Capitale degrado

Sono già passati 20 anni dall’abbandono del cantiere del Waltherpark e, senza dubbio, nessuno a quel tempo avrebbe mai detto che Bolzano sarebbe riuscita ad ottenere l’ambito riconoscimento di “Capitale Mondiale del Degrado UNESCO”. Da quando lo scheletro dell’edificio multifunzionale è stato occupato da migliaia di senzatetto provenienti da tutto il mondo, la sua destinazione d’uso è decisamente cambiata, diventando meta di migliaia di turisti affascinati da questo perfetto connubio tra uomo e natura. Non ci resta che festeggiare, in attesa dell’inizio dei lavori dell’areale ferroviario e delle circonvallazioni, previsti non prima della primavera del 2123.

Autore: Roberto Tubaro

La creatività di Mike Fedrizzi

Creatività senza regole. O, per meglio dire: dettata dalle regole emozionali della musica nel trasmettere messaggi concreti sulla base di un lavoro improvvisato e in continuo divenire. Si tratta di un concetto forse complesso, ma in grado di rispecchiare l’essenza di Mike Fedrizzi e dei messaggi contenuti nella mostra d’arte “Gif – Generic Identity Format”, recentemente allestita a Vadena.

In questi ultimi anni Gif è stata portata in diversi comuni sudtirolesi. “L’essenza più profonda sembra non interessare poi molto, il nostro Essere sostituito dal nostro Avere, con un Formato di Identità Generica” è stata l’affermazione dell’artista, durante la presentazione a Vadena, nell’ottobre scorso con il Kuka Museum di Lukas Zanotti, con cui si pone di avvisare lo spettatore a guardare meno all’apparenza dettata dal mondo moderno e più alla sostanza.
“Una serie di tavole su carta, in cui le figure rappresentate racchiudono una sagoma umana, prigioniera di un’estetica insostenibile, che immobilizza, appiattisce e rende tutto simile”, è la definizione scelta dall’artista per quei fogli realizzati con pennarello e rapidograph durante un viaggio in Vietnam. Opere che a Vadena hanno riscosso un ottimo successo: “La prima volta ho presentato questa mostra a Laives in occasione dell’Identiti Motion Festival – rivela Fedrizzi – poi alla mediateca multilingue di Merano nel 2021, entrambe grazie all’associazione lasecondaluna di Laives”.

Mike Fedrizzi, parlava d’un viaggio in Vietnam, ma da dove sono arrivati gli stimoli per realizzare queste particolari opere?
Su questo genere lavoravo già da diversi anni: il viaggio è stato un caso, si è rotto il mio e-book e ho scelto di tenermi in esercizio cominciando a disegnare dei primi piani, ma sono lavori fatti nei ritagli di tempo del viaggio e poi conclusi a casa. Poi ho iniziato a fotografarli e a farne delle Gif, delle Grafic Interchange Format. Ho visto che potevano funzionare, così mi sono messo al computer sviluppando l’animazione, che è il cuore della mostra. Considerata la stagione, mi piaceva l’idea di appendere le opere, anche per dare un senso di precarietà, come nella poesia di Ungaretti “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”.

Da quanti anni si occupa di arte?
Ho la passione del disegno fin da bambino, ma d’altronde l’artista è un bambino sopravvissuto all’età. Ho frequentato l’istituto d’arte di Trento e dopo la qualifica dei tre anni ho iniziato a lavorare in uno studio grafico. Allora si usava il fotolito, le camere oscure, il rapidograph (strumento per il disegno tecnico) e via dicendo. Mi sono sempre occupato di grafica, ma l’avvento delle nuove tecnologie ha stravolto il mio lavoro, portandomi nella decorazione pubblicitaria, imparando varie tecniche con l’aerografo. Ma la musica è cambiata anche qui: il digitale consente di stampare un adesivo da progetto grafico e anch’io mi sono dovuto adattare, nonostante ami molto più lavorare a mano.

Ha fatto altri lavori?
Nel 2001 ho iniziato ad appassionarmi alla video arte e sono arrivato a formarmi digitalmente nello sviluppo di video-scenografie. Con una piccola videocamera riprendevo ciò che mi era intorno: usavo la telecamera come occhio digitale per un gioco con liquidi, cristalli, sabbie. Si tratta di un’idea che ho portato avanti per quattro o cinque anni assieme ad un gruppo musicale.

