A metà degli anni ’90, quando Laives completò una sostanziosa espansione edilizia e si trasformò in città, l’archeologo Alberti scoprì nella parte bassa del paese, denominata “Jauch”, tra le odierne vie Kennedy, Hofer e Galizia, le tracce inequivocabili di un grande insediamento preistorico risalente all’Età del ferro e appartenente alla cultura di “Fritzens-Sanzeno”.
Si trattava di un sito probabilmente successivo a quello già esplorato della “Reif”, a suo tempo abbandonato dagli abitanti senza apparenti motivi. Forse furono attratti dalle vie di comunicazione sempre più importanti per il nascente commercio tra nord e sud ai piedi del conoide o, forse, da un utilizzo più sistematico dei terreni disponibili: meno ripidi, più soleggiati e praticabili con i mezzi dell’epoca. Non è neppure escluso che queste “laite” ai margini dell’abitato fossero state occupate da nuovi nuclei familiari, ai quali con il tempo si aggregarono anche quelli già insediati ai piedi del Montelargo.
Vennero così alla luce, oltre a una vasta area destinata a zona di culto del tipo a rogo votivo (“Brandopferplatz”), con un gran numero di ossa umane e animali combuste, costruzioni “retiche” e molti oggetti d’uso quotidiano di produzione locale o, anche, d’importazione, soprattutto italica.
La parte più interessante di questo ritrovamento era rappresentata tuttavia dalle decine di muretti a secco, interrati a circa 1,5 m e allineati a una distanza di 20-60 cm l’uno all’altro, in modo da formare appezzamenti di 100×200 metri. Queste “parti” di terreno (le odierne “part” sono lì a due passi) furono frutto di un’ampia opera di bonifica e rappresentano quasi certamente il primo esempio di coltivazione della vite in questo territorio. E con ciò torniamo alla “vocazione” principale del luogo, protrattasi per oltre due millenni: il filo rosso che lega gli antichi abitanti di Laives a quelli del nostro tempo. Se oggi prevale la produzione intensiva della mela, fino a metà del secolo scorso ogni maso aveva la propria vigna e produceva il vino per uso privato – esattamente come ai vecchi tempi. Infatti a Laives non ci sono mai state molte cantine destinate alla commercializzazione del vino come nel vicino Oltradige. Vari oggetti appartenenti a una élite della società retica – analogamente a quelle etrusche e romane – e collegabili alla produzione, alla conservazione e al consumo della preziosa bevanda, quasi tutti di ispirazione o imitazione etrusco-padana, come torchi, botti di legno, situle (secchielli) con raffigurazioni di scene conviviali, colini e attingitoi, ci parlano delle ritualità collegate al consumo del vino.
In foto principale: I muretti a secco
Copyright: Alberto Alberti
Autore: Reinhard Christanell
“La comunità della scuola è risorsa decisiva per il futuro della comunità nazionale, proprio in quanto veicolo insostituibile di socialità per i bambini e i ragazzi: ne comprendiamo ancor più l’importanza dopo le chiusure imposte dalla pandemia. Esempi come quello di Maria Montessori esortano ad affrontare efficacemente le responsabilità di questo momento difficile”. Così si è espresso nei giorni scorsi il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione del 150° anniversario della nascita di Maria Montessori.
Il pensiero di molti di noi va oggi al macrocosmo della scuola, luogo di formazione per i nostri figli e nipoti e di costruzione dei cittadini del prossimo domani, che si appresta a “riaprire in presenza” dopo una primavera di chiusura legata alla pandemia.
L’incertezza è grande ovunque in Italia ed è addirittura amplificata in provincia di Bolzano, in controtendenza con la sua apertura anticipata rispetto al resto del territorio nazionale e ancor più rispetto alle Regioni che pare vogliano addirittura ritardare la ripresa dell’attività scolastica, per potersi riorganizzare al meglio alla luce delle nuove esigenze di sicurezza e anche delle insufficienti indicazioni provenienti dal Ministero competente.
