Donare capelli significa regalare fiducia

In Alto Adige il progetto Raperonzolo aiuta le persone ammalate di tumore. La donazione dei capelli contribuisce all’acquisto di una parrucca.  

Il cancro e le sue terapie provocano importanti cambiamenti psicologici e fisici, che hanno un effetto negativo sulle persone ammalate. La chemioterapia, per esempio, porta alla caduta dei capelli: una conseguenza visibile della malattia, che è spesso percepita come stigmatizzante e può compromettere l’autostima. Molte pazienti oncologiche portano una parrucca, che dà loro sicurezza e facilita la loro partecipazione alla vita sociale. Tuttavia, l’acquisto di una parrucca di alta qualità con capelli veri comporta un costo più elevato. Quindi il progetto “Raperonzolo” di Evi Weger, in collaborazione con l’Assistenza Tumori Alto Adige e altri partner, dà un aiuto per l’acquisto di una di queste parrucche e contemporaneamente contribuisce a sensibilizzare le persone su questa tematica. L’idea è molto semplice: donare i capelli per poter realizzare parrucche di alta qualità, per aiutare persone ammalate di tumore nell’acquisto delle stesse. Si possono inviare o consegnare i propri capelli ai parrucchieri che partecipano al progetto, o anche passare in uno dei saloni per un taglio di capelli. I parrucchieri che attualmente aderiscono al progetto sono “Haarstudio Mayr” a Brunico, il salone “fantasy – hair e beauty” a Terlano e il salone Elisabeth a San Martino in Passiria – ulteriori partner sono sempre benvenuti! I saloni fungono da punto di raccolta per i capelli donati, che verranno inoltrati ai produttori di parrucche. Per poter essere utilizzati per le parrucche, i capelli devono avere alcune caratteristiche precise: una lunghezza minima di 30 cm e non essere tinti. Vanno bene tutti i tipi di capelli, purché di colore naturale dal biondo fino al castano/nero. Anche trecce già tagliate tempo prima e conservate possono essere riutilizzate. Il ricavato sarà dato in beneficenza all’ATAA, che utilizzerà l’offerta in forma di aiuto finanziario per l’acquisto di una parrucca. Ulteriori informazioni possono essere trovate al sito www.projekt-rapunzel.com


Ogni anno le donazioni di capelli aumentano: così lo studio Mayr è riuscito a raccogliere più di 8 kg di capelli negli ultimi mesi! I capelli provengono da privati, vengono spediti anche per posta assieme a belle lettere da bambini che vogliono fare qualcosa di utile con i propri capelli. Ma anche altri saloni di parrucchiere inviano capelli donati. Miriam Mayr dello Haarstudio Mayr a Brunico invia a sua volta i capelli donati a Laupheim dal produttore di parrucche Bergmann. Il ricavato, nel 2020 1.350 euro, va a beneficio dell’Assistenza Tumori Alto Adige.

Nell’immagine principale: Monika Wolfsgruber dell’Assistenza Tumori e Miriam Mayr dello Haarstudio Mayr