Quando, e come, ha capito che l’arte era la sua vocazione?
Da bambino sognavo di fare l’artista. L’arte è un linguaggio e io cerco di usare il mio per comunicare il mio punto di vista sulle cose.

Quanto serve, o è servito, per creare un’opera?
Un disegno equivale a mezz’ora, quaranta minuti di lavoro, al massimo un’ora. In esposizione ne porto settantadue, i più belli. In tutto sarebbero centocinquanta.

Sta lavorando a qualcosa di nuovo?
Sempre: ho abbandonato il rapidograph, molto pratico in viaggio, per l’inchiostro e quindi pennino e china, che danno possibilità diverse. Sto lavorando ad una serie di disegni che porterò in mostra. La musica è l’elemento trainante del mio lavoro, soprattutto il jazz sperimentale: mi piace combinare più discipline artistiche.

Autore: Daniele Bebber

Un fiume di eventi contro la violenza

È dal dicembre 1999 che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha istituito “La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne” e ha designato il 25 novembre come data per la ricorrenza. Lo scopo di questa giornata è quello di sensibilizzare in ogni nazione l’opinione pubblica sulla gravità e le proporzioni che questo problema ha assunto. Esso prende vita in numerose forme della violenza e si esplica in modo trasversale a tutte le classi sociali, a tutti i livelli di alfabetizzazione e di istruzione e a tutte le latitudini del mondo. 

La data scelta dà inizio a sedici importantissimi giorni, i “16 giorni di attivismo sulla violenza di genere” che precedono la Giornata Mondiale dei Diritti Umani che ha luogo il 10 dicembre di ogni anno. Questo periodo comprende una serie di altre date di grande rilevanza come il 29 novembre, il Women Human Rights Defenders Day (Whrd), il 1º dicembre, la Giornata mondiale contro l’Aids e il 6 dicembre, anniversario del massacro del Politecnico di Montréal, quando 14 studentesse di ingegneria furono uccise da un venticinquenne che affermò di voler “combattere il femminismo”. 

“Orange the world”

Il colore arancione è utilizzato come colore di identificazione della campagna, ogni anno concentrata su un tema particolare e che dal 2014 ha assunto come slogan “Orange the World”.
Il service club Soroptimist international Merania, il gruppo di donne cioè che opera per le donne, le ragazze e le bambini a livello internazionale, nazionale e locale, aderisce all’intera iniziativa “Orange the world” con un ricco programma. Dal 25 novembre al 10 dicembre viene allestito il “Posto occupato” in numerosi luoghi pubblici come teatro, cinema, impianti sportivi, biblioteca e biblioteche scolastiche.

Una scrittrice in classe

In collaborazione con i licei di lingua tedesca di Merano “Gymme”, è invitata la scrittrice meranese Romina Casagrande a leggere alcuni stralci d’argomento e tratti dalla sua produzione letteraria.
In collaborazione il Comando dei Carabinieri, dove il Soroptimist meranese ha già creato anni or sono “La stanza tutta per sé” dove poter accogliere in un ambiente protetto e confortevole le donne che desiderino denunciare abusi e violenze, e che ha già donato la valigetta “Kit”per le registrazioni audio e video per le denunce in ospedale o altri luoghi, per i 16 giorni verrà illuminata di rosso la caserma.

Uno scaffale per le donne

In collaborazione con la Biblioteca civica di Merano, il 25 novembre alle ore 11 sarà inaugurato “Uno scaffale tutto per sé”. Lo scaffale dipinto di arancione mostrerà libri dalle tematiche femminili, altri scritti da donne. Ogni anno si sceglierà un diverso tema e lo scaffale ospiterà nuovi volumi. Il Soroptimist Club Merania si augura che lo scaffale diventi un punto di informazioni per gli studenti ma anche per i cittadini meranesi.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La genesi di un sogno: il Kurhaus, centro della mondanità

Ben trentotto anni dopo la consacrazione di Merano come Luftkurort (1836), in città mancavano ancora quelle tipologie di edificio necessarie per le diverse terapie ma anche per l’intrattenimento e lo svago, sempre presenti, nelle città di cura Mitteleuropee. Di impedimento alla realizzazione dei differenti stabili erano sì carenze economiche ma soprattutto l’ostinata opposizione dei politici conservatori. Il dibattito sull’opportunità di costruire un Kurhaus era iniziato nel 1846, quando, sotto la spinta di un primo afflusso turistico già consistente, l’allora sindaco Valentin Haller aveva invitato i cittadini a fondare una società per la costruzione del Kurhaus (Kurhausaktiengesellschaft).

