L’indicazione del momento è #IoRestoaCasa. Una scelta necessaria per arginare la diffusione del virus che, come abbiamo ormai appreso, si trasmette da persona a persona per via aerea. Per questo bisogna mantenere una distanza minima di un metro nei rapporti interpersonali. Tutti aspettano i primi segnali della fine dell’incubo.
Molte attività che prevedono l’incontro tra persone, sono state sospese e vietate. Chi può deve restare a casa. È una misura di prevenzione. Qualcuno lo definisce anche un atto di solidarietà nei confronti di chi, come gli anziani già malati, è particolarmente a rischio di contrarre la malattia. Paura e solidarietà: i motivi per i quali la gran parte dei cittadini obbedisce alle ordinanze. Ma c’è un problema. Non tutti hanno una casa. La Caritas di Roma ha lanciato un nuovo hashtag: #vorrei…manonposso. Le persone senza dimora per definizione non ce l’hanno un’abitazione. Ce ne sono molte anche nella nostra provincia. Una parte di esse è già alloggiata in case di accoglienza. In certi casi le strutture di ospitalità notturna hanno esteso gli orari di apertura. È chiaro che non si può chiedere a chi non ha casa di restare a casa. Ma ciò non fa altro che mettere in rilievo un problema che precede l’epidemia e che il virus rende solamente più evidente. È curioso che solo ora, per paura del contagio, le istituzioni si accorgano dei “senza dimora”. Le ordinanze e la situazione sanitaria obbligano a casa soprattutto chi appartiene a categorie a rischio. È bello vedere come ovunque ci sia mobilitati per dare una mano alle persone più anziane, ad esempio nel fare per loro la spesa. Hanno cominciato alcune organizzazioni giovanili di Bolzano e poi l’iniziativa si è diffusa a molti altri. Infine ci sono quelli che non possono restare a casa perché prestano la loro opera negli ospedali e nell’ordine pubblico, nelle case di riposo, nei centri di accoglienza e nei servizi alle persone fragili. Operatori e volontari. A loro va un grazie tutto particolare.
In un celebre libro dall’omonimo titolo, Nassim Nicholas Taleb ha definito il concetto di “antifragilità” come la capacità di un sistema di reagire a fattori di stress e interferenza migliorandosi. Un esempio per tutti è quello del “mitridatismo”, ovvero la capacità del corpo umano di diventare immune a certi veleni mediante somministrazione di dosi crescenti non letali degli stessi. Il termine deriva da “Mitridate il Grande”, uno dei sovrani del Ponto, che iniziò questa pratica.
Mi piace cercare, in questi tempi difficili, segnali che mostrino l’antrifragilità della nostra società in un periodo così difficile di isolamento e lotta contro questo invisibile quanto pericoloso nemico chiamato SARS-CoV-2. E mai come ora la nostra antifragilità passa attraverso i canali digitali. La prima e più urgente area di applicazione delle tecnologie digitali è ovviamente quella dell’aiuto a personale medico e governativo nella diagnosi e cura del virus, nonché nel contenimento della sua diffusione. Alibaba, leader del commercio economico in Cina, ha messo a disposizione la propria infrastruttura di calcolo per far imparare ad algoritmi di visione artificiale come analizzare le tomografie effettuate su potenziali malati di Covid-19 per verificare l’effettiva presenza della malattia. Questi algoritmi sono ora in grado di determinarne la presenza o l’assenza con una precisione superiore al 95%. Allo stesso tempo, tecnologie simili a quelle utilizzate per aggiornare in tempo reale i dati sul traffico utilizzando la geolocalizzazione dei telefoni cellulari possono essere impiegate per contrastare la diffusione del virus. è il caso della Lombardia, che in accordo con le compagnie telefoniche è stata in grado di analizzare (in forma anonima e aggregata) gli spostamenti dei cittadini, verificando che ancora pochi giorni fa in troppi si spostavano lontano dalla propria abitazione. La Corea del Sud è andata molto più in profondità, arrivando a tracciare gli spostamenti dei singoli per calcolare, a ritroso, i contatti e il potenziale rischio di trasmissione del virus osservando gli spostamenti effettuati nei giorni precedenti da persone risultate positive al test. Si sta vagliando se impiegare questa tecnologia di precisione anche in Italia, ponendoci di fronte a questioni non solo tecnologiche mediche, ma anche etiche.
