Knillenberg: il “buen retiro” dopo la guerra contro i Turchi

A causa della sua posizione privilegiata, panoramica e climaticamente mite, nel corso del XVII / XVIII secolo Maia Alta venne scelta dalla nobiltà meranese come luogo ideale per soggiornarvi. Vi sorsero numerose residenze nobiliari: Winkl, Rundegg, Reichenbach, Erlach, Rottenstein e Knillenberg. La storia di quest’ultima, in particolare, parte qualche secolo prima, quando Andrea Knillenberg, eroe della guerra contro i Turchi del 1493, chiese all’imperatore Massimiliano I la concessione per costruire una propria dimora nel meranese.
Egli acquistò nel 1513 un terreno a Maia Alta dagli allora proprietari, i signori di Zekolf, già in possesso di un castello del XIII secolo. La precedente costruzione venne in parte ristrutturata con l’aggiunta di una torre occidentale, mentre il palazzo residenziale venne sviluppato su tre piani sul lato nord ed altre costruzioni di servizio sorsero sul lato sud. Nel 1614 i Knillenberg cedettero il castello ad Hans Eckhard von Rosenberg; il nuovo proprietario vi apportò delle modifiche sostanziali, ponendo mano a forti interventi di trasformazione.
Il castelletto divenne una dimora tardo – rinascimentale, seguendo le nuove esigenze dell’epoca. Per eseguire tale intervento venne chiamato uno degli architetti più brillanti di quel periodo presenti nel territorio tirolese: Francesco Lucchese. Il progettista di origine italiana aveva operato con successo ad Innsbruck, riportando gli echi dell’architettura manierista lombarda e romana nelle vallate alpine. Fra il 1614 ed il 1616 mise mano alla residenza nobiliare, trasformandola in comoda abitazione rinascimentale. 
Mantenendo l’aspetto severo del castello, come avviene in quasi tutti i manieri dell’ Alto Adige, lo trasformò in una maestosa architettura adorna di lesene, losanghe, timpani, frontoni e quant’altro. I torrioni medievali vennero trasfigurati in splendidi elementi verticali a base quadrata sui quali venirono a dipanarsi, su più livelli, tutti i linguaggi architettonici del mondo classico. La torre principale venne fatta culminare con una lanterna a base ottagonale sovrastata da una base quadrangolare. 
A detti interventi ne seguiranno altri, apportati dagli altri proprietari che si sono succeduti.
Nella metà del ‘700 i Knillenberg tornarono proprietari della nobile residenza e nel 1776 il pittore Josef Wengenmayr adornò le sale degli interni con scene di gusto settecentesco. Lo stesso artista decorò la cappella ricavata sul torrione del lato sinistro. Nel 1960 il barone Kripp provvederà quindi al restauro dell’intero ciclo di affreschi.

Autore: Flavio Schimenti

La povertà mestruale è una realtà

Proprio un mese fa, sulle colonne di questo giornale, era stato trattato il tema della “povertà mestruale” parlando con la confondatrice dell’Infocafè femminista Merano, Julia Dalsant a proposito della campagna per la raccolta di prodotti per il ciclo per chi non può permetterselo. L’iniziativa prosegue con successo ormai in tutta la provincia, e nel frattempo le stesse attiviste hanno pensato di rendere noti i risultati di un sondaggio lanciato nelle scuole: le mestruazioni sono ancora un problema per le ragazze.  

All’inizio di quest’anno la Consulta provinciale degli studenti e delle studentesse, insieme al Feministisches Infocafè femminista Merano, ha lanciato un sondaggio sul tema “Prodotti mestruali gratuiti nelle scuole dell’Alto Adige”. L’obiettivo era scoprire in che misura le studentesse altoatesine sono colpite dalla cosiddetta “povertà mestruale”. Questo termine vuole indicare la difficoltà di tutte quelle persone che per motivi economici non riescono a comprare prodotti mestruali come assorbenti igienici o prodotti per l’igiene intima. 
A questo scopo è stato inviato un questionario a tutte le direzioni scolastiche delle scuole medie, superiori e professionali della provincia e a tutti gli studenti e studentesse della Libera Università di Bolzano; amaro il risultato: la povertà mestruale colpisce le studentesse e può incidere sulla loro assenza dalle lezioni se non dispongono di sufficienti prodotti per il ciclo. 

