Michela Antino, classe 1996, ha vissuto 10 anni a Laives e 10 anni a Bolzano, dove ha frequentato il liceo scientifico Rainerum. Si trasferisce a Bologna per studiare comunicazione e marketing. Ama leggere, curare le sue piante e disegnare. Ha una pagina instagram dedicata alle sue illustrazioni: @caosdichela.
La cosa che mi piace di più di me. Sono una persona determinata e curiosa.
Il mio principale difetto. Sono molto permalosa.
La volta che sono stata più felice. Il giorno della mia laurea.
La volta che sono stata più infelice. Durante un periodo di malattia, per fortuna passato.
Da bambina sognavo di diventare… Il capo del mondo, ero molto intraprendente.
L’errore che non rifarei. Non so rispondere, il che mi pare positivo.
La persona che ammiro di più. Mio nonno.
Un libro da portare sull’isola deserta. La Caverna di Saramago.
L’ultima volta che ho perso la calma. Non ricordo, non perdo spesso la calma.
La mia occupazione preferita. Disegnare, leggere e occuparmi delle mie piante.
Il colore che preferisco. Assolutamente il giallo.
Il fiore che amo. Scelta difficile, ranuncoli e tulipani sicuramente.
Il mio musicista preferito. Ho una playlist che ascolto mentre mi addormento da otto anni.
Il mio pittore preferito. Magritte e i surrealisti in generale.
Non sopporto… L’inverno, sono troppo freddolosa per poterlo sopportare.
La mia paura maggiore. Ho un brutto rapporto con il sangue.
L’ultima volta che ho pregato. Prima di consegnare la tesi alla mia relatrice.
Il giocattolo che ho amato di più. Un pupazzo a forma di gallina che ho ancora.
La disgrazia più grande. Il finale di How I met your mother .
L’oggetto a cui sono più legata. Il mio pupazzo a forma di gallina.
Il mio primo ricordo. Io in ambulanza, non un bellissimo ricordo.
Il mio più grande rimorso. Non aver studiato al meglio il tedesco mentre vivevo a Bolzano.
Dove mi vedo fra dieci anni. Fare piani a lungo termine non è una mia gran capacità, ma spero di avere un lavoro che amo nei prossimi dieci anni.
Per un giorno vorrei essere… …la persona più alta del gruppo.
Nel mio frigorifero non manca mai… Brie e birra.
Se fossi un animale, sarei… Un bassotto o un uccellino colorato.
Il mio motto: Per anni ho avuto appeso davanti alla scrivania un poster con scritto “turn the pain into power”.
Il sindaco di Laives, Christian Bianchi, racconta come la città sta affrontando le sfide nate con la situazione pandemica. Grande l’attenzione soprattutto verso anziani e bambini, da cui ripartirà l’estate.
Christian Bianchi
// Di Ana Andros
Come è stata fronteggiata l’emergenza sanitaria nell’ultimo anno? Abbiamo affrontato fasi molto diverse le une dalle altre. La prima ha stravolto le nostre vite, è stato un momento di forte preoccupazione per la salute di tutti. Siamo stati fortunati perché i contagi non erano molti, è stata una situazione abbastanza contenuta che siamo riusciti a gestire tranquillamente. In estate sembrava tutto quasi normale: pochissimi contagi e persone tranquille. Poi la terza fase, quella che da ottobre ci porta fino ad oggi, è stata, penso, la più pesante sotto ogni punto di vista. I cittadini la stanno vivendo con più stress anche perché i numeri del contagio sono stati molto alti. In autunno abbiamo raggiunto i 600-700 positivi.
Come ha lavorato il Comune? Le persone dovevano stare a casa, ma era necessario continuare ad erogare tutti i servizi e di conseguenza c’è stato un impegno importante nel verso della digitalizzazione, anche per il personale costretto allo smart working. Siamo stati vicini ai cittadini, abbiamo cercato di rincuorarli quando ce n’era bisogno e provato ad essere rigidi quando si davano le informazioni per tutelare la loro sicurezza, specialmente nei momenti in cui ci sono stati tanti positivi. Un ruolo sicuramente delicato e importante.
Come hanno risposto i cittadini? Nella prima fase il duro colpo subìto da tutti aveva messo in moto una serie di iniziative: è stato immediatamente attivato un sistema per distribuire gli alimenti e organizzata, con i volontari e alcuni dipendenti comunali, la distribuzione di mascherine di stoffa a tutte le famiglie. All’inizio le persone si sentivano molto unite da una situazione nuova, improvvisa e grave. La solidarietà poi è continuata, ci sono associazioni che si sono date tanto da fare, ma è cambiato è l’umore. Oggi la stanchezza prevale e si sta guardando alla velocità con la quale la nostra nazione sta vaccinando, perché penso tutti siano consapevoli che da questo dipende il ritorno alla normalità.
All’inizio le persone si sentivano molto unite da una situazione nuova. La solidarietà poi è continuata, ma è cambiato l’umore.
