Quale normalità?

L’interrogativo è tutt’altro che filosofico. Negli ultimi giorni tutti noi, a un anno dall’inizio della pandemia, abbiamo cominciato a chiederci in cosa consista ormai la consuetudine. Il concetto di normalità, di solito, ha una doppia accezione. Da un certo punto di vista ci conforta come un mantello protettivo, ma da un altro la normalità la rifuggiamo per la noia che spesso la accompagna. Ma in quest’ultima fase della nostra vita i parametri di riferimento sono così cambiati che siamo stati costretti a riformulare i nostri riferimenti. Cos’è normalità? Il ritorno di una crisi di governo dopo la media consolidata di un anno e mezzo? Il reincarico allo stesso presidente del Consiglio? I dati pressoché costanti dei contagi da Coronavirus? L’impossibilità di utilizzare il nostro amato linguaggio non verbale a causa della mascherina? L’incertezza ormai “normale” di non sapere quando tutto questo finirà e — soprattutto — se si tratterà di una fine “definitiva”?
Una cosa possiamo senz’altro affermarla: a essere diventata davvero normale (ovvero stabile e costante) è solo l’incertezza. Con essa abbiamo dovuto per forza imparare a convivere.
C’è chi ci riesce meglio e chi peggio. A questo proposito, nei giorni scorsi ha suscitato in me particolare inquietudine l’allarme lanciato dal primario di geriatria a Merano. Il dottor Christian Wenter ha parlato degli anziani come di una generazione traumatizzata e in larga parte chiusa in casa da quasi un anno. Diversi studi hanno recentemente indicato la solitudine come un importante fattore di rischio per l’insorgenza di molte malattie.
Insomma: gli anziani sono vittime doppiamente designate. Com’è noto, sono infatti protagonisti della maggior parte dei decessi e coloro che riescono a sopravvivere — è proprio il caso di dirlo — soffrono di una solitudine che non fa solo male allo spirito ma anche al corpo. Per questo è importante che tutti noi ci prendiamo a cuore gli anziani. Spesso una telefonata, un sorriso e due chiacchiere da un balcone all’altro, così come un aiuto per la spesa, possono contribuire a salvare una vita.
Pensiamoci tutti e diamoci da fare.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Le due ragazze che scavalcarono il muro del lager

“Non sono i fatti che contano nella vita, ma ciò che grazie ai fatti si diventa”. Lo scrisse Etty Hillesum durante la seconda guerra mondiale. In questi giorni dedicati alla “memoria” ricordiamo due donne, Ernesta Sonego e Albertina Brogliati, che in quegli stessi giorni trovarono il coraggio per diventare persone libere.

“Non so come, riuscimmo a scavalcare il muro… La terra era coperta di neve e quindi morbida. Molto probabilmente i militari di guardia, per la fretta di avere la libera uscita, avevano lasciato la garrita dieci minuti prima. Alle 18 ci sarebbe stato l’appello e quindi sarebbe stata scoperta la fuga. Sarebbero stati sciolti i cani (detti ‘lupi siberiani’) e mandati al nostro inseguimento. Sempre di corsa, curve per non essere viste da lontano, percorremmo tutto il tombino fino alle rotaie della ferrovia”. Ernesta (cha racconta) e Albertina fuggirono così dal sottocampo meranese del lager di Bolzano attorno al Natale del 1944.
Oggi di quel campo rimane solo un frammento del muro di cinta. Posto sotto tutela come “luogo della memoria”, il Comune nel gennaio 2010 vi ha fatto affiggere una lapide la cui iscrizione dice tutto: della tragedia, del coraggio, della solidarietà e del dovere della memoria.
“Sorgeva in questo luogo la caserma per la Guardia alla Frontiera che durante la seconda guerra mondiale fu trasformata in campo di concentramento. Allestito come sottocampo del lager di Bolzano – inizialmente presso la vicina caserma Rossi – fu attivo dall’ottobre 1944 all’aprile 1945. Vi furono rinchiusi per motivi politici, bellici e razziali e costretti a lavori forzati donne e uomini di lingua e religioni diverse. Intorno a Natale 1944 due ragazze internate riuscirono a fuggire dal campo scavalcando questo muro. Si salvarono grazie all’aiuto di alcuni cittadini e cittadine meranesi. Il Comune di Merano intende mantenere intatta la memoria di questo luogo di sofferenza”.