Quasi seimila partecipanti

Ha partecipato all’indagine un totale di 5.895 studenti e studentesse delle scuole secondarie superiori e professionali dei tre i gruppi linguistici. 5.090 partecipanti hanno indicato un uso regolare di prodotti mestruali. Alla domanda: “L’acquisto di prodotti mestruali rappresenta un problema economico per te e/o la tua famiglia?” il 5 per cento ha risposto molto e il 7,1 per cento abbastanza. Quindi, secondo l’indagine, una ragazza su otto è colpita dalla povertà mestruale. Il 14,8 per cento ha anche indicato di essere stata già assente da scuola, almeno una volta, perché non aveva o non aveva sufficienti prodotti mestruali. Si tratta di una studentessa su sette. Complessivamente il 91,5 per cento ha indicato utile mettere a disposizione prodotti mestruali gratuiti a scuola (il 64,5 per cento ha indicato “molto utile”, il 26,7 per cento “abbastanza utile”).

Anche gli insegnanti sono d’accordo

Anche gli insegnanti delle scuole medie e superiori hanno ricevuto un questionario che chiedeva loro di valutare l’utilità dei prodotti mestruali gratuiti per le loro studentesse. All’indagine hanno partecipato 931 insegnanti. La maggioranza ha valutato la proposta come “molto opportuna” (43,9 per cento) o “abbastanza opportuna” (34,8 per cento). Inoltre, alcune delle intervistate hanno dichiarato che è molto importante, soprattutto per le studentesse più giovani, trovare questi prodotti a scuola perché non hanno ancora un ciclo regolare e sono spesso colte di sorpresa dalle perdite. 

Poca differenza tra università e superiori

I risultati delle studentesse dell’Università di Bolzano hanno mostrato un quadro simile. 646 delle 754 intervistate hanno riferito un uso regolare di prodotti mestruali. Alla domanda “L’acquisto di prodotti mestruali rappresenta un problema economico per te?”, il 4,5 per cento ha risposto “molto” e il 15,8 per cento ha risposto “abbastanza”. Complessivamente l’87,4 per cento hanno risposto che sarebbe utile se fossero disponibili prodotti gratuiti all’università (53,7 per cento “molto utile” e 33,7 per cento “abbastanza utile”). Il sondaggio ha identificato anche quali prodotti vengono usati preferibilmente. Nelle scuole superiori e nelle università i più usati sono gli assorbenti esterni e gli assorbenti interni usa e getta. 

La richiesta al mondo della politica

“Sulla base dei risultati dell’indagine il Feministisches Infocafè femminista di Merano, la Consulta Provinciale degli studenti e delle studentesse e il Comitato pari opportunità della Libera università di Bolzano – spiegano le autrici dell’indagine – invitano la Giunta provinciale ad affrontare in modo approfondito questo tema e ad adottare misure incisive per combattere la povertà mestruale presente in Alto Adige. Chiediamo alle direzioni didattiche di affrontare questa tematica e di sostenere i progetti che facilitino l’accesso ai prodotti mestruali per le studentesse. Chiediamo che l’argomento sia sempre più incluso nei progetti di educazione sessuale e che si faccia più lavoro di sensibilizzazione”.

Autore: Luca Masiello

 

L’amore per la cultura e l’artista “sospeso”

Mi chiamo Rolando Biscuola, abito a Merano. Vivo di musica, sono chitarrista, cantante, compositore. Come tanti miei colleghi artisti, anch’io ho subìto danni economici a causa della pandemia. Vorrei però segnalarvi questa interessante e bellissima iniziativa, che mi ha risollevato il morale dandomi fiducia per il futuro.
Sono stato contattato da un signore di Bolzano, a cui sta a cuore la cultura e l’arte in generale, che mi ha proposto di svolgere per lui un progetto artistico. A seguire ecco in sintesi il suo concetto.

