Fabio Concato, il “Musico ambulante”

Teatro Puccini pieno a Merano, per il concerto di Fabio Concato svoltosi lo scorso 15 Novembre. Un ritorno per un cantautore che ha scritto alcuni dei brani più poetici degli anni Settanta e Ottanta.

Lo incontriamo nel camerino del Teatro Puccini, a Merano, dopo un brevissimo sound check con il suo collaudatissimo gruppo. Giusto un accenno ad un paio di brani per verificare i livelli del suono: dopo centinaia di repliche in giro per tutta l’Italia, l’affiatamento e tale per cui non serve proprio di più. È Fabio Concato, il “Musico ambulante” come egli stesso si è descritto e che è anche il titolo dell’ultima fatica in sala d’incisione prima di tramutarla in una serie ormai infinita di concerti che hanno riempito le sale dal Nord al Sud della Penisola.

Fabio, quando è cominciata la tua avventura canora?

A dire il vero prima di dedicarmi alla musica attorno al 1977, avevo già esordito in pubblico con un trio di “cabarettari” che era considerato molto in gamba, almeno così dicevano i nostri colleghi dell’epoca e il pubblico che veniva a sentirci.

Ma le radici sono nel jazz la cui impronta si percepisce chiaramente nella tua produzione…

Forzatamente direi perché quella era la musica che si sentiva a casa mia alla fine degli anni Cinquanta. C’erano dei pezzi bellissimi che mio padre ascoltava e suonava tutti. Io sono cresciuto in quell’atmosfera. Erano gli anni di Natalino Otto che ai più non dirà nulla oggi, ma è stato un gigante della sua epoca. 

Attribuendoti il Premio Tenco hanno detto che negli anni Trenta c’era il filone dell’allegria e che Concato negli anni Settanta e Ottanta ne è stato la versione aggiornata. È una definizione che condividi?

Ricordo che quando me la diedero come motivazione rimasi un po’ sorpreso ma poi devo dire che è stato esattamente così. Io facevo delle cose che erano un po’ particolari, anche se poi ho cambiato leggermente strada, ma potevo in effetti essere un Natalino Otto della mia epoca.

“Musico Ambulante” nasce nel 2021. Un ritorno per un Fabio Concato che era rimasto un po’ nascosto?

Si devo dire di si. La storia è abbastanza curiosa. Quel lavoro non era nato per diventare un disco. Era semplicemente un mio desiderio di tornare in sala d’incisione per una versione aggiornata e più acustica, quasi solo voce e chitarra, dei miei brani. Ma era una cosa che io volevo solamente mettere vicino alla mia discografia, solo per me, per il piacere di averla. Poi riascoltandola, quasi casualmente, alcuni amici mi hanno detto, ma perché devi tenertela solo per te? E così ci ho ripensato.

Stai riempiendo i teatri nazionali da tre anni a questa parte. Che effetto ti fa?

Molto bello, direi ed è una cosa che non mi aspettavo. Dipende molto anche dal mio management che sa fare una promozione con gli strumenti moderni dei social dove “smanettano” per bene facendo quelle cose che bisogna fare se vuoi avere un minimo di seguito ai giorni nostri. 

Forse non solo i social, ma anche il segno che tu hai lasciato nel panorama musicale italiano…

Si, sì, certamente non voglio piangermi addosso né sminuire quello che è stato. è sicuramente anche questo.

La tua “M’innamoro davvero” è colonna sonora del bellissimo film “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi”. Come è nata questa collaborazione?

Non me l’aspettavo proprio. È arrivata la richiesta ed è chiaro che il mio è stato subito un sì. Non immaginavo di entrare a far parte di una colonna sonora per un film importantissimo. Appena la intono nei teatri, tutti subito sussurrano “questa è quella del film” ed è fantastico.

Autore: Enzo Coco

Merano unita per dire no alla violenza

Sono state molte le iniziative che Merano ha dedicato al 25 novembre, giornata contro la violenza sulle donne. Venerdì 24 le vie del centro sono state illuminate dalla fiaccolata per dire no alla violenza di genere, una lunga scia di persone che si sono riunite per dare voce alle donne che non ne hanno più , e manifestare contro questa strage che è necessario fermare con una vera e propria rivoluzione culturale. 