Qual è stato il settore più colpito? È stato un anno difficile per tutto il mondo associativo (culturale, sportivo, di assistenza e per la terza età) a cui nel 2020 abbiamo erogato una somma notevole di contributi. Sul nostro territorio ci sono associazioni culturali che normalmente hanno un’attività molto ricca: teatro, musica, cori e bande. L’impossibilità di svolgere spettacoli ha portato quasi tutti ad ingegnarsi con iniziative in rete. Anche per lo sport, animato soprattutto dai giovani, c’è stato uno stop. Tutto questo ricade fortemente sui comportamenti e sulla vita sociale di bambini e ragazzi, che con la scuola “a distanza”, la mancanza dello sport e della cultura hanno avuto una perdita enorme di relazioni sociali e occasioni di incontro e crescita. Sport e cultura dovranno essere la base, appena ripartiremo, per coinvolgere tutte le persone che, come gli anziani, costretti ad isolarsi completamente per la pericolosità della malattia, hanno sicuramente bisogno di ritornare a sentirsi parte della comunità.
E il turismo? Laives ha circa 300 mila pernottamenti l’anno in alberghi e strutture, chiuse da molto tempo e che hanno visto un calo notevole nell’ultimo anno. Questo inverno senza sci e movimento è stato decisivo, ma per la nostra città anche il fatto che non si tengano fiere e convegni è grave, perché gli albergatori lavorano molto con questi settori, a loro volta completamente fermi.
Quali sono i programmi per il prossimo futuro? Chiaramente tutto dipende da cosa potremo fare. Di solito durante l’estate ci sono tantissime attività, dai venerdì lunghi alle serate musicali e teatrali. Non sappiamo ancora se gli eventi potranno essere organizzati, quindi stiamo stabilendo un calendario molto flessibile in funzione delle prossime ordinanze. Nel frattempo, un settore che abbiamo già organizzato è quello delle attività estive per bambini, ragazzi e anziani.
Quale è la situazione ad oggi? Penso che per qualsiasi politico o amministratore sia stato un anno estremamente faticoso, impegnativo. Facciamo da spugna alle situazioni vissute dai nostri cittadini e capiamo le loro preoccupazioni: la salute, l’economia in affanno. Come sindaci mettiamo il massimo delle energie per far funzionare al meglio tutto il necessario. Siamo consapevoli, e come tutti, in attesa di un ritorno alla normalità. Oggi la situazione è di nuovo sotto controllo, per fortuna. Anche sul territorio di Laives, in questo momento, proseguono a buon ritmo le vaccinazioni. Stiamo andando verso un’estate che, dal mio punto di vista, sarà un passo avanti sulla normalità.
L’associazione del Carnevale di Laives assieme al sindaco Bianchi
Quali I momenti più… “forti”?
“Sono vari, ne cito due. Il primo era quello di persone, ce ne sono state varie, ricoverate in ospedale in situazioni di grave difficoltà, che mi hanno chiamato personalmente. Mi resterà nella memoria la fatica percepita anche attraverso la cornetta telefonica della difficoltà respiratoria nel parlare, quindi della preoccupazione verso queste persone. Un episodio felice è stata la giornata dello screening provinciale: con un messaggio avevo chiesto ai cittadini di venire ad aiutare, a titolo volontario. Ricordo che in un pomeriggio mi sono arrivate circa 300 mail di persone che si erano messe a disposizione. Ne sono poi state impiegate solo un centinaio, ma questo dimostra che ci sono persone di grandissimo cuore e di grandissima disponibilità.”
BRONZOLO/VADENA Prosegue la serie di contributi di Roberta Lenzi, felicitatrice del progetto “Sente-mente comunità amiche”, che approfondiscono il tema della demenza.
C’è un proverbio africano che dice: “Se si sogna da soli, è solo un sogno. Se si sogna insieme, è la realtà che comincia”. Lo dice la parola stessa…trasformazione! La realtà si trasforma solo nel momento in cui entriamo in “azione”, quando attraverso le nostre scelte diamo una direzione precisa al nostro agire. Così, coraggiosamente, i Comuni di Bronzolo e Vadena hanno scelto di intraprendere il percorso Sente-Mente, per portare concretezza al sogno di creare una Comunità capace di accoglienza e inclusione nei confronti delle persone che vivono con demenza e delle loro famiglie, troppo spesso rinchiuse tra le strette pareti degli stereotipi e dei pregiudizi costruiti intorno alla malattia. Il progetto, che lo scorso anno si è presentato alla popolazione attraverso due serate introduttive, proseguito poi con la visita di alcune realtà associative del territorio e la realizzazione dei Sente-mente laboratori per famigliari di persone che vivono con la demenza, vuole ora rendersi visibile nei due paesi creando dei “luoghi” specifici che risveglino curiosità e interesse nei confronti di questo tema. A breve, passeggiando nei due paesi, sarà possibile essere colpiti dal colore arancione intenso di alcune panchine. Ogni panchina riporterà una frase che sarà una traccia del sogno di trasformazione rispetto all’idea dominante di demenza. Ci si potrà sedere un momento e accogliere dentro di sé questa nuova consapevolezza. Ecco le “tracce” di trasformazione che si troveranno a Bronzolo.