“Pensando alla situazione di stallo in cui versa la cultura a causa della pandemia,  considerando anche il fatto che è da più di un anno che non spendo denaro per cinema,  teatro o concerti (che comunque avrei frequentato), ho pensato di incaricare un artista locale (musicista, attore, scrittore) a realizzare per me un progetto artistico o culturale in forma privata. Per questo progetto ho un mio budget personale di 1.000 Euro, che pagherò anticipatamente, visto che la mia intenzione è contribuire concretamente a risollevare la cultura, prefinanziando da subito  un artista in difficoltà economica a causa della pandemia. La realizzazione avverrà in località da definire, probabilmente quest’estate, o comunque appena possibile, a seconda delle normative anticovid che entreranno in vigore e nel pieno rispetto di quest’ultime. Nello spirito della mia iniziativa, l’artista dovrebbe svolgere un lavoro (anche piccolo, ad esempio se si tratta di un musicista, almeno un brano composto per l’occasione, non un intero concerto…) ad hoc per questa occasione. In pratica vorrei avere il privilegio della prima rappresentazione di questo prodotto artistico, del quale ovviamente l’autore rimane in ogni caso il proprietario e di cui disporrà in futuro come meglio crede.”

Spero che la situazione migliori e che questo atto di generosità e amore per l’arte possa innescare un meccanismo virtuoso, in modo che altri “Mecenati” locali, persone sensibili e generose, aiutino  persone artisti che oggi si trovano in difficoltà. Credo che questo significherebbe promuovere concretamente l’arte, in quanto convinto che la cultura sia un elemento essenziale e vitale per la nostra società.

1759: la nascita di Palazzo Pock in piazza della Mostra

Nel 1759 sull’area di piazza della Mostra dove prima sorgeva il complesso architettonico dei conti Liechtenstein, ormai ridotto in rudere, Franz Anton Pock decide di costruire un nuovo manufatto. L’intuizione sarà geniale ed innovativa. 
A Bolzano erano innumerevoli gli alberghi presenti,  sorti sin dall’epoca medievale per fornire servizi a vari livelli, in primo luogo a commercianti, forestieri ed avventori di passaggio che giungevano in città. 
Pock decide di alzare il livello dell’offerta: la nuova costruzione doveva poter offrire tutti i comfort e i pregi di una residenza nobiliare di quell’epoca a nobili, ricchi commercianti, cardinali ecc.  
Il progetto venne affidato all’architetto Christian Aigentler, il quale sviluppò una pianta ad L sul sedime del precedente edificio. La facciata esterna è ridondante con tutti gli stilemi dell’architettura rococò, nei quali stucchi, intonaci, portali e ferri battuti si intrecciano con i motivi del rochei e foglie di acanto. 
La sfarzosità dell’edificio ben si confaceva con le nobili residenze adiacenti di palazzo Menz e Campofranco. La nuova struttura alberghiera registrò ben presto la presenza di ospiti illustri. Fra questi,  l’arciduca Giuseppe d’ Austria nel 1765, papa Pio VI nel 1782, Johann Wolfgang Goethe nel 1786, Johann Gottlieb Herder nel 1788 e l’imperatore Francesco I nel 1822. Denominato inizialmente “zum blauen Bock”, dopo la visita imperiale a partire dal 1830 l’albergo venne ribattezzato “zum Kaiserkrone”(alla corona imperiale). Nel 1804 venne dipinta la volta dell’atrio di ingresso, nel 1805 l’edificio venne arricchito, nel giardino interno, con il teatro opera dell’architetto roveretano Andrea Caminada. Il teatro, il primo della città, della capienza di 800 posti, restò in funzione fino al 1905, sostituito dal nuovo Teatro Civico. La parte sul lato sud, in via della Posta, verrà modificata  con la realizzazione dell’edificio della Rinascente (poi Upim) nel 1928, ad opera degli architetti Amonn e Fingerle, dove verranno ricavati anche gli spazi per ospitare il famoso “Cinema Centrale”. 
Palazzo Pock costituisce il prototipo degli alberghi di lusso che verranno realizzati a Bolzano nel corso dell‘800 e del ‘900.