A piedi a Roma in compagnia di tre lama

Tre uomini, tre lama, 1075 chilometri. Sono questi i protagonisti di “A piedi a Roma con tre lama”, il libro di Thomas Mohr pubblicato quest’anno da Athesia Verlag. Un lungo pellegrinaggio che, partendo da Soprabolzano e percorrendo l’antica Via Romea Germanica, porterà i camminatori a Roma. Un’avventura estrema, che richiede un enorme impegno fisico e ancor più mentale, nella quale il protagonista viene coinvolto dagli amici Thomas Burger e Walter Mair. 
Quando il cammino inizia, a Thomas Mohr è stato diagnosticato da tre anni un carcinoma per il quale ha subito due interventi chirurgici e due cicli di radioterapia. “Con l’avvicinarsi del Natale sono nel pieno della terza fase del trattamento e non mi sento né guarito, né tranquillo, bensì solo messo di fronte a un ineluttabile destino. Non godo di buona salute e verso in cattive condizioni fisiche, ad appena cinquantun anni. Ora devo e voglio dare una svolta alla mia vita”, scrive. Ecco dunque l’occasione che cercava: quasi due mesi di marcia al fianco di buoni amici, simpatici animali e compagni di viaggio incontrati lungo il percorso. E il desiderio di allontanare i pensieri, le responsabilità e i doveri per concentrarsi sul momento presente. L’impresa si rivela più difficile del previsto; il fisico accusa i chilometri e il freddo, e disincagliare la mente dalle contingenze non è certo semplice e immediato. Il ritmo dettato dallo stress e dalla frenesia della vita quotidiana rischia di inficiare quello del cammino. A proposito di uno dei suoi compagni di viaggio, Mohr scrive: “Poco prima del pellegrinaggio, Tom aveva portato a termine un ambizioso progetto aziendale in tempi di realizzazione ristretti. Per un pelo, ma ce l’ha fatta. Poi si è tirato fuori dal ritmo frenetico scandito dalle necessità lavorative ed è partito con noi. Se avesse mantenuto quel ritmo, sarebbe arrivato a Roma praticamente di corsa. (…) E probabilmente ci avrebbe messo la metà del tempo a coprire i 1000 chilometri di cammino. E il tempo guadagnato avrebbe potuto usarlo per un’altra avventura… ma, a che pro?”. E continua: “Tutti e tre abbiamo un’età in cui sappiamo cosa è inutile, in cui ci rendiamo conto, il più delle volte in breve tempo, che ci lasciamo influenzare da persone il cui comportamento e modo di pensare non corrispondono ai nostri. È importante diventare selettivi, prendere decisioni. (…) Io so che in passato molto spesso mi sono dedicato a cose completamente inutili e spesso anche a persone che prendevano solo senza darmi nulla in cambio. Va da sé che questo, a lungo andare, ti priva di tutte le energie. Proteggere sé stessi non ha nulla a che vedere con l’egoismo. Si tratta di trovare il giusto equilibrio e decidere cosa sia giusto. Mi chiedo come le persone intorno a me affronteranno il mio nuovo atteggiamento interiore”. Ma questa è solo una delle riflessioni che si trovano nelle pagine del libro. Al diario di viaggio, infatti, si alternano riflessioni sulla vita, sull’amicizia e sulla fede che si fanno più dense via via che i tre si mettono strada alle spalle, fino alla tappa conclusiva di un viaggio che non si conclude certo con l’ultimo chilometro percorso. 

Autore: Alex Piovan

Una passione per gli strumenti

Classe 2001 Felicia Boggian è una giovane donna multi talento: suona la chitarra, la batteria e la tastiera, canta, ha frequentato per dieci anni la scuola di danza moderna e contemporanea e attualmente ha cominciato a praticare Jiu-jitsu. È una appassionata animatrice.

La cosa che mi piace di me.
La determinazione.

Il mio principale difetto.
Sono molto testarda.

La volta che sono stata più felice.
Durante la mia prima gara di danza.

Un libro da portare sull’isola deserta.
“La leggenda del pianista sull’oceano”.

La mia occupazione preferita.
L’intrattenimento.

Il paese dove vorrei vivere.
Non importa dove, basta che sia caldo!

Il mio piatto preferito.
Le lasagne.

Non sopporto…
I finti buonisti e i polemici.

Per un giorno vorrei essere…
Invisibile.

La mia paura maggiore.
La monotonia.

Nel mio frigo non manca…
L’insalata.

Se fossi un animale sarei…
Penso una scimmia. 

Mi sono sentita orgogliosa quando…
Ho raggiunto un risultato inaspettato.

Il mio motto.
“Vivi e lascia vivere”, soprattutto lascia vivere.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.
La voglia di comprare una moto.

Il giocattolo che ho amato di più.
Le sorpresine degli ovetti Kinder.

I miei artisti preferiti.
Freddie Mercury, Laura Pausini e Yiruma.

Il dono di natura che vorrei avere.
La calma. 

La qualità che preferisco in una donna.
La semplicità. 

…e in un uomo.
L’intelligenza. 

Dico bugie solo…
Quando è necessario.

Dove mi vedo fra dieci anni.
Su un aereo.

Il colore che preferisco.
Bordeaux e verde.

Da bambina sognavo…
Di partecipare a un concerto.

Un sogno nel cassetto ancora da realizzare.
Riuscire a scrivere una canzone.

Autrice: Francesca Morrone

Disegnare, amare e illuminare

Greta Ballerini, 28 anni, è nata all’Isola d’Elba nel dicembre 1992. Appassionata di cucito e bellezza, confeziona abiti da quando aveva 12 anni e da poco ha aperto la sua piccola impresa, uno studio di Moda. Crea abiti da sera e costumi da bagno su misura. Ama viaggiare e leggere.

La cosa che mi piace di più di me stessa.
Il carattere solare e il viso sorridente.