Le tecnologie digitali si stanno rivelando allo stesso tempo la chiave per mantenerci connessi in questo momento di isolamento fisico. Si pensi alle tantissime scuole e università che hanno velocemente riconvertito la propria offerta formativa su internet. In questo oceano digitale in continua trasformazione, voglio citare due esempi.
Il primo è quello dell’UNESCO, che ha messo a disposizione online il patrimonio custodito nella sua Biblioteca Mondiale, con centinaia di volumi, mappe, fotografie e filmati liberamente accessibili su internet su www.wdl.org. Un sito davvero pieno di chicche, come ad esempio la possibilità di leggere quotidiani di tutto il mondo andando indietro fino al 1800. Oltre all’UNESCO, tantissimi musei di tutto il mondo stanno rendendo disponibili le proprie collezioni online: dal MET di New York fino al Museo Egizio di Torino, dal Louvre di Parigi fino alla Pinacoteca di Brera.
Il secondo esempio è l’iniziativa di “solidarietà digitale” lanciata dal Ministro per l’Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione, con il supporto dell’Agenzia per l’Italia Digitale. Si tratta di un catalogo in continuo aggiornamento di servizi gratuiti digitali messi a disposizione da imprese e associazioni per tutti i cittadini italiani. Si va da abbonamenti gratuiti a quotidiani e servizi di streaming musicale fino a piattaforme di formazione online e e-learning e servizi per portare avanti la propria attività lavorativa sfruttando internet al meglio.
Con un’ultima raccomandazione per tutti: in momenti difficili cresce anche, purtroppo, la criminalità, e mai come ora su internet girano e-mail e siti contenenti fake news, truffe o tentativi di rubare dati sensibili delle persone (come i dati delle carte di credito). Bisogna quindi fare molta attenzione anche su questo fronte.
La batteria è l’essenza di tutte le attività svolte da Rino Cavalli, è il suo pane quotidiano, e lui la coltiva in tutti i suoi aspetti, dal suonarla allo scriverne, fino al non meno importante insegnarla. Pur continuando ad appoggiarsi agli spazi messi a disposizione per l’insegnamento dal CESFOR, Rino Cavalli ha recentemente trasferito tamburi e bacchette in una nuova sede, in zona industriale.
“Non è il mio studio – ci racconta –, a me piace chiamarlo ufficio, è il posto dove vengo a svolgere le mie attività extra-formazione, proprio per tenere separate le cose. Qui vengo per fare le mie cose. Per l’insegnamento continuo ad appoggiarmi agli spazi di prima. In verità c’era stato anche il progetto di una serie di lezioni online sull’accordatura della batteria, ma la cosa si è poi arenata: francamente devo dire che non sono entusiasta di queste cose, mi piace di più il contatto diretto con gli allievi, direi che è fondamentale”. Sul versante telematico, Cavalli ha collaborato però per diverso tempo con una rivista online che è stata la prima in assoluto nel nostro paese a parlare in lingua italiana di accordature per batteria. Per quanto riguarda invece la musica per così dire suonata, nel suo ufficio/studio, Rino Cavalli ultimamente sta lavorando sodo con due differentissime formazioni, una nata da poco e l’altra in pista da tempo – anche se con un lungo silenzio dovuto all’assenza da Bolzano del cantante – con cui si appresta a registrare il secondo disco. “Il nuovo gruppo – prosegue a raccontarci – si chiama R.A.D., un acronimo che raccoglie le iniziali dei tre componenti: oltre a me alla batteria, ci sono il bassista e cantante Andy De Santis, ex Feline Melinda, e il giovanissimo chitarrista David Altieri. Si tratta di un power trio nato casualmente durante un Live Muse che sta riscuotendo un discreto interesse da parte di media e pubblico. Siamo partiti come