Ernst von Gewar

Storie dal multiverso

Esistono infiniti universi paralleli dove le cose non sono del tutto come noi le conosciamo. 

“I guerriglieri locali sembrano concentrati solo a difendere il loro stile di vita tradizionale” ha affermato Ernst von Gewar, il rivoluzionario di Amburgo fotografato da Alberto Korda durante il comizio di Figl Kastrum ai piedi del Castel Firmiano. “Questi guerriglieri non hanno ancora capito chi sono i loro veri oppressori. È ora di mettere da parte ‘Gott, Kaiser und Vaterland’ e di spogliarci da qualsiasi vacuo provincialismo brindando al Südtirol e all’Europa Unita!”

Autore: Roberto Tubaro

Quando il fantasy scorre nell’inchiostro

“Nel mondo nulla di grande è stato fatto senza passione”, sancì Hegel; una frase che sembra calzare a pennello con la vita di Andrea Zanotti, un giovane – ha da poco passato la quarantina – scrittore di Bolzano che con una produzione letteraria decisamente prolifica sta diventando un nome nel mondo del fantasy. 

È uscita da poco la sua ultima fatica, “Voodoo” (edito dalla Dark Zone di Roma), ma nei prossimi mesi usciranno altri due suoi libri. E il fatto curioso è che in questo scrittore vivono due anime: quella dell’artista e quella dell’economista.

Come nasce Andrea Zanotti?
Ho una formazione scientifico-economica. Ho frequentato il liceo scientifico, ho una laurea in economia e commercio, ho lavorato tre anni presso alcuni commercialisti, in azienda elettrica e oggi mi occupo di investimenti in borsa, in particolare della compravendita di certificati finanziari. E ho sempre avuto la passione per la mitologia, per le religioni antiche collegate anche alla letteratura fantastica, quindi il fantasy e la fantascienza.

Come riesce a conciliare il suo spirito economista con quello umanista?
Quando uno ha una passione, alla fine riesce a trovare il tempo per tutto, perché è giusto seguirla. Mi ritengo fortunato: una passione mi permette di vivere, l’altra di seguire i miei interessi per la scrittura, per la mistica e per la mitologia.

Una mitologia che, leggendo i suoi libri, pare frutto della sua fantasia…
Alla fine sì, ma credo che sia una sorta di rielaborazione di tutto quello che ho letto; qualcosa rimane sempre nel cervello, sia a livello conscio che a livello inconscio. E poi c’è lo studio: per “Voodoo”, per esempio, mi sono informato, ho studiato i vari rituali di questa religione e li ho descritti.

Quanti libri ha pubblicato?
Ho iniziato dieci anni fa autopubblicando le mie opere: avevo scritto la mia prima trilogia, “Mondo 1”, e ho messo in internet il primo libro gratis, a disposizione di tutti. Ho notato che in tanti lo hanno letto, così ho messo in vendita il secondo, a un prezzo simbolico di 1 euro e 99, e anche in quel caso ho visto che c’era pubblico. Così ho proposto la seconda trilogia, “Mondo 2”, con la stessa modalità.   

E come è passato alle case editrici?
Ho iniziato a pensare che sarebbe stato meglio cambiare, anche per avere un marchio dietro che garantisse un minimo di qualità. Ho mandato allora un mio scritto alla Delos digital, la casa editrice di Franco Forte, un autore blasonato che scrive dei romanzi storici ed è anche un grande  appassionato di fantascienza. A lui il libro è piaciuto, così è iniziata la mia avventura nella carta stampata. Poi sono approdato alla casa editrice Plesio Editore, specializzata proprio in fantasy, con la quale ho pubblicato “Dracophobia”. E infine ho pubblicato “Voodoo” con la Dark Zone, una grossa casa editrice di Roma. 

Ha altri libri nel cassetto?
Il prossimo mese con la Dark zone uscirà un weird western che mi ha davvero soddisfatto scrivere. Doveva uscire al Salone del libro di Torino, ma purtoppo la kermesse è stata annullata a causa della pandemia. E poi ho un altro romanzo che avevo scritto qualche tempo fa, si intitola “Il mesmerista” e dovrebbe uscire entro il prossimo trimestre con la Mezzelane editore.

