InchiostroVivo, più che semplice teatro

Una giovane studentessa racconta la sua esperienza teatrale nel progetto Inchiostro Vivo. Si tratta di un progetto per giovani ragazzi e ragazze dai 15 ai 25 anni circa che ogni anno – da ormai sei anni – offre un percorso teatrale gratuito, partendo dalla scelta di un autore/autrice di letteratura italiana per quell’anno, fino alla messa in scena dello spettacolo dedicato.

“Una particolarità di questo progetto è che dipende dal singolo spettacolo; gli allestimenti non vengono sempre fatti in maniera tradizionale, quindi su un palco e con il pubblico in platea, ma si sperimenta, come per l’ultima edizione in cui abbiamo recitato tra le persone del pubblico. L’obiettivo con cui nasce e si sviluppa il progetto è quello di far interessare con un approccio diverso i ragazzi agli autori che si studiano solitamente a scuola.

Proprio per lo spettacolo del 2025, a cui ho partecipato, l’autore scelto è stato Boccaccio e il suo Decameron. Dopo la conferma dell’autore, noi ragazzi abbiamo iniziato a scegliere le novelle, da mettere poi in scena. Sono state selezionate sia alcune delle più conosciute, ma alcune anche meno conosciute.

Come attrice, la mia esperienza è stata super positiva. Ovviamente, ci sono stati dei momenti stressanti, soprattutto durante l’ultima settimana di prove, però ne è valsa totalmente la pena essendo io tutt’ora fiera dello spettacolo che ne è uscito. Ormai questo è il terzo anno che partecipo e ogni volta mettermi in gioco è sempre una bellissima sfida. Una cosa fondamentale è sicuramente il gruppo con cui si lavora e, dato che avevamo tutti circa la stessa età, si sono creati dei bei legami tra di noi, che hanno aiutato a non sentire troppo la stanchezza delle prove. Oltre all’esperienza, adesso ho anche meno difficoltà a parlare davanti ad altre persone, che può essere utile non solo per le interrogazioni a scuola, ma anche per la vita fuori dalla scuola.

Siccome il Decameron ha già una sua cornice narrativa, a differenza degli anni scorsi, abbiamo avuto la possibilità di cambiare e scegliere l’ambientazione dentro cui inserire dei momenti per raccontare le novelle. Sui temi da trattare durante lo spettacolo, dopo suggerimento della nostra regista Diletta La Rosa, abbiamo scelto la sensibilizzazione sul cambiamento climatico legato alle guerre, il tutto ambientato in un futuro prossimo.

Dopo le vacanze estiva abbiamo iniziato le prove con il copione, che sono durate poco più di un mese.

Solitamente, alcune repliche dello spettacolo erano dedicate alle scuole, ma quest’anno a causa dello sciopero non è stato possibile, quindi oltre ai due spettacoli serali alla sala Rosenbch di Oltrisarco, la prova generale del pomeriggio è stata aperta ad amici e parenti che non sarebbero riusciti a venire nelle repliche serali.

Se conosceste giovani curiosi, il progetto riparte come ogni anno. A breve ci saranno due incontri per gli interessati. Martedì 10 febbraio a Spazio in Via Torino 31 si terrà dalle 19 una cena talk per raccontare il progetto. Il primo incontro organizzativo si terrà invece mercoledì 18 febbraio dalle 17.30 presso la sede di COOLtour, via Sassari 13b.”

