In viaggio, da Merano a Sarajevo

Due meranesi nei giorni scorsi hanno fatto un viaggio verso la Bosnia e la sua capitale Sarajevo, riscoprendo legami e similitudini spesso molto più evidenti di quel che siamo portati a pensare. I confini che hanno attraversato hanno il sapore della consuetudine, anche per noi. Oggi.

Quelli che seguono sono appunti di un viaggio lento: una traversata in Bosnia-Erzegovina fatta più di immagini che di parole, compiuta dal 28 dicembre 2025 al 4 gennaio 2026 da Marco Valente insieme a suo padre Paolo.
Il viaggio è stato compiuto a bordo di un vecchio van color argento, seguendo una rotta che metteva in comunicazione tra loro le seguenti località: Merano – Bihac – Jajce – Travnik – Busovaca – Sarajevo – Mostar – Banja Luka – Merano.
Non è un diario completo. Sono considerazioni a margine, note a piè di pagina raccolte lungo la strada.

lu.s.

ATTRAVERSO I CONFINI

Merano–Sarajevo-Merano: confini che si vedono. E confini che restano sotto terra, carsici, ostinati, quelli a cui è più difficile dare un nome.

Per noi altoatesinosudtirolesi il tema non è esotico. Qui il confine è pane quotidiano: lingue che si incrociano, cartelli doppi (a volte tripli), appartenenze che si sfiorano, che si sovrappongono e… che si urtano. È anche per questo che la Bosnia-Erzegovina, e Sarajevo in particolare, esercitano un certo magnetismo: una “terra plurale” dove il confine, o meglio, i confini, sono cicatrici ancora leggibili.

L’inverno bosniaco è impattante: distese innevate, ghiacci che gelano il respiro, fiumi interminabili, boschi di abeti rossi che ti accolgono con aria familiare e che potrebbero stare tranquillamente nella nostra Val Pusteria (terra che, nei secoli, ha incrociato anche presenze slave). Non è lontano come si pensa… se ci si pensa. Ma ci si pensa? Ci si pensava?

Merano e Sarajevo, in linea d’aria, sono circa 650 chilometri. Per capirci, la distanza tra Merano e Napoli è attorno ai 690 chilometri. Eppure di mezzo c’è il mare. Letteralmente. Quel mare che trent’anni fa ha tenuto “distante” una brutale guerra che ancora oggi ci fa fare i conti con la nostra coscienza. La coscienza dell’Europa della pace. Insomma né là né qua il capitolo è ancora chiuso.

La pluralità si manifesta (e si realizza), tra le altre cose, anche con i cartelli bilingui. Belli e necessari. Ma poi… cancellature, spray, parole negate. Come a dire: io esisto, tu no. Un déjà-vu? Forse. 

Eppure ci sono scene che alleviano la rassegnazione. A Travnik, a mezzogiorno, salgono insieme il suono dolce delle campane della chiesa e il canto di richiamo alla preghiera del muezzin. Non è concorrenza, nemmeno una gara a chi copre l’altro, ma due melodie, che per un attimo stanno nello stesso spazio. Per un attimo scelgono di con-vivere.

“Merano–Sarajevo–Merano” scelto “lento”, diventa quasi un metodo. Strade impervie, paesaggi che sembrano non finire, paesi che obbligano a rallentare a passo d’uomo. La lentezza impedisce di consumare i luoghi come fossero contenuti per i social media: costringe a guardare meglio, anche le brutture, sì, ma soprattutto le ricchezze non raccontate.

Per esempio. In Bosnia-Erzegovina l’istruzione è ancora organizzata su un impianto “etnico”: programmi diversi, storie diverse, memorie che non si parlano e non si toccano, che nella versione nostrana sarebbe “due scuole sotto lo stesso tetto”. In questo scenario però dà speranza l’esperimento delle scuole cattoliche, che prova a far sedere allo stesso banco ragazzi e ragazze della comunità serba, croata e bosgnacca.  “Scuole per l’Europa” si chiamano, seguendo un’intuizione del vescovo Pero Sudar, una scommessa che è diventata missione: insegnare ai bambini a vivere le differenze come una ricchezza e non come un ostacolo. 