Autore: Flavio Schimenti

Il verde urbano: un investimento sul futuro

Siamo abituati a pensare il capoluogo come una città piena di prati e alberi, ma in realtà la percentuale di verde pubblico a Bolzano è inferiore alla media prescritta a livello nazionale ed europeo. Anche per far fronte ai cambiamenti climatici la città nel prossimo futuro dovrà operare un importante riequilibrio in questo senso. Insendo il verde pubblico come priorità nello sviluppo urbanistico, mettendo in dialogo con la città il verde agricolo, valorizzando i corsi d’acqua riportando anche alla luce le rogge e i ruscelli che nei decenni sono stati “nascosti” nel sottosuolo. 

In questi ultimi tempi il tema del verde pubblico è tornato in primo piano per due motivi fondamentali. 
Il primo è legato all’emergenza pandemica nel corso della quale tutti ci siamo ritrovati in coda nello svolgimento della nostra attività motoria, per forza di cose confinata in città. Ciò ha reso davvero evidente la “non abbondanza” del verde comune. 
In secondo luogo il desiderio di camminare, correre e muoversi in bicicletta ha rinfocolato le tensioni esistenti da tempo con alcuni contadini del capoluogo, che hanno deciso di limitare l’accesso alle strade che insistono sui loro terreni agricoli, utilizzando sbarre e cancelli. 
Per fare il punto della situazione abbiamo dunque deciso di incontrare l’assessora al verde pubblico
e alla cultura del Comune di Bolzano Chiara Rabini, una new entry del 2020 nella giunta del capoluogo.

L’INTERVISTA

Assessora Rabini, sappiamo che i cittadini manifestano una grande attenzione e sensibilità se viene tolto loro il parcheggio sotto casa. La stessa cosa avviene se invece ad essere sottratti sono gli alberi, le panchine, gli spicchi di prato, i giochi per i bambini?
Quella relativa al verde urbano penso sia una sensibilità che stia pian piano crescendo. Penso all’emergenza climatica che stiamo toccando con mano e alle recenti manifestazioni dei giovani per strada. Ma anche la fase del Covid ci ha dimostrato chiaramente l’importanza di uscire di casa e fare delle passeggiate in mezzo al verde, invece che sull’asfalto. 

Cosa ci dicono i dati sul verde in città? Sappiamo che sulla superficie del Comune ci sono anche boschi e verde agricolo…
Sì. In città abbiamo 22 chilometri quadrati di superifice boschiva e 14 kmq di agroproduttivo. Poi c’è il verde privato, ma in definitiva nel territorio del capoluogo abbiamo una quantità di verde pubblico inferiore allo standard richiesto dal punto di vista normativo. In questa fase stiamo cercando di capire qual è il gap che esiste per poter poi intervenire di conseguenza.

Questa notizia è una sorpresa. Ci sentiamo residenti in una città piena di verde, ma in realtà non è così… 
Esatto. Questo deve portarci ad un chiaro e coraggioso cambio di paradigma. Dovremo tenerne conto in ogni nuovo progetto urbanistico per la città ed anche in quelli già in essere, come l’areale e la zona della stazione dove è stata distrutta una buona metà del parco. In futuro si dovrà proprio partire dal verde nei progetti urbanistici,  non fare viceversa com’è stato finora. Il verde pubblico come sappiamo è fondamentale per i cittadini anche come luogo d’incontro, oltre che come tutela del clima e della biodiversità. Si tratta di un importante bene comune e se davvero pensiamo di voler vivere in una città verde questa diventa anche una questione identitaria per il capoluogo e per tutti noi.