Fu solo nel 1874 che la città poté inaugurare il suo Kurhaus. Il progetto e la realizzazione stessa dell’edificio apparve sobrio ed elegante nelle sue linee architettoniche neorinascimentali, con una struttura semplice, un corpo centrale, con atrio e scale, e due ali laterali ripartite in diversi locali adibiti alle molteplici attività con una lunghezza totale dell’edificio di settantaquattro metri. 

Qui si sarebbero concentrate le attività culturali, di svago e quelle più propriamente terapiche, secondo un modello già molto diffuso fra i centri di cura dell’impero e non solo. 

I bagni di cura trovavano posto al pian terreno del lato nord che si affacciava sulla Habsburgerstrasse. 

Nella sala posta nella zona mediana del corpo di fabbrica avevano luogo i balli, le feste, i concerti ecc. 

C’erano inoltre la Konversationsal, la sala di lettura, la sala giochi provvista di tavoli da biliardo, la sala da fumo, gli uffici della Azienda di cura e un salone per le signore. 

Il 14 novembre 1874 si ebbero i festeggiamenti di inaugurazione che non lasciarono a desiderare: centocinquanta gli invitati d’onore al banchetto, la sala della cerimonia era illuminata da centodue lampade a gas, eleganti decorazioni floreali impreziosivano l’ambiente e due busti dei coniugi imperiali davano un tono di ufficialità all’evento, sottolineato dalle note armoniose dell’orchestra di cura.  Il Kurhaus era ora il fulcro delle attività e degli incontri della società vacanziera. La sala di lettura, dall’ingresso gratuito, era aperta dalle otto del mattino per chiudere, oltre che nella breve pausa del mezzogiorno, alle nove di sera. 

Era l’Azienda di cura e soggiorno ad occuparsi dell’organizzazione delle singole attività e delle manifestazioni, quali concerti, balli e persino pezzi teatrali nonostante il progetto non prevedesse una sala teatrale o un palcoscenico. Si rimediò con un palco smontabile lungo tredici metri e profondo otto. 

Vista la concorrenza data dal gran numero di città di cura in tutto il territorio dell’impero e d’Europa, le attrezzature andavano continuamente aggiornate e rinnovate, così a pochi anni di distanza, nel 1880, lo stabilimento venne rinnovato e dotato di apparecchiature all’avanguardia. Negli anni Novanta però l’edificio denunciava la sua inadeguatezza data dagli spazi ormai divenuti angusti per un così cospicuo flusso di turisti. 

Nel 1899 dunque le autorità preposte si ritrovavano nuovamente nel vortice del dibattito sulle soluzioni possibili, in bilico fra l’ipotesi di una ulteriore ristrutturazione e quella di una definitiva ricostruzione. 

Si dovrà giungere però fino al 1906 per indire un primo concorso di proposte per la ristrutturazione, per arrivare infine ad una soluzione più drastica nel 1911 che prevederà la completa ricostruzione e l’ampliamento verso est lungo la passeggiata dell’edificio.  

Autrice: Rosanna Pruccoli

Pedagogia e pallone

Luca Vanin, 31 anni è insegnante di scienze umane al liceo Gandhi di Merano. Collabora con l’Upad in diversi progetti educativi sul territorio, è un pedagogista presso un asilo nido e offre consulenze per bambini, ragazzi, genitori e famiglie. Oltre al suo ruolo nel mondo dell’educazione, Luca è un portiere in una squadra di calcetto e le sue gioie più grandi sono i suoi bimbi: Riccardo e Leonardo. 

Il tratto principale del mio carattere.

La pazienza.

Il mio principale difetto. 

Fatico a dire di no.

L’incontro che mi ha cambiato la vita.

Quello con mia moglie, scontato, ma vero.

La mia gioia più grande.

La nascita dei miei figli.

Da bambino sognavo di diventare…

Un calciatore.

Non sopporto…

Le persone egoiste.

La volta in cui sono stato più felice.