Autore: COOLtour

La strada dedicata a Castel Firmiano

Via Castel Firmiano: è per tale via che, uscendo dalla città verso ovest per il viale Druso, varcando l’Adige per imboccare poi a sinistra la strada che sale verso Cornaiano, si accede agli imponenti ruderi di Castel Firmiano, in tedesco Sigmundskron. Dopo mezzo chilometro si trova a sinistra la diramazione  che porta in breve davanti al castello. La prima testimonianza, col nome di Formicaria, risale al 945, quando esso sbarrò la strada all’esercito di Berengario II d’Ivrea (900-966), che scendeva dalla Val Venosta. Dopo “Formicaria” il nome del maniero fu Formian, quindi Firmian, denominazione che nelle fonti del 1144 fa riferimento ad un ministeriale trentino di nome Jordan von Firmian;  ministeriale era chi esercitava le funzioni amministrative. Il castello, proprietà appunto dei ministeriali del vescovo di Trento, i quali nel tempo si divisero in vari rami, fu frazionato nel 1370; una parte fu venduta agli arciduchi  d’Austria, Alberto III (1349-1395) e Leopoldo II (1351-1386). La restante parte fu acquistata dall’arciduca Sigismondo (1427-1496), conte del Tirolo; detto il Danaroso grazie alla riforma del denaro (1482-1486), dopo il 1473 diede alla fortificazione il proprio nome, Sigmundskron (Corona di Sigismondo).  La trasformazione del castello medievale in potente fortezza moderna fu realizzata anche per difendersi da un eventuale attacco della Repubblica Veneta. Nel 1484 Sigismondo spostò la zecca da Merano a Hall  in Tirolo. Nel 1490 dovette cedere la gestione del governo a Massimiliano I del Sacro Romano Impero (1459-1519). Sigismondo, nato il 26 ottobre 1427 a Innsbruck, nella stessa città morì il 4 marzo 1496; fu sepolto nella cripta dell’Abbazia di Stams. Il castello si avviò ad una progressiva decadenza. Nel 1996 fu la Provincia di Bolzano ad entrare in possesso della rocca. Dal 2006 ospita il MMM Firmian, il quarto museo di Reinhold Messner.

Autore: Leone Sticcotti

Andare ai concerti non è così… facile

Siria Stenico è un’appassionata di musica e ci racconta come negli ultimi anni l’inflazione sui prezzi dei concerti degli artisti più importanti — che dagli anni 80 ad oggi hanno visto un incremento di più del 400% — stia portando molti giovani ad avere difficoltà ad accedere a questo tipo di esperienze culturali.

Siria: i prezzi dei concerti sono ancora accessibili?

Incontrare un artista in live è un’esperienza unica e fino a qualche anno fa era ancora economicamente accessibile. Oggi la situazione è cambiata. Non si tratta più solo di organizzare il proprio tempo, ma di capire quanto tempo prima bisogna iniziare a risparmiare per potersi permettere un concerto.

Qual è il costo reale per partecipare a un concerto?

Il costo del biglietto, già molto alto, è solo una parte della spesa. Per chi vive in Alto Adige  la tappa più vicina per i grandi artisti internazionali è quasi sempre Milano. Per questo bisogna aggiungere i costi del viaggio, giorni di ferie e spesso il pernottamento. Diventa quasi una vacanza forzata. Bolzano è collegata poco e male con Milano. Anche scegliendo l’auto, bisogna considerare benzina, autostrada, parcheggio e la stanchezza, soprattutto se si guida di notte. I mezzi pubblici non sono sempre economici né pratici e – spesso  finiti i concerti, le metropolitane cittadine non vengono potenziate creando ulteriori problemi logistici. Le alternative non sono alla portata di tutti.

Quanto pesano questi fattori?

Moltissimo. Alla questione economica si aggiunge anche lo stress fisico e mentale che si accumula in luoghi come gli ippodromi, dove la visuale è scarsa, e il contesto impegna fisicamente. Ma è stressante anche l’acquisto dei biglietti, tra prevendite, bot, file virtuali di ore e pagine che si bloccano; il tentativo di acquisto si trasforma in una giornata di ansia che non garantisce comunque l’accesso al biglietto. Molte persone rinunciano o decidono di andare all’estero. Spesso infatti, con gli stessi soldi, si può fare una trasferta in una città europea dove è spesso più facile trovare biglietti. Monaco, ad esempio, è una meta privilegiata per i bolzanini.

I giovani rischiano di rinunciare ai concerti?

Sì, molti iniziano a vedere i concerti come qualcosa di irraggiungibile, non più come un’esperienza culturale normale.

Quali potrebbero essere le soluzioni?

Avvicinare i concerti. A Bolzano io ho assistito ai concerti di Mika, Bryan Adams e Laura Pausini. Anche se in Alto Adige non esistono venue come San Siro ciò non significa che l’offerta culturale debba essere ridotta. Una soluzione per aiutare a raggiungere i concerti più grandi sarebbe quella di potenziare i collegamenti, ad esempio con pullman organizzati. Bolzano è sprovvista di questi servizi e quei pochi che esistono partono da Trento, il che implica uno spostamento non facile, considerando che al ritorno i collegamenti notturni per tornare a Bolzano sono scarsi o nulli.