Scatti di vita, in terapia intensiva

Le fotografie di questo servizio sono state scattate dal fotografo altoatesino Andrea Pizzini in rianimazione Covid a Bolzano. Fanno parte del progetto Wellebrecher (Frangiflutti) che è consultabile su Facebook nella pagina omonima e del quale parliamo nella storia di copertina di questo numero del giornale.

La speranza, nei volti e nelle storie in terapia intensiva

Il fotografo e documentarista di Salorno Andrea Pizzini racconta i sei mesi trascorsi in rianimazione a Bolzano, passati a incontrare pazienti e sanitari, con lo scopo di raccontare le loro storie di sostegno e ritorno alla vita. 

Raccontare la pandemia, con scrupolo giornalistico ma allo stesso tempo identificando e valorizzando i motivi di speranza che in questi 13 mesi sono germogliati numerosi, anche dalle storie più tristi e dolorose. 
Questo è il compito – difficilissimo – che molti di noi giornalisti si sono posti durante l’emergenza Coronavirus, un’esperienza davvero inedita  e fuori dagli schemi. Uno dei pochi a essere riusciti in questo intento, a nostro avviso, è il documentarista e fotografo di Salorno Andrea Pizzini che – tornato la scorsa estate dal Belgio dove aveva vissuto per dieci anni – ha scelto di “trasferirsi” nel reparto di terapia intensiva covid dell’Ospedale di Bolzano. Lo scopo? Raccontare dall’interno il dramma – reale,  al di là delle peggiori fake news – dei malati ma anche e soprattutto la gioia dei ritorno alla vita dei guariti. E anche il fondamentale lavoro dei sanitari in prima linea. 

Il volto di un’infermiera in terapia intensiva a Bolzano

L’INTERVISTA

Com’è nato il progetto Wellenbrecher?
Nella scorsa estate sono tornato dal Belgio, dove ho vissuto 10 anni, e sono arrivato a Merano, dove ho un’amica infermiera che lavora in terapia intensiva. Lei mi ha raccontato delle varie fake news che giravano e dopo un po’, in ottobre, ho pensato di visitare il reparto per fare delle foto e raccontare il suo lavoro. Ho pensato che in questo modo la gente poteva vedere un po’ sui social quello che succede veramente. Non sapevo se mi avrebbero dato il permesso per entrare. 

Beh, accedere in qualità di fotografo in una terapia intensiva non è la cosa più semplice del mondo…
Ho fatto richiesta all’Azienda Sanitaria, pensando che magari non avrei neanche ricevuto una risposta. Ma invece è capitato che proprio qualche giorno prima della mia mail è circolata una falsa notizia davvero importante e virale. Allora i responsabili sanitari mi hanno detto che volevano provare per vedere cosa sarebbe successo. Fino a quel momento nessuno era entrato in rianimazione per raccontare le storie che stavano succedendo. Prima sono entrato a Merano ma presto mi sono spostato a Bolzano, dove la situazione era molto più grave. Sono arrivato lì e ora sono ancora lì, in pratica.

Questo titolo – Wellenbrecher – da cosa deriva?
Sono entrato in novembre quando c’era appunto una grande ondata. Vedevo i medici e gli infermieri e il grande lavoro che stavano svolgendo cercando di contrastare l’onda, facendo turni pazzeschi. Il lockdown valeva per tutti, ma all’esterno l’ondata non si vedeva. La vedevano e la affrontavano solo loro, in pratica, stando in prima linea. 

E Wellenbrecher sta per frangiflutti, lo stesso compito che svolgono i grandi massi che si trovano appena al largo, al mare, per impedire alle mareggiate di raggiungere il porto e la spiaggia. 
Proprio così.