L’attuale periodo sembra avere le caratteristiche ideali per un rilancio del verde: noi tutti durante la pandemia abbiamo riscoperto l’importanza delle passeggiate e dell’attività motoria. Ed è indubbio che quando eravamo per forza relegati in città camminare in mezzo al verde era senz’altro molto più piacevole che in mezzo al cemento. Solo che poi se ci ritroviamo “in coda” sulle passeggiate allora di fatto cresce la consapevolezza del fatto che il verde non è poi così esteso, a Bolzano. Per non parlare del fatto che poi – visti gli esercizi chiusi – non sapevamo nemmeno dove andare al gabinetto, in caso di necessità.
Le restrizioni ci hanno fatto toccare con mano un problema che vivono sempre in realtà anche gli anziani che non hanno l’auto e quindi non si muovono dalla città nel fine settimana. Ma si tratta di una situazione di cui sono a conoscenza anche coloro che portano giornalmente fuori il loro cane. 

Sappiamo che in corso di elaborazione un vero e proprio Piano del Verde. Di cosa si tratta?
Stiamo lavorando sul piano di sviluppo comunale, che riguarda la strategia per i prossimi dieci anni. Il piano territorio e paesaggio è costituito da tre distinti piani: verde, urbanistico e mobilità. L’idea è quella di prevedere una cintura verde intorno alla città e di concepire dei parchi agricoli con servizi alla cittadinanza, per promuovere uno scambio attivo tra chi gestisce i terreni agricoli e i residenti. Il tutto secondo un principio di reciproco vantaggio.

Quest’ultimo è un aspetto molto importante. In merito al rapporto tra la città e gli agricoltori ci sono attualmente una serie di criticità, evidenziate in maniera chiara dalle sbarre e dai cancelli che recentemente hanno ristretto l’accesso ai diverse strade private che si trovano in zone agricole nei pressi dell’ospedale e luoghi di cura, prima molto utilizzate dai residenti. Anche se in realtà ci sono anche esempi opposti, rappresentati da contadini che invece aprono realizzando dei punti vendita di prodotti proprio nei pressi dei loro terreni agricoli. 
In tutta Europa l’attenzione sul verde nelle città diventa sempre più importante e quindi va trovato un nuovo equilibrio. Non si tratta di espansione urbanistica ma di ripensare i terreni agricoli in una funzione di servizio nei confronti della città. Gli spazi agricoli si trovano nella città e quindi la cosa più logica è che si integrino con essa, entrando in dialogo. 

Nel mondo del contadini della conca in qualche modo si stanno sviluppando le premesse per questa nuova sensibilità? Si tratta di un passaggio fondamentale, anche per evitare contrapposizioni che sarebbero dannose per tutti.
Io lo auspico. E confido molto in una pressione in questo senso da parte delle generazioni più giovani. Personalmente mi sto muovendo molto per osservare quanto sta avvenendo in Europa nell’ambito della rete delle “città verdi” che ci indicano buone pratiche in questo senso, da tenere in considerazione soprattutto nell’ottica dello sviluppo futuro del nostro territorio urbano. 

Esiste anche il problema del cambiamento climatico. Una buona parte del verde in città si trova ora in sofferenza, essendo stato concepito in epoche passate molto diverse, con più precipitazioni e temperature non così elevate. 
E’ stata effettuata un’analisi delle isole di calore e recentemente è stato realizzato uno studio assieme all’Eurac. In zona industriale lavoreremo tantissimo sul rinvenimento, alberature resistenti e sul progetto dei “tetti verdi”.

I parchi del capoluogo sono anche un interessante laboratorio di convivenza tra bambini, anziani, sportivi, giovani, conduttori di cani. Ognuno con le sue specifiche esigenze. 
Sì, certo. Per questo abbiamo avviato un confronto con le circoscrizioni e diversi interlocutori che rappresentano le categorie interessate. Invito tutti gli interessati a fare proposte. Entro agosto porteremo avanti questo processo partecipato, dopo di che saranno le commissioni e il consiglio ad occuparsene, in municipio. L’intenzione è quella che entro il 2021 il piano del verde possa essere definitivamente approvato, per poterlo mettere finalmente in pratica.