Perché è importante che la musica non diventi un privilegio?

La musica unisce. Mette insieme persone diversissime che condividono la stessa passione. Durante un concerto le differenze scompaiono e ci si sente parte di qualcosa di più grande. È un’esperienza che arricchisce, crea ricordi che restano per tutta la vita e rafforza legami. Non può e deve diventare un’esperienze elitaria.

Autrice: Anna Michelazzi

Roland Fischnaller: 24 anni di Olimpiadi

Lo snowboarder altoatesino Roland Fischnaller, ha partecipato a ben sei edizioni dei Giochi Olimpici, a partire da quelli di Salt Lake City nel 2002. Ora sta per affrontare la sua seconda Olimpiade casalinga dopo Torino 2006.

Milano–Cortina si avvicina sempre di più: come si sente ad affrontare le Olimpiadi “in casa”?
È certamente è un’emozione fortissima, ma io l’approccio come una gara normale della Coppa del Mondo e non mi faccio stressare dai fattori che non posso controllare.

Guardando indietro alla sua carriera, c’è un momento che considera decisivo per diventare l’atleta che è oggi?
Ci sono stati tanti momenti che mi hanno fatto crescere, ho imparato tantissimo dalla mia vita da atleta, però, nella mia esperienza, sono state le sconfitte a darmi di più. Certo, vai a casa deluso, ma quello ti obbliga a creare un piano per migliorare nella prestazione seguente e questo mi ha fatto sempre migliorare moltissimo.

Dopo tanti anni ad altissimo livello, cosa la motiva ancora ogni giorno ad allenarsi e a competere?
Cerco ancora il mio grande stimolo: migliorare me stesso ogni giorno. Questa secondo me è la chiave più importante che un atleta può avere alla mia età.

Si sente un punto di riferimento per i giovani snowboarder italiani?
Assolutamente. Grazie alla mia carriera così lunga do consigli agli atleti più giovani che mi scrivono sui social o vengono al mio agriturismo in val di Funes in vacanza. Quando sono miei ospiti vengono ad allenarsi con me, e li aiuto come posso.

C’è mai stato un momento in cui ha pensato di smettere?
A 24 anni ho pensato di smettere a causa del dolore alle ginocchia, ma grazie a mia mamma ho continuato e la stagione seguente sono salito su due o tre podi in Coppa del Mondo. Quei momenti di sconforto sono passati molto velocemente.

Qual è stato il momento più alto della sua carriera?
L’anno scorso a St. Moritz in Svizzera dove ho vinto i mondiali davanti ai miei bambini; per me è stata un’emozione enorme. Ora sono grandi e posso regalare loro tante emozioni e questa per me è una gioia incommensurabile.

Oggi si confronta con avversari molto più giovani: quale pensa sia il suo vantaggio competitivo?
La mia esperienza. So gestire le situazioni e riesco a leggere bene la gara; ho vissuto tutte le situazioni possibili in questo sport e ho la risposta giusta per ogni circostanza.

Sarà uno dei pochi atleti a partecipare sia a Torino 2006 che a Milano–Cortina 2026. com’è cambiato il suo ruolo all’interno della squadra?
Sì, siamo solo quattro atleti ad aver partecipato anche a Torino 2006. Sicuramente il mio ruolo è cambiano. Nel 2006 ero il più giovane e ora sono il più vecchio. I miei compagni sono furbi, chiedono consigli, guardano e copiano. Siamo diventati la squadra più forte al mondo, nella federazione abbiamo fatto più podi di tutti, e questo è molto bello. Potrei dire di essere ormai diventato il capitano.

Vent’anni ad altissimo livello sono una rarità: qual è stato il suo segreto per durare così a lungo?
Vent’anni in Coppa del Mondo non sono molto comuni, per me quello che conta e quello che ho sempre in mente ovvero migliorare me stesso, ogni giorno.