Foto: Albertina Brogliati a sinistra e Ernesta Sonego sulla destra

Autore: Paolo Bill Valente

La generosità del volontariato

Classe 1983, Luca Le Pera ha festeggiato nel 2020 il suo diciottesimo anno come volontario al Centro Giovani Strike Up. Ogni giorno dal lontano 2002 lavora a titolo gratuito presso il centro e si occupa di tantissime cose: accompagna i ragazzi nelle attività ludiche, aiuta gli educatori nella piccola manutenzione del centro, si mette a disposizione dei ragazzi ed insegna loro il gioco del biliardo e del calcetto. Nel corso del tempo è diventato una presenza costante, affidabile, generosa e sempre sorridente. Un aiuto insostituibile per tutti gli educatori. 

La cosa che mi piace di me stesso.

Riuscire a vedere le altre persone felici 

Il mio principale difetto.

Essere troppo buono.

La persona che ammiro…

Un mio grande amico, che frequento da oltre vent’anni.

L’occupazione preferita.

Fare il volontario al centro giovani Strike Up.

Il paese dove vorrei vivere.

A New York.

Il mio piatto preferito.

La pizza.

Non sopporto.

Tutte quelle persone invidiose e gelose.

Per un giorno vorrei essere.

Un supereroe.

La mia paura maggiore.

Perdere gli amici. 

Nel mio frigo non manca.

La birra.

Se fossi un animale sarei…

Un uccello per volare e guardare il mondo dall’alto.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Diventare pompiere.

Il giocattolo che ho amato di più.

Il Lego. 

La qualità che preferisco in una donna…

La semplicità.

…e in un uomo.

La semplicità e la diplomazia.

Dico bugie solo…

Ne ho dette tante in passato, ora molto meno.

Dove mi vedo fra dieci anni.

Qui, esattamente dove mi trovo adesso.

Il colore che preferisco.

Il giallo. 

L’ultima volta che ho perso la calma.

Raramente perdo la calma, sono una persona pacifica.

Da bambino sognavo…

Sognavo la felicità delle persone che mi circondavano.

Un sogno nel cassetto ancora da realizzare.

Trovare la donna della vita…

Autore: Francesca Morrone

Più spazio per le bici

La promozione della mobilità ciclabile come alternativa all’auto comprende una rete di piste ciclabili e parcheggi sicuri per le bici, che devono soddisfare numerosi criteri e sono purtroppo spesso trascurati nella pianificazione della mobilità ciclabile. Appena le temperature permetteranno di eseguire i necessari scavi e di predisporre i basamenti in cemento, verranno installate in città 366 nuove rastrelliere. L’unità speciale Mobilità ha scelto le cosiddette “rastrelliere da appoggio”, che si integrano bene nel contesto urbano e svolgono tutte le funzioni necessarie. Con una distanza di un metro e 20 tra una e l’altra, si possono parcheggiare due biciclette per ogni rastrelliera. Porta-biciclette simili sono già stati installati presso la stazione di Maia Bassa, Piazza Fontana e Piazza Parrocchia a Maia Bassa. In una prima fase i parcheggi saranno allestiti in centro: nel cortile interno del municipio, in via Galilei (davanti all’anagrafe), in piazza della Rena, presso il Ponte della Posta, alle Terme, in piazza Duomo, in via Carducci e in corso Libertà (nei pressi dello Stadt Centrum). Questi siti sono stati scelti perché vicini alle zone pedonali, in modo che l’utente possa poi proseguire a piedi.

