Vadena, il porto antico sul fiume Adige

Per molti secoli, dal 1000 a.C. in poi, la località principale della valle tra Bolzano e Salorno fu un paese oggi poco appariscente, Vadena, come testimoniano diversi reperti rinvenuti negli ultimi secoli. A metà Ottocento alcuni contadini scoprirono a Stadio degli antichi manufatti in bronzo, ferro e ceramica (spilloni, fibule, rasoi, asce, gioielli, monete, doni votivi, vasi ecc.) e, soprattutto, una grande lapide in porfido con una misteriosa iscrizione retica, che, forse, significa “qui morì Vitamu il tal giorno…”. I ritrovamenti attirarono l’attenzione della contessa Teresa von Thun, proprietaria dei terreni, che condusse due campagne di scavo (1854-55) affidandole a don Cipriano Pescosta, cappellano di Castel Bragher in Val di Non, che annotò le osservazioni in una sorta di diario di scavo illustrato.
Circa mezzo chilometro a nord di Stadio e sulla piccola collina che si erge fra l’Adige e le falde del Mitterberg, si ritrovò un’estesa necropoli con un elevato numero di sepolture (a oggi quelle registrate sono oltre 150) riferibili a un lasso di tempo di oltre mille anni, dalla fine dell’età del bronzo fino alla caduta dell’Impero romano d’occidente nel 476 d.C. Le tombe e i reperti provano senza ombra di dubbio che il sito ai piedi del Monte di Mezzo e sull’argine del fiume Adige fu abitato per tutto quel lunghissimo periodo e che il villaggio a cui apparteneva una necropoli di quelle dimensioni doveva essere stato assai popolato e di notevole importanza. Oggi, ritrovate le tracce dell’insediamento, è chiaro che la rilevanza del luogo risiede soprattutto nel fatto che a Vadena (secondo lo studioso di etnologia retica Ludwig Steub il nome non deriverebbe dal latino Vadum, passaggio sul fiume, ma dal retico Fethanei, Vatina, Vatuna, ossia “terra mia”) si trovava il più grande porto sul fiume Adige – che in epoca medievale fu poi spostato verso Bronzolo – e quindi un fiorente emporio commerciale in cui convergevano, da nord e da sud, uomini e merci. Dalle Prealpi bavaresi alle terre degli Etruschi e dei Veneti, con cui i Reti condividevano anche l’alfabeto, la principale via di collegamento era il fiume Adige, navigabile per le grosse imbarcazioni proprio dall’altezza di Vadena. Dal porto di Vadena partivano verso sud le navi cariche di metalli (soprattutto il ferro per fabbricare le armi e gli utensili per l’agricoltura) e manufatti artigianali e dal Veneto arrivava il vino per i Celti di Germania. Probabilmente il luogo raggiunse il massimo splendore nell’età del ferro e poco prima dell’invasione romana di Druso nel 15 a.C.

