La barbiera di Salorno

Il 2 marzo del 1965, a Trento, nasce Maria Daniela Albertini, la futura barbiera di Salorno. Dopo aver frequentato la scuola professionale per parrucchiera, con l’amica Manuela inizia a lavorare nel salone di Rosalia Zendron, per poi prendere il largo nel 1988 mettendosi in proprio e specializzandosi nei tagli maschili, soprattutto barbe. Una carriera durata ben 34 anni, che non gli ha levato la possibilità di partecipare in prima persona alla vita associazionistica salurnera.

La cosa che più mi piace di me. 

Il fatto che sono espansiva.

Il mio principale difetto. 

Non lasciar parlare gli altri.

Il mio momento più felice. 

Quando ho conosciuto Felice, mio marito.

La persona che ammiro di più. 

Emma Bonino, come donna e in politica.

Un libro da portare sull’isola deserta. 

La casa degli spiriti, di Isabel Allende.

La mia occupazione preferita. 

Il mio giardino.

Il paese dove vorrei vivere. 

l’Italia, da nord a sud.

Il mio piatto preferito. 

Spaghetti al pomodoro.

Non sopporto… 

L’indifferenza delle persone.

Per un giorno vorrei essere… 

Samantha Cristoforetti, per vedere la terra da lontano.

La mia paura maggiore. 

Per ora non ho paure.

Nel mio frigo non manca mai… 

Il latte.

Se fossi un animale sarei… 

Un pesce.

Mi sono sentita orgogliosa quando… 

Quando ho imparato a sciare.

Il mio motto. 

Non rimandare a domani quello che puoi fare oggi.

Il capriccio che non mi sono mai tolta. 

Imparare ad andare in barca a vela.

Il giocattolo che ho amato di più. 

Le bambole.

I miei poeti preferiti. 

Giovanni Pascoli.

I miei pittori preferiti. 

Depero.

Il dono di natura che vorrei avere. 

Una bella voce per cantare.

Dico bugie solo… 

Non sono brava, mi scoprirebbero subito.

Dove mi vedo fra dieci anni. 

Bella domanda, ma non voglio programmare il futuro.

L’ultima volta che ho perso la calma. 

Sinceramente non lo ricordo.

Da bambina sognavo… 

Quello che sogno ancora, tante cose belle da realizzare.

Autore: Daniele Bebber

“LoGlo”, scoprire il mondo nel centro città

Si chiama “LoGlo”, dalla fusione del termine greco logos (discorso, parola) con il termine inglese globalize e l’italiano locale, e si propone come un’esplorazione della città di Merano nell’ottica di comporre un dialogo che interessa e vede coinvolte le diverse lingue e culture del mondo presenti sul territorio. È il nuovo progetto nato dalla fusione di interessi, passioni e obiettivi comuni e condivisi tra Arciragazzi Bolzano, il centro di ricerca Eurac e la Libera Università di Bolzano, che vede protagonista un gruppo di giovani del territorio alla scoperta del multilinguismo e della multiculturalità. 

Si è tenuta nelle scorse settimane, presso il Coworking della Memoria in via Ugo Foscolo la serata di presentazione del progetto LoGlo – Scopri il mondo nel centro della città. Obiettivo del progetto è quello di valorizzare e tutelare le identità, le tradizioni e le realtà globali all’interno dell’orizzonte locale, nonché di coinvolgere i giovani in un processo di approfondimento, conoscenza e consapevolezza rispetto ai temi del multilinguismo e della multiculturalità, per favorire la scoperta delle lingue presenti sul territorio, diverse dal consueto binomio italiano-tedesco che caratterizza la realtà altoatesina, e diffondere una consapevolezza della diversità linguistica – e culturale – come valore nel quale riconoscersi e da difendere. 

Conoscere la società

Essere consapevoli della presenza di più lingue – oltre a quelle storicamente presenti sul territorio – aiuta a comprendere la complessità del presente, a conoscere gli spazi circostanti e ad aumentare le opportunità di crescita ed empowerment dell’intera cittadinanza. Una tale consapevolezza favorisce una riflessione sulla società attuale, che si presenta dinamica proprio a partire dal suo panorama linguistico, sempre più ricco e variegato. 