Qui lo specchio si gira automaticamente verso l’Alto Adige, dove la scuola è un campo sensibile: insegnamento della lingua/delle lingue, senso di appartenenza… temi più che attuali, evidentemente. E proprio mentre si discute di come tenere insieme pluralità e coesione, il 5 gennaio l’Alto Rappresentante per la Bosnia-Erzegovina, Christian Schmidt, ha incontrato a Bolzano il presidente Arno Kompatscher: al centro del colloquio le sfide delle società multietniche, il ruolo centrale dell’istruzione, la comprensione tra gruppi linguistici ed etnici e la tutela delle minoranze. “L’autonomia vive di dialogo e rispetto reciproco” dice il comunicato stampa. Non a caso si sottolinea che Schmidt si è interessato “in particolare della gestione della pluralità e del sistema scolastico”. 

C’è un altro filo che lega. Senza la retorica delle parole pronunciate tanto per parlare: i viaggi studio. In regione, da anni, Arci propone “Ultima fermata Srebrenica”, un percorso che porta a Mostar, Sarajevo, Srebrenica, Tuzla, per studiare, ascoltare, toccare con mano ciò che la distanza tende a rendere astratto, troppo lontano per sentirlo proprio. Perché la memoria, se resta solo commemorazione, diventa un monumento muto. Se invece è incontro, può diventare parola.

C’è poi la grande diaspora bosniaca, che è un altro confine, fatto di partenze. Secondo la Banca Mondiale, circa 1,7 milioni di persone originarie della Bosnia-Erzegovina vivono oggi in un altro Paese. E qui, ancora una volta, lo specchio non è comodo: anche l’Alto Adige sente la tentazione della valigia. Si parla di circa diecimila persone partite in tre anni (2022–2024) e di un tasso di emigrazione tra i più alti in Italia, in rapporto alla popolazione.

“Sarajevo, Gerusalemme d’Europa” diceva, Alexander Langer (a cui è dedicato un sentiero proprio sulle montagne della capitale bosniaca). E tra nuove guerre, dazi, diritto internazionale c’è da chiedersi… ma quale Europa? Quale sogno europeo? Quello capace di tradursi in desiderio di pace tra i popoli e per i popoli?

Alla fine resta una convinzione poco comoda ma molto concreta: la pace non si cerca, si costruisce. Perché è un mestiere fare ponti. Ma un ponte, da solo, non basta. Serve qualcuno che lo attraversi.

Autore: Marco Valente

La città di Tridentum e la valle dell’Adige

Tra l’età romana e la prima età medievale, la valle dell’Adige costituì uno degli assi territoriali più rilevanti dell’arco alpino centrale. In questo sistema, Tridentum svolse un ruolo nettamente predominante, non solo come centro urbano, ma come fulcro amministrativo, economico e religioso di un territorio ampio e articolato, che si estendeva lungo il corso dell’Adige e nelle valli laterali.

La relativa assenza di grandi centri urbani intermedi nel fondovalle atesino può stupire ma non va interpretata come segno di marginalità, bensì come il risultato di una precisa organizzazione territoriale accentrata, tipica del modello romano del municipium. 

Tridentum e il suo hinterland facevano parte della X regio Venetia et Histria, dialogando con municipia di primo piano come Verona, Brixia/Brescia e Feltria per formare un sistema urbano che garantisse la gestione dei traffici e del territorio tra pianura e Alpi.

Il municipium di Tridentum, promosso probabilmente in età augustea, non si limitava all’area urbana dell’odierna Trento ma abbracciava una vasta porzione della valle dell’Adige, estendendosi a nord ben oltre Salurnis e Pons Drusi fino alla conca di Maja/Merano. 

In Val d’Isarco raggiungeva probabilmente Sublavione e l’imbocco della Val Gardena. Tra questi poli si collocavano insediamenti minori e nodi viari, come Endidae, che garantivano il controllo del traffico e delle risorse lungo l’asse fluviale. La valle non era soltanto una via di passaggio, ma un territorio integrato, organizzato secondo logiche amministrative, fiscali e produttive coordinate da Tridentum.

Questa funzione strutturante emerge con chiarezza anche sul piano economico. 