Il mio primo giorno da insegnante.

E più infelice…

La perdita dei miei nonni.

La qualità preferita in un uomo.

La gentilezza.

… e in una donna.

Anche.

Dico bugie solo…

Quando non voglio ferire eccessivamente.

La mia paura maggiore.

Rimanere solo.

Il mio cantante preferito.

Eminem.

Il pittore che amo.

Amedeo Modigliani.

L’oggetto a cui sono più legato.

La porta da calcio, faccio il portiere.

Mi sono sentito orgoglioso…

Quando mi sono laureato.

Il mio piatto preferito.

La carbonara.

Dove mi vedo tra dieci anni. 

A casa con i miei figli.

Il paese dove vorrei vivere.

Sto bene qui.

La persona che ammiro di più.

Sono due: mio padre e mia madre.

La mia occupazione preferita. 

Insegnare.

Il mio primo ricordo… 

Il secondo giorno di elementari in cui mio fratello scappò dalla scuola.
Nel mio frigo non manca mai…

Lo speck.

L’ultima volta che ho perso la calma…

Ieri sera. A casa quando sono stanco a volte capita.

Un sogno nel cassetto.

Vivere in una casa con un giardino.

L’errore che non rifarei.

Essere uno studente ansioso.

Del mio aspetto non mi piace…

Ormai mi sono accettato.

La persona che invidio più di tutti.

Non mi piace invidiare, ma prendere spunto.

Autrice: Chiara Caobelli

Anna Ferigo: il particolare e l’incanto

Quella di Anna è una storia di passioni brucianti che si sviluppano inanellate l’una nell’altra, dipendenti e capaci di sostanziarsi reciprocamente. Il design, la grafica, la fotografia, l’arte, l’architettura. Da fruitrice e da fotografa ella si misura costantemente con la creatività di cui si circonda tanto nei rapporti amicali che negli oggetti che arredano la sua casa o che indossa. Anna Ferigo è nata a Merano, dove vive e lavora. 

Il suo luogo di lavoro si trasforma spesso in un salotto d’incontro per artisti, fotografi e creativi. 

Adora viaggiare e fotografare, ama visitare i musei e trarne ispirazione.

 Le sue fotografie parlano di ciò che vede, di ciò che in un battito di palpebre ha colto e cercato di fermare. Sono scatti che narrano i suoi gusti, la sua sensibilità, ciò che le riempie gli occhi e i pensieri. 

Le fotografie non sono per lei certo un mezzo per mettersi in scena, anzi:  sono semplicemente un suo bisogno personale. 

Parigi, Berlino, Amsterdam, Marrakech, città dal fascino differente, non sovrapponibile, non confondibile, ma da assaporare fino in fondo, carpendone l’essenza, l’atmosfera, gli afrori, le tonalità. Palazzi, vicoli, mercati, volti, piedi: sono le piccole tessere di un puzzle minuzioso. 

A Merano sono gli artisti di strada ad ammaliarla: i volti truccati, i travestimenti, le movenze, i balzi, le danze, la fatica, il sudore, la stanchezza. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Francesco Brazzo: una vita per la musica

Domenica 12 novembre dopo una lunga malattia se n’è andato a soli 59 anni Francesco Brazzo, una delle figure più significative del panorama musicale altoatesino. Il suo ricordo resterà indelebile a lungo nella memoria di tutti coloro che hanno avuto l’occasione e la fortuna d’incontrarlo.