cover band ma abbiamo già cominciato a lavorare su brani nostri, il primo è anche già possibile ascoltarlo sul sito stol.it, ma l’obiettivo è di riuscire a fare un CD nel giro di un anno. La cosa bella è che tutto questo succede qui, nel mio ufficio. Sono attrezzato per registrare e quindi è possibile lavorare qui alle nostre creazioni, io mi occupo della ripresa degli strumenti, Andy e David sono invece bravi nell’occuparsi della post-produzione e quindi c’è una vera e propria unione di forze”. L’altro progetto di Rino, quello più datato, è invece il ritorno del gruppo Isole Minori, formato col bassista Andrea Palaia e col cantante, armonicista e chitarrista Stefano Petrungaro. Si tratta di un gruppo di lungo corso che ha le sue origini in un progetto nato addirittura nei primi anni duemila, con una formazione più estesa e che poi ha proseguito il proprio percorso in trio fino alla registrazione di un disco pregevole la cui uscita è coincisa col trasferimento all’estero del cantante. “Ora che Stefano è tornato a vivere a Bolzano – ci confida Rino – ci è parso naturale riprendere il discorso Isole Minori. Nel primo disco oltre a noi tre c’era Andrea Stona alle chitarre nella parte di studio, mentre Valerio De Paola ci ha aiutati dal vivo. Ora abbiamo trovato il nostro quarto uomo in un giovane musicista di Riva del Garda che si chiama Nick Petricci. L’avevo conosciuto poco tempo fa e siccome aveva espresso il desiderio di fare qualcosa insieme, gli ho passato una copia del nostro disco. Gli è piaciuto talmente che è stato lui a proporsi come chitarrista. Anche se in realtà suona di tutto! La persona giusta per noi”. Le registrazioni del disco sono già cominciate, sempre nell’ufficio/studio del batterista, ma per la post produzione, come per i precedenti lavori (il CD e un demo ben realizzato della formazione iniziale) le Isole Minori si affideranno alle abili mani e alle orecchie di Francesco Mattuzzi. “Parallelamente a questi due progetti – conclude Cavalli – continuo a suonare anche in altre situazioni, con i Bakiba ad esempio, col cantautore spagnolo Pedro Makay con cui suono dal vivo quando viene in Italia in tour, e poi sul fronte dell’insegnamento, oltre ad insegnare al CESFOR e a collaborare con la Scuola Dante Alighieri, sono tornato studente visto che mi sono iscritto al conservatorio e frequento il corso di didattica della musica”. Per chi volesse saperne di più ci sono anche i siti www.rinocavalli.it e www.batteristico.it.
Per molti secoli, dal 1000 a.C. in poi, la località principale della valle tra Bolzano e Salorno fu un paese oggi poco appariscente, Vadena, come testimoniano diversi reperti rinvenuti negli ultimi secoli. A metà Ottocento alcuni contadini scoprirono a Stadio degli antichi manufatti in bronzo, ferro e ceramica (spilloni, fibule, rasoi, asce, gioielli, monete, doni votivi, vasi ecc.) e, soprattutto, una grande lapide in porfido con una misteriosa iscrizione retica, che, forse, significa “qui morì Vitamu il tal giorno…”. I ritrovamenti attirarono l’attenzione della contessa Teresa von Thun, proprietaria dei terreni, che condusse due campagne di scavo (1854-55) affidandole a don Cipriano Pescosta, cappellano di Castel Bragher in Val di Non, che annotò le osservazioni in una sorta di diario di scavo illustrato. Circa mezzo chilometro a nord di Stadio e sulla piccola collina che si erge fra l’Adige e le falde del Mitterberg, si ritrovò un’estesa necropoli con un elevato numero di sepolture (a oggi quelle registrate sono oltre 150) riferibili a un lasso di tempo di oltre mille anni, dalla fine dell’età del bronzo fino alla caduta dell’Impero romano d’occidente nel 476 d.C. Le tombe e i reperti provano senza ombra di dubbio