venne a Bolzano per il funerale della donna e cominciò a ricostruire la sua storia, che ora raccolta in un libro, dal titolo “Da un pugno di polvere, la biografia della prima donna che ha compiuto coming out in Italia”.
Qui Bolzano ha intervistato Donata Mljac Milazzi.

La prima domanda è d’obbligo: chi era Mariasilvia Spolato?
Mariasilvia Spolato è stata importante per quanto riguarda le lotte di rivendicazione femministe, soprattutto perché è stata la prima donna a dichiararsi omosessuale. Questo ha avuto delle conseguenze pesantissime sulla sua vita. Mariasilvia era una insegnante ed era anche un’autrice che aveva scritto nel 1972 per Zanichelli il libro “Gli insiemi e la matematica”. Nello stesso anno aveva anche realizzato quello che è il testo fondamentale e di rivendicazione dei diritti degli omosessuali dal titolo “Il movimento omosessuale di liberazione”. Mariasilvia era anche una poeta e sono riuscita a recuperare due poesie sue. Mi hanno detto che scriveva poesie bellissime che purtroppo non sono arrivate a noi.

Ci ha spiegato l’importanza di Mariasilvia, ma c’è un episodio che le ha cambiato la vita…
L’8 marzo 1972 per Maria Silvia è stata una data fondamentale perché durante una manifestazione femminista a Campo de’ Fiori a Roma partecipa anche Jane Fonda, e questo attrae giornalisti e fotografi delle grandi testate. Per farla breve: la fotografia di Mariasilvia che porta un cartello con la scritta “Fronte di liberazione omosessuale” finisce sul settimanale Panorama a corredo di una intervista a Simone De Beauvoir. Questa foto e la relativa visibilità nazionale hanno ripercussioni importanti sulla vita di Mariasilvia. Lei che insegnava nella scuola è stata prima demansionata e poi dichiarata inadatta all’insegnamento e allontanata. Per lei questo fu un colpo durissimo cui si è aggiunto di lì a poco anche l’allontanamento dalla sua famiglia. Furono colpi durissimi dai quali non si riprese più.
Mariasilvia si uscì dalla vita pubblica ed ha cominciato inizialmente a fare la spola tra Roma e Bolzano, acquistando l’abbonamento e dormendo sui treni. E, finiti i soldi, ha cominciato a vivere in strada a Bolzano, dove per fortuna ad un certo punto ha potuto essere sostenuta dalla rete dei servizi sociali. Mi sono fatta una idea. Mariasilvia sapeva scrivere, aveva contatti ed avrebbe avuto la possibilità di riqualificarsi, ma io penso che abbia scelto di uscire dalla società che la avevo ferita così profondamente.

“Da un pugno di polvere, la biografia della prima donna che ha compiuto coming out in Italia” di Donata Mliac Milazzi (Rossini Editore) verrà presentato presso la Biblioteca Claudia Augusta (c/o Centro Trevilab) lunedì 22 aprile prossimo, alle ore 17.30.
Sarà presente l’autrice in dialogo con Sara degli Agostini, Luca Fregona e Lorenzo Zambello. L’evento è organizzato da Centaurus in collaborazione con la Biblioteca Provinciale italiana Claudia Augusta e GocceTropfen.

Autore: Till Antonio Mola