La mente si ammala di Alzheimer, il cuore no Occorre ricordare che la demenza riguarda la corteccia cerebrale, le sue capacità logiche, di memoria, di calcolo, ma il “cuore” no, non conosce malattia. La vita emotiva di chi vive con la demenza viene preservata fino alla fine, permettendo alla persona di continuare a gioire di momenti belli, di provare tristezza, rabbia e ogni possibile sfumatura delle emozioni esistenti. Cosa si può fare? Si può contribuire alla trasformazione diventando costruttori di momenti felici attraverso gesti di gentilezza e la condivisione di momenti felici.
Guardami, sono ancora io! La malattia non porta via la persona a noi cara. Porterà via alcune sue capacità cognitive, ma l’essenza più profonda della persona rimarrà intatta. Cosa possiamo fare? Andiamo a trovare il nostro amico, anche se sappiamo che vive con una diagnosi di demenza, senza paura di parlare con lui per il timore che non ci capisca. Evitiamo di fare domande alle quali potrebbe non saper rispondere, invitandolo piuttosto a raccontare. Se sapremo portare il nostro sguardo più in là, vedremo che è sempre il nostro amico.
Il mio sentire è presente, qui, ora Chi vive con la demenza è un grande maestro di consapevolezza del momento presente. Un passato che piano piano si annebbia e un futuro incerto, senza punti di riferimento, portano la persona a vivere intensamente il proprio presente. Possiamo scegliere di arricchire il presente risvegliando emozioni positive, rispettando i tempi e le preferenze di questa persona, standogli accanto con delicatezza e rispetto.
Il cammino per diventare concretamente una Comunità Amica delle persone che vivono con la demenza passa senz’altro attraverso una trasformazione culturale. Cosa significa? Significa che c’è bisogno di costruire, passo dopo passo, una nuova consapevolezza intorno alla demenza. Le panchine arancioni, in via di realizzazione da parte del gruppo giovanile Flowers, saranno lì per ricordarci che la trasformazione è possibile a partire da te, da me. Nell’articolo del prossimo mese scopriremo le “tracce” di Vadena.
Autrice: Roberta Lenzi – Sente-mente felicitatrice
Martina Puentes è referente della Bassa Atesina per l’associazione Plastic Free Onlus, nata in rete nel luglio del 2019 e che in due anni è diventata la più importante associazione del Paese su questa tematica, impegnandosi su diversi fronti: dalla raccolta di rifiuti lasciati nella natura e nelle città, al salvataggio delle tartarughe.
“Oggi ci sono più di cinquecento referenti in tutta Italia,” spiega Puentes. “La plastica è ovunque, la troviamo per terra, nel mare e nell’aria. È pericolosa, in particolare quella monouso che non solo inquina, ma uccide. Per chi ha a cuore il nostro pianeta e le persone, è impossibile chiudere gli occhi”. Martina Puentes vive a Magré, dove ha già organizzato diverse raccolte di rifiuti. “Siamo stati anche a Egna e Cortaccia. Ci muoviamo a piedi negli angoli più nascosti del paese per raccogliere le immondizie lasciate per terra”. Un piccolo e appassionato gruppo, anche perché le restrizioni dovute alla pandemia sconsigliano di muoversi in tanti. La sporcizia che si trova in giro per la città non è mai poca e, come dicono i volontari di Plastic Free, è sempre più di quella che si pensa: “Si trova di tutto, dalle sigarette a rifiuti elettronici. E ci sono luoghi dove la sporcizia si accumula in quantità allarmanti, come vicino ai parcheggi e alle ferrovie, sull’argine dei fiumi e delle strade, ma anche nei boschi e sui sentieri”. Grazie al passaparola, a Facebook e Instagram, il gruppo di Plastic Free dell’Alto Adige si sta espandendo. “Siamo in quattro referenti e per il momento copriamo le zone di Bolzano, Merano e Bassa Atesina – spiega Puentes – il gruppo è la nostra forza e ci sono anche diversi giovani che danno una mano, questo per me è importantissimo e a volte mi sembra di vedere più forza di volontà e rispetto per l’ambiente nei giovani che nelle persone più anziane”.