Com’è stato il tuo incontro con gli operatori sanitari che lavorano in terapia intensiva? 
Loro all’inizio erano perplessi, anche perché io stavo loro molto vicino, come si vede anche dai video che ho fatto. All’inizio sono semplicemente rimasto con loro, chiacchierando, per conoscerli ma anche e soprattutto per farmi conoscere. Nei primi due mesi non ho postato nulla sui social, ho cominciato a farlo solo pian piano, coinvolgendo le persone più adatte e con cui avevo stabilito un rapporto di fiducia. Quando ho cominciato a trascorrere lì le notti con loro, hanno capito cosa stavo davvero facendo.  

Nei miei documentari il messaggio di speranza è davvero fondamentale. Il senso del lockdown è salvare vite.


Com’è stato l’incontro con i malati?
Questa naturalmente è stata la parte più difficile. All’inizio ho solo osservato senza fotografare e senza raccontare. Ho capito che l’unico momento veramente buono per confrontarmi con i pazienti sono gli ultimi giorni in terapia intensiva, prima delle dimissioni dall’ospedale. Lì cominciano a parlare e posso provare ad avvicinarli, spiegando loro cosa sto facendo. Chiedo se posso raccontare la loro storia e, se è possibile, li intervisto. Poi aspetto che escano e mando loro il video, chiedendo se posso pubblicarlo.

Un doppio consenso dunque. Mentre lo si realizza e poi anche a posteriori.
Sì. Chiedo anche di fare vedere il video ai parenti, per avere una conferma davvero definitiva. Alcuni di loro, infatti, al momento hanno voglia di raccontarsi, ma magari poi dopo tre giorni ci ripensano. Ci vuole sicurezza, perché si tratta di cose molto delicate. 

Quindi vengono veicolati due messaggi, in sostanza. In primo luogo che è tutto vero. E poi che anche di questo si può guarire. 
Nei miei documentari il messaggio di speranza è fondamentale. Il senso del lockdown è salvare vite. E si vede che chi ne esce vivo, lo può fare grazie alle misure adottate e alle macchine che alimentano i polmoni con l’ossigeno. 

In Alto Adige c’è ancora una certa fetta di cittadinanza che osserva con scetticismo la pandemia. Molti sono contrari alle vaccinazioni in generale e c’è anche un settore, per fortuna molto limitato, che inveisce contro tutto e contro tutti, negando persino l’esistenza del video. Che idea ti sei fatto in merito, portando avanti il tuo progetto?
Io penso che gli estremisti non li convinci in nessun modo. In ospedale ho visto uno che non credeva nel covid che è stato intubato. Lo hanno salvato e dopo che è uscito ha detto che il covid non esiste e che era influenza. 
Il senso del mio lavoro è parlare con le persone normali, che si pongono delle domande e che normalmente non vedono quello che succede in terapia intensiva. Se possono vedere quello che succede lì, magari capiscono meglio qual è questa realtà. 

Insomma: l’obiettivo è dare degli strumenti in più per consentire alle persone di farsi un’idea oggettiva. Dai social sono arrivati anche degli attacchi d’odio, sulla scia dei post di Wellenbrecher? 
Ho ricevuto tonnellate di questo tipo di messaggi, ma io sono tranquillissimo. Da anni ho un sito di fotografia con milioni di lettori ogni mese e lì ho anche ricevuto minacce di morte. Sono abituato, ormai. Mi fa zero effetto. La loro è una malattia. Quando leggo un commento pieno d’odio mi dispiace per la persona che lo inserisce, perché vuol dire che sta male. 

Quali sono stati i due o tre momenti più emozionanti vissuti in questo periodo? 
Il momento più forte è stato quando uno del mio paese ricoverato in terapia intensiva mi ha riconosciuto. Sono stato l’ultimo a parlargli prima che se ne andasse. Un mese dopo un altro del mio paese voleva dirmi qualcosa ma non ci riusciva, e alla fine ho capito che voleva dire “aria aria”. Gli mancava l’aria. I momenti più belli sono quando i pazienti stanno meglio, all’improvviso, e cominciano a raccontare le loro storie, sono felici, insieme ai loro parenti. è veramente molto bello.