Il mio principale difetto. 
Tendo a essere troppo schietta alle volte. Non so mentire.

La volta in cui sono stata più felice.
Quando la mia mamma mi ha detto “credo in te e nel tuo talento”.

La volta che sono stata più infelice.
Quando ho scoperto il tradimento di una cara persona…

Da bambina sognavo di diventare…
Un’attrice. 

La persona che ammiro di più.
La stilista Elisabetta Franchi. 

Un libro da portare sull’isola deserta.
Il Signore degli Anelli.

L’ultima volta che ho pianto.
L’altro ieri.

La mia occupazione preferita.
Disegnare.

Il paese dove vorrei vivere.
Nuova Zelanda.

Il colore che preferisco.
Rosso.

Il fiore che amo.
Tutti quelli colorati.

Non sopporto… 
Le persone con la doppia faccia.

La qualità che preferisco in un uomo.
Generosità, dolcezza.

E in una donna.
Sincerità. 

Dico bugie solo…
Se devo proteggere chi amo.

La mia paura maggiore.
La delusione da parte di chi stimo.

Il giocattolo che ho amato di più.
La Barbie.

L’oggetto a cui sono più legata.
Il mio cuscino di piume.

Mi sono sentita orgogliosa di me stessa. 
Ogni qualvolta termino un lavoro, l’ho fatto bene e la persona a cui è destinato è contenta.

Il mio motto.
Amati e illumina.

Il mio primo ricordo…
Il mio cagnolino Trillo, che scondinzolava nel mio giardino.

Il mio più grande rimpianto.
Non avere detto certe parole a certe persone. Ma la vita va avanti.

Dove mi vedo tra dieci anni. 
A capo della mia azienda, che ora è una start up nel mondo tessile.

Per un giorno vorrei essere.
Milionaria.

Nel mio frigorifero non manca mai…
La salsa di soia.

Se fossi un animale sarei…
Una giraffa.

In famiglia mi chiamano…
Il grillo.

L’ultima volta che ho pregato.
Oggi a pranzo.

Volontariato e capitale sociale, umano e culturale

La Società di Scienza Politica dell’Alto Adige Politika – per il 2020 e in via del tutto eccezionale – ha deciso di attribuire il tradizionale premio dedicato alla “Personalità politica dell’anno” non a una persona specifica ma piuttosto ad una figura generica, ovvero quella del/la Volontario/a. 
Normalmente la Società assegna il suo premio valorizzando la qualità dell’azione nell’ambito della politica e dell’educazione civica. A maggior ragione dunque risulta significativa la scelta compiuta quest’anno. 
“Il volontariato nelle sue varie espressioni, dalle attività organizzate e ben strutturate in associazioni più o meno grandi, fino ad arrivare a iniziative individuali e spontanee, ha dato e continua a fornire un aiuto determinante per navigare durante i difficili mesi della pandemia, rinvigorendo la solidarietà e i legami della comunità”, mettono in evidenza le motivazioni del premio. 
La Società di Scienza Politica dell’Alto Adige fa anche riferimento al concetto di “democrazia partecipativa” così come al “principio di sussidiarietà”, enunciato dall’articolo 118 della Costituzione italiana. Le tante iniziative di volontariato svolte ai più diversi livelli dunque hanno messo in luce – secondo Politika – “la voglia di prendersi cura del bene comune e dei più deboli, nell’interesse generale”.
Stiamo facendo riferimento alle decine di migliaia di persone che – di fatto – “si sono dimostrate un vero e proprio pilastro della salute e del buon funzionamento della società altoatesina”. 
La Società di Scienza Politica conclude le sue motivazioni al premio con le seguenti parole, invitando la politica altoatesina e gli elettori a sostenere anche in futuro il volontariato in tutte le sue forme.
“L’impegno dei volontari – che si dispiega nei più diversi settori, dall’assistenza sociale e sanitaria alla cultura e educazione, dalle attività sportive e ricreative alla convivenza civile – rappresenta una risorsa chiave per sostenere la fiducia, la partecipazione e lo sviluppo dell’Alto Adige, riflettendo e allo stesso tempo arricchendo il suo capitale sociale, umano e culturale.“