La fiaccolata, partita dalla scalinata di Corso Libertà superiore, ha visto centinaia di partecipanti, tra cui anche due classi scolastiche: la 3a TSA delle FOS e la 4a LSU A del Gandhi con la presentazione finale di un progetto svolto in collaborazione con la Rete Antiviolenza. 

Il sabato mattina invece è stato dedicato a una campagna di sensibilizzazione attraverso la distribuzione di cartoline realizzate dalle classi 5D/Ku e 5K/Ku dell’istituto Gymme: un progetto ideato e creato graficamente dagli studenti, rivolto agli uomini. Sulle cartoline infatti, appaiono messaggi in cui vengono evidenziati alcuni comportamenti della violenza psicologica di genere, invitando tutti a una riflessione sugli atteggiamenti che assumiamo nella nostra quotidianità nei confronti delle donne.

Inoltre, grazie all’iniziativa delle Poste in cui il 25 novembre è stato rilasciato un francobollo con l’immagine della panchina rossa, Merano ha partecipato con un annullo postale apposito, che potrà essere applicato sulle cartoline della campagna. 

Anche la Biblioteca civica, in collaborazione con Soroptimist Merano, ha contribuito a questa giornata inaugurando “Uno scaffale tutto per sé”, un progetto dedicato al mondo femminile che mette a disposizione una raccolta libraria con l’obiettivo di diffondere la cultura della parità di genere e incentivare un cambiamento culturale e sociale. 

Ad entrambe le giornate è stata presente la Rete Antiviolenza con un infostand in cui distribuiva materiale informativo per tutte coloro che hanno bisogno di aiuto, che si trovano in condizioni di pericolo o che sono a conoscenza di situazioni di violenza e vogliono aiutare un’amica, una sorella, una collega. 

“Il centro antiviolenza dell’Associazione Donne contro la violenza – Frauen gegen Gewalt, che quest’anno ha compiuto 30 anni, è un luogo che definiamo sicuro – afferma Sigrid Pisanu, coordinatrice del centro – Il centro dispone di una consulenza telefonica personale e gratuita al numero 800 014008 h24 per informazioni, consulenza legale e per interventi in situazioni di crisi. 

Per allontanare le donne e i loro figli da condizioni pericolose e violente, il centro mette a disposizione degli alloggi protetti in cui vengono assistite e accompagnate in seguito in un processo di reinserimento dopo le dimissioni.
“Come centro antiviolenza ci occupiamo anche di sensibilizzazione e formazione: due dei nostri pilastri che vanno assieme al lavoro politico e di cultura – spiega Pisanu e continua –  L’obiettivo principale è quello di continuare a richiamare l’attenzione sul fenomeno e i bisogni delle donne promuovendo una cultura della non violenza. Sviluppiamo molti progetti grazie al sostegno del Comune di Merano, in particolar modo nelle scuole. Un progetto che ha riscontrato maggiore successo è quello denominato “Io dico no”: un’iniziativa rivolta alle ragazze che tramite laboratori e brochure informative vengono sensibilizzate sui vari tipi di violenza, con un focus particolare su quello sessuale, offrendo loro consigli concreti di approccio in relazione a situazioni di difficoltà”. 

L’INTERVISTA

Dottoressa Pisanu, quali sono le misure che bisognerebbe intraprendere? 