È la travolgente forza della vita. 
Sì, li vedi quasi morire per settimane e poi invece si svegliano, come un fiore di primavera. E tu dici: è pazzesco!

Il progetto va avanti ancora? 
Sì, ora sto facendo una serie di interviste perché il momento è ideale vista la pressione minore sul reparto. Ma spero che presto potrò venire via, perché questa cosa sarà finita. 

Lo speriamo anche noi. 

ANDREA PIZZINI

Nato il 4 ottobre 1977 a Mezzolombardo, Andrea Pizzini è cresciuto a Salorno e si è diplomato alla Scuola di Documentario, Televisione e New Media ZELIG di Bolzano. Dal 2002 al 2011 ha viaggiato il mondo realizzando documentari in zone di guerra, slums e favelas. Nel 2011 ha creato un sito di fotografia che oggi ha 4 milioni di lettori al mese. Dal 2012 fotografa con una camera gigante chiamata “Cube” creata insieme a Christan Martinelli.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Le luci e le ombre nella lotta contro il Covid-19

Come ha affrontato l’emergenza Coronavirus la politica altoatesina? L’autonomia ha fornito un’opportunità in più che è stata debitamente sfruttata? A queste domande risponde il politologo Günther Pallaver, che abbiamo intervistato a margine della pubblicazione dell’Annuario di Politica dell’Alto Adige.

Ogni anno la Società di Scienza Politica dell’Alto Adige fa il punto in merito allo stato dell’arte della cosa pubblica e della democrazia altoatesina. Il risultato tangibile di questo appuntamento periodico è un bel volume, edito da Raetia, che raccoglie una serie di contributi affidati a esperti nei vari settori delle scienze politiche. Quest’anno il libro, appena uscito in libreria, concentra la maggior parte della sua attenzione sulle “Conseguenze della pandemia Covid-19 in Alto Adige e in Trentino a confronto”. 
Ne abbiamo approfittato per fare una chiacchierata con il prof. Günther Pallaver che vive a Bronzolo ed è – oltre che giornalista professionista – professore universitario emerito di scienze politiche all’Università di Innsbruck. Attualmente Pallaver è membro dello staff dell’Istituto di studi federali comparati dell’Eurac a Bolzano.

Günther Pallaver

L’INTERVISTA

Quali sono le principali debolezze e i deficit che la nostra autonomia ha manifestato durante l’emergenza?
In primo luogo possiamo dire che le debolezze del nostro sistema sanitario, presenti da tempo, in questa situazione di pandemia si sono manifestate con forza.
In secondo luogo occorre osservare che la politica è stata messa sotto torchio dai vari gruppi di interesse, e questo ha provocato una linea non sempre coerente nella battaglia contro il virus. 

L’atteggiamento ondivago della politica è sinonimo di debolezza?
Sì e lo si è visto molto bene con il cosiddetto Sonderweg, il percorso speciale intrapreso dalla Provincia. Nella primavera dello scorso anno le nostre istituzioni locali, con delle decisioni autonome, hanno inteso controbattere alla molla del centralismo. Ma i problemi non si sono presentati nella via speciale di per sé, ma piuttosto nelle deviazioni e nelle scorciatoie adottate man mano. Faccio alcuni esempi. Nel febbraio dello scorso anno ospitavamo i campionati mondiali di biathlon che non si sono potuti fermare, “the show must go on”. Ma il giorno dopo abbiamo avuto i primi casi. Poi abbiamo atteso, prima di fermare gli impianti sciistici, perché non si voleva chiudere in anticipo la stagione. Quindi ci siamo sorpresi e arrabbiati quando il Robert Koch Institut ci ha inserito nella zona pandemica. Per non parlare del comitato di esperti che era stato istituito, con alcuni membri che a mala pena sapevano di farne parte. Insomma: tutta una serie di cose non ha funzionato. Il Sonderweg di per sé avrebbe potuto essere una cosa sensata, però la sua gestione è stata deludente.
Ed è un peccato perché nella fase iniziale la via speciale era stata sostenuta con poche eccezioni da tutto il Consiglio Provinciale e anche dalla società civile. Poi, man mano, la fiducia è venuta meno e a tutt’oggi il Sonderweg  è stato in pratica accantonato. 