Le azioni del progetto hanno coinvolto esperti del settore della linguistica (Silvia Dal Negro, docente di Linguistica presso l’ Università di Bolzano, e Lorenzo Zanasi, ricercatore presso l’Istituto di Linguistica Applicata Eurac) che hanno formato i partecipanti sulla pratica del “language landscaping” (la georeferenziazione delle tracce linguistiche presenti sul territorio).

Alla scoperta della città

L’esplorazione sul territorio e la mappatura linguistica hanno portato poi alla creazione di una serie di interviste per i commercianti di via Mainardo. In questo modo, a partire dalla raccolta di dati linguistici, si è entrati in contatto con persone e si sono scoperte storie di vita. 

I partecipanti al progetto sono stati seguiti da un gruppo di ricercatori della Facoltà di Scienze dell’Educazione della Libera Università di Bolzano (tra cui Alessandro Gelmi e Giulia Filippi) che hanno monitorato i processi di apprendimento implicati e gli sviluppi rispetto alla sensibilità linguistica e multiculturale. 

Una mappa interattiva

Risultato del progetto è una mappa digitale e interattiva, che raccoglie la mappatura linguistica e le diverse interviste svolte all’interno di LoGlo, presentata nel corso della serata al Coworking, con l’accompagnamento musicale del trio “Zio Cantante” – con Erjon Zeqo, Giorgio Cappelletto e Rodica Marian – che da anni racconta la multiculturalità attraverso la musica, e un ricco buffet, dedicato ai gusti dei paesi esplorati nel corso del progetto.  

Autrice: Ana Andros

Passione educativa

Qui Intervista a Claudia Pittino. Nata a Cles, ma giunta a Merano a 14 anni per motivi di studio, Claudia Pittino è un’educatrice con uno sguardo curioso e positivo sulla realtà; ama conoscere la gente, scoprire storie nuove, e vive a contatto con i giovani grazie anche al suo impegno nel Doposcuola “1, 2, 3… stella” e negli “Argonauti”. Madre di quattro figli, definisce il suo mestiere, l’educatrice, il lavoro più bello del mondo. Lavora con i bambini della scuola primaria ed i ragazzi delle medie.

Il mio principale difetto.

Parlo tanto ed entro nei dettagli quando racconto, oltre ad una certa iperattività che da sempre mi accompagna.

Il mio momento più felice.

Sicuramente quando sono nati i nostri quattro meravigliosi figli.

La persona che ammiro di più.

Queste persone sono davvero tante, grazie al buon Dio.

Un libro da portare sull’isola deserta.

“La fortuna non esiste” di Mario Calabresi (storie di uomini e donne che hanno avuto il coraggio di rialzarsi).

La mia occupazione preferita.

Andare a trovare gli amici, ma è così difficile, perché la vita corre…

Il paese dove vorrei vivere.

In Italia, un mese in ogni regione.

Il mio piatto preferito.

Polenta, funghi e gorgonzola.

Non sopporto…

Le persone che non sanno ascoltare e non si mettono in discussione. 

Per un giorno vorrei essere…

Madre Teresa di Calcutta.

La mia paura maggiore.

Ritrovarmi da sola in mezzo al mare di notte.

Nel mio frigo non manca…

Il Trentingrana.

Se fossi un animale sarei…

Un cavallo da passeggio, che di tanto in tanto sgroppa.

Il mio motto.

“Da soli si va più veloci, insieme si va più lontano”.

Il giocattolo che ho amato di più.

Saltare l’elastico e le palline Clic Clac.

Il mio poeta preferito.

Leopardi. 

Il mio pittore preferito.

Van Gogh.

Il dono di natura che vorrei avere.

Saper parlare tante lingue.

Il superpotere che vorrei avere.

Poter viaggiare nel tempo.

Il colore che preferisco.

L’azzurro.

Da bambina sognavo…

Di diventare postina o maestra.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Stamattina con uno che ha parcheggiato sul marciapiede…

Autore: Luca Masiello

Dal Politecnico di Milano al MIT di Boston

L’avevamo già intervistato nel dicembre del 2020, quando, dottorando in Information Technology al Politecnico di Milano, stava lavorando a Emoty: un’intelligenza artificiale che potesse favorire l’inclusione di persone con disturbi del neurosviluppo. Due anni dopo, ritroviamo Fabio Catania negli Stati Uniti, al prestigioso Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston, dove sta proseguendo la sua ricerca con un nuovo progetto, a proposito del quale gli abbiamo fatto qualche domanda.