Adesso c’è una percezione emergenziale sul tema della violenza, ma in realtà è sempre esistita. Spero che l’energia che sento adesso e la volontà di fare non si interrompa, ma diventi qualcosa di maggiormente strutturato e integrato. Nelle scuole non ci possono essere solo workshop o progetti di breve durata, ma abbiamo bisogno di più tempo da dedicare ai ragazzi, offrendo loro un percorso di continuità e progettazione. Inoltre, non possiamo chiedere loro un cambiamento senza che noi adulti facciamo da esempio. È necessaria una riflessione su come noi ci poniamo nelle relazioni, su quali sono gli atteggiamenti e i comportamenti che intraprendiamo nelle situazioni più comuni di tutti i giorni, sul posto di lavoro, in famiglia o nell’associazione di cui facciamo parte. Non penso che sia un cambiamento dall’oggi al domani, voglio pensare che ci sia una prospettiva e che gli adulti inizino ad andare oltre gli stereotipi e i pregiudizi con cui sono cresciuti, in modo da superarli. 

Come ognuno di noi potrebbe contribuire contro questo fenomeno? 

È necessario uscire dall’immaginario dell’individualismo rispetto alla violenza. Ogni nostro comportamento si rispecchia nella società, in quanto non viviamo isolati, ma bensì in una comunità. È essenziale prendere posizione verso quegli uomini che usano qualsiasi tipo di violenza o un linguaggio sessista e irrispettoso, discuterne, farlo notare. È doverosa un’assunzione di coscienza da parte di tutti gli uomini, perché se è assolutamente vero che non tutti gli uomini sono violenti, è altrettanto vero che sono ancora pochi coloro che escono da questo individualismo affermando che così non può andar bene ed è necessario intervenire, mettendo da parte privilegi che la nostra società riserva loro senza nemmeno che essi ne siano consapevoli. 

Autrice: Chiara Caobelli

L’arte come stile di vita

Katherina Zöggeler appartiene ad una famiglia cosmopolita e assai impegnata sul piano culturale. La sua vita è stata da sempre improntata al grande amore per le arti visive, musicali e letterarie oltre che ad una speciale attenzione per le lingue straniere. La si potrebbe definire una “donna ponte” capace di sentirsi a casa negli sfaccettati ambienti della nostra provincia e non solo. La sua arte è ricca e variegata come la sua personalità. Dominata da un forte senso di curiosità e da una inesausta ricerca, sa intrecciare tecniche e materiali, spaziando dal bidimensionale al tridimensionale, dalla stoffa alla ceramica, senza mai rinunciare ad esiti preziosi.

La cosa che mi piace di me.

La capacità di generare idee.

Il mio principale difetto.

Una buona memoria.

Il mio momento più felice.

Tornare a casa e sdraiarmi sul divano con cane e gatto.

Le persone che ammiro di più.

I miei genitori.

Un libro sull’isola deserta.

“Gita al faro”.

La mia occupazione preferita.

Lavorare l’argilla.

Il paese dove vorrei vivere.

In Provenza, Francia.

Il mio piatto preferito.

Il budino greco con la cannella.

Non sopporto…

Il troppo rumore.

Per un giorno vorrei essere.

Un mago.

La mia paura maggiore.

Le vespe.

Nel mio frigo non manca mai…

Il latte.

Se fossi un animale sarei.

Un gatto.

Mi sono sentita orgogliosa…

Quando sono nati i miei figli.

Il mio motto.

“Vivi e lascia vivere”.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.

Un viaggio in Svezia.

Il giocattolo che ho amato di più.

La casa delle bambole.

I miei poeti preferiti.

Hermann Hesse, Aldous Huxley.

I miei pittori preferiti.

Picasso, Chagall, Klee, Basquiat.

Il dono di natura che vorrei avere.

Saper cantare.

Dico bugie solo…

Quando scherzo.

Dove mi vedo fra dieci anni.

In un casale in mezzo agli ulivi.

Il colore che preferisco.

Il turchese.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Non la perdo mai.

Da bambina sognavo…

Di diventare una pittrice.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Undicesimo comandamento: non sprecare

Quanti di noi possono sostenere di non essersi mai sentiti dire dai genitori, o di non avere mai detto a loro volta: “Il cibo non si butta! Con tutte le persone che muoiono di fame!”. È infatti un vero peccato anche se, tra il dire e il fare, ci sono di mezzo la buona volontà e il senso civico. Lo sanno i 167 volontari dei Cacciatori di briciole Volontarius, che quotidianamente visitano bar, supermercati, panifici, pasticcerie; lo sanno gli 80 esercizi che aderiscono all’iniziativa consegnando ai “Briciolari” il cibo invenduto a fine giornata; lo sanno gli enti che, credendo in questa idea, generosamente sponsorizzano i Cacciatori, consentendo così l’acquisto di biciclette cargo, di un furgoncino, di materiali di consumo.