Tra signorie e ribellioni

TE RICORDET… LAIVES
scritta da Reinhard Christanell
www.tericordetlaives.com

Terminati i secoli bui delle invasioni di popoli germanici – tra cui quella bavarica di origine boema che ha poi messo radici nelle nostre valli – seguiti alla storica presenza retica nelle regioni alpine (e a Laives in particolare) e a 500 anni di dominio romano, attorno all’anno 1000 si aprì una nuova era per il nostro territorio. Un equilibrio politico-amministrativo laico-clericale traghettò la società dal primo medioevo fino alle soglie dell’epoca industriale. Il potere europeo, per quanto ci riguarda, era concentrato in terre d’Oltralpe: dove veniva eletto l’imperatore del Sacro Romano Impero della Nazione Germanica poi incoronato dal Papa a Roma.
Proprio uno di questi, Corrado II, incise in modo determinante sulle vicende locali, affidando, al suo rientro da Roma nel 1027, le contee di Trento, Venosta e Bolzano al Vescovo di Trento. Ovviamente l’enorme potere temporale costrinse i vescovi a organizzare il territorio loro assegnato: sia per controllare le importanti vie di transito, sia per riscuotere le ricche prebende in beni o denaro loro spettanti.
Vennero costruiti molti castelli, attorno ai quali si svilupparono villaggi e cittadine. Avevano il duplice compito di “vedette” e di raccogliere al riparo delle mura l’apparato amministrativo-giudiziario necessario a esercitare il dominio. I signori-affidatari di questi castelli vescovili venivano chiamati ministeriali, nel senso che prestavano un ministero al Vescovo. Certo con il passare dei secoli divennero essi stessi molto potenti e non di rado entrarono in conflitto con il loro “padrone”.
A Laives, come sappiamo, il castello (di cui poco o nulla rimane) sul Peterköfele fu eretto nel XII secolo su una “pietra chiara”, lichten Stein, alla luce del sole verrebbe da dire, ben visibile da vicino e lontano. Certo il luogo era stato occupato anche in precedenza – soprattutto per pratiche di culto. Ma a partire da quel periodo divenne – accanto al castrum inferius (Pfleg) – il centro del potere locale e tale rimase per secoli: anche dopo la sua distruzione ad opera di Mainardo II che in poco tempo “acquistò” gran parte del territorio altoatesino: pratica peraltro diffuse anche ai nostri tempi.
Dunque fu il castello, che aveva preso il nome dal luogo, (secondo lo storico Stolz uno dei primi “documentati” di Laives) ad attribuire il nome alla casata – e non viceversa. Quest’ultima era di origini sconosciute. Il castello viene nominato per la prima volta in un documento del 18 aprile 1189 come castrum de Liehtenstaine. Il Codex Wangianus conserva l’atto notarile con cui il vescovo Corrado attribuisce ad “Adeleitam de Castelruto” (una donna!), a suo figlio “Henricum” e a suo marito (probabilmente di secondo letto) Otto di Weineck soltanto la guardia e custodia “castri de Liehthenstaine”. Il castello rimase dunque proprietà vescovile: e forse proprio questo spiega la furia del conte del Tirolo che lo distrusse.

Foto: David Kruk

Autore: Reinhard Christanell

“LuceMia” in ospedale, per i bambini

Durante i giorni che hanno preceduto il Natale, nonostante il particolare periodo e le difficoltà della pandemia, l’associazione LuceMia è riuscita a portare qualche momento di gioia e illuminare gli occhi dei bambini ricoverati nel reparto di Pediatria di Bolzano.
“Vedere brillare gli occhi di un bambino, poter vivere la loro gioia innocente è ciò che ci spinge a superare ogni ostacolo per portare un sorriso a questi piccoli combattenti” ci racconta Luca Randi, presidente dell’associazione “LuceMia – Il sorriso di Laura Randi”. Vogliamo raggiungere tutti i bambini che da un letto di casa, di un ospedale o addirittura da una incubatrice lottano contro una “malattia”, che giorno dopo giorno spegne quel sorriso che ognuno di loro dovrebbe poter sempre donare al proprio famigliare. E cosa accende il sorriso di un bambino se non un gioco?