In ambito sanitario, quali sono stati i problemi più significativi che si sono manifestati?
Mancava un piano pandemico e anche il coordinamento tra centro e periferia ha mostrato una serie di debolezze. Poi ci sono stati diversi problemi logistici, come ad esempio la questione delle mascherine. 

Durante la pandemia l’Euregio ha avuto un qualche peso?
Si deve dire che nostri pazienti covid sono stati accolti sia nel Tirolo che nel Voralberg. In questo senso un supporto c’è stato. Nel nostro annuario un contributo in particolare mette in evidenza come in Europa le realtà transfrontaliere presenti nelle regioni confinanti hanno cercato di fatto di contrastare la chiusura delle frontiere. In particolare si è insistito molto sull’informazione e sulla comunicazione tra le regioni di confine, riguardanti la salute e la lotta alla pandemia. Ma va anche detto che il nostro Euregio è riuscito a fare ben poco in questo senso, purtroppo. Ad esempio la collaborazione tra ospedali avrebbe potuto estendersi anche a Trento, ma questo non è avvenuto. 

Non solo ombre ma anche luci: durante la pandemia si è manifestato un grande senso di responsabilità da parte della popolazione altoatesina

Che effetti ha avuto la pandemia sulla fiducia dei cittadini altoatesini nei confronti della politica?
Questa fiducia, come sappiamo, negli ultimi anni è progressivamente diminuita. Nel nostro volume abbiamo un saggio che spiega  come siano stati in sostanza tre i fattori politici fondamentali per affrontare l’emergenza: un apparato amministrativo competente, la fiducia dei cittadini nel governo e una leadership forte ed efficiente.
All’inizio della pandemia la fiducia era alta, ma poi si può dedurre è andata via via diminuendo, a tutti i livelli. E la fiducia naturalmente si ripercuote sul comportamento delle singole persone. Una cosa che si è vista è che nelle aree urbane l’atteggiamento nei confronti delle regole è stato più coerente rispetto alla periferia. Lo abbiamo visto perché è proprio in periferia che si sono verificati i focolai, che invece in città non c’erano. 

In realtà i cittadini si sono trovati spesso disorientati, alle prese con direttive nazionali, provinciali e comunali alle quali non si sapeva dare un ordine di priorità e che magari erano in contrasto tra loro. 
Non solo. è anche capitato che venissero annunciati provvedimenti che il giorno dopo venivano subito modificati. La popolazione è risultata confusa dalla non coerenza nella comunicazione.

Ci sono anche luci, oltre alle ombre?
Sicuramente. Possiamo partire dal basso: si è manifestato un grande senso di solidarietà tra la popolazione. Questa cosa non va dimenticata e non per nulla noi abbiamo indicato come personalità politica dell’anno il “volontario” o la “volontaria”. Tantissimi davvero si sono rimboccati le maniche e hanno dato una mano. In secondo luogo, in questa pandemia noi vediamo una grande opportunità. Per il lavoro innanzitutto e per l’adattamento delle imprese, attivando la spinta che è necessaria per rimanere competitivi, anche con meno personale. La pandemia fornisce un impulso trasformativo in grado di rendere possibili cambiamenti altrimenti difficilmente attuabili in una situazione normale. Tutte le innovazioni digitali di questo periodo, ad esempio, rimarranno anche in futuro.
Infine dobbiamo anche dire che la campagna vaccinale in Alto Adige sta funzionando molto bene. E questo è un aspetto davvero molto importante.