Autrice: Anna Michelazzi

Quando la solidarietà è uno stile di vita

Sara Schena e Renata Schwendtner: sono loro le due vincitrici del Premio Solidarietà 2025 del Comune di Merano. E già qui viene un po’ da pensare: la solidarietà di per sé non è una medaglia da appuntarsi al petto, non è un podio, non è un “il vincitore è…”. Eppure ogni tanto serve anche questo, un gesto pubblico che dica chiaramente: guardate che vivere così è possibile.

Vado a trovare Sara Schena per farle due domande e lei sta cucinando… i cannelloni. Sì; mentre la interrogo su servizio, gratuità, cura degli altri, lei che fa? Mi prepara la cena.
Chi la conosce non ha dubbi: Sara non cerca i riflettori, eppure da anni illumina alcuni pezzi della città di Merano: in parrocchia, nel gruppo scout, al consiglio pastorale cittadino, all’emporio solidale Tenda di Abramo (nato nel luglio 2020, nel pieno della pandemia), in occasione delle iniziative organizzate dal Pozzo di Giacobbe con progetti e dialogo interreligioso in Africa occidentale… e un’infinità di altre “piccole” cose che piccole non sono mai.
Sara è maestra elementare, da oltre venticinque anni attiva nello scautismo e da quindici educatrice con ragazze e ragazzi nella fascia d’età 8-20 anni. Un curriculum? No: uno stile.

Quando hai ricevuto la notizia del Premio Solidarietà 2025? Dove eri, cosa stavi facendo?

Ero sotto casa. Stavo rientrando, ero lì a un passo dal portone. Mi chiamano e io… non ci credevo. Non me l’aspettavo proprio. Ci ho messo un attimo a realizzare. Poi non riuscivo più ad andare a casa: ero troppo felice. Ho iniziato a correre e saltellare per la città. Avrei voluto urlarlo al mondo… ma mi hanno chiesto di non dirlo a nessuno.

Com’è stato tenersi questa notizia tutta per sé?

Un po’ assurdo. Il giorno dopo sono andata a firmare, e dopo la firma sono andata a prendermi una camomilla da un’amica… senza poterle dire nulla. Ero contentissima, ma… acqua in bocca.

Da maestra elementare, come spiegheresti i concetto di solidarietà a un bambino o una bambina delle tue classi?

Direi loro che è cercare di fare del proprio meglio per rendere più bella la vita delle persone attorno. Se vedi qualcuno che ha bisogno e tu hai gli strumenti per aiutarlo semplicemente li condividi, non te li tieni per te. E in questo cresci anche tu. Perché poi ci si accorge sempre di più di ricevere tanto, mentre si dona.

Dove si incarna oggi, concretamente, la tua solidarietà?

Nel gruppo scout, alla Tenda di Abramo, in ambito parrocchiale. In cose semplici: leggere in chiesa, pulire la chiesa. E nel Pozzo di Giacobbe, nel team ecumenico… insomma, in tutto ciò che ha a che fare con il mettersi al servizio degli altri.

Quali sono i temi ti toccano più spesso?

Educazione, sostegno a chi è in difficoltà… E anche dialogo interreligioso e progetti di cooperazione internazionale.

Un episodio concreto: dov’è che hai “visto” la solidarietà, non solo pensata ma toccata con mano?
Alla Tenda di Abramo. All’inizio, durante il periodo della pandemia, nel vedere così tanta gente in fila. Persone che stavano lì ore. E capire che anche persone vicine a noi possono trovarsi a non avere abbastanza cibo, a dover chiedere,,, mentre per me avere da mangiare è sempre stato scontato. È una cosa davvero vicina, concreta.

Immaginiamo uno scenario assurdo: a Merano la solidarietà sparisce. Cosa succede?

Diventerebbe un mondo triste. Una città segnata dall’egoismo. Le persone sarebbero più sole. E alla fine ci perderebbero tutti. Anche chi pensa di “farcela da solo”.

Quindi possiamo dirlo: la solidarietà fa bene?

Decisamente. Fa bene a chi la fa, a chi la riceve… a tutti. Possiamo considerarla un bell’investimento nel futuro.

E può essere un anticorpo alla solitudine?

Sì. Per chi la fa e per chi la riceve.