Qualche settimana prima di Natale, ha preso il via il Tour natalizio di LuceMia regalando i primi sorrisi ai bambini del Servizio Territoriale delle Cure palliative pediatriche e del Day Hospital Oncologico Pediatrico del Comprensorio sanitario di Bolzano.

Il viaggio quest’anno non si è fermato in Alto Adige, ma ha toccato anche diverse realtà ospedaliere come il Day Hospital Oncologico di Trento, il reparto Onco-Ematologico dell’Ospedale di Padova, quello di Pescara, fino ad arrivare in Sardegna al Microcitemico di Cagliari. A Natale sono stati distribuiti peluche della Disney nei reparti di Terapia Intensiva Neonatale e di Ematologia dell’Ospedale provinciale di Bolzano, purtroppo senza il tradizionale accompagnamento canoro di Nancy, Tiziana e dei chitarristi Luca e Gabriele a causa delle restrizioni Covid. Ultima tappa di questo viaggio è stato il reparto di Pediatria dell’Ospedale con un carico di doni da distribuire ai bambini che purtroppo erano ricoverati durante le feste natalizie.

Foto: Foto di gruppo nel reparto di Neonatologia e Terapia Intensiva

Un anno per celebrare il sommo poeta

Ricorre quest’anno il settecentesimo anniversario della morte di Dante e il Comitato altoatesino della Società Dante Alighieri intende rendere omaggio al grande poeta per tutto il corso dell’anno organizzando una serie di eventi e manifestazioni celebrative, in collaborazione con l’Ufficio Cultura in lingua Italiana della Provincia, come già avvenuto nel 2019 per Leonardo e nel 2020 per Raffaello, e con il patrocinio e il sostegno del Comitato Nazionale istituito per i festeggiamenti della ricorrenza dantesca.
Lo scorrere dell’anno di Dante verrà accompagnato mettendo a disposizione delle scuole e degli estimatori uno straordinario calendario che presenta immagini di diversi artisti e disegnatori contemporanei, concesse in prestito d’uso dal Maestro del Lavoro Fulvio Vicentini, cultore d’arte ed esperto di editoria artistica, e che, come intitola il Calendario stesso, permettono un “Viaggio grafico nei regni dell’oltretomba” secondo le diverse interpretazioni dei singoli autori.
Anche l’Associazione degli Amici dell’arte metterà nuovamente a disposizione ben 100 quadri, uno per ciascun canto della Divina Commedia, accompagnati dalle terzine che ne illustrano il significato e la collocazione, e che verranno esposti in diverse zone della città nelle vetrine di negozi che si renderanno disponibili.
A partire dal mese di marzo 2021, quindi, le immagini dantesche e la rappresentazione che ne hanno dato gli artisti bolzanini, tappezzeranno idealmente le vie della città e contribuiranno a celebrarne l’opera immortale.
è stato poi organizzato già da tempo per le classi di ogni ordine e grado e gruppo linguistico un concorso per elaborati di natura creativa e/o filmati sulla figura e l’opera di Dante. La premiazione degli alunni dei tre gruppi linguistici distintisi nello studio e nella competenza della lingua italiana, la premiazione del concorso e l’assegnazione di un premio speciale per gli studenti della scuola superiore che si sono particolarmente qualificati nell’ambito della certificazione linguistica avranno luogo in occasione della Giornata della Dante, cui verranno invitati autorità e genitori, che di solito ha luogo nel mese di maggio.
Nel corso del 2021 verranno organizzati, nei modi consentiti dalla pandemia, numerosi altri eventi ed attività insieme a conferenze di grandi esperti che tanto interesse hanno già suscitato, tra cui Massimo Cacciari, Gregorio Vivaldelli, Angelo Maria Mangini (UniBo), Matteo Santipolo (UniPd), senza contare Giulio Ferroni con il suo recentissimo “L’Italia di Dante”.