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

L’accertamento tecnico preventivo

Chi ha urgenza di far verificare lo stato di un suo immobile, la qualità o la condizione di suoi beni (a titolo esemplificativo, la presenza di fessurazioni, infiltrazioni o muffa in un appartamento, o la presenza di vizi e difetti di un prodotto) può chiedere, attraverso un avvocato, che sia disposto dal Tribunale un cosiddetto “accertamento tecnico preventivo” (A.T.P.). 
L’urgenza di far disporre un A.T.P. può verificarsi in seguito a svariate circostanze, come la possibilità di deperimento degli elementi probatori o l’elevata probabilità di una modifica dello stato dei luoghi; in altri casi, esso viene richiesto quando si ha necessità di far rimuovere con urgenza la situazione (di pericolo, di pregiudizio, di inutilizzabilità di un bene) che si è determinata. Lo scopo principale è quello di “fotografare” la situazione per poter procedere, poi, con gli interventi necessari per sanare i vizi. In altri termini, l’A.T.P. serve a costituire una prova certa, assunta nel contraddittorio delle parti e pertanto non contestabile, prima della modifica dello stato e prima dell’instaurazione di un eventuale giudizio contro chi è da considerarsi responsabile. 
L’istanza di A.T.P. viene depositata in Tribunale; il Tribunale nomina, poi, un consulente tecnico terzo e imparziale cui conferire l’incarico di effettuare un sopralluogo, valutare la situazione ed elaborare una perizia tecnica, esprimendo il proprio giudizio. Nel corso di tali attività, il consulente tecnico potrà anche esprimere valutazioni in ordine alle cause e ai rimedi relativi all’oggetto della verifica.
Inoltre, nell’ambito del procedimento, il consulente, prima di depositare la propria relazione, tenta di far addivenire le parti a una conciliazione. Se il tentativo di conciliazione riesce, se ne redige processo verbale, a cui farà seguito un decreto del Giudice che ha disposto l’accertamento tecnico; attraverso tale decreto, al verbale di conciliazione, viene conferita l’efficacia di titolo esecutivo, valido anche ai fini dell’iscrizione di un’eventuale ipoteca o di un procedimento di esecuzione forzata. 

Autore: Avv.to Dott. Massimo Mira

Bokashi

Bokashi è un termine giapponese che significa “tutto dentro”. Il metodo fu sviluppato nei primi anni 70 da Teruo Higa, professore dell’Università di Ryukyus (Okinawa); esso consiste nell’inserire scarti alimentari – con l’aggiunta di un accelerante – in un contenitore ermetico. Assistiamo quindi a una fermentazione anaerobica dei residui, senza l’aiuto di ossigeno, che in brevissimo tempo ci offrirà un fertilizzante liquido molto concentrato, ammesso in agricoltura biologica. La sostanza accelerante utilizzata è il germe o la crusca di cereali, combinata con melassa organica e batteri della fotosintesi, dell’acido lattico e dei lieviti, nota col nome di microrganismi effettivi (EM). Questa miscela funge da nutrimento per i microrganismi, che sono tra l’altro molti di quelli che si trovano naturalmente nel suolo, e velocizza, all’interno del nostro contenitore, il processo di decomposizione. Il secchio per bokashi si compone nella parte superiore di un coperchio a chiusura ermetica, mentre nella parte inferiore presenta un setaccio e un rubinetto (On-OFF) per il drenaggio del bokashi liquido e di un misurino dove raccoglierlo. Il bidoncino si può collocare all’ombra sul terrazzo, ma anche in casa: state tranquilli, niente insetti indesiderati, niente olezzi maleodoranti! Bisogna avere però l’accortezza di sminuzzare bene gli scarti domestici, di compattarli con lo spianatore in dotazione e cospargere uniformemente 20ml di microrganismi ogni 4-5cm di materiale riposto nel cestello. Ci vogliono circa 2 settimane per la prima raccolta. Una volta pieno e terminata la percolazione il secchio andrà ben lavato per ricominciare il processo, mentre i residui dovranno essere smaltiti come umido: chi invece dispone di un giardino, di un terreno o di un orto può conferirli nella classica compostiera per ricavare dell’ottimo compost o lombricompost. Il kit bokashi da 16L si trova sui soliti siti di vendita on-line, nei garden specializzati, ma può essere realizzato da sé con un po’ di ingegno. Anche gli EM si possono autoprodurre, ma consiglio di approfondire l’argomento attraverso letture e manuali ad hoc. Il bokashi liquido puro è adatto alla manutenzione degli scarichi puliti e all’igienizzazione dei pozzi neri; diluito in acqua è un potente fertilizzante per tutte le piante. Rapporti: 1dl in 10L di acqua per innaffiare ogni dieci giorni, 1dl in 20L per annaffiature più frequenti, senza esagerare. Gli EM hanno, inoltre, la facoltà di decomporre anche i residui di alcuni pesticidi e altri elementi nocivi in sostanze biocompatibili.
Gli ultimi dieci anni sono stati un vero boom planetario per il bokashi, divenuto oggetto di speculazioni commerciali, tese alla vendita di specifiche compostiere e attivatori. Il Naturalismo, d’altro canto, non è di certo stato fermo a guardare. Anime nobili hanno stravolto, apportato nuove tecniche o semplicemente delle varianti al minuzioso lavoro del prof. Higa e del suo bokashi, come ad esempio Emile Jacquet e Jairo Restrepo River.