POLITIKA 2021

L’edizione 2021 di “Politika” è all’insegna della pandemia. L’autonomia dell’Alto Adige, soprattutto la sua amministrazione, ha rivelato una serie di debolezze e deficit in questo periodo carico di tensioni a vari livelli. La gestione della crisi basata sulla divisione dei compiti, soprattutto tra lo Stato e la provincia, si fa riferimento al cosiddetto “Sonderweg”, la via speciale altoatesina, è stata molto al di sotto delle aspettative. I trattati sull’Alto Adige e il Trentino propongono interessanti prospettive comparative. Gianfranco Pasquino, uno dei più importanti politologi italiani, analizza come i diversi sistemi politici abbiano reagito al Covid-19. Le elezioni comunali di settembre 2020 sono il secondo punto focale dell’edizione.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

“Le mestruazioni non sono un lusso”

Sono una sorta di appuntamento fisso per ogni adulta, il passaggio dall’essere bambina al diventare donna; poi ancora un segnale che sancisce l’inizio di una nuova era come mamma, e più avanti ancora quello che indica il termine della fertilità. Se ne parla spesso, e molte volte in maniera sarcastica, forse per esorcizzare quel fenomeno fisiologico che ancora spaventa molti uomini e crea imbarazzo fra molte donne; ma chi pensa realmente a loro? E chi pensa a chi non può permettersi di comprare quei prodotti necessari per trascorrere in serenità il “periodo”? La risposta arriva da Julia Dalsant, cofondatrice dell’Infocafé femminista di Merano, che ha avviato una campagna per la raccolta di prodotti per il ciclo mestruale per chi non può permetterselo.

È iniziato tutto per caso, da un’idea buttata lì fra amiche, poi il progetto di raccolta di articoli di igiene mestruale ha riscosso quel successo che si meritava, e da Merano oggi sta prendendo piede in tutta la provincia: “Non ce l’aspettavamo, è andato tutto così in fretta che non ci siamo neanche rese conto della portata di questa azione”, spiega con modestia Julia Dalsant, una delle prime promotrici.

Julia Dalsant, quando è nato questo progetto?
Più o meno in concomitanza con la fondazione dell’Infocafé Femminista: era il 2019, e con un gruppo di amiche che frequentano il club Est Ovest abbiamo deciso di formare questo collettivo. Non avevamo le idee chiare, abbiamo iniziato ad incontrarci una volta al mese per parlare di tutto senza barriere; dopo un piccolo periodo di rodaggio abbiamo compreso che questi nostri incontri rappresentavano una sorta di luogo sicuro in cui noi donne (ma non solo) potevamo esprimerci in libertà; ancora oggi ci troviamo e parliamo a ruota libera senza prefissarci alcuno schema: di fatti semplici, di esperienze personali, ma anche di violenza, di problemi che affrontiamo nella nostra quotidianità, come quando si esce da sole, per esempio. Poco prima delle elezioni comunali, un anno fa, abbiamo poi deciso di mettere in piedi una campagna per esortare gli elettori a votare di più per le donne: un’iniziativa senza colore politico, senza ideologie particolari, volta solo a voler aumentare la rappresentanza femminile nel mondo della politica. Crediamo di essere riuscite nel nostro intento, ne abbiamo gioito, così abbiamo compreso che potevamo e dovevamo iniziare a creare qualcosa di tangibile.

È stato quello il momento in cui avete pensato alla campagna per i prodotti mestruali?
Non esattamente, tutto è accaduto alcuni mesi fa. Avevo letto un articolo online sulla difficoltà delle donne che vivono per strada quando hanno il ciclo e quanto sia difficile per loro gestire questa cosa: non sai dove dormi, hai male, non hai gli antidolorifici, non puoi farti la doccia, non ci sono ovunque dei bagni pubblici, eccetera. Oltretutto stiamo vivendo nel mezzo di una pandemia, la situazione finanziaria per tante famiglie è difficile, non solo per le senzatetto: da qui l’idea di lanciare la raccolta.

Volevamo organizzare una raccolta di prodotti mestruali per le donne del meranese, ma il successo dell’iniziativa ci ha portato a caprire una zona molto più vasta.



