Quando il bilinguismo è “pratico”

Alla scuola professionale di lingua tedesca Zuegg in via Scuderie a Merano gli apprendisti fabbri della classe M-3 hanno dato vita ad un progetto nuovo che mette al centro dell’azione didattica il plurilinguismo e l’interdisciplinarità tra materie pratiche e teoriche. Gli stessi fabbri hanno realizzato delle targhette in alluminio e in acciaio bilingui in tedesco e in italiano che verranno fissate sulle macchine da lavoro nelle officine per creare un percorso bilingue nella comunità scolastica, una sorta di “toponomastica della scuola” che non vuole imporre, ma essere utile e funzionale per chi apprende.

Il progetto “Sprache als Chance. Un’idea di bilinguismo nella scuola professionale Dipl. Luis Zuegg di Merano” nasce  poco tempo fa da un’iniziativa dell’insegnante (nonché collaboratrice di QuiMerano) Francesca Morrone e dagli insegnanti di materie pratiche Christian Raffl e Georg Kaufmann, che hanno seguito i ragazzi, aiutandoli nelle scelte durante la fase di lavorazione.
Il concetto di “Sprachsensible Schule” è il manifesto di quelle scuole che hanno messo al centro della propria azione pedagogica e didattica il tema del bi-plurilinguismo: la scuola dei linguaggi sensibili è un concetto ampio e complesso che coinvolge apprendisti ed insegnanti in un reciproco scambio di risorse e competenze e che mira alla creazione di un sistema di comunicazione appunto “sensibile” ai cambiamenti sociali e culturali in atto, alle sfide del mondo del lavoro, al fenomeno delle migrazioni, alla scuola intesa come luogo di apprendimento  e di socializzazione, alle molteplici forme di comunicazione e di linguaggi dell’era digitale.

L’obiettivo: studio e praticità
La realizzazione delle targhette in metallo create dagli apprendisti fabbri per la denominazione bilingue delle macchine da lavoro nelle officine pone le basi per un lavoro interdisciplinare che alla fine del percorso misura non sono l’aumento delle conoscenze specifiche in Italiano L2, ma anche di quelle tecniche e metodologiche. L’obiettivo è quello di creare le premesse per una scuola più inclusiva, moderna, al passo con i tempi e aperta allo scambio e alla collaborazione tra discipline. Le targhette sono utili, funzionali, e ripetibili nel tempo. Un’opportunità vantaggiosa per tutta la comunità della scuola, anche perché questo progetto bilingue non si limita al lavoro di traduzione del nome delle macchine nelle officine, ma potrebbe riguardare per esempio tutta la parte accessoria degli strumenti o arredamento da lavoro degli elettricisti, degli idraulici, dei falegnami, delle estetiste, coinvolgendo i veri protagonisti esperti di questo progetto: le studentesse e gli studenti della scuola professionale “Zuegg” di Merano.

Gli apprendisti fabbri della scuola “Zuegg” hanno realizzato delle targhette in metallo per la denominazione delle macchine da lavoro nelle due lingue



Una grande squadra al lavoro
Il progetto si è svolto in varie fasi. All’inizio durante le ore di Italiano in presenza sono stati organizzati e studiati tutti i passaggi necessari per la  programmazione e la pianificazione; i ragazzi hanno scelto i coordinatori dei gruppi, hanno pensato ai nomi delle macchine da tradurre, hanno optato tra i metalli più idonei per lavorare le targhette ed hanno infine realizzato le bozze dei disegni delle targhette. Hanno usato fantasia, creatività, ma anche conoscenze tecniche.

I PROTAGONISTI

Ecco tutti i nomi degli apprendisti fabbri della classe M-3 che hanno partecipato al progetto assieme agli insegnanti Francesca Morrone, Christian Raffl e Georg Kaufmann: Bega Edison, Daniel Giardini, Janik Oberhofer, Franz Pircher, Davide Plaickner, Noah Poeder, Andrè Schatzer, Patrick Staffler, Daniel Tappeiner, Tobias Tumler, Erik Ungerer, Benedikt Wunder, Seraphim Zwick.

LE IMPRESSIONI

“Un progetto nuovo, mai visto prima nella scuola.” (Georg Kaufmann, insegnante di materie pratiche)

“In gruppo abbiamo deciso come procedere, abbiamo pensato a diverse modalità di lavorazione, e alla fine abbiamo scelto di lavorare con una macchina Cnc computerizzata perché più veloce.” (Janick Oberhofer, coordinatore gruppo fabbri meccanici).

“Il progetto mi è piaciuto perché mette insieme molte cose insieme come il disegno, le macchine, la nostro professione e la materia di italiano. Ora ricordo meglio le parole in italiano.  Perché quelle parole le ho scritte e le ho viste tante volte durante le fasi di sviluppo: quando ho fatto il disegno Cad, quando ho immesso i valori nella macchina CNC, quando ho fissato le targhette sulle macchine. Le parole entrano meglio in testa quando ci lavori. È così che si impara l’italiano nelle officine.” (Andrè Schatzer, apprendista fabbro meccanico).