Autore: Reinhard Christanell

La residenza Rottenbuch

C’è un luogo a Bolzano che mi ha sempre affascinato. Si tratta della Residenza Rottenbuch a Gries, oggi sede dell’Ufficio Beni architettonici ed artistici della Provincia di Bolzano. Dalla scuola elementare Manlio Longon, che era lì vicino, potevo osservare questo edificio dalla finestra della mia aula. La residenza era ormai abbandonata da anni, allora, e quell’aspetto di forte degrado le dava qualcosa di spettrale, soprattutto la sera.
Il palazzo attuale è frutto di una serie di interventi che vanno dal Medioevo a tutto il corso del Seiecento. Esso nasce come edificio di due piani di forma torre, in funzione di maso agricolo, chiamato “Gandlhof”, posto in mezzo ad una distesa di campagna coltivata a vigneti, di proprietà della fattoria vescovile agostiniana di S.Afra con sede a Bolzano.
Ampliato nel ‘500 sul lato orientale con un nuovo rustico, l’edificio inizia ad essere trasformato in residenza a partire dal 1567, quando i Rottenbuch, appartenenti alla ricca borghesia bolzanina, ereditano il maso e sono elevati a grado nobiliare dall’arciduca Ferdinando II. I Rottenbuch hanno in mente di trasformare il complesso architettonico in uno dei più belli edifici della regione alpina. Per realizzare tale cambiamento vengono chiamate le maestranze lombarde presenti a Bolzano, ovvero i maggiori artefici della trasformazione architettonica del ‘600 e della “renovatio urbis” bolzanina.
Lo stile sarà quello che Nicolò Rasmo chiamerà Oltradige. L’edificio diventa un blocco unico adornato da bifore, ricchi erker ed una elegante scala esterna. L’interno viene arricchito con soffitti a trave lignea dipinti, bellissime stufe in maiolica, cicli di affreschi a tema cavalleresco, nobilare e profano, alla maniera di quelli presenti a Castel Mareccio -1588/1590 e quelli di Georg Mueller Pampbergensis con le leggende di S.Giuseppe – 1598.
Nel 1650 il complesso passa al mercante a David Wagner, la cui famiglia viene elevata al rango di baroni di Sarentino. L’edificio viene sopraelevato di un piano e viene ricavato il “salone delle feste”, uno dei più grandi di Bolzano, voltato nel 1681 ed arricchito di un bel caminetto in stile italiano. La baronessa Maria Viktoria, nel 1684 ricaverà nell’edificio al secondo piano una cappella dedicata alla Madonna di Loreto.
Ristrutturato nel 1977, il palazzo oggi è sede della Soprintendenza provinciale ai Beni Culturali.

Autore: Flavio Schimenti

Il virus ci ricorda le cose di cui ci eravamo scordati

“Care concittadine e cari concittadini, senza imprudenze ma senza allarmismi, possiamo e dobbiamo aver fiducia nelle capacità e nelle risorse di cui disponiamo”. Così il Capo dello Stato Sergio Mattarella nel suo messaggio della scorsa settimana. Non si costruisce nulla se non sulla fiducia tra le persone e nelle istituzioni.

L’epidemia a cui il nostro Paese cerca di far fronte ci sta ricordando alcune cose che avevamo dimenticato.
La prima è che doversi fermare davanti a un confine non è bello. La creazione di “zone rosse”, la limitazione degli spostamenti da e verso alcune provincie, erigono attorno a noi muri invisibili ma reali, forse più reali di tanti muri che attraversano il nostro mondo e le nostre teste.
Allo stesso tempo facciamo l’esperienza opposta: non c’è confine che tenga. Possiamo schierare l’esercito, ma il virus, lui passa. L’unico modo per “difendersi” non è prendersela contro il microrganismo che varca la frontiera, ma è cambiare noi comportamenti e atteggiamenti.
Ecco una terza (ri)scoperta. Le nostre azioni, anche le più semplici, hanno delle conseguenze sugli altri. Questa cosa si chiama anche “etica” e “responsabilità”. I consigli e le restrizioni che ci vengono dalle autorità competenti, non sono solo per noi. Non servono solo per sfuggire noi stessi al contagio, ma soprattutto perché il nostro comportamento non sia causa di infezione per altri, magari per persone più deboli di noi, che non potrebbero sopravvivere alla malattia. Rispetto a ciò siamo però ancora un po’ lontani. Abbiamo visto molti, nei giorni passati, preoccuparsi in modo esagerato della propria incolumità. Un po’ meno – ma ci sono stati, eccome – quelli che hanno capito che la salute è un bene comune. Ci sono stati pure coloro – i cosiddetti sciacalli – che hanno approfittato della crisi sanitaria per racimolare consenso.
Infine la distanza. Quel metro di distanza che ci viene imposto ci ricorda la necessità esistenziale della vicinanza. Della prossimità.