Nato in una famiglia musicale dove soprattutto regnavano gli strumenti a corda, Brazzo si era dotato di una formazione musicale solidissima, diplomandosi al Conservatorio di Bolzano, prima in tromba con Iginio Ferrari e poi in composizione con Francesco Valdambrini. Come compositore Francesco Brazzo dal 1989 al 1996 ha realizzato diversi lavori sinfonici commissionati da Orchestra Haydn e Festival Musica contemporanea, accanto a lavori cameristici richiesti da Quartetto di Torino, Settimane Mahleriane, Festival di Musica Sacra e Filmfestival della Montagna. Per diversi anni ha realizzato anche arrangiamenti orchestrali di brani natalizi, eseguiti nella basilica di Assisi in occasione delle festività e trasmessi in televisione dalla Rai nazionale. Diverse sono state anche le sue incursioni musicali in campo teatrale, ma dalla metà degli anni ’90 i contesti in cui ha profuso le sue grandi energie sono stati soprattutto l’insegnamento presso l’Istituto Musicale in lingua italiana (oggi Scuola di musica Vivaldi) e la pratica musicale della musica irlandese. Nell’insegnamento è stato un punto di riferimento per generazioni di musicisti in erba, occupandosi di teoria musicale, armonia e musica d’insieme. In quest’ultimo ambito proverbiale è stata la sua capacità di lavorare sui materiali musicali, anche di repertorio, creando arrangiamenti ed adattamenti in grado venire incontro alle più diverse esigenze, anche estemporanee. Rispondendo in questo modo alla sua idea inclusiva di rendere la musica il più possibile una gioia per tutti, a prescindere da capacità tecniche e competenze acquisite.
Polistrumentista, oltre alla tromba era in grado di suonare anche pianoforte, chitarre, violino e viola, sassofono, trombone, flauto dolce, e – con grande maestria – tutti gli strumenti a fiato della musica irlandese tra cui i “whistles” e la Uilleann pipe, la cornamusa irlandese. 

IL RICORDO

I ricordi personali che mi legano a Francesco Brazzo sono molteplici e variegati, dovuti anche ad amicizie comuni e frequentazioni personali. Di lui mi hanno sempre colpito la modestia a fronte di straordinarie capacità e competenze musicali, e la sua indefessa esigenza interiore di andare alla ricerca di quello che fosse il vero nucleo della sua passione. Senz’altro la sua strada – dopo il primo periodo di (alta) formazione e diversi esperimenti – è riuscito a individuarla in due direttrici principali. Innanzitutto quella del facilitatore e dell’animatore musicale, prima ancora che del formatore. In questo modo Brazzo ha portato avanti anche l’esperienza scoutistica che in gioventù l’aveva entusiasmato e indirizzato, anche e soprattutto dal punto di vista dei valori personali e interpersonali. Il secondo aspetto in cui Francesco Brazzo è riuscito ad esprimersi è senz’altro quello della pratica musicale, identificando ad un certo punto soprattutto la musica irlandese come veicolo prediletto. è in quel campo che è riuscito a incanalare ed esprimere la gioia del “fare musica”, trasmessa e condivisa anche ai suoi figli e alle tante persone che gli sono state accanto, cantando e suonando, in questi anni. Ma non va dimenticato che la passione creativa e autoriale di Francesco Brazzo ha trovato modo anche di esprimersi attraverso la realizzazione di un cospicuo catalogo di canzoni e materiali didattici per bambini, anche in collaborazione con il fratello Davide. La scomparsa di Francesco Brazzo è una grave perdita per i tantissimi che ne hanno apprezzato le qualità umane e musicali. Ma la sua semina nei campi della musica, resi fecondi dal suo entusiasmo e dalle sue grandi capacità di coinvolgimento, continuerà a dare frutti anche in futuro. Ne siamo assolutamente certi.

Autore: Luca Sticcotti

On Lovera prosegue con le sue attività

Nel quartiere Europa Novacella proseguono le iniziative del progetto “On Lovera”, che ha sede nel centro culturale ideato a suo tempo da don Giuseppe Rauzi, accanto alla parrocchia della Visitazione di Viale Europa. Abbiamo dialogato con Daniel Valentini, operatore che segue le iniziative attivate nella struttura. 

Ciao Daniel, come descriveresti, sinteticamente, “On Lovera”?
“On Lovera” è un progetto di animazione territoriale e sviluppo di comunità che ha sede ed è indirizzato al quartiere “Europa-Novacella”. Oltre ad animare il quartiere, il nostro obiettivo è quello di creare connessioni significative tra le numerose associazioni e realtà attive nella zona. Il nostro target di lavoro comprende tutta la popolazione, si rivolge quindi a persone di ogni età ed estrazione sociale. Abbiamo organizzato diversi eventi culturali e musicali per i giovani con la collaborazione di realtà come Bluspace di MusicaBlu, BEYoung, COOLtour e Villa delle Rose. Durante l’estate inoltre è stato organizzato un corso di Fitness ed altre attività come letture nei parchi del quartiere e all’interno del Centro Lovera. Per tutta l’estate, in aggiunta, il Club Della Visitazione ha animato le piazze con sagre, eventi, balli e cene. In breve, abbiamo avuto un programma estivo ricco di iniziative e ci stiamo al momento concentrando sul piano autunnale ed invernale. 