In cosa consiste il tuo lavoro?

Durante il dottorato ho iniziato a occuparmi dei cosiddetti “agenti vocali”, ovvero intelligenze artificiali che supportino, a livello conversazionale, le persone con disturbi del neurosviluppo e i loro terapeuti. Questo lavoro mi ha fatto appassionare di analisi della voce, ovvero di tutto ciò che riguarda i suoni che emettiamo quando parliamo, al di là del contenuto di ciò che diciamo. Concluso il dottorato, sono stato preso come Postdoctoral Researcher al MIT di Boston. Il progetto a cui sto lavorando qui riguarda l’autismo non verbale, una forma di autismo per la quale le persone non producono frasi o parole, ma solo vocalizzazioni che potrebbero sembrare prive di contenuto. In realtà, però, i famigliari e i terapeuti, col tempo, riescono a comprendere il significato di queste vocalizzazioni; quello che stiamo facendo noi, perciò, è analizzarle nel tentativo di capire cosa le caratterizza per provare a realizzare una sorta di traduttore digitale. 

Com’è stato trasferirsi negli Stati Uniti?

Dal punto di vista lavorativo, un’esperienza incredibile. Purtroppo, le Università e i laboratori di ricerca in Italia non hanno a disposizione i budget che hanno negli Stati Uniti, e questo implica un’enorme differenza in termini di infrastrutture, strumentazioni e, in generale, di possibilità. Basti pensare che qui i ricercatori fanno solo i ricercatori: non devono preoccuparsi anche di altre questioni, come per esempio pensare a progetti per riuscire a vincere i fondi necessari per fare ricerca.

E al di là del lavoro?

Anche se ormai sono a Boston da diversi mesi, mi sembra ancora tutto nuovo. Benché abbia vissuto sia in Germania che in Spagna, non avevo mai avuto la sensazione così chiara di non essere in Italia. La prima cosa che noti, quando arrivi qui, è che è tutto gigantesco: il latte lo compri in taniche da più di tre litri, e poi ti trovi a cercare su Google ricette che ti permettano di usarlo prima che vada a male. Se vogliamo restare in tema colazione, lo stesso vale per i cereali: li vendono in confezioni così grandi che non ci stanno nella dispensa. A parte il cibo, le cose che mi hanno fatto sentire più spaesato finora sono le festività e gli orari. Per quanto riguarda le prime, non conoscendole, mi è capitato di venire in ufficio per poi scoprire che era un giorno di festa nazionale – immagina uno che va al lavoro a Natale perché non sa che è Natale: è piuttosto divertente. A proposito degli orari, invece, se vai in discoteca al massimo all’una spengono tutto, e non è raro cenare alle cinque e mezza o alle sei. È vero che anche in Alto Adige si mangia presto, ma la mia famiglia ha pur sempre origini calabresi (ride, ndr). 

È arrivato il momento della classica domanda: cosa pensi di fare in futuro?

Il mio contratto qui dura un anno, anche se spero (e pare sia così) che ci sia la possibilità di restare di più. Tuttavia, mi piacerebbe tornare in Italia, un giorno. Essere al MIT è davvero un onore, la selezione all’ingresso è durissima e non mi sono ancora abituato a incrociare in mensa premi Nobel o a chiacchierare con colleghi che stanno lavorando con Noam Chomsky, ma non posso fingere di non sentire la lontananza dalla mia famiglia e dai miei amici.  

Autore: Alex Piovan COOLtour

Il campionato di basket 3×3 Ballin’3 sbarca a Bolzano

Chi non sa rinunciare allo streetball nemmeno in inverno, adesso avrà una possibilità in più per saziare la sua passione. Ovvero il “3 contro 3” che da Trento, dove è nato, si sta allargando ad altre province di Italia e da febbraio arriverà anche nel capoluogo altoatesino.  

Lo streetball è libertà e divertimento, passione per lo sport e amicizia, tutto nel segno della palla a spicchi e della cultura del campetto. Nel basket praticato all’aperto si ritrovano sia leggende locali, con anni di esperienza agonistica alle spalle, sia coloro che non hanno mai partecipato a competizioni agonistiche ma che i trucchi del mestiere li hanno appresi a forza di sudare sotto al sole. A Bolzano, in particolare il campetto di via Roen è teatro delle sfide più incandescenti; da primavera agli inizi di autunno, vi si ritrovano decine di appassionati di ogni età e provenienza geografica.