Autore: Donatello Vallotta

1921-2021. Condanna unanime delle violenze fasciste.

Ricorrono, il 24 aprile, i cent’anni dall’uccisione di Franz Innerhofer, il maestro di Marlengo che partecipava alle manifestazioni della Fiera di Bolzano. Erano tempi turbolenti. Gli squadristi fascisti ammazzavano ogni giorno qualcuno in diverse località italiane. Uno scontro tra ideologie, prima ancora che tra nazionalità.

La sintesi più efficace di quanto accadde in quei giorni d’aprile 1921 è quella riportata dalla targa fatta apporre dal Comune in centro città. Dice così: “Franz Innerhofer è la prima vittima del fascismo in Provincia di Bolzano. Il trentaseienne maestro elementare nonché dirigente della banda musicale di Marlengo fu ucciso a colpi di pistola da uno squadrista fascista il 24 aprile 1921, la cosiddetta ‘Domenica di sangue’, quando la tradizionale sfilata della Fiera di Bolzano fu violentemente attaccata e mentre Innerhofer aveva cercato di proteggere uno scolaro nel portone del palazzo Stillendorf”. 
E continua: “Il 26 aprile 1921 un imponente corteo funebre che riunì tutti i partiti democratici sudtirolesi e cittadini di tutte le lingue, passò per questa piazza. Nel 2011, novantesimo anniversario, la piazzetta è stata dedicata a Franz Innerhofer”.
È bello che si ponga l’accento sul fatto che i fatti di Bolzano ebbero già allora, e già in occasione del funerale, l’unanime condanna delle forze democratiche in ogni campo linguistico. Sindacati e socialisti insorsero: “Non subiremo provocazioni”. Il giornale La Libertà scrisse: “Tutti gli Italiani seri residenti a Bolzano deplorano profondamente i gravi fatti di sangue successi domenica in questa città ed esprimono alle famiglie colpite le loro più vive condoglianze”.
La “Domenica di sangue” era stata preceduta da una guerra cruenta voluta dai nazionalisti. Ad essa seguirono gli anni delle dittature, degli stermini, un’altra paurosa guerra e tutto ciò da cui siamo chiamati ogni giorno a liberarci. 
A ricordo di Franz Innerhofer questa domenica – Festa della Liberazione – sarà piantato un albero sulla Collina dei Saggi presso il parco Firmian a Bolzano.