Anche la collaborazione con i Comuni è molto positiva e Martina Puentes si dice soddisfatta dei rapporti intrattenuti fino a oggi. Il 18 aprile si è tenuta la prima raccolta ufficiale dell’associazione in Bassa Atesina, con un incontro fissato alle 9:30 presso il parcheggio all’uscita del casello autostradale di Egna, comune da sempre attivo per l’ecosostenibilità e che, negli ultimi anni, si è distinto per iniziative come quelle della scuola senza plastica. “Abbiamo ripulito l’argine dell’Adige percorrendo a piedi il tratto che unisce Laghetti ed Egna. Lì c’è molta immondizia, siamo già stati molte volte a pulire ma mai percorrendo l’intera lunghezza del tratto di fiume” racconta Puentes. Sono state centosessanta le raccolte rifiuti organizzate in tutta Italia e l’associazione ha raccolto oltre centomila chilogrammi di immondizia in tutto il Paese. “È un ottimo modo per stare insieme facendo contemporaneamente qualcosa di utile per l’ambiente” aggiunge Puentes che, confessa, in futuro vorrebbe puntare sui progetti scolastici con il supporto di qualche volontario in più: “Qui in Alto Adige siamo fortunati, per esempio, ad avere l’acqua potabile dal rubinetto. Ma la consapevolezza non è mai troppa”.
Un impegno che Martina Puentes e tutte le volontarie e i volontari si sono presi a fatica ma anche con grandi soddisfazioni. “In fondo, se ami la natura e ci tieni al tuo pianeta, ti viene tutto naturale. Per me è bello vedere come da sud a nord del Paese ci siano tantissime persone attive per un cambiamento. Ti apre il cuore, dico davvero”. Per chi fosse interessato a prendere parte del gruppo, può contattarlo attraverso il gruppo Facebook “Plastic Free – Trentino Alto Adige” oppure attraverso il sito web www.plastifreeonlus.it.
Nel nostro immaginario collettivo, Trodena, soleggiato paese dell’Unterland montano immerso nel verde ai piedi del Cocul (ovvero cocuzzolo, reminiscenza linguistica del retoromanzo parlato fino al medioevo in queste vallate) e del Monte Corno, occupa un posto soprattutto come luogo di villeggiatura o “freschi”, come ancora oggi si usa dire in Bassa Atesina. Erano, un tempo, gli abitanti di Ora e Egna, tormentati dalle frotte di zanzare che nelle calde notti estive sciamavano sulla paludosa valle dell’Adige, a cercare riparo quassù. Tuttavia, il turismo vero e proprio, favorito dalla realizzazione della strada tra Ora e Cavalese e successivamente della linea ferroviaria austroungarica, assunse una certa rilevanza solo a partire dal XVIII secolo, quando tra Fontanefredde, San Lugano e Trodena apparvero numerose case per villeggianti. Allora, chi se lo poteva permettere, soggiornava qui fino ad ottobre e non di rado disponeva anche di un ampio orto in cui coltivare gli ortaggi di stagione. Gli abitanti, allora come ora, erano principalmente agricoltori. La prima conta – ovviamente a fini “fiscali” – di focolari ne rilevò una ventina, per un centinaio di abitanti circa. Interessante il fatto che la misura del tributo da versare da ogni maso si esprimeva in “arimannie”, equivalente all’importo necessario alla vestizione completa e al sostentamento di un cavaliere longobardo. Poche sono invece le tracce rinvenute di insediamenti preistorici: su alcuni rilievi minori (Forchwaldspitz, Katzenschrot o Oansiedel) sono ancora visibili cumuli di pietre, in parte protostorici, in parte medievali, che potrebbero essere state impiegate nella costruzione di qualche castelliere o torre di guardia. La nascita “ufficiale” del paese risale all’anno 1111, quando il vescovo di Trento, signore anche di queste terre, concede ai signori dii Enn, che in suo nome governano su tutto il territorio dal fondovalle fino ai comuni della Val di Fiemme, di disboscare e edificare alcuni masi a nord della “clusa de Trodena”. Successivamente, il conte del Tirolo contese la sovranità al Vescovo e anche qui si impadronì, con le buone e spesso con le cattive, dei suoi possedimenti.
