Alla ricerca dei suoni perduti

Oggi incontriamo Francesco Gigliotti, collezionista, ricercatore indipendente, musicista, viaggiatore. Da anni colleziona antiche macchine parlanti e registrazioni sonore.

Come è nata questa tua passione?

Da bambino quando andavo al bar di mio zio in Calabria mi capitava di ascoltare la musica provenire dal Juke Box. Curioso, ascoltavo e osservavo. Non riuscivo a comprendere come da un disco di plastica potesse uscire la musica. Fu così che iniziai la mia ricerca frequentando biblioteche, musei e archivi. L’interesse si è poi trasformato in passione: da oltre 25 anni cerco e colleziono “macchine parlanti e suoni”. Non mi sono ancora fermato.

La tua collezione da cosa è composta?

La collezione è composta da macchine parlanti inventate per la registrazione acustica, quindi dal 1877 fino ai giorni nostri. Si tratta di fonografi, grammofoni, radio valvolari e registratori di ogni natura: a rullo di cera, a filo di stagno, a bobina, a disco e digitali. La collezione comprende inoltre documenti scientifico-informativi, libri, articoli di stampa dell’epoca, monografie, fotografie e autografi di musicisti e cantanti famosi.

Ci sono anche registrazioni sonore?

Certo, ci sono centinaia di cilindri sonori di fine 1800, svariati cataloghi di dischi a 78, 45 e 33 giri, cassette audio e bobine sonore. I generi delle registrazioni sono vari e tra queste si trovano anche la voce di Mahatma Gandhi e quella del mitico Che Guevara.

Qual è la tua registrazione più antica?

Il primo disco registrato in Italia nel 1895 dal titolo “La Risata”, cantato dal napoletano Berardo Cantalamessa e marcato Berliner.  

Qual è il fonografo più rappresentativo della tua collezione?

Il più famoso fonografo di T.A. Edison, quello del 1888, il modello “CLASS M” con motore elettrico. Una rarità mondiale!

Quali eventi hai organizzato per promuovere la tua ricerca?

Dal 2017 sono responsabile del progetto “ArcheoPhonica Sound & Media Research” che si occupa di ricerca e archiviazione di documenti fonografici e mezzi di comunicazione sonora. Dopo il loro ritrovamento all’interno del Phonogrammarchiv di Vienna, mi sono occupato della presentazione delle prime registrazioni audio in dialetto tedesco e ladino effettuate in Alto Adige tra il 1906 e il 1918. Ho organizzato tre mostre: Bolzano, Ortisei e Merano.

Qualche curiosità?

Durante la mostra a Bolzano è stato registrato su cilindro di cera il brano jazz “Tiger Rag” eseguito dal vivo dalla Tiger Dixie Band di Bolzano/Trento.

Hai un sogno?

Si! Realizzare il “PhonoMuseum”, un grande spazio aperto al pubblico dedicato alla storia della comunicazione acustica, dove poter conservare macchine parlanti, apparecchi fonografici, grammofoni, antiche radio e documenti scientifici. Uno spazio condivisibile da altre realtà associative locali, come quella del cinema, del teatro e della fotografia. La città di Bolzano potrebbe vantarsi finalmente di un polo museale unico nel suo genere, così come Vienna, Berlino, Parigi, Torino, Roma e Bologna.

Autrice: Sara Rosca COOLtour

Albert Mayr e il suo sguardo “oltre”