Autore: Luca Sticcotti

La chiesa di San Giovanni in Villa

Tra i “fiori all’occhiello” di Bolzano, in fatto di arte e storia, se va menzionato tra i primi il duomo, va considerata anche una chiesa minore, quella di S. Giovanni in Villa, in tedesco St. Johann im Dorf; si tratta dell’antico nucleo di Villa-Dorf. La chiesa, che si trova in vicolo San Giovanni, raggiungibile da via Cavour, all’altezza del civico 9, fu menzionata già nel 1180, all’interno della “Bozner Chronik”, in occasione della sua consacrazione da parte del vescovo Salomone (vescovo di Trento dal 1173 al 1183); va ricordato che fino al 1964 Bolzano fece parte della diocesi di Trento. Tale vescovo nella sua trasferta del maggio 1180 consacrò varie chiese di Bolzano e dintorni. La menzione della chiesa è attestata dalla targa bilingue, a firma “Heimatschutz-Verein Bozen”, che si trova sul muro della chiesa. La chiesa di S. Giovanni in Villa, più antica del duomo,  ebbe la funzione di centro della comunità cristiana fino alla costruzione (1184) del duomo, ora concattedrale della diocesi di Bolzano-Bressanone. La chiesa di S. Giovanni in Villa, di origini romaniche, fu ricostruita in forme romanico-gotiche al principio del ‘300, con l’inserimento della volta a botte e l’innalzamento della torre campanaria. La chiesa conserva affreschi eseguiti nel corso del Trecento da artisti locali, con fusione di tradizione nordica e influssi giotteschi. Si tratta di due strati sovrapposti di affreschi, che furono oggetto di restauro, ultimato nel 1984. Il primo strato, risalente agli anni 1330-1340, è opera di un maestro di origine tedesca, il cosiddetto  Maestro del coro di San Giovanni Battista; il secondo ciclo di affreschi, commissionato da Boccione de’ Rossi, avente per oggetto Storie dell’Evangelista e del Battista,  sono opera (1365) degli artisti, chiamati Primo e Secondo Maestro di San Giovanni in Villa, fortemente influenzati dall’opera del pittore padovano Guariento di Arpo, di educazione giottesca, attivo negli anni dal 1338 al 1368.

Autore: Leone Sticcotti

I sogni coerenti di Davide Marciano

Lo scorso 30 aprile il cantautore bolzanino Davide Marciano ha dato alle stampe un EP intitolato Sogno in cui sono raccolte le sue ultime fatiche oltre ad un paio di notevoli brani che erano stati già pubblicati online in altra veste nel 2017 e nel 2018. 