che il sito ai piedi del Monte di Mezzo e sull’argine del fiume Adige fu abitato per tutto quel lunghissimo periodo e che il villaggio a cui apparteneva una necropoli di quelle dimensioni doveva essere stato assai popolato e di notevole importanza. Oggi, ritrovate le tracce dell’insediamento, è chiaro che la rilevanza del luogo risiede soprattutto nel fatto che a Vadena (secondo lo studioso di etnologia retica Ludwig Steub il nome non deriverebbe dal latino Vadum, passaggio sul fiume, ma dal retico Fethanei, Vatina, Vatuna, ossia “terra mia”) si trovava il più grande porto sul fiume Adige – che in epoca medievale fu poi spostato verso Bronzolo – e quindi un fiorente emporio commerciale in cui convergevano, da nord e da sud, uomini e merci. Dalle Prealpi bavaresi alle terre degli Etruschi e dei Veneti, con cui i Reti condividevano anche l’alfabeto, la principale via di collegamento era il fiume Adige, navigabile per le grosse imbarcazioni proprio dall’altezza di Vadena. Dal porto di Vadena partivano verso sud le navi cariche di metalli (soprattutto il ferro per fabbricare le armi e gli utensili per l’agricoltura) e manufatti artigianali e dal Veneto arrivava il vino per i Celti di Germania. Probabilmente il luogo raggiunse il massimo splendore nell’età del ferro e poco prima dell’invasione romana di Druso nel 15 a.C.
C’è un luogo a Bolzano che mi ha sempre affascinato. Si tratta della Residenza Rottenbuch a Gries, oggi sede dell’Ufficio Beni architettonici ed artistici della Provincia di Bolzano. Dalla scuola elementare Manlio Longon, che era lì vicino, potevo osservare questo edificio dalla finestra della mia aula. La residenza era ormai abbandonata da anni, allora, e quell’aspetto di forte degrado le dava qualcosa di spettrale, soprattutto la sera. Il palazzo attuale è frutto di una serie di interventi che vanno dal Medioevo a tutto il corso del Seiecento. Esso nasce come edificio di due piani di forma torre, in funzione di maso agricolo, chiamato “Gandlhof”, posto in mezzo ad una distesa di campagna coltivata a vigneti, di proprietà della fattoria vescovile agostiniana di S.Afra con sede a Bolzano. Ampliato nel ‘500 sul lato orientale con un nuovo rustico, l’edificio inizia ad essere trasformato in residenza a partire dal 1567, quando i Rottenbuch, appartenenti alla ricca borghesia bolzanina, ereditano il maso e sono elevati a grado nobiliare dall’arciduca Ferdinando II. I Rottenbuch hanno in mente di trasformare il complesso architettonico in uno dei più belli edifici della regione alpina. Per realizzare tale cambiamento vengono chiamate le maestranze lombarde presenti a Bolzano, ovvero i maggiori artefici della trasformazione architettonica del ‘600 e della “renovatio urbis” bolzanina. Lo stile sarà quello che Nicolò Rasmo chiamerà Oltradige. L’edificio diventa un blocco unico adornato da bifore, ricchi erker ed una elegante scala esterna. L’interno viene arricchito con soffitti a trave lignea dipinti, bellissime stufe in maiolica, cicli di affreschi a tema cavalleresco, nobilare e profano, alla maniera di quelli presenti a Castel Mareccio -1588/1590 e quelli di Georg Mueller Pampbergensis con le leggende di S.Giuseppe – 1598. Nel 1650 il complesso passa al mercante a David Wagner, la cui famiglia viene elevata al rango di baroni di Sarentino. L’edificio viene sopraelevato di un piano e viene ricavato il “salone delle feste”, uno dei più grandi di Bolzano, voltato nel 1681 ed arricchito di un bel caminetto in stile italiano. La baronessa Maria Viktoria, nel 1684 ricaverà nell’edificio al secondo piano una cappella dedicata alla Madonna di Loreto. Ristrutturato nel 1977, il palazzo oggi è sede della Soprintendenza provinciale ai Beni Culturali.