Le evidenze archeologiche rinvenute lungo il corso dell’Adige e nelle valli laterali documentano un territorio attivo e inserito nei circuiti commerciali dell’Italia settentrionale. A Trento sono attestati complessi edilizi, magazzini e infrastrutture connesse ai traffici; nella Bassa Atesina e in Anaunia sono emerse ville rustiche, materiali edilizi standardizzati, ceramiche d’importazione, anfore vinarie e olearie, oltre a una circolazione monetaria significativa. In questo quadro si inserisce anche il tesoretto di monete d’argento risalenti al primo secolo a.C. scoperto a Laives/Reif.

Accanto all’unità economica e territoriale, la valle dell’Adige presenta anche una notevole coerenza religiosa. Numerose testimonianze attestano la diffusione, accanto a quelli di Giove, Diana e Mercurio, del culto di Saturno tra Tridentum, l’Anaunia (in particolare Cles) e la Val d’Ega (luogo di ritrovamento di una significativa ara Dianae), un’area che conserva evidenti continuità con precedenti culti retici legati alla fertilità, al ciclo agricolo e alla protezione della comunità. Questo orizzonte religioso condiviso contribuì a rafforzare l’identità del territorio e la sua
integrazione culturale, prima di entrare in tensione con l’avanzata del cristianesimo tardoantico. Il conflitto simbolico e religioso culminò ai tempi di san Vigilio, quando la nuova fede si confrontò con pratiche cultuali profondamente radicate.

Un ultimo elemento di continuità riguarda il passaggio dall’età romana a quella medievale. Il venir meno dell’amministrazione imperiale e le successive presenze di amministrazioni “barbariche” (ostrogote e longobarde) non determinarono una frattura netta: il principato vescovile di Trento, costituito ufficialmente nel 1027, si sovrappose in larga misura all’antico territorio del municipium, estendendo la propria giurisdizione fino a Bolzano. Questa continuità territoriale e funzionale conferma il ruolo duraturo di Tridentum come centro ordinatore della valle dell’Adige, capace di strutturare lo spazio ben oltre la fine del mondo romano.

Autore: Reinhard Christanell

Ma che figurini quei Polemici!

È davvero trascorso molto tempo dall’ultima uscita in pubblico dei Polemici, una delle più eclettiche e innovative band della scena locale, una formazione che ha saputo, con estremo gusto e competenza, abbinare un cantante rap ad un classico assetto rock (con l’aggiunta di un DJ) in cui la sezione ritmica è, tra l’altro, salda nelle mani di due musicisti che a nome proprio sono pure cantautori. Il tempo trascorso non è passato invano, dall’ultimo concerto, che segnava l’entrata in gruppo di Jacopo Schiesaro (in arte Fanchi) in qualità di bassista: nell’ultimo anno i sei Polemici hanno lavorato sodo ad un nuovo EP, uscito un po’ per volta e che è ora disponibile completo su tutte le piattaforme col titolo di Figurini. Non solo, per lanciare il loro prodotto i Polemici torneranno ad esibirsi dal vivo il 30 gennaio prossimo al Sudwerk di Bolzano, offrendo la possibilità di assistere ad uno dei loro mirabolanti concerti in cui, con estrema generosità, sono soliti dare tutti sé stessi, senza risparmiarsi.

“Si preannuncia una bella serata – ci racconta il cantante Tachi, visibilmente trepidante all’idea di tornare a suonare dal vivo –, prima di noi si esibiranno i Supermarket, che suoneranno circa tre quarti d’ora, poi toccherà a noi e alla fine, visto che è venerdì sera, si proseguirà con un DJ set.”

Il fatto che ad aprire la serata saranno i Supermarket non è cosa per nulla scontata, visto che a produrre il nuovo EP dei Polemici è stato Thomas Traversa, che dei Supermarket è membro fondatore.

“Figurini segna un ulteriore passo avanti nella nostra evoluzione – spiega il cantante – il primo disco prendeva le mosse per lo più di brani che avevo già cominciato a scrivere, col successivo abbiamo lavorato insieme su materiale sempre mio ma composto per il gruppo, ora abbiamo affidato le sorti del nostro suono a Thomas, che nonostante la giovane età è appassionato e sa come lavorare in sede di produzione. Rispetto alle produzioni precedenti, la qualità dell’audio ha una veste differente e migliore. Thomas ci ha registrato e ha dato un assetto al suono prima di mandare a fare il master: devo dire che ha fatto un lavoro molto certosino per quanto concerne la pulizia dei suoni, evitando sovrapposizioni di suoni che non servono, cose a cui quando eravamo noi a produrci non sapevamo dare la giusta importanza.”