Autore: Paolo Bill Valente

L’ultimo saluto delle “Paoline” a Bolzano

Sono in molti, bolzanini e non, a sentirsi un po’ orfani, non vedendo in via Alto Adige 30 la storica insegna “Paoline LIBRERIA” (libreria chiusa con il 31 dicembre 2019), ma ancor più per l’assenza delle Figlie di San Paolo, suor Agnese e suor Vittoria, passate alla Comunità di Verona.
La libreria sin dal 1947 fu un apprezzato punto di riferimento e di incontro per molti, laici, sacerdoti e religiosi. Le prime suore erano giunte a Bolzano il 6 aprile 1947, provenienti dalla Comunità di Trento delle Figlie di San Paolo, fondata il 12 dicembre 1942. Erano in sette, le prime suore, a fare un lavoro pioneristico: percorrevano l’Alto Adige portando il loro materiale non solo nei centri principali (con le trasferte anche di giorni a Merano, a Bressanone…), ma anche nelle valli, Aurina, Pusteria ecc. Merito dell’attività promozionale nei luoghi turistici va anche a Suor Mariuccia, ancora nel cuore di molti. Mentre si avvicendavano le suore, si stabilivano buoni rapporti tra la piccola comunità, i sacerdoti della diocesi e i responsabili degli uffici diocesani. Pur alle prese con problemi logistici e organizzativi le suore non trascuravano i loro doveri di religiose. Dalla prima libreria in via San Quirino passarono in via Alto Adige, dove ebbero (dopo Corso Libertà e via Macina) anche l’abitazione, con annessa cappella, sorgente spirituale dell’impegno apostolico. Tale impegno aveva come riferimento – oltre all’Apostolo Paolo, il quale ebbe a dire “Guai a me se non annunciassi il Vangelo” – il loro Fondatore, don Giacomo Alberione (1884-1971), il quale raccomandava “Fate a tutti la carità della verità”. è una sorta di “ansia spirituale”, che muoveva le Suore Paoline ad annunciare il Vangelo attraverso i moderni mezzi di comunicazione sociale (stampa, cinema, musica, Internet, Social Network ecc.). La libreria era luogo di vendita, ma anche di incontro, di ascolto, di pace; è anche per questo che la popolazione ne sente molto la mancanza.

Autore: Leone Sticcotti

L’irresistibile immaginario pop dei Morisco

L’attesa per il disco di debutto dei Morisco era notevole. Era da più d’un paio d’anni che tra gli addetti ai lavori se ne parlava, e viste le caratteristiche del duo/gruppo formato dal chitarrista Piergiorgio Veralli e dalla cantante Francesca Russo, era più che giustificata. L’ultimo colpo, in circolazione da qualche settimana, è un gran bel CD che mantiene totalmente le aspettative: si tratta di una delle più belle produzioni discografiche della scena regionale degli ultimi anni, ragionata, equilibrata, dal suono accuratissimo e volutamente studiato a tavolino. Canzoni non scontate, certosini suoni di chitarra e una voce indiscutibilmente notevole.