Cosa manca, allora? Come si rende più accessibile la solidarietà a chi non sa da dove cominciare?
Le opportunità ci sono, in realtà. A volte le persone sono troppo prese dalla loro vita. Io, invece, vi dico che da queste cose si riceve tanta energia: motivano, non stancano.

C’è chi urla durante i vari comizi “Make America/Europe/Italy Great Again”… tu cosa rispondi? Quale slogan suggeriresti?

Io ripeterei quello che ci ha insegnato Baden Powell: “Lascia il mondo migliore di come l’hai trovato”. Fa bene al mondo che ci circonda, ma fa bene anche a noi. E spero di essere contagiosa: contagiare gli altri con la gioia del servizio.
C’è una cosa che mi rimane addosso, uscendo da questa cucina: Sara non parla di solidarietà come di un dovere morale, ma come di uno stile di vita che dà ossigeno. Non l’ossigeno retorico delle grandi parole (quello brucia e si consuma in fretta) ma quello concreto dei gesti: ascolto, presenza, tempo.
E allora forse questo premio è davvero un “premio-non-premio”: non incorona una persona, ma ci dice chiaramente che se si vuole, si può vivere anche così, e che fa bene.

Autore: Marco Valente

Il vero disagio

“L’affettività non si insegna, bensì si coltiva. Bisogna portare acqua e farla stare al sole: delle volte serve anche del concime, perché cresca da sola. Non la tiri fuori, non c’è un programma scolastico che la produce. Ma c’è – quella sì – la scuola, ovvero un posto dove gente mal pagata, in strutture che spesso cadono a pezzi, dovrebbe compiere il miracolo di far crescere dei germogli accerchiati dalla paura. Quando gli insegnanti non ci riescono ci stupiamo e facciamo certi titoli sui giornali, senza nemmeno renderci conto di essere noi quelli che stanno calpestando l’aiuola.”

Sono parole – queste – del comico genovese Luca Bizzarri, pronunciate nel suo podcast (la nuova forma di radio in pillole) intitolato “Non hanno un amico”. Nell’episodio numero 789 della sua rubrica Bizzarri ha fatto una riflessione, come sempre dolce amara – a partire dal fatto di cronaca di La Spezia in cui un adolescente ne ha ucciso un altro, per presunte ragioni di gelosia in relazione ad una ragazza coetanea. 

Per evidenti ragioni Luca Bizzarri ha intitolato il suo podcast “I bambini con il coltello” e – in sostanza – ha invitato i suoi ascoltatori, i politici, i giornalisti ecc. ecc. a fermarsi e a riflettere. 

La stessa cosa è successa altrove, ad esempio durante la trasmissione radiofonica “Tutta la città ne parla” di Rai Radio 3 dove in questo caso sulla scia di un appello arrivato da un’ascoltatrice ci si è interrogati sulla necessaria forte presa di coscienza in merito ai problemi psicologici, psichiatrici e di disagio sociale che – spesso – sottendono ai fatti di cronaca nera. Fatti che spesso suscitano la nostra morbosa attenzione sui dettagli più minuti, senza generare altrettanta voglia di sapere di più sui difficili percorsi di vita da cui scaturiscono i protagonisti di tali vicende e sulle occasioni mancate da parte della società, per evitarne gli epiloghi più tragici. 

Il disagio sociale ed individuale, insomma, è una cosa seria. Si tratta di un problema trasversale che attraversa tutte le culture, le fasce d’età, le latitudini e le condizioni economiche. Averne una reale e matura consapevolezza è la premessa irrinunciabile per costruire il nostro vivere comune e il nostro futuro. Inasprimenti delle pene e metal detector nelle scuole appaiono in questo senso delle “non soluzioni” in grado di dimostrare solo quanto siamo lontani dalla giusta strada da seguire. 

Autore: Luca Sticcotti

Un’onorificenza per Elda e Cesare

Uno degli eventi più sentiti, attesi e partecipati nell’abitato di Laives è sicuramente il Carnevale, al punto che i suoi “genitori artistici”, Cesare Zenorini e Elda Paolazzi, riceveranno un’importante onorificenza istituzionale. Si tratta di una deisione presa all’unanimità nell’ultima seduta del consiglio comunale del 2025.