Adesso però sarà possibile prolungare queste sfide anche nelle stagioni più fredde, quando diventa più difficile giocare a streetball per ovvie ragioni legate alle temperature, alle condizioni del suolo e alla luce del giorno. Arriveranno infatti a Bolzano due stagioni del torneo “Ballin’3”: una invernale a partire dal 2 febbraio e una primaverile a partire dal 13 aprile.

Ballin’3 è un format nato a Trento e che, oltre al capoluogo altoatesino, verrà ora replicato anche in Campania, con due edizioni che partiranno nelle palestre di Napoli. Si tratta di un impegno singolo infrasettimanale serale per otto settimane: due ore nelle quali un sistema informatico crea un calendario e si giocano tante mini-partite e dove, nella serata finale, grazie alle “Finals” si sancisce un vincitore. A portarlo nel capoluogo altoatesino saranno i tre ideatori del progetto, i cugini Alessandro, Gianluca e Andrea Consoli, assieme agli allenatori bolzanini Matteo Marabotti e Luca Vannuccini, che vestiranno i ruoli di referenti territoriali del progetto. 

Alessandro, presidente dell’associazione “Ballin’3”, ci spiega la genesi e le motivazioni che sostengono questa bella iniziativa culturale e sportiva. “Io e mio cugino Gianluca abbiamo creato questo nuovo concept ormai cinque anni fa perché volevamo continuare a giocare a basket con l’entusiasmo che ci ha sempre accompagnato, in un periodo dove per noi era impossibile farlo in maniera tradizionale. Avere il vincolo di farlo in un campionato classico tra numerosi allenamenti, partite e trasferte, era diventato inconciliabile con gli impegni familiari, di studio e di lavoro che noi tre tutt’ora abbiamo. Con questa formula diventa tutto più gestibile per tutti quelli che vogliono ancora giocare a basket in un contesto più informale e meno vincolante a livello di tempo,” spiega Consoli. 

Le partite si svolgeranno ogni giovedì sera nella palestra delle scuole elementari Francesco E. Chini ai Piani. Ci si può iscrivere come squadra oppure come singolo atleta, anche a stagione in corso. Il torneo è aperto cestisti e cestiste, senza differenza di genere. Per info e iscrizioni: ballin3leagues.it

Autore: Nilo Ruggeri

Pattinando sul nuovo ghiaccio di Pista Zero

Ghiaccio finto per salvare la Pista Zero situata nel quartiere Don Bosco. È così che il comune ha deciso di operare: i costi di mantenimento del ghiaccio tradizionale sono arrivati alle stelle, ma grazie a questo nuovo materiale proveniente dalla Spagna la Pista Zero è salva. 

Il ghiaccio sintetico viene già utilizzato dai giocatori della lega NHL per gli allenamenti durante il periodo estivo e non ha particolari costi di manutenzione, basta trattarlo un paio di volte alla settimana con un liquido speciale, non ha bisogno di energia e nemmeno di temperature fredde.

Le prestazioni ovviamente non sono le stesse del ghiaccio naturale: se il ghiaccio naturale ha una scivolabilità del 100% appena tirato per poi andare a degradarsi con l’uso, il ghiaccio sintetico invece ha una scivolabilità del 90% costante ma offre la possibilità di poterlo utilizzare in tutte le stagioni dell’anno.

Tanti i giovani e gli adulti che hanno già provato a pattinare su questa nuova superficie: i pareri sono diversi e contrastanti, tra i puristi e coloro che si divertono anche sul ghiaccio finto.

Niccolò Dametto di COOLtour ha fatto questi scatti in un pomeriggio di gennaio, diverse le coppie e le famiglie che si sono trovate a pattinare assieme.

Autori: COOLtour

Scaramucce

Sembra non finire più la vicenda che vede come protagonisti la cantante pusterese Schackir, il suo ex compagno Gerard Pichler, difensore dell’FC Südtirol e il video della canzone “BZRP Music Session 53”. Ormai tutti si saranno trovati di fronte a innumerevoli meme riferiti ai versi “Hai scambiato un filetto di Wagyu con un Meraner” oppure “hai scambiato un bicchiere di latte Mila con uno di Tirol Milch”. Ora Pichler ha risposto dicendo di essere fiero dei Würstel Alto Adige IGP e che li vuole come sponsor. La risposta di Schackir non si è fatta attendere: “L’unico maiale altoatesino IGP sei tu, gli altri son tutti olandesi e germanici”. 