Ma le novità di Figurini, vanno oltre la veste sonora delle canzoni, ascoltando i testi dei brani, emerge una sorta di maturazione, gli argomenti rinunciano un po’ alla vis polemica degli esordi, andando più sul personale, tanto che in scaletta c’è persino una canzone d’amore, proposta però con le consuete classe e grinta del sestetto.

“Facciamo le valige – continua Tachi – è il primo e unico brano d’amore che abbia scritto, in Selezione all’ingresso abbiamo strizzato l’occhio allo ska nell’accompagnamento musicale, Ti chiederò scusa si rifà al rap francese ed è una canzone d’amore differente, dedicata alle mie bambine, sicuramente non è il tipo di canzone che scrivi quando sei un rapper arrabbiato di vent’anni, è dettata dalle differenti prospettive da cui vedi la vita quando giunge la maturità. Senza mai cercarsi è un’altra canzone d’amore, ma in prospettiva differente, non è un vissuto mio ma si basa sulla storia di qualcun altro.”

Va comunque detto che, nonostante le tematiche differenti, l’approccio musicale ai brani è comunque quello che ci si può aspettare dai Polemici, il cosiddetto brano d’amore non è un lento o una serenata, ha comunque un suo ritmo, una sua leggerezza, è ballabile, ma non da ballare allacciati.

Una curiosità infine, riguardo al titolo dell’EP, che denota ancora una volta lo spirito ironico dei Polemici, che avevano intitolato il disco precedente Come i Led Zeppelin, da una battuta riferita al fatto di volerlo inizialmente chiamare Polemici II. Figurini è la logica conseguenza dell’idea di intitolarlo Album, alludendo alla grafica che doveva richiamare gli album Panini dei calciatori. Quando Gowa, il tastierista è arrivato con le foto modificate a mo’ di figurine Panini, Tachi ha esclamato: “Ma che figurini siamo!”, il gioco era fatto, e il disco aveva il suo titolo definitivo.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Droni #2

Quando un drone sorvola un campo raccoglie grandi moli di dati georeferenziati che diventano prospetti grafici come NDVI, rigoglio vegetativo, condizione idrica e modelli digitali del terreno, le c.d. mappe di vigore. Si tratta di strumenti complessi, ma fondamentali per adottare decisioni aderenti e ridurre le incertezze. Attraverso queste mappe capiamo la realtà delle colture, lo stato di salute, ergo esse ne evidenziano carenze nutrizionali o malattie, attacchi fungini o infestazioni.

Altre mappe, quelle altimetriche, ci aiutano invece a conoscere il movimento dell’acqua nell’appezzamento, per guidarci in interventi mirati sull’irrigazione e prevenendo accumuli dannosi. I droni offrono vantaggi anche nella pianificazione dei lavori. Prima della semina valutano la regolarità del terreno, le aree meno produttive o le pendenze che richiedono accorgimenti. Durante la stagione, i voli permettono di monitorare la copertura vegetale, individuare anomalie e adattare il piano agronomico in tempo reale, prima che i problemi diventino irrecuperabili, vento e meteo permettendo.

Le foto costruiscono un diario visivo dell’azienda, attraverso il quale si possono confrontare andamenti, verificare efficacia dei trattamenti e stimare l’evoluzione delle fasi fenologiche (cfr. ciclo vitale). Questi rilievi danno vita all’agricoltura di precisione, finanche all’interno del medesimo campo: non tutte le zone hanno bisogno delle stesse quantità di acqua, fertilizzanti o trattamenti. Le mappe permettono di distribuire le risorse in modo mirato, riducendo i costi, ma – soprattutto – di diminuirne drasticamente le derive e di conseguenza l’insorgenza – tra addetti ed astanti – di tumori, disabilità cognitive e fisiche ed interferenze endocrine.