Nei giorni scorso è scomparso Albert Mayr, valido compositore di musiche ed insegnante, ma noto ai più come figlio del martire nel nazismo Josef Mayr Nusser.
Ho avuto modo di incontrare Albert Mayr in varie occasioni e ogni volta ne ho apprezzato le diverse e notevoli qualità umane e professionali. 
La prima volta è stato quando ha assistito alla prima esecuzione di un mio brano per archi dedicato a suo padre. Già in quell’occasione a colpirmi è stata la sua gentilezza e la sua attenzione: nel descrivere il mio brano utilizzò infatti aggettivi molto rispettosi, anche se in realtà la mia modalità espressiva era lontana mille miglia dal suo approccio compositivo più sperimentale. Successivamente l’ho incontrato a più riprese nei vari momenti celebrativi che negli anni si sono succeduti, dedicati al padre Josef. Com’è noto il mancato sì ad Hitler costò la vita a Mayr Nusser, arruolato contro la sua volontà nelle file dell’esercito germanico. Per questo motivo in sostanza Albert venne privato della figura paterna. Ciò nonostante si può dire che Albert Mayr abbia dedicato una sostanziosa parte della sua vita alla gestione della figura pubblica del padre. Non è stato facile: per decenni su Mayr Nusser è aleggiato un giudizio negativo da parte della politica e della  chiesa sudtirolese. Un giudizio in realtà ancora in parte attuale ed alimentato da due motivazioni di fondo: da una parte la presunta scelta egoistica di Josef nei confronti delle sue responsabilità di marito e padre, e dall’altra l’aver messo indirettamente in evidenza la posizione filonazista largamente condivisa durante l’occupazione da parte della quasi totalità della popolazione sudtirolese. Ebbene: il modo con cui Albert è riuscito a rapportarsi con l’evoluzione del ricordo del padre nella politica e nella chiesa altoatesina è stato secondo me al contempo un esempio di coerenza e di temperanza. In particolare ha mostrato di apprezzare la scelta della chiesa di riconoscerne il coraggio della scelta di coscienza, ma ha sempre messo in guardia dal pericolo di “sterilizzarne” il messaggio attraverso la scelta di beatificarlo. Per quanto riguarda la politica, poi, sappiamo che i conti con la storia probabilmente non verranno fatti mai fino in fondo.

Nella mia memoria in ogni caso sopra ogni caso resterà impressa una conversazione che ebbi con Albert su una panchina della collina dei saggi di Bolzano, giusto all’ombra della chioma dell’albero dedicato al padre Josef. In quell’occasione, dopo essere stato intervistato da  me, mi invitò a rifuggire nella mia attività di compositore da ogni spinta volta a incasellarmi nelle categorie etnico linguistiche praticamente onnipresenti in ogni contesto, in provincia di Bolzano. Forse questo è uno dei motivi per cui Albert Mayr scelse di vivere in Toscana, nonostante i suoi frequenti soggiorni a Bolzano.  

Autore: Luca Sticcotti

Un mese di ferie…

Qui Intervista a Manuel Mattion, che lavora come referente per le politiche giovanili presso il Comune di Bolzano. Da sempre si occupa di lavorare per e con i ragazzi e mette tutta la sua passione e le sue capacità per valorizzare i giovani bolzanini e creare progetti, iniziative ed eventi dedicati a loro.

La cosa che più mi piace di me.

Cercare sempre il lato positivo delle cose.

Il mio principale difetto.

Faccio fatica a dire di no.

Il mio momento più felice.

La nascita delle mie due principesse.

Da bambino sognavo di diventare…

Calciatore.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Un mese di ferie.

La mia occupazione preferita.

Fare il papà.

Il mio piatto preferito.

Parmigiana di melanzane.

Non sopporto…

Le persone viscide.

Per un giorno vorrei essere…

Hakuna matata… senza pensieri.

Nel mio frigorifero non manca mai…

Il lievito di birra.

Se fossi un animale sarei…

Un bradipo. Se potessi dormirei tantissimo.

Il mio film preferito.

Sono tanti, troppi. Direi Braveheart cuore impavido.

Il mi oattore preferito.

Robin Williams.

Il superpotere che vorrei avere.

Leggere nel pensiero.

La disgrazia più grande.

La guerra.

La persona che ammiro di più.

Mia moglie che mi sopporta.

L’ultima volta che ho pianto.

Poco tempo fa.

Il mio motto.

Cogli l’attimo.

La massima stravaganza della mia vita.

Forse deve ancora arrivare.

L’oggetto a cui sono più legato.

Una foto della mia classe delle superiori sul comodino.

Del mio aspetto non mi piacciono…

Le unghie delle mani.

La mia principale paura.

Perdere persone vicine.

Il mio colore preferito.

Azzurro.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?

La vivibilità e la pluralità dell’offerta per il tempo libero.

Autori: COOLtour

Un pomeriggio allo skatepark

Sono moltissimi i giovani e i ragazzi che passano i pomeriggi allo skatepark di Bolzano, situato sui parti del Talvera. C’è chi va in skate, chi in monopattino e qualcuno in bmx. Trick, acrobazie e tanto divertimento, ma è anche motivo importante di aggregazione. In un pomeriggio di sole il nostro Niccolò Dametto ha raccolto alcuni scatti per farci rivivere questi momenti.