Come vi siete organizzate?
Abbiamo innanzitutto  chiesto la collaborazione del servizio giovani –  Jugenddienst di Merano e del Museo delle donne; si sono dimostrati da subito molto entusiasti, hanno accettato e hanno sistemato un contenitore di cartone davanti alle loro sedi: qui le persone possono donare i loro prodotti. Una volta a settimana passiamo, li ritiriamo e poi li portiamo al Centro diurno Plus, che si occupa delle persone che vivono per strada.
L’intenzione iniziale era di portare avanti questa iniziativa per il mese di marzo, ma poi abbiamo iniziato a “sconfinare” a Bolzano, donando i prodotti al progetto “Dorea”  e allo “Spazio autogestito 77”; i cittadini si sono rivelati addirittura più generosi del previsto, così ci sono arrivate proposte di collaborazione anche da Bressanone e dalla Bassa Atesina: non ci potevamo credere…

Come si può collaborare all’iniziativa?
Oltre a quei due punti di raccolta, il sabato mattina a Merano siamo presenti al banco alimentare del centro Kimm di Maia Bassa. Abbiamo allestito uno stand con i prodotti mestruali, e ognuno può ritirare ciò di cui ha bisogno. È un momento molto speciale e intimo: arrivano molte donne con cui si può parlare liberamente, ma anche tanti uomini, padri e mariti.

Le mestruazioni oggi sono ancora un tabù?
Sì, questa esperienza mi ha insegnato che parole come “mestruazioni”, “ciclo” o “prodotti mestruali”, vengono pronunciate ancora con grande diffidenza e imbarazzo. Ci sono ancora moltissime donne che si nascondono durante il ciclo, ma moltissimo è cambiato da quando ero ragazza io. 

Qual è il rapporto delle ragazze di oggi con il ciclo?
Poco tempo fa abbiamo inviato un questionario a tutte le scuole per comprendere di cosa avrebbero bisogno le ragazze durante il ciclo. Molte di loro hanno risposto che sarebbe bellissimo avere dei prodotti a disposizione nell’ambiente scolastico e si sono rapportate con il questionario in maniera molto sincera.
Ho capito (anche come mamma…) che le giovani donne sono oggi molto più aperte, molto più in gamba di noi alla loro età, non hanno più paura di parlare delle “loro cose”. Ne discutono molto fra di loro, e credo che questo sia dovuto anche dalla maggiore informazione che arriva loro direttamente da internet. 

E ora quale sarà il prossimo vostro passo?
Ci piacerebbe sensibilizzare la popolazione suIl’utilizzo di prodotti sostenibili per l’ambiente. Magari organizzando dei corsi e mettendo in piedi una campagna per spiegare come si usano le coppette mestruali o gli assorbenti di tessuto riutilizzabili, per esempio. I comuni assorbenti hanno un alto contenuto di plastica, e il loro impatto sull’ambiente è pesante. Ma andiamo per gradi: un passo alla volta…

Autore: Luca Masiello

La burocrazia mette al tappeto il Bubi

Se il campo di gioco fosse un quadrato, invece di un rettangolo, si potrebbe dire che hanno gettato la spugna. Ma, sempre restando nel gergo boxistico, la manifesta inferiorità non è dovuta a un avversario più allenato, bensì a qualcuno molto più difficile da mandare al tappeto: la burocrazia. Il Bubi Merano, compagine di calcio a 5, si ritira dal Campionato di serie A2, e lo fa con amarezza: “Fra casi di Covid e misure restrittive valide solo in Alto Adige abbiamo dovuto saltare troppe partite, e adesso avremmo dovuto recuperarle, giocandone una ogni 48 ore”. “Impossibile”, spiega deluso il presidente della società, Antonio Calovi.

Presidente Calovi, che cosa è successo?
È iniziato tutto già con la fase iniziale del campionato: dopo la prima giornata  abbiamo avuto dei casi di Covid, quindi ci siamo dovuti fermare per due settimane. A novembre, poi, una volta terminato il periodo di quarantena è uscita la prima ordinanza del Comune, quella che chiudeva tutti gli impianti sportivi. Scaduta quella, è stata pubblicata l’ordinanza della Provincia, quella che bloccava completamente l’attività sportiva. Facendo due rapidi conti, dopo la prima giornata siamo rimasti fermi per 40 giorni.