Autore: Paolo Bill Valente

Le due acropoli di Laives

Gli scavi effettuati in varie parti del territorio a partire dagli anni ’70 del secolo scorso ci hanno restituito un quadro abbastanza circostanziato – anche se certamente non esaustivo – della Laives protostorica. Del mesolitico, a dire il vero, conosciamo ancora pochi dettagli – tranne per quel che riguarda l’importante sito di San Giacomo, frequentato fin dall’era dei cacciatori e raccoglitori da nomadi in transito lungo la valle dell’Adige. Ovviamente la situazione non deve essere stata molto diversa anche a Laives, dove, all’imbocco della Vallarsa, si trovano luoghi simili, che ben si prestano a soggiorni temporanei. Evidentemente per essere documentate andrebbero effettuati sondaggi più approfonditi.
Al contrario, l’età del ferro, e in particolar modo la cultura di Fritzens-Sanzeno (o retica), hanno dato molte soddisfazioni ai ricercatori: in particolare gli archeologi Lorenzo Dal Ri e Alberto Alberti hanno portato alla luce e documentato in modo mirabile i resti di antichi villaggi retici con case semi interrate di pietra e legno, grandi focolari con lastre di porfido e macine per cereali, tracce di ampie bonifiche del terreno sassoso con rudimentali vigneti e, soprattutto, luoghi di culto. Di questi siti, sparsi un po’ su tutto il conoide, abbiamo già parlato e sappiamo che essi rappresentano la testimonianza che “c’era vita”, a Laives, anche tre millenni fa. Lo stesso nome del paese, che rientra nel novero di quelli indecifrabili, è quasi certamente un “fossile” linguistico di quell’epoca e di quella cultura e prima o poi andremo a fondo anche di questo argomento.
Se dunque i siti tra Reif e Jauch raccontano la storia di un paese cresciuto in prossimità dalla confluenza tra Adige e Isarco (e Isarci erano probabilmente gli abitanti dell’epoca, con “infiltrazioni” di Anauni e Tridentini), rimane da chiarire il ruolo dei due colli morenici che dominano – e in parte insidiano – l’abitato sottostante: la Gampnerknott (crozet) e il Peterköfele.
È molto improbabile che fossero utilizzati per insediamenti stabili in un periodo in cui l’agricoltura la faceva da padrona. Per cui è ipotizzabile che essi fossero, oltre che luogo di rifugio in caso di pericolo, centri sacri e, soprattutto, di culto, dedicati ai riti funerari e ad alcune divinità. In effetti sulla Gampnerknott sono stati ritrovati degli accumuli di pietre, alcune delle quali semifuse dal calore. Sul Peterköfele mancano queste evidenze o sono molto rare: ma, anche in considerazione dell’utilizzo “sacrale” successivo, è assai probabile che la destinazione fosse la stessa. Di queste due “acropoli” o Brandopferplätze (luoghi di roghi votivi), legati in particolare al culto di una divinità, parleremo la prossima volta.

Autore: Reinhard Christanell

Un principe-frate fra le mura del convento dei Cappuccini

Il nome di Giovanni Battista da Modena forse non ci dirà un granché. Se a tale nome aggiungiamo Alfonso III d’Este allora il racconto della nostra storia, che andremo a narrare, ci  parrà un po’ più chiaro. 
Alfonso d’ Este, principe di Ferrara, Modena e Reggio Emilia, appartenente ad una delle casate più antiche d’Europa (1039), abbandonò i propri abiti nobiliari ed i pregi di corte, per indossare l’umile veste del saio cappuccino. Prese il nome di padre Giovanni Battista da Modena dopo aver abdicato nel 1629 ed al suo superiore del convento di Bologna chiese di essere mandato in missione. Il superiore lo accontentò e il frate venne inviato al convento dei Cappuccini di Merano. Il suo arrivo mise in subbuglio tutto il territorio tirolese ed i loro regnanti, i quali avevano favorito la costruzione dei conventi cappuccini in quasi tutte le località del Nord e del Sud Tirolo. La costruzione di quello dei Cappuccini di Merano era recentissima, 1615, realizzata per volere del vescovo di Coira e della casata degli Asburgo. 
Gli stilemi dell’architettura cappuccina, uguali in tutto il territorio del Tirolo, della Baviera e del Veneto, erano stati dettati dalle regole edilizie prescritte dal frate fabriciere Antonio da Pordenone. Presente anch’esso nel nostro territorio, egli aveva coniugato lo stile e la semplicità francescana con la razionalità palladiana e l’ispirazione della architettura alpina.

Padre Giovanni Battista, arrivato a Merano nel luglio del 1629, infervorò subito la piazza meranese con le sue possenti prediche. Divenne ben presto famoso, tanto che altre città ed altri conventi richiesero la sua presenza. Venne chiamato ad Innsbruck, Ratisbona, Gorizia e Milano. 
A Merano vi restò poco meno di due anni fra il 1629 ed il 1631. Nelle sue note si lamentava del clima rigido e poi anche scriveva : “Son più Italiano che Todesco … e mi rammarico per le tante calamità che affliggono l’Italia…”.
La sua presenza a Merano, come quella di tanti frati, non venne dimenticata: l’Ordine dei frati Cappuccini divenne fra i più amati dalla popolazione altoatesina; nel convento dei Cappuccini della città del Passirio gli venne eretta una piccola edicola, con la sua immagine tutt’ora venerata e custodita gelosamente.
Il principe – frate tornò verso le proprie terre natali e si spense in quel di Castelnuovo il 24 maggio del 1644, mantenendo però un caro ricordo dell’esperienza meranese, dove finalmente aveva ritrovato, come disse, “l’animo quieto”.

Nell’immagine principale: il convento dei Cappuccini

Autore: Flavio Schimenti