“Da quasi cinquant’anni ormai, Cesare Zenorini ed Elda Paolazzi sono impegnati nell’organizzare il carnevale, una grande festa che anche quest’anno promette rappresentazioni sgargianti e colori sfavillanti. Un duro lavoro che la città vuole premiare. Perché è la passione a mettere in moto il motore con cui Cesare ed Elda, assieme ad un folto gruppo di collaboratori, hanno contribuito a far crescere e valorizzare il Carnevale come appuntamento di riferimento per l’intera comunità e da ben 47 edizioni.
“Non mi aspettavo una cosa così grande come un’onorificenza – racconta Zenorini -. Organizzo il Carnevale da anni per una pura passione che però ha coinvolto anche le nostre famiglie. Quando i miei figli erano piccoli mi aiutavano persino a modellare la cartapesta”.

Zenorini racconta che questo “impegno” è nato quasi per gioco, perché all’inizio il carnevale era un carretto realizzato dalla scuola materna di Pineta di Laives. Poi nel tempo si è trasformato in un evento strutturato e con sempre più pubblico. “Il figlio di Elda frequentava la scuola materna di Pineta. Lei viene da Altavalle, in Val di Cembra, e lì c’erano anche tanti veneti arrivati dopo l’alluvione del Polesine. Sono due zone con una forte tradizione carnevalesca che si sono messe insieme e da lì è partito tutto”.

Nei primi anni la sfilata si faceva a Pineta. Poi, il crescere dell’evento ha portato a doversi trasferire a Laives. A Pineta però c’è il magazzino – deposito dei carri. 

La proposta di conferire l’onorificenza era stata presentata in giunta prima del penultimo consiglio comunale. Dopo un confronto interno e prima dell’approvazione definitiva, al nome di Zenorini è stato affiancato quello di Elda Paolazzi. 

“Ricevere un riconoscimento del genere è davvero bello – sottolinea Zenorini -. Significa che quello che abbiamo fatto è stato apprezzato”. 

“Ho deciso che dedicherò l’onorificenza che mi verrà assegnata a Gino Coseri – afferma Elda Paolazzi -. Non sono mai salita su un carro, non ho mai preso un microfono in mano, con i miei collaboratori abbiamo sempre lavorato ma dietro le quinte. Faccio, facciamo e basta. Comunque ringrazio vivamente tutti per questo bel pensiero”.

Accanto a loro opera anche Gianni Bergamo, per gli aspetti legati al capannone e alla sicurezza dei carri. Ma come in ogni storia anche qui non sono mancate le difficoltà. 

Zenorini aveva anche presentato le dimissioni per motivi di salute, ma la volontà di non interrompere bruscamente l’esperienza l’ha spinto a cercare altre soluzioni insieme ai Comuni di Laives e Bolzano. “Organizzare un Carnevale richiede tempo, energie e risorse economiche. Ho iniziato a lavorarci a fine ottobre e continuo ancora oggi tra permessi e pratiche burocratiche, che mi accompagneranno fino al giorno della sfilata”. 

Importantissimo però è il lavoro di squadra. “Una persona da sola non può fare tutto. Per questo ci appoggiamo al Centro Servizi Volontariato di Bolzano, che supporta le associazioni con consulenze e assistenza”. 

La particolarità del Carnevale di Laives è la sua capacità di rinnovarsi ogni anno, proponendo carri con tematiche sempre nuove “ad eccezione di quello di apertura, simbolo del Carnevale, con Franz e Bepi – spiega Cesare Zenorini – I gruppi che partecipano sono accompagnati da coreografie curate nei minimi dettagli. Le prove dei ballerini iniziano mesi prima e proseguono fino a pochi giorni dalla sfilata”. 

Quest’anno la previsione è di diciannove tra carri e gruppi pronti a riempire di colori e musica Laives e la frazione di Pineta, dove la sfilata si concluderà davanti al parco, proprio nel luogo in cui tutto ebbe inizio quarantasette edizioni fa, e intanto il ricco libretto del programma è già stato distribuito in tutte le case. 

La tradizione, al passaggio dei carri, invita tutte le famiglie a vestirsi in maschera e partecipare, rendendo il Carnevale di Laives una vera e grandissima festa di comunità.

Autore: Daniele Bebber