Sei soddisfatto dei risultati raggiunti? 
Sì, apprezzo questo lavoro. Sono soddisfatto, in primis perché gli eventi realizzati finora hanno suscitato grande partecipazione. Il 19 agosto, ad esempio, ha avuto luogo la “Sagra dell’arrosticino”. Sono stati distribuiti circa 500 piatti e si percepiva un’atmosfera di festa tra le persone che si divertivano e ballavano. Anche poco prima di mezzanotte, con la musica già spenta, la piazza era ancora gremita di gente e siamo stati costretti ad esortare le persone ad andare via invitandole alle iniziative ed appuntamenti futuri. Il quartiere ha risposto molto positivamente, segno chiaro del desiderio di aggregazione, incontro e, soprattutto, di festa. 

Avete incontrato difficoltà durante le attività?
Abbiamo indubbiamente affrontato alcuni ostacoli, ma niente di insormontabile. Come progetto On Lovera, ci impegniamo ad offrire un sostegno pratico e burocratico nella realizzazione degli eventi proposti ed il Comune di Bolzano ci fornisce un aiuto fondamentale, soprattutto per risolvere e superare i vari intoppi che si possono creare durante un evento o una manifestazione. Coinvolgendo tante associazioni e realtà differenti, è, inoltre, abituale lo scambio di aiuto reciproco. Grazie a questa collaborazione è possibile impiegare le diverse competenze e qualità di ciascuno, e risulta, di conseguenza, essere abbastanza “semplice” superare le varie difficoltà. 

Chi può aderire all’iniziativa?
Il nostro progetto On Lovera è aperto a tutti, accogliamo sia singoli che associazioni. L’unico requisito che chiediamo ai nostri collaboratori è quella di essere portatori di idee, creatività e, soprattutto, avere una grande voglia di creare e di fare. 

Quali sono le prossime attività in programma?
Durante l’intero mese di dicembre, in collaborazione con la circoscrizione Europa-Novacella, stiamo organizzando una serie di eventi a tema natalizio. Questi, avranno inizio il 2 dicembre presso il centro Lovera con un laboratorio di corone d’avvento. L’entrata e la partecipazione saranno gratuite. Successivamente, il 4 e 5 dicembre in piazza Matteotti, ospiteremo una “fiera delle associazioni” con musica ed eventi, tra cui, per i più piccoli, l’arrivo di San Nicolò il 5 dicembre.

Sanaa El Abidi Cooltour 

Le bambole di ceramica di Nonna Lelli

Nonna Lelli e le bambole di ceramica. Con la “pasta” giusta, la passione può durare per sempre.

Anna ed Elisa intervistano Nonna Lelli, chiedendole di svelare i segreti delle sue bamboline di ceramica.

Anna – Come è iniziata la tua passione per le bamboline?
Questa avventura è iniziata nel ‘98, parecchi anni fa su insistenza di una mia amica che voleva assolutamente insegnarmi a fare le bamboline e io non volevo imparare perché pensavo di non essere all’altezza. Poi finalmente mi sono decisa e ho iniziato. E da lì è partita la passione, un passatempo, un hobby a cui dedico le mie ore libere. Ho iniziato con la pasta di sale. Per diversi anni ho prodotto questi oggetti con la pasta di sale, però la pasta di sale a un certo punto si rovina, si deteriora, non è per sempre. E così, cercando informazioni qua e là, ho captato suggerimenti diversi. Ho appreso delle nozioni per riuscire a produrre degli oggetti con la porcellana fredda, una tecnica non così facile come quella della pasta di sale.

Elisa – E quindi ha una casa piena di bamboline?
Sì. Ne ho, poi le faccio anche da appendere, non solo da tavolo. Sperimento tante tipologie di bamboline.

Elisa – Le prepara ogni settimana?
No, d’estate un po’ meno perché fa caldo, oppure me ne occupo di sera. Anche quando lavoravo, le facevo di sera e mi servivano a rilassarmi. Veramente non avrei mai immaginato che sarebbe diventata un’attività così gratificante.

Elisa – Quindi è felice di aver imparato da questa amica?
Sì sì sì. E sono l’unica di cinque amiche che ha continuato. Ci si trovava ogni tanto per passare così il tempo insieme.