Autore: Roberto Tubaro

L’ARTE DELLA PAROLA DAL VIVO

L’arte della parola dal vivo a Palais Mamming a Merano: una serata in cui tre autrici e tre autori, lingue diverse, generi diversi, punti di vista differenti, hanno espresso la loro arte dinanzi ad un pubblico attento: racconti e poesie, il senso e il cuore della vita. Ecco alcune immagini negli scatti di Tiziano Rosani.

“Orari troppo limitati per noi universitari”

Non è la prima volta che gli studenti si lamentano. Le aperture delle biblioteche a Bolzano non vengono incontro alle esigenze dei numerosi studenti che, anche durante le vacanze invernali e il periodo estivo, necessitano di orari d’apertura adeguati per poter preparare le lore sessioni d’esame in un ambiente che promuove la concentrazione.

Per gli studenti universitari bolzanini, quello tra la fine di dicembre e gli inizi di gennaio è stato un periodo tutt’altro che semplice, caratterizzato principalmente dalla chiusura temporanea della Biblioteca dell’Università di Bolzano. In vista della sessione d’esami invernale, infatti, sono molti gli studenti che necessitavano di un luogo dove studiare. Alcuni hanno trovato posto alla Biblioteca Tessmann, altri sono rimasti fuori. In questa circostanza, causata dalla chiusura di Unibz, alcuni studenti hanno visto nelle biblioteche comunali uno spazio dove potersi recare a studiare. Ma anche in questo caso sono sorte alcune problematiche legate in particolare agli orari d’apertura. Insomma, la Città di Bolzano sembra non voler neppure tentare di scalare la classifica nazionale per la qualità di vita dei giovani, che la vede solo al 61° posto.

Tra le biblioteche frequentate dagli studenti c’è la Firmian, dove troviamo Nicole Tomas, studentessa di medicina a Salisburgo, e Sofia Moratti, di scienze politiche internazionali all’Aja. “Vista la chiusura di Unibz e i pochi posti liberi alla Tessmann, abbiamo optato per questa biblioteca, un posto comodo. L’unica grande pecca è legata agli orari d’apertura, che forse sarebbe meglio prolungare visto che il pomeriggio vanno solo dalle 15 alle 18”, dicono le due studentesse bolzanine. E sulla chiusura di Unibz, Sofia Moratti ha concluso: “È l’ennesima dimostrazione che Bolzano non è proprio alla portata di giovani e studenti”.

“Bibioteche di quartiere, non di studio”

Che nella biblioteca Firmian l’affluenza durante il periodo natalizio sia stata alta, ce lo conferma la bibliotecaria Claudia Scarmagnan: “Abbiamo avuto dai 90 ai 120 accessi giornalieri. Per quanto riguarda il II° piano – quello arredato con tavoli e sedie – ci sono sempre state circa una ventina di persone, tra studenti e lettori dei giornali”. Quella del quartiere Firmian, però, come tiene a precisare Scamagnan: “Non è una biblioteca di studio, ma di quartiere. Qui convivono più presenze: dagli anziani alle famiglie”.

Sulla stessa linea anche Ermanno Filippi, Dirigente dell’Ufficio Biblioteche del Comune, che evidenzia l’apertura più larga della Civica (da lunedì a sabato, dalle 8 alle 19.45).

Una scelta politica

La questione se prolungare o meno l’apertura delle altre biblioteche comunali – consentendo così in futuro agli studenti di accedervi per studiare, anche nel caso Unibz dovesse chiudere nuovamente le porte della propria biblioteca – sembra essere più di natura politica che tecnica/burocratica. Dunque, abbiamo parlato con l’Assessora comunale Chiara Rabini; queste le sue parole. “Le biblioteche comunali hanno uno stretto rapporto con il quartiere e, al di là dello studio, devono essere un luogo di incontro; su questo si sta sicuramente ragionando. Al momento, però, non risulta essere stata fatta alcuna richiesta da parte del quartiere di prolungare l’orario. Non escludo però che, sentita l’Università, si potranno fare future collaborazioni nel momento in cui la biblioteca di Unibz dovesse chiudere per un periodo specifico”.

Insomma, agli studenti universitari bolzanini conviene preparare gli esami nelle proprie camerette; o almeno questo è quello che sembra aver consigliato la Città di Bolzano a cavallo tra il vecchio e nuovo anno.

Autore: Andrea Dalla Serra

Misha Seifert: i giovani portano in scena
il processo al “boia del Lager di Bolzano”

Anpi, ControTempoTeatro, La Strada-der Weg e il Centro per la Pace hanno lavorato assieme per accompagnare un gruppo di giovani che porteranno in scena una rielaborazione teatrale inedita del processo a Misha Seifert. Lettura degli atti originali, incontro con testimonianze e analisi di particolari fonti tematiche: questo l’iter di preparazione alla messa in scena che avverrà presso il Teatro di Gries alle 20.30 del 27 gennaio, Giornata della Memoria. Abbiamo intervistato Flora Sarrubbo e Diletta La Rosa, attrici e preparatrici teatrali di ControTempoTeatro, che hanno lavorato in maniera intensiva con i giovani per la realizzazione dello spettacolo da fine ottobre dell’anno scorso.

Come nasce l’idea di fare uno spettacolo su Misha Seifert, conosciuto come “il boia del Lager di Bolzano”? 

Flora Sarrubbo – Lo spettacolo nasce da un’idea di Guido Margheri, presidente dell’ANPI di Bolzano, che si è confrontato con noi di ControTempoTeatro. Ritenendo necessario riprendere in mano gli atti del processo a Michael Seifert, abbiamo così pensato ad un lavoro di teatro-documento, una drammaturgia inedita per restituire una pagina di storia importante per la nostra città e non solo. Il progetto si sviluppa in due fasi; la prima fase è la realizzazione di un primo studio dal titolo “Lui. Uno di loro”, che andrà in scena il 27 gennaio in occasione della Giornata della Memoria, e che vedrà in scena un gruppo misto di attori professionisti e non, e di ragazzi tra i 15 e i 20 anni, grazie alla collaborazione con COOLtour La Strada – der Weg. La seconda fase del progetto invece vede coinvolto sempre ControTempoTeatro in una coproduzione con il Theater in der Altstadt di Merano per la realizzazione di uno spettacolo inedito e bilingue dal titolo L’Armadio/der Schrank. 

Come è stato strutturato il lavoro con i ragazzi? 

Diletta La Rosa – Il gruppo di ragazzi protagonisti dello spettacolo “Lui. Uno di loro” è un gruppo di giovani, con il quale avevo già lavorato in precedenza nel progetto Inchiostrovivo, realizzato da COOLtour. Considerato il loro entusiasmo, il loro impegno, passione e talento da coltivare, e il loro desiderio di continuare un percorso teatrale, abbiamo deciso di coinvolgerli in questa nuova avventura. Ci ha fatto poi pensare la loro età e abbiamo trovato importante che fossero proprio loro -giovani, la nuova generazione- a dare voce a quelle donne e a quelli uomini adulti all’epoca del processo, che nel Lager avevano la stessa loro età. 
Flora Sarrubbo – Diletta ed io abbiamo lavorato a lungo sui materiali del processo, scegliendo le parti da includere all’interno della drammaturgia e i personaggi chiave dell’istruttoria. Le parole utilizzate sono esclusivamente tratte dalle testimonianze, mentre un lavoro di riscrittura è stato necessario nelle coralità e nel linguaggio simbolico, che è stato così affiancato al realismo del processo stesso. 

Quale esigenza c’è ancora di occuparsi di “memoria”?

Flora Sarrubbo – La memoria deve uscire dalla pagina scritta, dalle commemorazioni e dalla retorica del passato. Per questo il teatro è ancora uno spazio importante per sperimentare linguaggi, che rendano la memoria e la storia saperi trasmissibili e che creino le condizioni perché la storia si manifesti e possa ancora essere oggetto di critica, riflessione e di indagine. In questa esperienza è stato fondamentale che tutto ciò sia avvenuto già in fase preparatoria dello spettacolo e che sia stato vissuto da un gruppo di ragazzi che si è unito proprio per questo scopo di valorizzare la memoria.

Autori: Redazione COOLtour