Città 30

La recente decisione della città di Bologna di istituire il limite di velocità generalizzato di 30 km sta facendo molto discutere.
Giova ricordare che tale limite fa riferimento, in realtà, a un nuovo modello di città denominato “Città 30” e che ha già preso piede in molte città del mondo e dell’Europa. Alla base delle critiche rispetto a questo nuovo modello c’è l’idea che tale limite “blocchi” la città, peggiorando la vita delle persone e limitando la loro “libertà” di muoversi rapidamente. Niente di più sbagliato, dicono le indagini che le varie Città 30 hanno commissionato, prima di scegliere di cambiare progressivamente paradigma. Il comune di Bologna, nello specifico, ha calcolato che i nuovi limiti comportano un ritardo di 12 secondi per ogni viaggio, a fronte di benefici molto grandi. Quali sono? Molti e significativi. Innanzitutto si aumenta la sicurezza stradale. Bruxelles nei primi mesi di sperimentazione ha visto un calo degli incidenti del 22% e delle vittime del 50%, con grandi miglioramenti anche per quanto riguarda l’inquinamento acustico. A Barcellona è stato calcolato che sono più di 600 le morti premature che sono state scongiurate attraverso la diminuzione dell’inquinamento atmosferico e che l’aspettativa di vita di ogni persona è aumentata in media di circa 200 giorni. La diminuzione della velocità massima consentita permette di promuovere la mobilità sostenibile, perché in definitiva le persone sono incentivate a lasciare a casa la macchina e utilizzare i mezzi pubblici, la bicicletta o andare a piedi. Il risultato di tutto ciò è una città “diversa” in cui finalmente lo spazio pubblico torna ad essere di tutti e non solo delle auto. Non tutti sanno, infatti, che le strade, nelle nostre città, rappresentano ben l’80% dello spazio pubblico. Uno spazio spesso occupato dalle auto, ferme o in movimento.
La Città 30 dunque non è solo un limite di velocità ma un modello che punta a rivoluzionare la nostra concezione degli spazi urbani, riorganizzandoli. Un modello che agisce anche attraverso “urbanisimo tattico” all’insegna di una sostenibilità “civica”.
In Italia il percorso delle Città 30 è appena all’inizio. Dobbiamo ricordare che si tratta in primis di un discorso culturale. Un tema di dibattito pubblico, prima ancora che amministrativo. Ci sono città che stanno già nella fase del “come”, e ben altre 60 dove la fase è quella del “quando”.
Sul sito fiabitalia.it è stato pubblicato un vademecum, che spiega bene di cosa si tratta. Chi è interessato può andare a sfogliarlo, magari cercando di capire se i vantaggi previsti sono “desiderabili” anche nelle nostre piccole città, incastrate nei fondovalle tra i monti.

Autore: Luca Sticcotti

Le pietre d’inciampo di Gunter Demnig

Il ruolo dell’arte oggi è spesso dibattuto insieme al quesito se essa debba esprimere bellezza o piuttosto irritazione e portare il fruitore a indignarsi, discutere, riflettere. Ebbene: lo scultore Gunter Demnig ha saputo trovare la propria risposta a questi quesiti amletici, facendo della Memoria la sua opera più importante e riconosciuta. 

Nato a Berlino nel 1947 ha fatto suo il concetto del Talmud secondo cui una persona viene dimenticata solo quando si scorda il suo nome. Nel 1992 creò e posizionò la prima delle sue pietre d’inciampo nella sua città natale e a tutt’oggi sono più di settanta mila le pietre che ricordano in tutta Europa altrettante vittime della Shoah. Si tratta di pietre cubiche molto simili a sanpietrini sulla cui sfaccettatura superiore viene fissata una lamina di ottone di 10 x 10 cm, con incisi il nome, l’anno di nascita, la data e il luogo della deportazione, il luogo e la data della morte della vittima.

Il 28 marzo 2014 anche a Merano furono collocate le pietre d’inciampo. L’idea di questo importante progetto fu della scuola alberghiera Savoy che contattò e tenne i contatti con l’artista; il lavoro di ricerca così come la lista dei nomi e degli edifici che furono l’ultimo domicilio degli ebrei meranesi dove sarebbero state posizionare le pietre, fu effettuata dagli studenti di due classi del Gymme e del Gandhi che lavorarono insieme per due anni scolastici, prima presso l’Archivio storico e poi a scuola per realizzare le biografie inedite e il libro che ne scaturì. Il progetto ha avuto come obiettivo il non lasciar cadere nell’oblio tutte quelle donne, quegli uomini e quei bambini che vissero e operarono in città e la mattina del 16 settembre 1943 furono strappati dalle loro case, deportati e uccisi nei campi di sterminio del Reich.

Autrice: Rosanna Pruccoli