Quattro volontari per sera, due coppie che percorrono le vie del centro città incrociandosi di tanto in tanto per le strade affollate di turisti e di visitatori, i quali non di rado commentano: “Guarda! Consegnano le pizze in bici!”. E infatti le pizze, come pure i panini, i dolci e persino la frutta e la verdura, vengono consegnate, ma al camper di Volontarius, alla casa di accoglienza Forni, all’associazione San Vincenzo, alle famiglie locali indigenti che si affidano al buon cuore di chi ha più fortuna di loro. E alla buona volontà di chi è disposto a dedicare un po’ di tempo e di energia a una causa in cui crede. 

Nessuna vergogna nel percorrere le strade con quelle strane bici cargo, né nel raccogliere gli alimenti invenduti dai supermercati. 

La vera vergogna è lo spreco ingiustificato di risorse preziose, la vera vergogna sarebbe il negare aiuto per pigrizia o inedia a chi ne necessita. 

La caccia allo spreco è aperta tutto l’anno, peccato non partecipare!

(rubrica realizzata in collaborazione con i “Cacciatori di Briciole” di Volontarius)

La meranese Milanovic, talento Forbes 2022

Di meranesi che si sono fatti valere nel panorama internazionale ne abbiamo qualcuno, ma è la prima volta che la città del Passirio può fregiarsi di aver dato i natali ad una scienziata, Selena Milanovic, 28 anni di vitalità, voglia di vivere, voglia di lavorare, voglia di lasciare un segno. Secondo Forbes, una tra le cento menti più influenti under 30 nel 2022.  Le sue ricerche all’università di Oxford le sono valse il privilegio di illustrarle al Parlamento britannico e ha girato già il mondo per presentarle. 

Dottoressa, in pratica di che si tratta?

E’ uno studio matematico che ho sviluppato in quattro anni di lavoro ad Oxford che ci da la possibilità concreta di prevenire e curare la demenza senile e l’Alzheimer intervenendo a supporto delle indagini con gli strumenti. Un algoritmo che può aiutare la medicina a comprendere meglio la circolazione del sangue nel cervello, scendendo ad un livello di dettaglio che nemmeno le più sofisticate macchine di risonanza magnetica possono raggiungere.

Come è arrivata a questo livello?

Ho frequentato le scuole primarie e secondarie a Merano e, sfruttando borse di studio, sono andata all’estero, in Germania e Irlanda già durante le due ultime classi del liceo scientifico. Poi la scelta di iscrivermi alla Lub e conseguire la laurea in ingegneria meccanica, per poi passare attraverso Vieenna, Brno e Londra a quella in biomedicina conseguendo due masters. Oxford infine, mi ha dato la possibilità di svolgere il lavoro di ricercatrice per quattro anni.

Come è stata l’esperienza al Parlamento britannico?

Il Parlamento londinese ogni anno sceglie un paio di giovani ricercatori che abbiano fatto studi di rilievo e consente loro di presentarli. Per me è stata una grossa emozione.

Lei è stata anche consulente del governo britannico sul Covid. Come è stata questa esperienza?

Direi fondamentale. Per la prima volta la politica si è rivolta alla scienza per sapere cosa fare. Prima erano due mondi molto separati. Oggi dialogano.

Anche lei è una delle menti italiane in fuga…

È un tema delicato. Nel mondo scientifico in Italia si fa una grande fatica e c’è anche una certa predominanza maschile. Il merito viene riconosciuto solo quando ti sei già fatta un nome e a quel punto forse puoi anche tornare in Italia. C’è poi un aspetto non secondario, ossia quello della disponibilità di fondi.