Elisa – E ha un posto preferito, diciamo in casa, dove lavorare alle bamboline?
Sì, è una stanza che era dei miei figli, una stanzetta tutta per me e così lascio tutto lì. Prima lavoravo in soggiorno però ogni volta dovevo pulire, togliere tutto, invece adesso ho il tavolo tutto per me e la stanza è diventata il mio laboratorio. 

Elisa – E si è ispirata a qualcosa in particolare quando creava queste bamboline? O è tutta fantasia?
No, ho dei libri. Però diciamo che quando ho la base dopo vado a fantasia. Cioè lavoro secondo quello che al momento mi viene in mente.

Anna – Potremmo fare anche un’ esposizione…
Se vuoi, puoi portarne alcune con te. Si può fare senz’altro, basta avere un tavolino, tanto sono là. E poi, sai, non è che ho smesso, ne farò ancora. Perché è un passatempo. Ecco, questa è la mia storia. Non immaginavo, diventa davvero una cosa che ti prende.

Elisa – Quanto tempo ci vuole per fare una bambolina?
Un’ora e mezza, circa. Per quelle in piedi impiego meno perché il vestito è di stoffa, le altre vanno anche dipinte e ci si mette di più, circa due ore. 

Elisa: Qual è il procedimento ? Come avviene la creazione?
Per fare l’impasto della porcellana fredda ci vuole la colla vinilica, la farina di maizena, la Nivea, l’olio di glicerina e un po’ d’acqua. Si mette in padella e si cuoce sul fuoco: quando si addensa si deve togliere subito dal fuoco perché l’impasto rischia di diventare troppo duro, poi la manipolo finché diventa elastica e poi la coloro con le tempere.

Anna Crepazzi e Elisa COOLtour

Walter Bonatti in mostra alla Civica

C’è tempo fino al 7 gennaio per visitare la mostra “Walter Bonatti, stati di grazia. Un’avventura ai confini dell’uomo”. Organizzata dal Museo Nazionale della Montagna di Torino, la mostra è stata fortemente voluta dal Cai di Bolzano, che, grazie al Comune che ha concesso il patrocinio, ha ottenuto gli spazi della centralissima Galleria Civica.

L’esposizione è un’avventura ai confini dell’uomo dedicata a Walter Bonatti, alpinista ed esploratore, che ha saputo andare alla scoperta non solo della montagna e del mondo, ma soprattutto di se stesso, attirato dal senso di avventura e dai viaggi nell’ignoto che portano a confrontarsi con il sé.

Perché portare una mostra su Walter Bonatti a Bolzano?
Maurizio Veronese, presidente del CAI Bolzano – Il capoluogo aveva già risposto molto bene diversi anni nel 2005 fa quando Bonatti era venuto in città per la mostra “Fermare le emozioni”, sempre alla Galleria Civica, e ad una successiva conferenza all’Auditorium Roen. 
Io ho visto questa mostra a Torino due anni fa, me ne sono innamorato, e ho lavorato affinché Bolzano potesse godere di questa cosa.

Daniela Berta, Lei è la direttrice del Museo Nazionale della Montagna. Perché avete scelto Bolzano per questa mostra?
Daniela Berta – Abbiamo trovato qui a Bolzano una forte affezione per la figura di Walter Bonatti e lo sforzo del Cai Bolzano, e anche la disponibilità degli spazi da parte della città ci ha consentito di proporre un adattamento di questa esposizione. Qui a Bolzano c’è molta  attenzione per i temi che riguardano le terre alte e sicuramente la presenza di Reinhold Messner, anche il suo legame personale con Bonatti, è un elemento che può contribuire a incrementare l’interesse per un’esposizione, attraverso la quale vogliamo raccontare l’approccio di Bonatti all’avventura verticale e all’avventura orizzontale.

Un grande tema di questa mostra sono le sue esplorazioni… 
Non volevamo  appiattire la figura di Bonatti sulla sua attività alpinistica, pur essendo noi un museo della montagna, perché leggendo i suoi scritti, ascoltando le sue interviste, lavorando sul suo archivio, è emerso quanto fossero per lui parimenti importanti anche le esplorazioni nelle terre all’epoca non ancora conosciute, che oggi invece lo sono.

Autore: Till Antonio Mola