Chiesa di San Biagio
Trodena, il cui nome trae origine da un preromano “trodo” o “troi” con il significato di sentiero (per uomini e bestie), è ancora oggi raggiungibile dalla vecchia strada che saliva da Ora verso Gleno e Molini, secolare via di collegamento tra la Val d’Adige e la Vale di Fiemme. Uomini e animali, e in particolare gli allevatori di Trodena che godevano del diritto di pascolo invernale a Montagna, la usavano proprio per questo scopo. Trodena è il classico comune di confine: geografico, con la vicina provincia di Trento, e culturale-linguistico, a cavallo tra mondo germanofono e italiano. Il destino di queste comunità non sempre è semplice e richiede una grande capacità di adattamento. Trodena, forse in virtù dell’antica fratellanza retoromanza, ha sicuramente affrontato al meglio questa situazione, fungendo nei secoli non da elemento divisorio ma da collante tra due realtà così diverse. Se dunque per un verso il paese è integrato da tempo immemorabile nella Magnifica Comunità di Fiemme con le sue storiche “regole” (Rigl), dall’altro esso appartiene in egual misura, per tradizioni e lingua, al territorio della Bassa Atesina. Il dialetto, tipico dell’Unterland ma arricchito da una pronuncia strascicata delle doppie vocali come, per esempio, in Haalbmitaag o Pleint, merenda di mezza mattina e polenta, ne caratterizza la colorita parlata. Negli ultimi 100 anni la popolazione di Trodena e delle sue frazioni è rimasta sempre stabile attorno ai 1000 abitanti. Certo all’attività agricola prevalente si sono aggiunti altri fattori in campo artigianale e turistico. Il paese appare per la maggior parte modernizzato e oggi sembra una comunità viva e capace di adeguarsi alle cadenze dei tempi moderni – fermo restando il privilegio di godere di una natura incontaminata e una salutare distanza dalle congestioni dei maggiori centri urbani. Terminiamo la passeggiata per le ripide vie del paese con le sue caratteristiche case davanti alla chiesa parrocchiale dedicata a San Biagio. Nella sua forma originaria, romanica, essa dovrebbe risalire all’XI secolo mentre successivamente è stata più volte ampliata e ristrutturata, ottenendo nel XVI secolo la sua attuale veste gotica: con esclusione della torre romanica che tutt’ora ricorda la sua fondazione e funge da elemento di unione di un paese ricco di storia.
BOLZANO ARCI Bolzano lancia una nuova campagna di comunicazione sui social, ”Il Posto”. Protagonisti sono i giovani “Costruttori di futuro” che mettono in campo competenze e riflessioni, alla ricerca della bellezza nel territorio regionale. Andrea Rizza Goldstein, nel team di ideazione e sviluppo dei progetti di politiche giovanili, cittadinanza globale e innovazione socioculturale, racconta il progetto.
Come è nato il progetto? Questa iniziativa fa parte di una più ampia progettualità, quella del bando provinciale a sostegno degli enti del terzo settore, a cui hanno preso parte il comitato provinciale Arci e i circoli che si occupano di attività di interesse generale sul territorio. In questo caso sono stati coinvolti i giovani che hanno già affrontato percorsi di formazione ed educazione alla cittadinanza come Promemoria Auschwitz, Campi della Legalità e Ultima Fermata Srebrenica. Lo scopo era quello di verificare se queste progettualità funzionano, perché al termine di questi percorsi l’obiettivo è quello di formare cittadini attivi e sensibili alle diverse tematiche in grado di vivere e muoversi nel presente. Attraverso una serie di attività, tra cui la formazione strutturata di operatori e volontari, diversi laboratori sulle competenze, sull’identità associativa e dei brainstorming strutturati, abbiamo voluto implementare le competenze e vedere se ci fossero le condizioni che questi giovani diventassero produttori di iniziative concrete di cittadinanza globale sul territorio. Una di queste è proprio “Il posto”.
In cosa consiste? Uno dei prodotti del progetto è la campagna di comunicazione sui social network. Il risultato finale è una serie di brevi videointerviste che vedono inquadrate quarantacinque persone di diversa provenienza, a cui viene posta un’unica domanda: “Il tuo posto del cuore?”.
Qual è l’idea sottostante? La campagna nasce a seguito di una lunga riflessione, condotta e matura con e dai ragazzi stessi, su cosa sono i luoghi e la loro estetica, anche perché la realtà in cui si trovano ad operare è quella del territorio regionale. L’iniziativa sui luoghi di valore è stata ragionata a vari livelli e uno di questi, individuato come potenzialmente problematico, è legato al pregiudizio che porta ad attribuire l’etichetta di “portatore di degrado” a chi non conosciamo e, molto spesso, alle persone di diversa provenienza. La sfida è lottare, tramite azioni culturali, per fermare questo pregiudizio, innanzitutto domandandosi chi ha diritto di dire cosa è bello in un territorio. Allargando questa domanda a tutti e prendendo in considerazione la composizione multiculturale della nostra regione e città, si arriva a scoprire che i sentimenti legati all’estetica dei luoghi e alla bellezza sono trasversali. La cosa sorprendente è proprio questa: vedere che spesso ci riconosciamo nei gusti altrui e troviamo il bello dove lo vedono gli altri. Inoltre, far esprimere il gusto del bello legato ad un luogo significa dare alle persone la dignità di sentircisi a casa.
Chi ha collaborato? Grandi protagonisti sono stati i giovani, che oltre ad aver elaborato l’idea, hanno dato corpo al progetto, coinvolgendo una quarantina di persone, a loro volta giovani, che hanno deciso di partecipare a questa iniziativa. Fondamentale è stata poi la partecipazione dei giovani del circolo Kinapix, nato l’anno scorso. I ragazzi che lo animano provengono principalmente dal Conservatorio di Bolzano e dalla scuola Zelig e hanno realizzato e curato l’aspetto tecnico delle videointerviste.