Fino a oggi nelle cronache sui media si è parlato molto, giustamente, della “necessità” del ritorno a scuola, intendendo però in questo senso solo la questione logistica. Per questo molto si è discusso di banchi e quindi mascherine e centimetri (nelle classi e sui mezzi pubblici), come se la questione oggi fosse solo questa. Rileggendo la lezione di Maria Montessori – ancora oggi molto più apprezzata all’estero che in Italia per il suo “metodo” – mi sono però tornati in mente i tre pilastri della sua pedagogia, in cui il bambino (alunno, studente) viene visto costantemente in relazione con l’ambiente, i materiali, l’adulto. Nella scuole concepite secondo il metodo Montessori non esistono classi “scatole”, ma spazi dove i bambini si muovono in autonomia, seguendo per quanto possibile le proprie propensioni in relazione con materiali messi a disposizione da adulti “facilitatori”. Nelle scuole ispirate al metodo Montessori non si sono formati solo personaggi famosi quali Anne Frank, Gabriel Garcia Marquez e George Clooney, ma anche i fondatori di Google, Amazon e Wikipedia. Forse allora sarebbe il caso di riformare anche la scuola italiana in questa direzione. Visti i tempi che corrono.
Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale
https://abo.athesiamedien.com/beleg-exemplar/f6e4459b36b6619a70d807c1b
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Nel 1927 l’istituto Case Popolari di Venezia viene incaricato della costruzione di un nuovo rione residenziale parallelo all’asse del Talvera, sul lato San Quirino. La massiccia immigrazione, soprattutto del ceto medio, ovvero di personale amministrativo e statale proveniente in gran parte dal Veneto, aveva bisogno di nuovi alloggi a Bolzano. Gli architetti dell’Istituto disegnarono un intero quartiere in stile veneziano, con tanto di sottoporteghi, calli, altane, comignoli alla veneziana, murature a faccia vista, pietra d’Istria, edicole votive e colonnine stilifore. Contemporaneamente sorrsero anche i complessi residenziali Incis di Piazza Vittoria (1926-28), il Rione Battisti di Luis Trenker (1928) in via Diaz e quello Incis di via Carducci (1926-28). Nel rione di viale Venezia gli edifici vennero impostati su corti interne, alla maniera veneta, con lo scopo di favorire la socialità e la convivialità. Gli stili furono diversi, dal bizantino al gotico, al rinascimentale all’eclettico, ricreando la complessità delle architetture presenti in Laguna. Diversi i materiali che venero utilizzati, dai mattoni agli intonaci, all’inserimento di ferri battuti, all’introduzione di trifore, bifore, balconi e cornici tipici della tradizione veneziana. Le strade dove vennero impostati gli edifici presero il nome di Venezia, Gorizia, Zara e Fiume, per sottolineare il legame di Bolzano con l’allora Regione “Venezia Tridentina”. Ciò sarà evidenziato anche dall’altorilievo rappresentante il Leone di San Marco, presente sull’edificio all’angolo di via Fiume.
L’asse viario del complesso residenziale sfocerà prospetticamente e simbolicamente sul Monumento della Vittoria, dove sono collocati sugli alti pennoni la Lupa Capitolina e, appunto, il Leone di San Marco.
In foto principale: Un edificio di viale Venezia
Copyright: www.sentres.com/it/viale-venezia
Autore: Flavio Schimenti
Si chiama “pensiero breve”. Ma l’accento va posto sul “breve” più che sul “pensiero”. Il pensiero breve infatti è quell’attitudine a proporre parole d’ordine che mancano di spessore – di pensiero – ma toccano le corde delle emozioni. Le emozioni, così stimolate, si traducono ahimè in scelte e in atti, a volte con gravi conseguenze.
Il pensiero breve è strettamente imparentato con le fake news e con la post-verità. Tutti fenomeni che esistono da che mondo è mondo, ma che ora hanno trovato nei nuovi media, che danno a ognuno la possibilità di esprimersi al di là delle proprie reali competenze espressive, uno strumento efficace di propagazione.