Dal mondo scientifico ora lei ha fatto il salto verso quello dell’industria andando a lavorare in Siemens a Monaco. Quali le ragioni?

La ricerca ha tempi lunghi e le opportunità di fare qualcosa di concreto per il tuo prossimo sono importanti, ma da ricercatore puoi sperare di partecipare nell’arco della tua vita, a pochi studi che possano in qualche modo lasciare il segno. Nell’industria ti viene offerta l’opportunità di fare molto di più.

Di cosa si occupa?

Lavoro molto con i governi per l’introduzione di nuovi processi di gestione del sistema sanitario, con le case farmaceutiche, e con gli ospedali per la fornitura di attrezzature all’avanguardia. In particolare mi occupo della digitalizzazione della medicina, un campo che dopo il Covid si è aperto mostrandoci che molto, soprattutto in luoghi e paesi disagiati, si può fare a distanza. 

Cosa accade in questo campo nel mondo?

Ci sono paesi come il Pakistan, dove gli ospedali sono cattedrali nel deserto, difficili da raggiungere per la popolazione, con strutture carenti e senza personale. Ci sono invece stati come l’Arabia Saudita, dove grazie ai finanziamenti possiamo sviluppare al massimo e a beneficio di tutto il mondo, i nostri progetti.

Lei ha sacrificato molto della sua vita privata, della possibilità di divertirsi, per i suoi studi. Non le sembra di aver perso qualcosa?

Non penso. Si fanno sacrifici in giovanissima età e io ho passato quattro anni quasi rinchiusa ad Oxford, ma non si perde il bello della vita che può venire anche dopo essersi sacrificati. A me è successo così e può capitare a tutti, basta volerlo.

Quale è il messaggio che vuole mandare ai giovani?

Voglio dire loro che la creatività del nostro cervello è senza limiti e che impegnarsi per fare qualcosa per il prossimo e per il mondo, è il lavoro più bello che si possa fare, a tutti i livelli. Il talento è solo l’1% del successo, il 99% è solo duro lavoro. 

Autore: Enzo Coco

Sinner for president

Il neo eletto presidente della Repubblica Italiana Jannik Sinner ha tenuto ieri il suo primo discorso a reti unificate. Dopo gli ultimi successi sportivi il campione è riuscito nell’impresa di unire tutti gli italiani che, dopo un voto popolare tramite TicToc, hanno deciso di destituire il Presidente Mattarella a favore del tennista altoatesino. Di colpo è aumentato il consumo di carote, prevedendo una perfetta abbronzatura nell’estate 2024. Ci resta da capire cosa sia più incredibile: che il presidente sia sudtirolese, che sia un tennista nella top ten mondiale o che dovrà governare da Montecarlo.

Autore: Roberto Tubaro

Connettersi, attraverso il linguaggio

Che cos’è l’Associazione di volontariato Scioglilingua?

E’ un’associazione di volontariato senza scopo di lucro, cioè nella quale nessuno viene pagato per il lavoro che svolge. Siamo in 43, quasi tutti insegnanti in pensione, poi professionisti in pensione e altri* volontar* che ancor lavorano e dedicano il tempo libero all’associazione.

E che cosa fa?

Noi insegniamo italiano e tedesco alle persone immigrate che arrivano a Bolzano da tanti paesi lontani.

Dov’è la sede della vostra associazione?

La nostra associazione si trova in via Torino 67 ma una classe è ospitata la mattina presso lo Spazio autogestito in via Dalmazia 77f.

Da dove arrivano i vostri studenti?

Arrivano da tutte le parti del mondo, dall’Africa, dall’Asia, dall’America e dall’Europa. Abbiamo contato, in questi quasi 14 anni di attività, circa 40 nazionalità.

Avete anche famiglie o solo uomini?

Ci sono famiglie, mamme con bambini e uomini, ognuno di loro ha una storia diversa, una storia di dolore e speranza.

Perché dolore e speranza?