Quali sono gli obiettivi? Decostruire il pregiudizio e mostrare che il bello, compreso quello di un luogo, non ha provenienza o religione. Poi si crea una mappatura dei luoghi belli della nostra regione. Il risultato del progetto, che è disponibile sulle pagine social di Arci Bolzano, si può anche commentare; invitiamo tutti a dirci il loro posto del cuore.
Negli ultimi giorni hanno destato curiosità lungo le passeggiate dell’Isarco, tra ponte Roma e Ponte Palermo, le prime panchine pitturate con i colori dell’arcobaleno e i nomi degli organi del corpo umano. Nel frattempo sappiamo trattarsi di un nuovo progetto di parco bioenergetico, promosso dal comune di Bolzano, come evidenziato dalla segnaletica apposta.
Già nell’antichità era convinzione comune che la natura avesse un effetto positivo sulla salute fisica e mentale dell’uomo. Recenti studi scientifici hanno dimostrato come questa convinzione sia del tutto fondata. L’uomo e le piante, infatti, emettono campi elettromagnetici, e quelli emessi dagli alberi, in certe condizioni, possono influire sullo stato energetico dell’organismo umano. “Per questo progetto ci siamo avvalsi della collaborazione del bioricercatore Marco Nieri, della provincia di Bologna: utilizzando un’innovativa tecnica che permette di rilevare i campi bio-elettromagnetici che caratterizzano la vita nella biosfera, nell’uomo e nelle piante, è stato effettuato un rilevamento della passeggiata tra Ponte Roma e Via Bassano, includendo anche la parte verso il fiume, tra la pista ciclabile e l’Isarco”, ci spiega la geom. Katia Zanoner della Giardineria comunale.
Ma cosa’è uno “spazio bioenergetico”? “Ogni pianta, come ogni essere vivente, emette una o più frequenze elettromagnetiche, che sono le stesse emesse dai nostri organi e apparati. Il nostro pianeta a sua volta si trova all’interno di una rete di linee elettromagnetiche distanti 26-30 metri l’una dall’altra. Se una di queste linee energetiche della biosfera attraversa un tronco d’albero, il potere benefico della pianta si amplia e va a creare una sorta di bolla, la cui estremità arriva fino a 10-12 metri oltre, nella quale il tronco non è che la prima estremità. Questa bolla è l’area bioenergetica. La sosta e il relax all’interno di quegli spazi risultano quindi estremamente utili per il nostro benessere. Quanto più a lungo vi si sosta – si consigliano 10-15 minuti – tanto maggiore ne è il beneficio ottenuto dall’organismo, in particolare dagli organi e nelle funzioni indicate. All’interno di questi spazi bioenergetici abbiamo posizionato sia le panchine colorate che grandi sassi del fiume, e anche un tronco di uno dei platani recentemente abbattuti in Piazza Stazione”.
Però potremmo obiettare che sono benefici che ci sarebbero a prescindere… “Certo, tutte le aree verdi sono salutari. Ma è ovvio che non sappiamo esattamente quanto finché che non andiamo a misurare, cosa che si può fare con una speciale antenna. Sono studi che vengono fatti da anni. In Inghilterra e negli Stati Uniti ci sono diversi giardini bioenergetici. Siamo il primo parco pubblico in Italia e abbiamo scelto questa passeggiata in quanto è frequentatissima tutta la settimana, mattina e pomeriggio, da anziani e mamme con bambini… Durante la mappatura abbiamo individuato degli incroci di linee energetiche e vi abbiamo piantato degli alberelli (nella zona sotto alla ciclabile, ndr). Nel giro di poco tempo abbiamo notato che c’è stato chi, a modo suo, ha valorizzato questi posti, decorando i sassi per le sedute e ornando l’alberello di prunus nume, considerato albero portafortuna dagli orientali, per farlo diventare l’albero della felicità. Mi piace pensare che c’è chi, anche se inconsciamente, percepisce l’energia positiva del luogo”.
I giovani volontari del Comitato Bolzano della Croce Rossa Italiana, che oltre all’omonimo capoluogo comprende i comuni di Laives, Merano, Bressanone e la Val Gardena, raccontano le esperienze, le fatiche e le emozioni vissute in un periodo senza precedenti.
Le attività oltre il soccorso “Nell’immaginario collettivo noi volontari della Croce Rossa ci occupiamo esclusivamente delle emergenze e del soccorso in ambulanza; in realtà sono diverse le attività che svolgiamo e, fin dall’inizio della pandemia, siamo venuti in contro a numerose esigenze. Ad esempio, ci siamo attivati fin da subito per consegnare medicinali e beni di prima necessità ad anziani e soggetti in quarantena. Per quanto riguarda i tamponi, in quest’ultimo periodo siamo andati nelle scuole a spiegare agli studenti come svolgere la procedura ‘fai-da-te’ dei test rapidi. Infine – spiega Matteo Macchia, responsabile della categoria giovani – cerchiamo di sensibilizzare e informare la popolazione sull’importanza dei vaccini anti-covid. La Croce Rossa offre molte opportunità per aiutare il prossimo che non si limitano al turno in ambulanza e al soccorso d’emergenza”.