Il pensiero breve è molto economico: non serve fatica per formularlo e non richiede sforzi di comprensione da parte del destinatario. Si presenta con la forza di un’evidenza e verità apparenti che non richiedono, così sembra, un approccio critico. Esempi di questa forma di comunicazione si moltiplicano nelle campagne elettorali: “prima gli italiani” (o i bolzanini, i milanesi, i napoletani…); “chiudo i porti”; “portali a casa tua”; “siamo in Italia”; “farò tornare grande l’America”; “il potere ai cittadini”; “ora o mai più” e chi più ne ha, più ne metta.
Il pensiero breve non ha nulla a che fare con la sintesi, attraverso la quale si possono dire molte cose con poche parole ed eventualmente suscitare
domande e riflessioni. Il pensiero breve non vuole far pensare. Mette al centro le emozioni delle persone e gioca con esse per tirare acqua al proprio mulino.
Il pensiero breve è una patologia di ogni società complessa. È una scorciatoia, una manipolazione. La medicina è l’uso della propria intelligenza. Se vogliamo anche dell’intelligenza collettiva. L’antidoto al pensiero breve non è un pensiero “lungo”, ma un pensiero capace di cogliere e di abitare la complessità.
L’educazione, la cultura, la scuola hanno grandi possibilità nel formare persone che sappiano dare il giusto peso alle proprie emozioni e soprattutto che siano in grado di distinguere le emozioni dalle idee e dalla realtà.
Autore: Paolo Bill Valente
Oltre a intitolare una piazza a Giuseppe Mazzini, tra i protagonisti del Risorgimento italiano, il Comune ha dedicato in essa anche una stele. è del 1962 l’erma con busto bronzeo di Mazzini, con la dedica bilingue “Giuseppe Mazzini – precursore della libertà e dell’Unità d’Europa”. Dedica ben meritata se si pensa a quanto Mazzini fece nella sua movimentata vita, con arresti ed espulsioni, tra Italia, Francia, Svizzera, Inghilterra.
Nato a Genova il 22 giugno 1805, fin dal 1821 maturò l’idea di agire per la libertà della patria, la propria e quella altrui. Fondò la “Giovine Italia”, cui seguirono, pensando a liberazione e unificazione di altri Stati europei, la “Giovine Germania” e la “Giovine Polonia”; promosse anche la “Giovine Svizzera”. Pensando all’intera Europa, fondò la “Giovine Europa”, il cui principio era la costituzione degli Stati Uniti d’Europa. Giunse a fondare, nel 1866, anche l’Alleanza Repubblicana Universale. Fu a Pisa, subendo l’ennesimo esilio, che Mazzini visse gli ultimi mesi e morì, il 10 marzo 1872. Giuseppe Mazzini fu patriota ma anche scrittore; della sua vasta cultura è segno tra l’altro l’opera, del 1836, “Filosofia della musica”: all’armonia dei suoni non dovrebbe corrispondere l’armonia d’intenti di popoli e Stati? Ciò per stabilire, con l’educazione, senza violenza, un nuovo ordine sociale e politico, di cui Giuseppe Mazzini parla nell’opera “I doveri dell’uomo”. Alle esequie di Mazzini, sepolto nel cimitero monumentale di Staglieno (Genova), il pomeriggio del 14 marzo 1872 partecipò un’immensa folla (centomila persone secondo la polizia). Per quanto concerne il busto bronzeo, che il 17 marzo 2020 fu avvolto nel tricolore italico (Casa Pound), è visibile il danneggiamento che ha subito nel tempo; già nel giugno 2019 fu segnalato il danno all’orecchio sinistro e alla base del collo; si è aggiunto quello all’occhio sinistro. L’auspicio, di mazziniani e non, è che si addivenga quanto prima al restauro.