Quindi il drone sostituirà, in toto o in parte, la forza lavoro umana; è un investimento strategico: ci fa risparmiare tempo, carburante, prodotti chimici e soprattutto acqua. Un drone a pieno carico peserà oltre un quintale; questo a seconda del modello, del carico, delle cultivar e del tipo di area da trattare. L’obiettivo è duplice: permettere alle aziende di testare il potenziale dei droni in campo fitosanitario e raccogliere dati utili a una futura disciplina definitiva, basata su evidenze tecniche e scientifiche. Rollio, derapata, assetto, stallo, virata, beccheggio e imbardata entreranno nel lessico comune. Se utilizzati con competenza trasformeranno e orienteranno l’agricoltura verso un modello evoluto, strettamente connesso ai nuovi strumenti digitali. Non si può escludere che, tra meno di dieci anni, persino nelle città, i droni saranno più diffusi delle telecamere: magari potremo ordinare la spesa da casa e riceverla già imbustata direttamente sul balcone o alla finestra! Sul versante bellico, ahinoi, non ci sono limiti e i droni purtroppo restano strumenti di morte!

Autore: Donatello Vallotta

Il Castel Naturno – Burg Hochnaturns

La val Venosta, si sa, è uno scrigno di tesori d’arte e di storia e fra i numerosi siti raggiungibili e visitabili in ogni stagione c’è il Castello Naturno, che diede il nome al paese che si estende all’inizio della valle.

La prima menzione del Castello risale al 1237, come facente parte dei possedimenti dei signori di Naturno, vassalli dei Conti di Tirolo. In origine consisteva in una sola torre residenziale romanica. Nel corso del tempo la torre venne ristrutturata e ampliata dando vita ad un intero complesso castellano. La torre fu intitolata ad Osvaldo di Naturno, cavaliere dell’Ordine Teutonico. Dopo l’estinzione dei primi proprietari, il castello passò agli Starkenburg, agli Maretsch e ai Völs. I numerosi lavori di ricostruzione hanno totalmente nascosto la struttura originale. La parte più antica del complesso è il mastio quadrato, chiamato anche Torre di Oswald, in riferimento al cavaliere Oswald von Naturns. La torre, alta 26 metri, aveva al suo interno cinque piani. Il piccolo castello era stato ricavato dalla torre residenziale romanica e fungeva da residenza della famiglia nobile dei ministeriali di Naturno. Il castello nella sua forma attuale è costituito dalla ristrutturazione di almeno due, forse tre torri residenziali, di cui la più alta è la più antica. L’accesso sul lato nord-ovest conduce a un piccolo cortile. A sud si trova una torre semicircolare. Il castello di Hochnaturns si trova all’estremità settentrionale del paese di Naturno, su un pendio non troppo ripido.

Dopo un grosso incendio propagatosi nel 1538, fu Abundus von Tschötsch a farlo completamente ristrutturare creando una interessante sala – galleria dei ritratti che prese il nome di “Sala dei Riformatori”, dei più famosi protestanti dell’epoca fra cui Lutero, Calvino e Zwingli. Nel XVI secolo il castello raggiunse il suo massimo splendore: fu aumentato il numero delle stanze, furono costruiti soffitti a cassettoni e aggiunti stipiti di portali marmorei e stufe di maiolica.

Sulla morte di Abundus nacque una leggenda, secondo la quale rimase vittima di un  incidente di caccia e venne trasformato in un cane nero condannato a errare in eterno su questa terra come pena per aver abbandonato la fede cattolica.

Dopo pochi decenni iniziò il declino. Il Castello fu quindi ceduto a Franz von Goldegg che nel 1895 lo ristrutturò. 

Acquistato nel 1952 dalla signora Mastropaolo-Schguanin che lo ristrutturò trasformandolo in un hotel. Purtroppo, nel XIX e XX secolo sono state apportate modifiche considerate oggi inappropriate alla struttura dell’edificio.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Rock’n Südtiroll: sessant’anni di manifesti per la musica locale

Nel foyer del Teatro Cristallo di Bolzano si respira aria di musica e memoria visiva: fino al 31 gennaio è visitabile la mostra Rock’n Südtiroll – Grafica da concerto. Sessant’anni di manifesti, curata dal giornalista e critico musicale Paolo “Crazy” Carnevale. Un viaggio nella storia della musica dal vivo in Alto Adige, che è anche diventato un libro, pubblicato da Riff Records, la casa editrice ed etichetta musicale che fa capo a Paolo Izzo.