Conciliare volontariato e scuola Tra i 272 ragazzi e ragazze che fanno parte dell’organizzazione locale, c’è anche Sofia Treccarichi, che racconta: “Essere volontaria significa sicuramente mettersi a servizio degli altri. Questo permette di affacciarsi in prima persona al mondo sanitario; un settore, questo, che affascina molti di noi, alcuni infatti scelgono di intraprendere un vero e proprio percorso di studi e di formazione avendo poi uno sbocco lavorativo nell’ambito sanitario. Alcuni dei servizi che offriamo richiedono poco tempo a chi si mette a disposizione, organizzandosi si riesce a fare molto e conciliare senza problemi l’attività di volontariato e, nel mio caso, la scuola. Ultimamente sono stata a svolgere la misurazione della febbre in stazione e alle acciaierie, ma la cosa che mi ha colpito di più è stato l’aumento della richiesta di distribuzione dei viveri a cui ho preso parte. Ci vuole coraggio a richiedere aiuto per necessità così basilari e dignitose come il cibo, e spesso molti aspettano troppo tempo, quando invece non dovrebbero farsi problemi a chiedere aiuto” ha concluso Sofia.
“Ora siamo più numerosi” “Il timore più grande – racconta Matthias Autengruber, giovane volontario C.R.I. – è quello di diventare veicolo di contagio per i propri familiari quando, durante un servizio, ci si trova a contatto con persone potenzialmente contagiose. In questo periodo abbiamo tutti sacrificato qualcosa, i giovani in particolare, e per questo è sbagliato additarli. Non si può mai generalizzare quando si parla di chi non rispetta le norme; a infrangere le regole possono essere i giovani come gli adulti. Durante la pandemia, come C.R.I. avevamo bisogno di più aiuti e molti giovani si sono fatti avanti, ora siamo più numerosi di prima. Quando mi è capitato di consegnare la spesa agli anziani, molti ci chiamavano piangendo, ma poi, arrivati sul pianerottolo, ci lasciavano con il sorriso sentendosi meno soli, questa è una ricompensa immensa”.
Dopo più di un anno lontane dal campo gara, le ginnaste senior Alessia Paggetti, Noemi Longo e Sofia Pellegrini della società Sportclub Merano, hanno fatto il loro ritorno sui quattro attrezzi nella prima prova serie D di Padova lo scorso 2 aprile. È stata una grande emozione per le atlete, soprattutto perché la preparazione per questa competizione è stata una corsa contro il tempo: tra palestre chiuse, stop imposti dall’alto e quarantene, le ragazze hanno avuto a disposizione solo tre settimane per preparare tutti gli esercizi. Gli allenamenti a casa per mantenere la condizione fisica non sono certamente mancati, ma alla ginnastica artistica questo non basta, necessita prove su prove sugli attrezzi trave, corpo libero, volteggio e parallele. Nonostante ciò, le atlete hanno raggiunto dei risultati strabilianti: 1. posto per Noemi Longo con punti 43.400, 2. Posto per Alessia Paggetti con un totale di 40.400 e 3. posto per Sofia Pellegrini con 39.800. Tre medaglie che sanno tutte d’oro per l’impegno, la determinazione e l’energia che le atlete hanno dedicato raggiungendo un successo più che meritato. Il podio firmato Sportclub è anche opera della loro allenatrice Clio Rossetto, che non si è mai arresa e ha sempre motivato le ragazze incitandole a non mollare mai, soprattutto in un anno complicato come questo. Purtroppo, all’appello mancava la compagna di squadra Anna Höllrigl, che a causa di un infortunio al piede non ha potuto partecipare alla gara. L’atleta è in via di ripresa e sta facendo di tutto per poter confermare la sua presenza alla seconda tappa del campionato, prevista per l’8 maggio a Padova.
La sezione di ginnastica Sportclub dimostra così il suo impegno e la sua passione nel cercare di portare avanti le attività nonostante tutti gli ostacoli a cui deve far fronte. L’ultimo anno tra allenamenti a casa e all’aperto, chiusure e riaperture delle palestre, misure precauzionali da adottare, è stato molto complicato: un continuo “Stop &Go” per le ginnaste agoniste. Il 2021 non ha portato con sé buone notizie e ogni ordinanza veniva attesa con grande ansia e preoccupazione dalle allenatrici, perché si temeva una richiusura delle strutture. Molto spesso i weekend venivano dedicati alla lettura e all’interpretazione delle nuove disposizioni, così da poter organizzare al meglio le settimane successive e le sessioni di allenamento. Dopo il terzo stop di febbraio, l’umore di tutti era sottoterra, ma fortunatamente a marzo le atlete agoniste sono potute risalire sui loro attrezzi. Ciò è stato possibile grazie alla collaborazione degli infermieri Ruth Martintoni e Roberto Filippi, che ogni settimana testano le ginnaste con i tamponi rapidi proprio prima di entrare in palestra.Le atlete meranesi tesserate alla Federazione Ginnastica d’Italia (con 8 anni compiuti), hanno ripreso così a pieno ritmo. Grazie a questi provvedimenti, anche le squadre agoniste delle allieve potranno finalmente fare ritorno in gara con la prima prova del campionato Silver a Bressanone la prossima domenica, a distanza di 14 lunghi mesi dall’ultima competizione.