Foto: Dante visto dal grande fumettista Moebius

La nascita dei parchi pubblici a Bolzano #1

Bolzano, come descritto nei precedenti articoli, dopo essersi dotata di importanti giardini privati per tutto il ‘600, ’700, e fino alla metà dell’800, alla sstregua delle altre città europee, inizia, alle soglie della “rivoluzione industriale” e dell’avvento del turismo, a maturare l’esigenza di spazi pubblici verdi aperti a tutta la cittadinanza. A Londra, il primo parco pubblico venne realizzato da J. Nash nel 1814, seguiranno poi quello di Liverpool nel 1844 e tanti altri in Europa e negli Stati Uniti (New York, Central Park, 1862). Nella nostra città, il primo vero e proprio parco pubblico è quello della Stazione, 1859. Nato come elemento di collegamento urbano fra la stazione ferroviaria e il centro storico, attraverso l’asse stradario di viale della Stazione. Fra lo spazio urbano, dove Sebastian Altmann aveva progettato la struttura ferroviaria, e le prossimità del Duomo allora vi era solo campagna. Rispetto ai due lati che lo dividevano, venne posto al centro un viale alberato che conduceva verso piazza Walther – ancora non esistente. Il parco venne arricchito di piante esotiche e ornamentali ad alto fusto e aiuole fiorite, e delimitato da percorsi pedonali interni, nonché di un basso muretto di recinzione. Solo in epoca successiva, all’interno del parco trovarono posto il Teatro Civico (1913) e la Fontana delle Rane (1930). Per avere idea di come potesse essere il primo parco pubblico cittadino, oltre alle immagini d’epoca, basta puntare l’occhio verso l’attiguo Parkhotel Laurin.
I cittadini di Bolzano di allora lo chiamavano orgogliosamente “il nostro parco cittadino”.
Il secondo parco pubblico, sempre progettato da Sebastian Altmann, nel 1870 è quello ricavato entro l’incrocio tra l’attuale via Dante, via Marconi, via Carducci e via Gilm. Esso è intitolato a Peter Rosegger, scrittore austriaco originario della Storia (autore di “La casa nella foresta”, 1877, e “Il cercatore di Dio”, 1883). Si estende per una superficie di mezzo ettaro ed è circondato da viali alberati, i consueti platani, così cari alla progettualità di Altmann. Secondo il progetto originario, di forma rettangolare, era suddiviso con aiuole poste in diagonale convergenti verso una piazzetta anch’essa della medesima forma geometrica. All’interno del parco sono presenti cespugli di spirea caragna, lagherstremia e folstizia. Le colture arboree sono cedri, tigli e magnolie.
In questo parco venne esiliata la statua di Walther von Vogelweide dal 1935 fino al 1981.

Autore: Flavio Schimenti

Lady Gamper

Storie del Multiverso

Esistono infiniti universi paralleli dove gli eventi passati non sono proprio uguali a come ce li ricordiamo.

Artista camaleontica nota per i suoi modi eccentrici, Lady Gamper Gasser, conosciuta da tutti come Lady GaGa, è una delle artiste più in voga nel panorama musicale altoatesino. Tra i suoi più grandi successi ricordiamo Watten Face, Bad Romanze e Alexander. Negli anni è stata soggetto di numerosi scandali, come quando nel 2014 si esibì con il dildo comprato dai Freiheitlichen sotto il vestito. “Devo ammettere però che uno dei miei ricordi più cari” ha dichiarato la cantante “è quando ho avuto l’onore di cantare Dem Land Tirol die Treue al giorno dell’inaugurazione del governo Kompatscher”.