Hanno sofferto molto quando sono stati costretti a lasciare la loro terra e soffrono ancora quando pensano ai loro cari lontani ma sono pieni di speranza, perché sperano di trovare un lavoro, di avere una casa, di vivere sereni.

E in questi 14 anni di attività ci sono state persone che sono riuscite a realizzare i loro sogni?

Certo, abbiamo tante persone che ancora dopo tanti anni rimangono in contatto con noi e lavorano, hanno trovato una casa, hanno una famiglia, dei figli.

Quali sono le difficoltà maggiori che devono affrontare?

Hanno affrontato tante difficoltà, a partire dal viaggio per arrivare in Italia; molti infatti arrivano da paesi lontani, hanno dovuto affrontare la fame, la sete, hanno rischiato di morire in mare. Poi sono arrivati in Italia e è incominciata la trafila per avere il permesso di soggiorno che permette loro di lavorare. Passano anche anni prima che riescano ad avere i documenti e nel frattempo sono costretti anche a dormire in strada perché non ci sono posti sufficienti nell’accoglienza.

Ma come mai vi è venuto in mente di creare questa associazione?

E’ stato un caso, è successo che una volta un gruppo di amici aveva scoperto che alcune signore marocchine che abitavano nello stesso caseggiato avevano bisogno di imparare l’italiano per poter seguire i figli che andavano a scuola e per poter parlare con gli insegnanti quando andavano ad udienza dai professori. E così abbiamo cominciato con un piccolo gruppo e poi a poco a poco la nostra associazione si è ingrandita.

E adesso quanti studenti avete?

La mattina abbiamo più di 70 persone e nel pomeriggio altre 90 persone che frequentano tutti i giorni dal lunedì al venerdì.

E avete mai riscontrato problemi? 

Non abbiamo mai avuto problemi, le persone sono tutte corrette, gentili, grate per quello che facciamo per loro e si sentono accolte. Abbiamo invece gravi problemi di spazio, dobbiamo rifiutare alcune iscrizioni perchè non abbiamo il posto per accogliere tutti quelli che fanno domanda. Speriamo di poter avere nuovi spazi.

Svolgete altre attività oltre ad insegnare italiano e tedesco?

Sì, abbiamo lo sportello sociale che si occupa di aiutare i migranti per l’ottenimento del permesso di soggiorno, per le diverse pratiche burocratiche, per l’iscrizione a scuola dei figli, ecc. Poi abbiamo un orto comunale che gestiamo insieme agli studenti, una cabina libri sita in Piazza Ziller, e quindi organizziamo la festa di fine anno scolastico con tornei di calcio e cibi etnici.

Autrice: Anna Crepazzi COOLtour

Un derby di serie A

Il 25 novembre ha avuto luogo al Pala Gasteiner in via Roen, il derby di pallamano tra Ssv Bozen Loacker e Sparer Appiano, con oltre trecento spettatori in tribuna. Con l’ottavo successo stagionale, la squadra capitanata dal coach Mario Sporcic si trova ora a un punto dalla capolista Fasano. Attraverso gli scatti del nostro Niccolò Dametto riviviamo assieme il successo del Bolzano.

Gli ex ragazzi delle ex case Lancia si ritrovano insieme

Gli “ex” ragazzi delle “ex” Case Lancia di Bolzano si incontrano ogni anno per ricordare i bei vecchi tempi, fatti di piedi scalzi e di quel poco che bastava per essere felici. Marco è uno di loro e ci tiene a mantenere il legame indissolubile che si è creato attorno alle case Lancia, tra i ragazzi che abitavano insieme un cortile pieno di scoperte.

Cominciamo dal principio: cosa sono e dove si trovano le “Case Lancia”? 

Le “Case Lancia” si trovano tutt’oggi in via Resia al n. 172. Pur essendo quattro case distinte hanno tutte lo stesso numero civico, l’unica differenza sta nella denominazione delle scale, che va dalla “A” alla “L”. Sono state costruite nel 1952 su richiesta dello stabilimento “Lancia” per dare un luogo dove vivere ai molti operai trasferitisi da altre città e regioni.

Com’era la vita alle “Case Lancia”? 