Ma in dicembre siete potuti andare avanti…
Esatto, abbiamo ripreso con tante partite da recuperare, perché comunque nel resto d’Italia il campionato è proseguito anche nelle zone rosse: giochiamo in A2, ma noi dovevamo rispettare quelle ordinanze che scavalcavano le normative del Coni, quelle che consentivano alle società dei campionati nazionali di proseguire.
All’epoca avevamo otto partite da recuperare; abbiamo fatto in tempo a giocarne tre, poi ci siamo dovuti fermare per un caso di Covid nella squadra. Dieci giorni di stop, e poi siamo tornati in campo per disputare due partite. Ma  poi ci siamo di nuovo fermati per un caso di Covid in una squadra avversaria.
Intanto a metà febbraio è uscita la nuova ordinanza della Provincia, che ha bloccato nuovamente le attività sportive, e siamo rimasti fermi ancora per un mese. 
Quando abbiamo potuto riprendere a giocare era metà marzo, e la Federazione Calcio a cinque di Roma ci ha imposto un calendario di 12 partite da recuperare entro il 24 di aprile, cioè entro poco più di un mese.

Ci siamo dovuti fermare a causa delle restrizioni provinciali per Covid – 19, ora per recuperare dovremmo disputare una partita ogni 48 ore, è umanamente impossibile.

Non sono troppe, dodici partite in un solo mese?
Lo sono, anche per i professionisti: anche chi gioca in Champions o in Coppa Italia ha sempre diritto a tre giorni di pausa fra una partita e l’altra. Ma il problema è ancora più grosso di quanto possa sembrare: il calendario prevedeva che nelle prime due settimane avremmo dovuto giocare due volte a settimana, il martedì ed il sabato, e successivamente avremmo disputato tre partite a  settimana, ogni martedì giovedì e sabato. Praticamente un match ogni 48 ore.

E la dirigenza cosa ha fatto?
A quel punto abbiamo contattato la Federazione, chiedendo di essere esclusi dal campionato per l’impossibilità di proseguire in queste condizioni, e chiedendo la garanzia di essere riammessi in A2 il prossimo anno. Ma la questione non poteva essere affrontata dalla Divisione calcio a 5 di Roma, bensì dal Consiglio di presidenza della Figc, addirittura da Gravina in persona. Ci avevano detto che avremmo dovuto aspettare, che la questione si sarebbe risolta, così abbiamo iniziato le partite di recupero. E in una di queste un nostro atleta si è lesionato il crociato del ginocchio. Forse questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: non siamo professionisti, non possiamo rischiare di compromettere il nostro posto di lavoro per un infortunio. In serie A2 si gioca ad intensità altissima, la trasferta più vicina è a 300 chilometri, non abbiamo neppure tempo di allenarci o di fare un recupero a livello fisico, è impossibile affrontare un campionato così. 

Antonio Calovi


E quindi?
Ho chiamato Roma, mi hanno detto di avere pazienza; ma non ho più avuto la forza di aspettare, e ho mandato una mail di posta certificata per ritirare la squadra.

Come l’hanno presa giocatori e sostenitori? 
Abbiamo avuto la solidarietà di tutte le società d’Italia, dei nostro sponsor e di tutti i nostri sostenitori. Questo, almeno, ci rallegra.

E ora come andrà avanti?
Siamo ancora in attesa di una risposta da Roma, ma sono due i possibili scenari: che accettino la nostra proposta e ci riammettano in A2 per  la prossima stagione, o che ci declassino in serie B, come prevedrebbe la prassi in caso di ritiro spontaneo. Spero che prima o poi ci rispondano, e che prevalga il buon senso: non ci siamo ritirati perché siamo pigri, è stata davvero e solo una questione di forza maggiore.

Autore: Luca Masiello