Si è perso il conto degli anni da quando Davide Marciano ha cominciato a calcare i palchi musicali come cantautore, un cantautore fortemente ispirato dalla scena italiana di fine anni settanta, eppure in tutti questi anni la sua musica, pur acquistando ovviamente in maturità, non ha perso una virgola della freschezza di quando era teenager né di quando da un momento all’altro si trovò a bordo del carrozzone della Liederszene scoprendo che le sue canzoni in italiano (l’hit dell’epoca era Ma dove sono andate le ragazze pazze) piacevano e non poco anche al pubblico di madrelingua tedesca.
Nel corso degli anni Marciano ha diradato le apparizioni in pubblico, come capita a molti che mettono su famiglia, ma non ha certo smesso di scrivere canzoni, anzi, negli ultimi anni tramite le piattaforme musicali ha messo in giro diverse nuove composizioni e lo scorso 30 aprile ha dato alle stampe un EP intitolato Sogno in cui sono raccolte le sue ultime fatiche oltre ad un paio di notevoli brani che erano già stati pubblicati on line (ma in altra veste) nel 2017 e nel 2018.
“Quando nel 2017 ho pubblicato in rete il brano La coerenza – ci racconta Davide – è stato molto importante, ero reduce da un momento in cui, per un attimo, la mia vita si era fermata e quando è ripartita in piena normalità ho sentito l’esigenza di riprendere le redini della mia attività di cantautore. Negli ultimi anni avevo sempre fatto le cose in autonomia, lavorando nel mio studio casalingo, ma per quel brano sentivo il bisogno di affidarmi ad un produttore e questo mi ha portato a contattare Lorenzo Sebastiani (produttore che ha lavorato con Celentano, Pavarotti, Jovanotti, n.d.r.)”.
Dall’incontro con Sebastiani è nata una collaborazione proficua: Davide Marciano e il produttore romagnolo hanno cominciato a lavorare a nuove cose e anche a mettere mano su canzoni precedenti, come la splendida Il paese dei pagliacci, che era già uscita come singolo su Spotify ma che nella nuova veste, con la chitarra solista di Andrea Morelli (dal curriculum altisonante quanto quello di Sebastiani), si guadagna a pieno merito l’onore di essere il brano d’apertura dell’EP.
“Fino ad ora – prosegue il cantautore – per quanto riguarda la distribuzione mi ero affidato alla musica virtuale, ma ora ho voluto farne anche una versione solida, forse anche come segnale visto il momento particolare: ci tenevo a fare qualcosa di tangibile, qualcosa da poter toccare con mano e poter anche donare con mano. Ed è solo l’inizio, la pandemia ci ha rallentati è vero, ma oltre alle canzoni nuove, come quella che intitola il disco e che è stata scelta per il mio primo video, con Sebastiani sto lavorando anche a qualche vecchia canzone, mantenendo i concetti e i contenuti ma magari rivedendo i testi dal punto di vista lessicale”.
La grafica del disco, assai indovinata, è opera di Thomas, figlio di Marciano, regista di professione e autore del bel video realizzato per il lancio di Sogno, brano dall’arrangiamento fresco, estivo, che con un pizzico di fortuna e grazie alla decisione di pubblicarne anche una versione editata per le stazioni radio potrebbe ambire a divenire un hit intelligente.
“Le mie canzoni – racconta Marciano – nascono nella mia testa e suonano già come vorrei che fossero, poi Lorenzo ci mette del suo essendo un polistrumentista capace. Riguardo al video mi preme dire che sono molto soddisfatto, oltre che orgoglioso di essere il padre del regista… senza dimenticare Gabriele Mazzoni, che è l’attore principale del video e che lavora da anni con Thomas. Ma alla realizzazione hanno partecipato altre persone che voglio ringraziare: Giordano Di Stasio responsabile della fotografia e Luciano Tatalo, che recita una piccolissima parte”.
Il sogno più urgente di Davide Marciano, come per molti altri, è al momento di poter tornare ad un po’ di normalità, ma ovviamente, a ruota, viene il sogno di tornare a suonare dal vivo, magari col la formazione con cui si esibito l’ultima volta, nel settembre 2020 a Bressanone, accompagnato da due componenti storici delle sue band, il bassista Marco Perrone e Massimo Marabese, che faceva parte addirittura della primissima formazione e ora suona il cajòn. 
Il disco, oltre che sulle piattaforme digitali è distribuito nei negozi cittadini.

Autore: Paolo Crazy carnevale

Bob Marling

Storie dal Multiverso

Esistono infiniti universi paralleli dove le cose non sono del tutto come noi le conosciamo.

Sono passati quarant’anni dalla morte del re della Volkmusik Bob Marling. Nato da padre italiano e da madre di Termeno, Robert è stato Cantautore, schuhplattler e attivista. Ha contribuito, col suo gruppo “Bob Marling & The Walschen” a diffondere la cultura sudtirolese, lo stile e la musica Volk al di fuori dello stesso Südtirol con brani che vanno da No Roma, no Rai a Tramin’, passando per Tirol Unite.

Autore: Roberto Tubaro