La vita era semplice ma anche semplicemente felice. Per noi ragazzi la vita si svolgeva in cortile, tra i giochi di carte sotto i balconi del primo piano, un po’ raggomitolati su noi stessi per starci, le molte biglie perse nella sabbia, le partite di pallone, il tempo che volava. Erano anni difficili ma ricordiamo sempre i momenti belli, quelli del cuore, condivisi con i compagni di cortile, quelli che sono ancora scolpiti dentro di noi.

E adesso? Come siete riusciti a mantenere i rapporti tra gli “ex” ragazzi delle “ex” Case Lancia?

Nel 2002 abbiamo festeggiato i 50 anni dalla costruzione dei palazzi destinati ai nostri genitori operai. Abbiamo festeggiato proprio lì, dove ci eravamo incontrati tutti, dove siamo stati bambini, poi giovani e adulti. Nel posto in cui siamo stati felici e dal quale ce ne siamo andati per iniziare le nostre di vite, da mariti, mogli, padri, madri. In quell’occasione ci siamo rivisti e riconosciuti, non dimentichi delle persone che hanno condiviso con noi la prima felicità…

E dal 2002 è stato un appuntamento fisso quello di rivedersi?

Non proprio, ma soprattutto a causa di forze maggiori durante il periodo 2020-2022, si capisce. Quest’anno è stata la decima volta che ci siamo incontrati dopo quel 2002. Ogni anno è un appuntamento che attendiamo con trepidazione, perché in fondo quello che facciamo è solo raccogliere altri ricordi condivisi, come quelli di bambini, per non smettere mai di crescere insieme.

Autori: Redazione COOLtour

Spegnere la sveglia…

Attrice e vocologa milanese, ma trapiantata sul Renon. Si occupa di tutto ciò che concerne la voce parlata e i suoi utilizzi, dal public speaking e vocal coaching al doppiaggio. Giornalista pubblicista, la sua più recente pubblicazione è stato il volume “Marco Bernardi – 50 anni di teatro” per Silvana Editoriale ed è in uscita per Athesia il suo primo libro di narrativa, “A perdere – Un gioco senza amore”. In questo periodo è in teatro con “Impronte dell’anima” della Compagnia Teatro La Ribalta di Bolzano. Ha tre figli e tre gatti. 

La cosa di me che mi piace di più.

La capacità di rimettermi insieme dopo le onde d’urto della vita.

Il mio principale difetto.

Una certa tendenza alla procrastinazione.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.

Un viaggio in India.

La mia occupazione preferita.

Leggere e poltrire.

Il mio piatto preferito.

Vinschgerl caldo al formaggio in una giornata fredda. 

Non sopporto…

L’ipocrisia e la manipolazione.

Nel mio frigorifero non manca mai…

La verdura.

Sono stata orgogliosa di me quella volta che…

Sono riuscita a vincere il mio senso di inadeguatezza e alzare la testa. 

La prima cosa che faccio al mattino. 

Spegnere la sveglia e dormire altri cinque minuti. 

Il mio film preferito.

“To kill a mockingbird” (Il buio oltre la siepe).

Il superpotere che vorrei avere.

Intuire subito le intenzioni delle persone. 

La disgrazia più grande.

Nella mia vita? Il suicidio di mio padre ed essere truffata da una persona di cui mi fidavo ciecamente.

La mia occupazione preferita.

Preoccuparmi?

Il mio ultimo acquisto.

La legna per la stufa: avere la legnaia piena mi fa sentire una regina nel suo castello.

Amo il mio lavoro perché…

Mi piacciono le persone, mi piace tutto ciò che è “voce”. E mi piacciono le storie.

Il mio primo ricordo.

Molto presto, a circa un anno: in giro per le strade di Milano, ero in passeggino e non volevo starci, mi giravo verso mia madre e mia nonna e ho ancora viva la sensazione delle cinghie che mi tiravano sul collo.

Il libro che non potrebbe mancare nella mia libreria.

“L’uomo e il divino” di María Zambrano.