Autore: Leone Sticcotti
Gli algoritmi per il riconoscimento delle immagini stanno diventando sempre più diffusi e importanti. Sono già ad oggi impiegati, in modo più o meno visibile, in una ampissima gamma di applicazioni. Basti pensare alle app per la memorizzazione e la ricerca di foto, capaci di raggruppare tutte le foto in cui compare la stessa persona, o a sistemi molto più complessi come quelli che alcuni paesi stanno impiegando per tracciare movimenti e comportamenti dei propri cittadini. Evitando queste derive distopiche, ho recentemente riscoperto l’utilità di questi algoritmi mentre stavamo camminando nei campi e mia figlia mi ha chiesto se i frutti di un albero che non avevo mai visto prima fossero commestibili. In quell’occasione ho potuto utilizzare una delle numerosissime app che si possono scaricare sui nostri cellulari gratuitamente (o per pochi euro): ho fatto una foto all’albero e in una manciata di secondi l’app mi ha dato tutte le informazioni di cui avevo bisogno (nome, habitat, e così via). Come abbiamo già raccontato in passato, la caratteristica di questi algoritmi è quella di saper “imparare”: vengono addestrati con numerosissime immagini già classificate (ad esempio, immagini di melo, pero, albicocco), e imparano senza alcun intervento esterno a mimare i meccanismi che hanno portato a quella classificazione. Il risultato è spesso stupefacente per precisione, talmente stupefacente che l’app che ho utilizzato ha riconosciuto l’albero che ho fotografato riuscendo ad eliminare tutte le sorgenti di disturbo (presenza di altri alberi, cielo, oggetti vari). Come sempre, c’è però l’altra faccia della medaglia. Se è vero che questi algoritmi sono precisissimi nell’apprendere, è altrettanto vero che possono molto facilmente essere “fuorviati”. Già nel 2016, un team di ricercatori esperti di sistemi biometrici ha mostrato come indossando occhiali con particolari motivi e colori, fosse possibile prendersi gioco di alcuni noti algoritmi di riconoscimento facciale, facendosi classificare come divi di Hollywood. Potete solo immaginare quante multe prenderebbe George Clooney se questi algoritmi venissero impiegati per multare automaticamente chi è in eccesso di velocità.
Autore: Marco Montali
Siamo nell’anno 1273 quando la chiesa di S. Maria del Conforto di Maia Bassa viene ceduta all’abbazia cistercense di Stams nel Tirolo austriaco. Non ne conosciamo il motivo, ma allora era usuale donare ai conventi le chiese più preziose presenti nel territorio, una sorta di dote nuziale fatta dai regnanti di allora. Quando l’edificio viene ceduto esso viene citato come “antico”, quindi si presume che risalga all’epoca della prima evangelizzazione del nostro territorio.
Il nucleo originario del complesso, infatti risale al periodo del protoromantico, una pianta di forma quadrata ad aula unica con una sola abside. Accanto ad esso viene innalzato il bel campanile romanico lombardo con bifore e trifore, manomesso in epoca successiva. Nella parte più antica della chiesa troviamo il ciclo di affreschi più antico e unico nella regione. O meglio, quello che ne rimane dopo l’alluvione del Passirio del 1347, che portò via gran parte degli affreschi.
Nell’arco trionfale sulla parete a sinistra troviamo la “ dormitio della Vergine”. E qui ci troviamo di fronte ad un mistero: cosa ci fa un affresco bizantino uguale a quello che troviamo a Palermo nella chiesa della Martorana, con lo stesso soggetto, la stessa composizione iconografica e gli stessi colori?
Quello di Palermo risale al 1143 – 48, quello di Merano è del 1150 circa. Gli apostoli vegliano sul sepolcro il corpo della Madonna, e Cristo sorregge in braccio il corpo neonato della Vergine, citazione di “figlia del tuo stesso figlio”. È da presumere che chi lo abbia dipinto fosse un pittore girovago, come accadeva in epoca medievale, oppure qualche cavaliere lo abbia visto in Sicilia, per recarsi in Terra Santa o lo abbia commissionato per la chiesa di Merano. Tale soggetto avrà un’impronta dirompente per tutta la pittura dell’epoca e tutti gli affreschi di quel periodo si ispireranno a esso.
La chiesa subirà modifiche a partire dal 1342, con nuovi cicli di affreschi e nuove strutture, fino ad assumere la forma attuale.
Autore: Flavio Schimenti