Ci sono state buone notizie anche per le atlete giovanissime, che da qualche settimana hanno potuto iniziare a riallenarsi all’aperto, dopo quasi cinque mesi di stop. I campi di mele sono diventati nuovi luoghi per svolgere attività sportiva in tutta sicurezza e a renderlo possibile è stata l’allenatrice Lisa Ladurner, nonché caposezione della ginnastica femminile meranese.
Se da una parte la ginnastica Sportclub è molto entusiasta di questa ripartenza, dall’altra è dispiaciuta per l’interruzione di tutti i corsi non agonisti che si sono bloccati a novembre e non hanno più potuto riprendere. Per questo motivo vuole offrire una bellissima e nuova formula di ginnastica per l’estate: La settimana estiva 2021 – Ginnastica artistica & Nuoto. Un’esperienza all’insegna dello sport e del divertimento, dedicato a tutti i bambini e le bambine dai 6 ai 10 anni, che dal 26 al 30 luglio vorranno cimentarsi ingiochi e attività in palestra e in piscina, seguiti da istruttori di nuoto e allenatori di ginnastica artistica specializzati.
Il progetto Breathe!, in collaborazione con Young Inside, da questo mese fino a ottobre colorerà alcune delle città altoatesine con delle inedite opere murarie. La realizzazione dei lavori verrà eseguita da 6 artiste e artisti di respiro europeo e internazionale. Gli interventi di street art saranno ospitati a Bolzano, Merano, Bressanone, Laives e Brunico. La prima opera del progetto è in lavorazione in questi giorni a Bolzano, a cura dell’artista Tellas in Via Brennero 8.
La street art è un linguaggio artistico abbastanza recente e forse anche per questo non ancora così noto, soprattutto nel panorama altoatesino. È proprio partendo da tale presupposto che Anna Carol e Matteo Picelli, conosciuto come Egeon, fondano, nel 2018, il progetto OUTbox. OUTbox nasce dalla difficoltà nella realizzazione di opere su facciata all’interno del territorio provinciale. Proprio da tale impedimento i due fondatori decidono di porre come obiettivo primario dell’organizzazione la produzione, realizzazione e curatela di opere d’arte pubblica nel contesto sudtirolese. Come spiega Anna, OUTbox “è la cartella delle mail che stanno per essere inviate, ovvero dei saperi e messaggi che sono pronti per essere condivisi; allo stesso tempo la parola in sé descrive un qualcosa che sta all’esterno, out, di una scatola, box… per cui se siamo abituati a vedere opere d’arte in un museo o in una galleria, dove la cittadinanza si deve recare per poterne fruire, con OUTbox l’obiettivo è invece andare noi con le nostre opere e i loro messaggi fra le persone”. L’attività di OUTbox parte con l’ormai conosciuto murale “Ricorda la bellezza” realizzato da Egeon e situato in Via Roen a Bolzano.
L’aspetto chiave del loro operato, così come dell’arte urbana, è coinvolgere attivamente la comunità, facendola sentire partecipe e avvicinandola al linguaggio artistico della street art, di cui può essere a sua volta promotrice. Con tali propositi nasce il progetto Breathe!, in collaborazione con Young Inside, che da questo mese fino ad ottobre colorerà alcune delle città altoatesine con delle inedite opere murarie. La realizzazione dei lavori verrà eseguita da 6 artiste e artisti di respiro europeo e internazionale. Gli interventi di street art saranno ospitati a Bolzano, Merano, Bressanone, Laives e Brunico grazie alla partecipazione dei rispettivi comuni e dal sostegno dell’Ufficio Politiche Giovanili della Provincia Autonoma di Bolzano. La tematica dell’evento è Breathe, ossia respirare, concetto che si collega all’attuale pandemia e che verrà proposto sotto profili diversi a seconda dell’artista. Ogni creazione verrà accompagnata da attività di coinvolgimento della comunità, così che l’opera stessa possa essere poi portatrice dei contenuti culturali che animano i luoghi di realizzazione. A tal fine, OUTbox prevede di porre sotto ogni lavoro una cassetta dove tutti possano lasciare la propria opinione rispetto all’opera, in modo da abbattere le barriere tra cittadini e mondo dell’arte. “Perché – afferma Anna – arte è qualcosa di estremamente naturale, e spesso semplice necessità di comunicazione e condivisione”. La prima opera del progetto è in lavorazione in questi giorni dall’artista Tellas in Via Brennero 8 a Bolzano.