“Care concittadine e cari concittadini, senza imprudenze ma senza allarmismi, possiamo e dobbiamo aver fiducia nelle capacità e nelle risorse di cui disponiamo”. Così il Capo dello Stato Sergio Mattarella nel suo messaggio della scorsa settimana. Non si costruisce nulla se non sulla fiducia tra le persone e nelle istituzioni.
L’epidemia a cui il nostro Paese cerca di far fronte ci sta ricordando alcune cose che avevamo dimenticato. La prima è che doversi fermare davanti a un confine non è bello. La creazione di “zone rosse”, la limitazione degli spostamenti da e verso alcune provincie, erigono attorno a noi muri invisibili ma reali, forse più reali di tanti muri che attraversano il nostro mondo e le nostre teste. Allo stesso tempo facciamo l’esperienza opposta: non c’è confine che tenga. Possiamo schierare l’esercito, ma il virus, lui passa. L’unico modo per “difendersi” non è prendersela contro il microrganismo che varca la frontiera, ma è cambiare noi comportamenti e atteggiamenti. Ecco una terza (ri)scoperta. Le nostre azioni, anche le più semplici, hanno delle conseguenze sugli altri. Questa cosa si chiama anche “etica” e “responsabilità”. I consigli e le restrizioni che ci vengono dalle autorità competenti, non sono solo per noi. Non servono solo per sfuggire noi stessi al contagio, ma soprattutto perché il nostro comportamento non sia causa di infezione per altri, magari per persone più deboli di noi, che non potrebbero sopravvivere alla malattia. Rispetto a ciò siamo però ancora un po’ lontani. Abbiamo visto molti, nei giorni passati, preoccuparsi in modo esagerato della propria incolumità. Un po’ meno – ma ci sono stati, eccome – quelli che hanno capito che la salute è un bene comune. Ci sono stati pure coloro – i cosiddetti sciacalli – che hanno approfittato della crisi sanitaria per racimolare consenso. Infine la distanza. Quel metro di distanza che ci viene imposto ci ricorda la necessità esistenziale della vicinanza. Della prossimità.
Sono in molti, bolzanini e non, a sentirsi un po’ orfani, non vedendo in via Alto Adige 30 la storica insegna “Paoline LIBRERIA” (libreria chiusa con il 31 dicembre 2019), ma ancor più per l’assenza delle Figlie di San Paolo, suor Agnese e suor Vittoria, passate alla Comunità di Verona. La libreria sin dal 1947 fu un apprezzato punto di riferimento e di incontro per molti, laici, sacerdoti e religiosi. Le prime suore erano giunte a Bolzano il 6 aprile 1947, provenienti dalla Comunità di Trento delle Figlie di San Paolo, fondata il 12 dicembre 1942. Erano in sette, le prime suore, a fare un lavoro pioneristico: percorrevano l’Alto Adige portando il loro materiale non solo nei centri principali (con le trasferte anche di giorni a Merano, a Bressanone…), ma anche nelle valli, Aurina, Pusteria ecc. Merito dell’attività promozionale nei luoghi turistici va anche a Suor Mariuccia, ancora nel cuore di molti. Mentre si avvicendavano le suore, si stabilivano buoni rapporti tra la piccola comunità, i sacerdoti della diocesi e i responsabili degli uffici diocesani. Pur alle prese con problemi logistici e organizzativi le suore non trascuravano i loro doveri di religiose. Dalla prima libreria in via San Quirino passarono in via Alto Adige, dove ebbero (dopo Corso Libertà e via Macina) anche l’abitazione, con annessa cappella, sorgente spirituale dell’impegno apostolico. Tale impegno aveva come riferimento – oltre all’Apostolo Paolo, il quale ebbe a dire “Guai a me se non annunciassi il Vangelo” – il loro Fondatore, don Giacomo Alberione (1884-1971), il quale raccomandava “Fate a tutti la carità della verità”. è una sorta di “ansia spirituale”, che muoveva le Suore Paoline ad annunciare il Vangelo attraverso i moderni mezzi di comunicazione sociale (stampa, cinema, musica, Internet, Social Network ecc.). La libreria era luogo di vendita, ma anche di incontro, di ascolto, di pace; è anche per questo che la popolazione ne sente molto la mancanza.