Come è nato questo progetto?

Rock’n Südtiroll nasce dalla mia passione per la musica, unita a un interesse per la grafica dei dischi e dei manifesti dei concerti. Non mi interessavano i manifesti più commerciali, ma quelli con un contenuto grafico originale, creativo, spesso legati a piccole produzioni o realtà indipendenti. Penso, per esempio, ai manifesti dei grafici di San Francisco tra il 1966 e il 1969, oggi vere opere da collezione. Da qui anche il sottotitolo del libro: Grafica da concerto.

Nel libro ci sono 150 manifesti. Sessant’anni di concerti: cosa li accomuna?

Il filo conduttore è il legame con la nostra provincia: concerti di gruppi locali o eventi in cui sono coinvolti musicisti del territorio. Chi cerca la locandina, ad esempio, del concerto di Frank Zappa a Bolzano, non la troverà. Ma se un gruppo locale ha fatto da spalla a un artista famoso, anche fuori provincia, allora sì. Per fare due esempi: c’è una locandina del concerto beat dei Giganti a Castelfiorentino, con apertura dei bolzanini Dedy Cemm, e quella del concerto di Stanley Clarke in Germania, con i Trinciato Forte della Val d’Isarco come gruppo spalla.

Un archivio visivo e musicale che nasce da una rete di collaborazioni…

Esatto. È un progetto che non sarebbe stato possibile senza figure chiave, in particolare Paolo Izzo, presidente dell’Associazione provinciale musicisti e anima di Riff Records. Con lui c’è un rapporto di fiducia e uno scambio continuo: ci si sostiene a vicenda e le idee prendono forma concretamente.

La mostra e il libro raccolgono materiali molto diversi… 

Sì, ci sono manifesti di festival con più gruppi, ma anche concerti singoli, grandi e piccoli. La raccolta va dagli anni Sessanta al 2023. La cosa più bella è stata l’entusiastica partecipazione di musicisti, appassionati e collezionisti, che hanno tirato fuori i loro manifesti conservati per anni.

Ogni manifesto è descritto con data, nomi dei musicisti, provenienza (spesso da collezioni private), autore della grafica e dimensioni. È un modo per restituire dignità a oggetti che sono vere testimonianze culturali.

C’è già l’idea di una seconda edizione?

Questa è una prima raccolta, un punto di partenza. Spero che chi visita la mostra o legge il libro pensi: “Anch’io ho dei manifesti!” e magari voglia contribuire a una nuova edizione. Progetti come questo vivono grazie alla memoria collettiva.

Dove si può trovare il libro?

Ha un codice ISBN, è reperibile online e sarà disponibile anche in libreria e nei negozi di dischi. E naturalmente, chi passa dal Teatro Cristallo può sfogliare alcune delle pagine esposte in mostra, fino al 31 gennaio.

Autore: Till Antonio Mola

La chiesa di Santa Maria Assunta 

I fedeli della diocesi di Bolzano-Bressanone non sono da meno rispetto a quelli di altre diocesi in fatto di devozione mariana. Ne fanno fede, tra l’altro, le chiese dedicate a Maria Assunta, anche per le pregevoli opere d’arte in esse presenti. Tra esse spicca la chiesa parrocchiale di Bolzano, o Duomo di Bolzano, dedicata a Santa Maria Assunta;  inizialmente era dedicata alla “Madonna della palude” (Maria im Moos), ciò per le frequenti inondazioni cui era sottoposta la zona. Va ricordata la cappella delle Grazie di Nostra Signora della Palude, eretta da Giuseppe Delai, l’ultimo della famiglia dei costruttori civici attivi a Bolzano a partire dalla metà del Settecento, e da Josef Gebhart; la cappella ha la volta decorata di affreschi di Carl Henrici (1771), con scene della vita di Maria. Dal 1964 la chiesa è concattedrale vescovile della diocesi di Bolzano-Bressanone. Sorge sull’area di una basilica paleocristiana del VI secolo, sulla quale fu costruita la chiesa altomedievale e quindi romanica, consacrata nel 1180. La struttura gotica fu completata nel 1519 con l’erezione del campanile tardo-gotico, alto 65 metri. Durante la Seconda guerra mondiale i bombardamenti alleati, come quello del 13 maggio 1944, causarono notevoli danni alla chiesa, che fu fedelmente restaurata (1946-1951). Il grandioso altare barocco in marmo, che nel Settecento sostituì l’altare gotico di Hans von Judenburg, fu finanziato in gran parte da alcune ricche famiglie bolzanine. Davanti a tale altare vi è il moderno altare liturgico in marmo bianco, ai cui lati si trovano i reliquiari d’argento del beato Arrigo di Bolzano (1250-1315) e del beato Johannes Nepomuk von Tschiderer: nato a Bolzano nel 1777, fu principe vescovo di Trento; deceduto nel 1860, fu beatificato nel 1995. Sul retro dell’altare maggiore vi è la lapide funeraria dell’arciduca d’Austria Ranieri Giuseppe (1783-1853) e della moglie Maria Elisabetta di Savoia-Carignano (1800-1856).