“Volevamo che ne venisse fuori una cosa molto… bella – ci racconta con orgoglio Veralli –, che potesse anche sorprendere, perché dalle nostre parti, dischi fatti di canzoni pop di questo tipo non è che se ne ascoltano molti. Una cosa che riassumesse tutto il nostro cammino e il nostro amore per la musica. E poi, in un’epoca in cui l’ascolto, la fruizione della musica è così cambiata, ci tenevamo a fare qualcosa che restituisse il rito di poter mettere su un disco ed ascoltarlo dall’inizio alla fine”.
La storia dei Morisco è di lungo corso, il gruppo era già in circolazione a metà anni novanta come quintetto facente capo a Francesca e Piergiorgio, e alcuni dei brani inclusi nel disco risalgono addirittura a quei tempi. L’ultimo colpo è anche disponibile in streaming e download, cose lontane dall’ottica di Veralli, di differente avviso Francesca Russo: “In verità devo dire che trovo affasciante questo mondo in cui mi sono buttata a pesce, occupandomi personalmente della promozione, un mondo che mi permette di fingere di avere un’età diversa da quella che ho, di essere uomo anziché donna. Quando tu ti interfacci col nome Morisco non sai chi c’è dietro e questo mi consente di assumere varie identità e di capire chi è interessato alla musica”.
Il titolo del disco, che deriva da una delle canzoni intitolata Eva canta, viene inteso dai Morisco in vari modi: può trattarsi dell’ultimo colpo in canna, o dell’ultimo colpo in banca, ma anche l’ultima possibilità di dire qualcosa, e quindi di selezionare la quindicina di brani inclusi con accuratezza, per potervi dare il massimo: “Abbiamo messo la summa summarum delle canzoni dei Morisco – prosegue Francesca – canzoni che hanno spiriti diversi, intenzioni differenti, alcune sono introspettive, alcune raccontano microstorie di tre minuti, che è poi la durata tipica delle canzoni pop”.
Il CD è stato registrato un po’ nella cucina di casa Morisco, un po’ presso gli studi Sonorus di Gregor Marini e un po’ nel loft di Benno Simma, alla periferia settentrionale del capoluogo: oltre ai due titolari vi hanno preso parte il batterista Alex Refatti e il producer Gregor Marini che ha suonato un po’ di tutto e contribuito agli arrangiamenti. In tre brani c’è anche Stefano Zulian ed in uno Luca Sticcotti. “Quello che ho raccomandato a Gregor una volta avuto tutto il materiale – racconta Piergiorgio – è che il prodotto finale non doveva suonare come un disco contemporaneo di moda, tantomeno come un disco vecchio. Volevo un disco che suscitasse nell’ascoltatore il quesito: ma questo disco quando è stato registrato? Un disco non databile, insomma”.
“Lavorando sulla promozione in maniera virtuale – prosegue Francesca – abbiamo fatto un gioco basato sull’ascolto con gente di età differente ne sono uscite le risposte più diverse. Nessuno è riuscito a collocarlo perché è un disco appunto non collocabile”.
In realtà parte del merito va anche alla chiarezza di idee che i Morisco avevano già prima di registrare, idee sui suoni, sull’uso degli strumenti: “Nei demo casalinghi c’era già quasi tutto– è sempre Veralli a parlare –, il grande merito di Gregor è stato quello di rispettare l’idea di base dando alle canzoni una veste professionale ed un suono che spacca. Perché lui ha, tra l’altro, la cultura musicale necessaria per portarci al risultato che volevamo raggiungere”.
I brani sono composti prevalentemente dal chitarrista, ma in certi casi a livello di testi ha collaborato anche Francesca, in altri si è limitata a dare indicazioni precise riguardo a quello che avrebbe voluto cantare, Il risultato è una serie di gioiellini autografi, con l’eccezione di tre cover firmate da Edda, frontman dei Ritmo Tribale, dai bresciani Intercity e dall’amico e concittadino Bobby Gualtirolo: ma tutte trattate secondo la cura Morisco.
“Noi siamo degli appassionati di cultura pop che va oltre la musica – conclude Francesca – e raggiunge il mondo del cinema, dei telefilm, delle copertine dei vecchi gialli Mondadori, dei fumetti. Non è un caso che ci siano canzoni dedicate a Marlon Brando, a Diabolik e Eva Kant, a Marlon Brando, a Mefisto (il cattivo delle storie di Tex Willer)… la stessa copertina del disco è opera di uno dei disegnatori di Tex, Stefano Biglia. E proprio questo nostro mondo pop è il fil rouge del disco”.

In foto principale: Francesca Russo, la cantante dei Morisco
Copyright: Edoardo Tomasi

Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo