Il dialetto trentino al concorso nazionale

Prosegue il viaggio alla scoperta delle compagnie teatrali amatoriali della Bassa Atesina che recitano in italiano. Questa volta, protagonista della storia è il Circolo Culturale Negrelli di Ora, da poco reduce della propria rassegna in grado di riscuotere un interessante successo.

“Tutto nasce dopo la guerra, quindi siamo tra il 1945 e il 1950, dall’idea di don Clemente Deflorian, allora parroco di Ora e curatore dell’oratorio – racconta il presidente del gruppo amatoriale, Ivan Sgarbossa – L’intento era quello di diffondere cultura e favorire le relazioni fra persone proprio attraverso la recitazione, lo spettacolo”.

Presidente Sgarbossa, come fece don Clemente a promuovere la cultura del teatro?

Fece costruire nella propria parrocchia il centro giovanile e il teatro appunto; dopo la scomparsa del sacerdote restò attivo solo il teatro della scuola elementare grazie al maestro Domenico Mosuto. 

Oggi recitate per lo più in italiano, ma in passato avete proposto degli spettacoli in dialetto…

I primi tempi siamo partiti portando in scena delle farse, piccoli componimenti divertenti. Poi siamo passati alle commedie più strutturate. In questo senso abbiamo fatto un sorta di percorso partendo con il dialetto e poi, per uscire dai canoni classici, siamo andati avanti provando a recitare in italiano, e ci siamo riusciti: abbiamo anche ottenuto diversi riconoscimenti.

Che tipo di riconoscimenti? 

Nel 2013 con “La baita degli spettri” abbiamo ottenuto tutti i premi del palcoscenico trentino di quell’anno. Poi, con “Il mistero dell’assassino misterioso” di Lillo&Greg, abbiamo vinto il concorso nazionale Sant’Urbano a Padova.

Ricorda altre commedie interpretate in questi anni? 

Quando abbiamo iniziato in dialetto, penso a “Robe da Ciodi” di Antonia Dalpiaz. O “L’usel del marescial” di Loredana Cont. Poi, quando abbiamo iniziato ad esibirci in italiano, penso a “L’incidente”, un testo di Luigi Lunari, o “Il colpo della Strega” scritto da Graam. Anche questo ci ha consegnato dei premi nel circuito Cofas.

In quanti siete? 

Siamo quattro attori e cinque, sei assistenti. Il Covid non ha aiutato, però abbiamo tre persone che dovrebbero iniziare a breve.

Progetti futuri? 

Provare a riprendere un po’ il ritmo; stiamo cercando i testi per una nuova commedia e anche persone che, come noi, abbiano voglia di impegnarsi.

Autore: Daniele Bebber

Live Muse omaggia il “re dei sorcini”

È l’ultimo concerto della stagione, e gli organizzatori hanno deciso di dedicarlo ad un cantautore che ha fatto la storia della musica italiana, e non certo solo per la sua voce e i suoi testi: sabato 6 maggio alle ore 21, quasi venti musicisti si alterneranno sul palco del teatro delle Muse di San Giacomo per celebrare il “re dei sorcini”, Renato Zero.

“Il triangolo”, “Mi Vendo”,” Felice e perdenti”, e poi ancora “I migliori anni della nostra vita”  “Spiagge” e “Il cielo”: sono brani che ogni italiano ha bene in mente, canzoni che fanno parte del patrimonio della musica leggera dagli anni Settanta ad oggi. 

Così come il loro autore, Renato Zero: un artista che nel corso della sua lunga carriera ha pubblicato 44 album, ma che soprattutto è stato capace di costruire un personaggio in grado  di sconvolgere i cliché del mondo dello spettacolo della Penisola importando il “glam” in tutti i suoi colori e le sue sfaccettature. 

Ci saranno anche questi brani nel repertorio che lo staff del Live Muse ha elaborato per la serata di sabato 6 maggio, quando a partire dalle ore 21 la presentatrice Cristina di Zanutto introdurrà sul palco del teatro delle Muse le tre formazioni che si alterneranno sul palco. 

Aprirà la serata sarà quella capitanata dal batterista Max Martinelli con Daniela Peroni (voce), Elisa Bernini (tastiere), Luciano Zattel (basso), Andrea Trebo (chitarra), Virgilio Moroni (chitarra), Max Martinelli (batteria). 

Poi sarà la volta dell’ensemble guidato da Paolo Tomasi (voce), con Marco Casarin (tastiere), Francesco Basciu (chitarra), Stefano Prosseda (basso) e Mario Cosentino (batteria).

Ultima formazione, quella che farà capo ad Alessandro Magri (basso e voce): Federico Barzon (voce), Philipp Skal (batteria), Luca Tommaseo (chitarra), Paolo Tomasi (tromba), Bruno Tagliari (sax) e Filippo Grimaldi (tastiere).

E poi il gran finale, con tutti gli artisti assieme sul palco per eseguire uno dei maggiori successi di Renato Zero, che – per ora – rimane un segreto per non rovinare la sorpresa.

Anche per questo concerto il biglietto d’ingresso è stato fissato a 10 euro, e anche per questa occasione il ricavato verrà devoluto per una buona causa: questa volta tocca al Comitato di Bolzano della Croce Rossa. 

Per ulteriori informazioni e prenotazione posti è possibile chiamare il numero 0471 952650 dalle 9 alle 12 dal lunedi al venerdi, o via mail: prenota@teatrofilolaives.it.

Autore: Luca Masiello

A “ferro e fuoco” per la bella stagione

La primavera è arrivata, e anche a Laives si sentono i suoni della natura che si risveglia, il profumo dei fiori che sbocciano e… delle grigliate. A Laives si potrà godere di questo aroma particolare per dodici ore di fila durante la giornata del 29 aprile, quando in parco Marconi andrà in scena una grande kermesse di musica, spettacoli e gastronomia dal titolo “a ferro e fuoco”.

Sei esercizi pubblici, cinque associazioni, quattro musicisti, tre artisti coinvolti: sono i numeri della manifestazione che sabato 29 aprile lancerà la zona a sud di Bolzano verso la primavera, e un piccolo preludio ai grandi festeggiamenti che verranno celebrati a Laives nel corso dell’estate. 

“Una sorta di grande prova generale per il ciclo di eventi che stiamo organizzando per la bella stagione, denominato proprio ‘Pazza estate’ – spiega il direttore dell’ufficio Sociale e cultura, Paolo Brunini – si tratta di un esordio sotto molti punti di vista: perché è la prima volta che organizziamo una kermesse del genere, ma soprattutto perché ‘A ferro e fuoco’ sarà un evento capace di coinvolgere contemporaneamente tutte e tre le realtà che compongono il comune, unendo dunque Laives, Pineta e San Giacomo in un unico luogo per festeggiare assieme”. 

Dalle 11 del mattino dunque, verrà proposta  un’ampia e variegata offerta culinaria, fra l’altro a prezzi alla portata di tutti, e il programma di contorno sarà in grado di soddisfare ogni esigenza: si partirà già al mattino con i concerti, e dunque le esibizioni di Brigida, del dj Ivan, poi i “Cinnamon Rolls” e in serata il deejay Alessio B. Nel primo pomeriggio per i bambini non mancheranno gli spettacolo di burattini, e poi tanta animazione con i clown dell’associazione Sos smile (di cui parliamo nella storia di copertina nelle pagine 4 e 5), con le incursioni dell’artista di strada Francis Forlan, con i giochi dell’associazione genitori bambini Elki, e dopo le ore 21  ci sarà uno spettacolo di mangiafuoco con una vera professionista; grazie all’Arco club Laives si potrà provare a scagliare delle frecce, con l’associazione di Capoeira “Energia pura”  si potranno provare le mosse di questa scenografica arte marziale e dare una mano ai Paesi più poveri allo stand della bottega Altromercato.

“È tutto pronto – conclude Paolo Brunini – non ci resta che sperare nel bel tempo e nella risposta della cittadinanza: questa prima festa è un’ottima occasione per rilanciare l’economia locale, ma anche l’immagine di Laives”.

Autore: Luca Masiello

Quando arrivò la strada ferrata

A metà del XIX secolo, la costruzione di nuove linee ferroviarie occupò la maggior parte dei governi europei. Perfino nei lontani Stati Uniti il cavallo di ferro era assurto a protagonista della conquista dei vasti territori del selvaggio West. Due binari di ferro avevano risolto un problema atavico dell’umanità: ora spostarsi comodamente e in tempi rapidi era cosa alla portata di tutti.

Anche in Tirolo e nelle altre province dell’impero asburgico fervevano i lavori. L’intento era quello di costruire una fitta rete di collegamenti tra Trieste e Verona, Milano e Como, Verona, Trento e Bolzano fino a Innsbruck. Ovviamente i governi non avevano in mente soltanto la comodità dei cittadini ma anche le loro esigenze militari. La velocità, anche in questo campo, si era impadronita del genere umano e, a quanto pare, non l’avrebbe più abbandonato.

Sulla “Bozner Zeitung” del 19 aprile 1856 apparve in prima pagina un articolo dal titolo “Die lombardisch-venetianischen Staatseisenbahnen” (Le ferrovie statali del regno Lombardo-Veneto – parte dell’impero fino al 1859) in cui si annunciò la costruzione di nuove linee per 355 km. Inoltre, era in programma la costruzione di una linea tra Verona, Bolzano e Innsbruck. 

L’idea della cosiddetta linea del Brennero risaliva a qualche decennio prima.Nel 1836 era stato pianificato il collegamento tra Kufstein, Innsbruck, il Brennero e Bolzano. Nel 1858 fu inaugurato il tratto tra Kufstein e Innsbruck, nel 1859 quello tra Trento e Verona. Tra Trento e Bolzano i binari furono posati l’anno successivo e la linea fu inaugurata il 16 maggio 1859. La valle dell’Adige era quindi percorribile da Verona a Bolzano. Poi, con la costruzione del ponte di Cardano, venne finalmente completata l’opera e il 25 luglio 1867 un treno percorse per la prima volta l’intera distanza tra Innsbruck e Bolzano.Il 23 agosto partì da Bolzano l’ultima diligenza per Innsbruck. Pochi anni dopo, anche il trasporto fluviale sull’Adige cessò la sua attività secolare. Nel 1866 il Veneto passò all’Italia e il punto finale della Südbahnasburgica divenne Ala. 

Per la costruzione della linea tra Bolzano e Trento fu necessario espropriare diversi terreni. La stessa “Bozner Zeitung”pubblicò l’elenco completo dei proprietari interessati dal provvedimento. Per quanto riguardava il territorio di Laives, il primo nome del lungo elenco è quello dello stesso comune, rappresentato dal Gemeindevorsteher (sindaco) Franz Gerber, cui veniva espropriata la cosiddetta Stierwiese, il campo del toro. Facile immaginare chi in precedenza pascolasse su quel prato. A Johann Pattis e sua moglie Barbara Gottardi venne espropriato un campo denominato Fuchserau, evidentemente collegato all’antico maso Fuchser. Sempre nella Fuchserau dovettero cedere i loro terreni Peter Franko e Dominik Komper, oltre a Franz von Ferrari di Bronzolo. Peter Pfeifer cedette un terreno  paludoso e Josef Pircherdel maso Goldegger un terreno nei pressi del Landgraben.  Johann Gerber del “Thurmer” cedette la Burgerwiese (di maso Burger), Franz Gerber la Flascherwiese del maso Flascher. Furono espropriati anche Anton Franzelin, noto oste del Casagrande, e ancora Franz Gerber di un campo in località Raut (oggi Curti). Josef Pircher dovette cedere anche la Aspmaierwiese, Peter Zeole Johann Grumerla Giesenwiese. Anche alcuni nobili furono espropriati, tra cui Ludwig von Biegeleben, i von Malfer di Ora, Karl von Zallinger di Bolzano, Guidobald von Thun. A Teresa Kurzl, erede di un’agiata famiglia del luogo, fu espropriato un terreno detto Weisshaus dell’omonimo maso.

Così l’antica linea postale Innsbruck – Roma – Napoli, introdotta da Johann Taxis nel 1489, divenne soltanto un ricordo per i nostalgici dei bei tempi andati.

Autore: Reinhard Christanell

Focus sull’arte “preziosa” del meranese Konrad Laimer

Agli occhi di Konrad Laimer l’arco alpino è uno scrigno prezioso, capace di offrire gemme e pietre dure di pregio, gli alberi del bosco offrono venature fantasiose, le corna di cervo, tagliate e sbiancate, hanno il fascino dell’avorio ma il cervo le perde annualmente e basta raccoglierle nel bosco. L’arco alpino quindi come fonte di ispirazione poetica e creativa per dar vita a monili d’oro o d’argento.
L’arco alpino vissuto come uno scrigno prezioso in cui flora, fauna e geologia offrono ispirazione ma soprattutto i materiali utili al concetto produttivo di Konrad Laimer, orafo artista che intende il gioiello come il risultato che scaturisce dal territo stesso. Il gioiello è visto come un ponte fra il soggetto e le sue radici. Il gioiello che diventa vettore per comunicare una storia millenaria poiché, la gemma incastonata, racconta di vulcani in eruzione, terremoti e glaciazioni. Così le corna, che il cervo perde ogni inverno, le fette di mela, il marmo di Lasa, il cristallo della valle Aurina, la corniola delle Dolomiti, lo smeraldo della valle di Habach, la pisolite del Montebianco, la tormalina dell’Ortles, il cristallo doppia-punta della Val Tellina, il granato della Zillertal e soprattutto la nostra meranite diventano le mille occasioni per la creazione di un monile. La raffinatezza del gioiello è dunque anche conoscenza e fascinazione per la natura e indossarlo diviene quasi una sorta di sodalizio con essa.
Questi sono i concetti che sottendono all’oreficeria di Konrad Laimer, classe 1960, venostano ma residente a Merano, in attività come orafo sin dal 1976.
In gioventù Laimer aveva svolto il proprio alunnato presso uno dei nomi più importanti dell’oreficeria meranese Walther Erkert, aveva frequentato la scuola di oreficeria a Bolzano e l’Accademia estiva di oreficeria a scultura di Salisburgo diventando poi per un biennio l’assistente del professor Neele. Nel 1987 Laimer aveva aperto il proprio laboratorio orafo iniziando fin da subito a lavorare per “collezioni tematiche” che, di volta in volta diverse, si componevano tanto di gioielli che di oggetti scultorei, che di grafiche e schizzi. Con le sue istallazioni e opere multimediali ha partecipato anche a mostre a Düsseldorf, Berlino e Milano.
L’idea o meglio l’intuizione della “ricchezza e del valore del territorio alpino” lo ha sviluppato via via approfondendo la propria ricerca e portandola alla maturazione che oggi gli consente di esserne foriero in Italia e all’estero. L’attaccamento al territorio infatti non ha però impedito a Laimer di sfondare i confini altoatesini portando il suo know how negli Stati Uniti nelle vesti del docente ospite per insegnare a molti giovani a conoscere la propria terra e le possibilità da essa offerte.
Inseguendo la via dell’ambra ha iniziato una sinergia ormai decennale -e che a tutt’oggi continua- con la scuola orafa di Kaliningrad e con quella di Mosca, portando suggestioni del mondo alpino e ricevendo ispirazione dagli Urali. La sua idea di “gioiello del territorio” è sbarcata anche alla “Milano Jewelry week” dove Laimer non solo ha esposto ma ha tenuto anche conferenze e un workshop presso la Scuola di oreficeria Galdus.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Un informatico a Zurigo

Alberto Masera è un bolzanino classe 2000 con una grande passione per l’informatica e per l’atletica. Dopo essersi laureato in Computer Science alla Libera Università di Bolzano, sta svolgendo un master in Svizzera. Oggi grazie alla sua esperienza andremo a scoprire assieme la città di Zurigo e conoscere la vita di un bolzanino all’estero.

Ciao Alberto, come sei finito a Zurigo?

Dopo aver passato tutta la mia vita a Bolzano ho deciso di provare a vedere se si potesse continuare l’esperienza universitaria attraverso un master all’estero, aggiungendo anche un po’ di economia al mio percorso di studi informatico. Ho deciso di partire perché volevo andare via di casa, fare un’esperienza diversa da quello che è il quotidiano qua a Bolzano. A Zurigo ci ero già stato come turista e mio fratello si è trasferito là a vivere con la sua famiglia. Zurigo è una città molto internazionale, dove comunque si parla il tedesco, una lingua a me già nota. Come turista non è una città che offre molto, ma come città in cui vivere è bellissima; la qualità di vita è molto alta e ci sono servizi di trasporto eccellenti (mi ero portato la bici da Bolzano per i brevi spostamenti cittadini, ma mi sono trovato da subito così bene con i bus e i tram che non l’ho quasi mai usata). I mezzi funzionano bene, sono comodi, puliti e puntuali.

Cosa ti manca di più di Bolzano?

Sicuramente le amicizie, le compagnie e la famiglia. Però la poca distanza da Bolzano (4 ore di macchina) mi permette di passare tranquillamente un week-end a casa. Ma la cosa che mi manca di più di tutte è vedere il Rosengarten al tramonto e in generale tutti i panorami mozzafiato altoatesini.

All’Italia cosa manca?

Potrei dire tante cose, ma credo manchi soprattutto l’apertura verso le altre persone, verso l’estero e le loro culture.Zurigo ti permette di crescere anche a livello culturale, è una città internazionale, ci sono moltissimi residenti stranieri e solo nel mio corso un buon 70-80 % degli studenti è di origine straniera.

Una cosa che lì è normale è che quando entri in un bar o quando fai una passeggiata, senti persone parlare in tantissime lingue diverse, nessuno viene guardato male, sembra quasi che ognuno pensi a sé stesso senza giudicare o “pre-giudicare” nessuno.

A livello sportivo come ti stai trovando?

Benissimo! A livello sportivo è un sogno vivere in Svizzera: ho la fortuna di allenarmi in una società molto ben organizzata e con un livello molto più alto di quello delle società di atletica bolzanine. Ci sono cinque allenamenti a settimana, che vengono già programmati settimanalmente e c’è la possibilità di fare una seduta di fisioterapia a settimana. Abbiamo sette allenatori fissi più diversi aiutanti, ognuno specializzato in diverse discipline che sono molto bravi e preparati.
In Alto Adige mi trovavo già molto bene, ma la qualità tecnica e la preparazione che hanno gli allenatori in Svizzera è un altro mondo.  Lo stato investe molto nello sport e si vede: le strutture d’allenamento sono molto all’avanguardia e ti permettono di allenarti con qualsiasi meteo possibile: ci sono piste outdoor, indoor, palestre e molto altro.

Quali sono i tuoi obiettivi futuri?

Finire il master e trovare lavoro in Svizzera. Sto pensando anche di fare un dottorato, però preferirei prima vivere un’esperienza lavorativa, mi piacerebbe fare ricerche per qualcosa di innovativo che potrebbe servire all’umanità, magari in una start-up o aiutando un progetto già esistente, una realtà che potrebbe aiutare più persone avendo grossi finanziamenti. Una cosa molto bella della Svizzera è che è molto più facile trovare lavoro, soprattutto nell’ambito informatico; hai tante opportunità ed è molto facile conoscere persone che hanno aziende e che hanno bisogno di collaboratori e di persone che hanno idee innovative.

Autore: Niccolò Dametto COOLtour

ANPI: la Resistenza non passa mai di moda

Guido Margheri, presidente di ANPI, ci conduce all’interno dell’associazione e lungo la sua storia di Resistenza e lavoro per il futuro.

Quando nasce ANPI?

ANPI nasce subito dopo la Seconda Guerra Mondiale grazie ai partigiani che ritennero la loro testimonianza e il loro impegno necessari per portare avanti in modo organizzato i valori che secondo loro avrebbero dovuto essere fondanti della nuova realtà nazionale che stava nascendo. Dal 2006, con l’apertura dell’associazione a nuove generazioni di antifascisti, ANPI si apre anche a nuovi impegni: non solo progetti di memoria, ma anche la formazione di una nuova Resistenza adatta alle nuove epoche storiche e l’appoggio dei movimenti che si impegnano per l’attuazione dei valori fondamentali come la lotta al razzismo e alle discriminazioni.

Quali sono gli obiettivi di ANPI?

Un obiettivo è quello di riuscire a creare e mantenere la coscienza per cui non si può discriminare — per genere, presunta razza, orientamento sessuale ecc. — e ricordarsi che essa è la base di una società civile. L’altro grande valore è quello della pace: non rassegnarsi all’idea che la guerra sostituisca il dialogo, serve che la politica diventi quotidiana nelle nostre teste e non soltanto nelle nostre vite. Sono dei valori non negoziabili che non posso-no dipendere da maggioranze e minoranze perché sono l’essenza stessa della civiltà.

L’associazione si occupa solo di antifascismo?

No, ANPI cerca di essere una cerniera tra le spinte di movimenti — anche lontani tra loro e da ANPI stessa — e le problematiche odierne come con i ragazzi di Fridays For Future. C’è la volontà di sottolineare i grandi problemi impattanti il presente e il futuro. La crisi della democrazia nasce anche quando le istituzioni ignorano le grandi problematiche attuali.  

Come si può definire la Resistenza? E perchè è così importante?

La Resistenza non è solo l’opporsi a qualcosa, è una tensione verso la costruzione di progetti positivi e quindi l’essere antifascista oggi significa questo: avere un progetto di una società più libera e democratica.
Mi viene in mente una citazione di Vittorio Foa che descrive bene l’importanza di questo progetto quando rispose al senatore e storico fascista Pisanò: “Se avesse vinto lei io sarei ancora in prigione. Avendo vinto io, lei è senatore della Repubblica e parla qui con me”.

Per questo 25 aprile ci sono iniziative?

Quest’anno c’è la volontà di mettere in atto un’azione più forte attraverso varie iniziative per ribadire che la Liberazione che si festeggia il 25 aprile non è solo un ricordo, ma è il cuore dell’oggi e del domani, è un patrimonio che deve vivere e che deve condizionare il mondo presente e futuro.

Autrice: Anna Michelazzi COOLtour

Nuovi arrivi?

Si torna a parlare di uno degli uomini più influenti del pianeta: Elon Musk. L’AD di SpaceX, attratto dalle bellezze dolomitiche, si è già trasferito in Val Badia in attesa della sua nuova “ciasa”. Ha già brevettato un’Intelligenza Artificiale in grado di tradurre simultaneamente il badiota (non ancora il gardenese) e si è iscritto alla banda musicale di San Cassiano come suonatore di batterie elettriche. Musk, dopo aver annunciato la costruzione di una rete di tunnel che permetterà la chiusura dei passi e l’utilizzo degli altopiani per il lancio di nuovi satelliti, ha salutato tutti con un caloroso “Giulan!”.

Autore: Roberto Tubaro

Cambio di presidenza a Gries – San Quirino

Come da accordi di maggioranza stabiliti a inizio legislatura, dopo due anni e mezzo il Presidente della Circoscrizione Gries San Quirino, Diego Laratta, e la Vicepreside Cornelia Brugger si sono dimessi dai rispettivi ruoli. Salvo sorprese, durante la prossima riunione si svolgeranno le elezioni e, i due, dovrebbero semplicemente scambiarsi di ruolo. Proprio in questo periodo, definibile come un “giro di boa” per l’attività dei consiglieri eletti, facciamo il punto su quanto fatto e sulle prospettive del quartiere più popoloso del capoluogo.

VIALE DRUSO E DINTORNI
“In questi 30 mesi – racconta Laratta – ho incontrato decine e decine di Comitati presenti in tutta questa fetta di città che ho avuto il piacere di presiedere. Personalmente ho imparato molto, sono cresciuto, e mi sono reso conto di quanto effettivamente, seppur apparentemente piccoli, i problemi possano incidere sulla vita delle persone. È stata un’esperienza che rifarei. L’obiettivo più grande che siamo riusciti a raggiungere? Certamente la creazione del Centro Giovanile di Gries, che da metà maggio prenderà vita a Palazzo Altmann, nel cuore del quartiere, e sarà rivolto soprattutto alle bambine e ai bambini”.
Altra grande questione, che ha animato gli ultimi mesi della presidenza Laratta/Brugger, è stata la gestione della zona dietro allo Stadio Druso, dove ha avuto luogo la costruzione di un parco giochi, ma non solo.
“È un posto considerato poco sicuro, ma l’inserimento del parco lo ha reso più tranquillo. In molti mi hanno comunicato che, grazie alla presenza di anziani e famiglie, ora si passeggia più rilassati. Forse è l’esempio del fatto che in città servano meno telecamere e più luoghi vivi e di ritrovo, che limitano le situazioni di pericolo. Nella stessa zona, al drusetto, a settembre arriveranno anche gli studenti delle scuole medie Ada Negri, che, vista la ristrutturazione della loro struttura, faranno lezione nei container. E non è tutto, perché grazie ai fondi del Pnrr, verranno riqualificati i campi sportivi del Lido di Bolzano, diventando fruibili dall’esterno anche quando le piscine sono chiuse”, spiega Laratta.