Leone Sticcotti

Cap_able: fashion-tech e diritto alla privacy

Rachele Didero è una designer, ricercatrice e professoressa presso l’Università di Bolzano dove lavora su interfacce di nuova generazione, wearable technologies e design critico applicato all’IA. È fondatrice di Cap_able, per il quale ha ricevuto il Compasso d’Oro Giovani ADI. Cap_able è un progetto di fashion-tech e ricerca che esplora il rapporto tra corpo, intelligenza artificiale e diritti umani, in particolare il diritto alla privacy.

Da quali esigenze è nato Cap_able?

Oggi i nostri corpi sono costantemente osservati, analizzati e classificati da sistemi di intelligenza artificiale, spesso senza consapevolezza né consenso. Mi sono chiesta se il design potesse intervenire in modo concreto su questa asimmetria di potere, trasformando un oggetto quotidiano, come il tessuto, in un’interfaccia capace di dialogare — e talvolta entrare in conflitto — con i sistemi di sorveglianza automatica.

Quali sono gli obiettivi del progetto?

Sviluppare prodotti e sistemi che rendano tangibili questioni normalmente invisibili, come la sorveglianza algoritmica e la perdita di controllo sui dati biometrici. Il progetto si muove tra ricerca, sperimentazione e produzione, con lo scopo di dimostrare la capacità del design di incidere sulla vita quotidiana. 

Come funziona la tecnologia dietro ai tuoi prodotti?

I prodotti utilizzano pattern tessili progettati per interferire con i modelli di computer vision, in particolare quelli di object detection e riconoscimento delle persone. Attraverso la combinazione di colore, struttura tessile e composizione visiva, il corpo viene interpretato in modo ambiguo dagli algoritmi. Non si tratta di “scomparire”, ma di rallentare e rendere meno automatico lo sguardo dell’IA.

Qual è l’equilibrio tra innovazione e regolamentazione?

L’IA è una tecnologia il cui sviluppo è più rapido della regolamentazione. Il mio lavoro non è contrario alla tecnologia, ma critico rispetto al suo uso non riflessivo. 

Quanto conta l’inclusività in Cap_able?

È un principio centrale. I capi sono gender-neutral, pensati per corpi diversi e progettati come strumenti di espressione. L’idea è che ogni persona possa decidere come e se esporsi allo sguardo tecnologico.

Quali sono i traguardi più importanti che hai raggiunto?

Uno dei principali è aver trasformato una ricerca accademica in un progetto reale, capace di dialogare con industria, musei, università e pubblico. Cap_able è diventato un caso studio che dimostra come il design possa operare tra etica, tecnologia e produzione, senza rinunciare alla complessità.

La sensibilizzazione è un obiettivo?

Assolutamente sì. Indossare i prodotti Cap_able significa rendere visibile un problema spesso invisibile e stimolare una riflessione sul ruolo dell’IA nella società.

Qual è il prossimo passo?

Portare queste riflessioni oltre la moda continuando a tenere insieme ricerca e impatto sociale. Oggi il design ha una responsabilità fondamentale: non limitarsi a rendere le tecnologie desiderabili, ma contribuire a renderle comprensibili, discutibili e, quando necessario, criticabili.

Autrice: Anna Michelazzi