VIA FAGO E BICICLETTE
Il transito delle biciclette intorno alla zona di Via Fago – secondo Cornelia Brugger – è un grande problema che aumenta di mese in mese. “Serve un ridimensionamento del traffico anche per le biciclette, in modo da diminuire i rischi di incidente in alcuni tratti stradali”, evidenzia Brugger. “Questi sono tutti temi che si comprendono incontrando i cittadini in prima persona; per il futuro sto pensando di fare delle assemblee pubbliche a Palazzo Altmann”. In vista dell’estate, nonostante il cambio di guida, rimarrà la volontà da parte dei consiglieri di circoscrizione di continuare a organizzare le feste di quartiere che, specie in settembre, hanno ottenuto una grande riscontro da parte di tutta la città. “I momenti di svago sono importanti e contribuiscono a dare una bella immagine del quartiere”, conclude Brugger.

Autore: Andrea Dalla Serra

L’Alto Adige in un secolo di letteratura

E’ stato presentato nei giorni scorsi a Bolzano il nuovo lavoro dell’insegnante e scrittore bolzanino Carlo Romeo, una sorta di “viaggio storico” intorno ai ritratti dell’Alto Adige fissati nelle pagine di narratori, poeti, giornalisti e letterati di lingua italiana.

Carlo Romeo, bolzanino classe 1962, accanto al suo lavoro di professore – insegna da oltre 30 anni al liceo classico Carducci – si è sempre occupato a fondo della storia moderna e contemporanea dell’Alto Adige, di cui è considerato uno dei massimi divulgatori. In tutti questi anni, il professore non ha mai nascosto l’altra sua grande passione: la letteratura. Lui stesso è autore di un romanzo dal titolo “Partisan”, recentemente ristampato da Raetia edizioni, in cui ricostruisce la figura del sudtirolese Karl Gufler negli anni della seconda guerra mondiale e dell’occupazione nazista. 
Ma è nel suo ultimo lavoro, “Scorci di un confine. L’Alto Adige in un secolo di letteratura italiana”, edito da Alpha & Beta, che Carlo Romeo riesce ad unire queste sue due grandi passioni. Il  libro è stato recentemente presentato a Bolzano, e noi ne abbiamo approfittato per scambiare due parole con l’autore.

Professore, è corretto affermare che il libro sia la storia dell’Alto Adige, raccontata attraverso la letteratura in lingua italiana?

In un certo senso sì, possiamo dire che si tratta di un viaggio attraverso un secolo di romanzi, racconti e poesie, in cui io ho cercato di individuare quale fosse la prospettiva da cui questa terra veniva raccontata. Possiamo dire che è un saggio storico, che ha come oggetto la letteratura e le immagini che vengono create da scrittori e poeti. Questo ci permette di intravedere bene anche il cambiamento del territorio e le trasformazioni della prospettiva. Ad esempio, negli anni venti e trenta del novecento, è sicuramente una percezione esterna. Nel periodo successivo cominciano a comparire gli autori nati qui e quindi c’è una vicinanza con il territorio, un’empatia. Quindi sì, con questo libro intendo raccontare la storia di questa terra attraverso le prospettive che la letteratura ha creato.

Il libro è corposo, conta oltre 300 pagine. Ha inserito degli estratti di alcune opere?

Si tratta di un saggio che contiene delle citazioni, quando occorre. Il libro non è piccolo, non è il libro di una sera. Ho sempre cercato di accompagnare la riflessione sulla letteratura con la contestualizzazione. Anche il lettore che non conosce la storia di questa terra, può trovare delle schede in cui ci sono dei riassunti molto brevi, che forniscono delle chiavi di lettura che rispondono a domande come: “questo romanzo in che contesto si cala?” ,“di cosa parla?”. Questo è il motivo per cui il libro è così voluminoso.

Come ha affrontato il lavoro? Ha prima individuato i temi e poi li ha approfonditi?

Ci sono dei capitoli che seguono il filo del tempo, in cui cerco di far emergere  un modo di vedere l’Alto Adige. Le faccio un esempio: subito dopo l’annessione, lo sguardo è quello di una nuova provincia ottenuta dall’Italia, quindi, di una provincia tedesca che deve essere italianizzata. Diciamo che ogni spazio del tempo ha anche un suo modo di vedere questa terra.

Autore: Till Antonio Mola