“Abbiamo lavorato tutti insieme, ognuno aveva un lavoro da fare. È stato difficile programmare le macchine Cnc, il resto è andato bene.” (Bega Edison, fabbro meccanico)

“Il progetto mi è piaciuto, i ragazzi si sono impegnati e riconoscono l’importanza della seconda lingua. Sarebbe il traguardo della scuola professionale, includere molto di più la lingua italiana, perché abbiamo a che fare con clienti e rappresentanti di lingua italiana tutti i giorni. Abbiamo un grande vantaggio qui, parlare due lingue, dobbiamo sfruttare meglio questa opportunità.” (Christian Raffl, insegnante di materie pratiche).

“Mi auguro che questa idea possa essere ripetuta in altre realtà scolastiche e sostenuta da tutti, insegnanti e studenti. Viviamo in una terra plurilingue, ovunque siamo circondati dalla cartellonistica bilingue, dalle strade ai percorsi di montagna, dagli uffici postali ai supermercati, mi chiedo perché la stessa cosa non venga pensata per gli edifici scolastici.” (Francesca Morrone, insegnante L2).

Autore: Luca Masiello

Anna, la giovane promessa del cinema

Tra Germania, Romania e Ortisei, la giovanissima Anna Malfatti ha recitato come attrice protagonista nel film “Un Confine Incerto” di Isabella Sandri. Il film è stato presentato nel 2019, ma è uscito lo scorso 11 marzo e in streaming sul sito della Cineteca di Bologna all’interno del progetto #iorestoinSALA. Abbiamo avuto il piacere di chiacchierare con Anna della sua esperienza sul set, di come ha iniziato ma soprattutto di tutte le cose particolari e belle che ha scoperto e che ha fatto. Arrivata di fretta da scuola, da poco ripresa in presenza, ha risposto così alle nostre domande.

Anna, qual è stato il percorso che ti ha portata a recitare in “Un Confine Incerto”?
Ho iniziato recitando in un corso di teatro a Bolzano. Quando un giorno mi ha notata la regista del film, Isabella Sandri, dopo aver parlato un po’ con me ha voluto parlare anche con mia madre, che mi stava aspettando all’uscita. In seguito abbiamo fatto alcuni provini via Skype, e più avanti mi è stato detto che ero stata presa.

Quanto sono durate le riprese?
Abbiamo girato per due settimane in Germania, poi abbiamo passato alcune settimane in Romania e altre qui da noi vicino ad Ortisei. In tutto, tra una cosa e l’altra, sono passati quasi due anni.

È stato stancante girare così tanto? Come ti sei sentita?
È stato innanzitutto molto interessante, ma anche un po’ stancante, perché non ero tanto abituata e per me è stata un’esperienza nuova. Ma la cosa più bella è stata poter visitare i posti in cui andavamo e girare, le località scelte dalla regista. Il posto più bello che ho visto è stata la Salina Turda in Romania, che è una miniera di sale sotterranea all’interno della quale è stato costruito un parco giochi, con tante attrazioni. Mi ha colpito molto la ruota panoramica sotterranea.

E qual è stata invece la cosa più particolare che hai imparato stando sul set? E quella più bella?
Non mi aspettavo sicuramente di trovare così tante persone dietro la realizzazione di un film, ad esempio il costumista, il parrucchiere, l’addetto ai trucchi… Poi mi hanno anche colpita molto le tecniche di ripresa, ma soprattutto “l’occhio della regista”, ovvero la cura dei dettagli che Isabella metteva nelle scene e che mi faceva notare sul set. La cosa più bella invece è stata imparare ad esprimere meglio le mie emozioni. All’inizio facevo fatica, ma poi migliorando ci sono riuscita. In alcune scene, per esempio, dovevo piangere o gridare; inizialmente è stato difficile ma poi mi è venuto via via più naturale. In una scena dovevo vomitare ed è stato molto divertente, perché doveva venirmi naturale, ma non è stato semplicissimo!

E questa esperienza sul set come ti ha aiutata nella vita di tutti i giorni?
Quest’esperienza mi ha fatto interessare molto di più al mondo cinematografico. Quando guardo i film ora cerco sempre di immedesimarmi nel regista per capire meglio cosa voleva dire con una determinata scena, ma anche di capire il suo punto di vista. Mi invoglia anche a ricercare quale metodo viene usato per fare determinate riprese; mi sono veramente appassionata a questo mondo. Tante cose però le ho imparate dagli attori molto bravi con cui ho recitato e grazie ai tanti consigli che mi hanno dato per aiutarmi a migliorare.

Rivedendo il film mi torna in mente tutto l’impegno e il lavoro che ci abbiamo messo, e questo mi dà un grande senso di soddisfazione

Ti vedresti anche in altri ruoli all’interno del set? Ma, soprattutto, ti piacerebbe ripetere l’esperienza?
A me piace molto recitare e infatti frequento ancora la scuola di teatro di Bolzano. Mi piacerebbe moltissimo recitare di nuovo: per il momento non mi vedo ancora in altri ruoli, ma sicuramente vorrei tornare sul set.

E come hai conciliato lo studio con la recitazione?
Sia i miei genitori che gli insegnanti mi hanno supportata molto in questo. Durante le pause dalle riprese mi ritagliavo dei momenti in cui fare i compiti e studiare, poi mandavo ciò che facevo a mia mamma che li mandava a sua volta alle insegnanti. Quindi alla fine non ho perso molto, pur facendo quest’esperienza.

Quando recitavi, a fine giornata, potevi rivedere come eri andata e il risultato del tuo lavoro? Come funzionava sul set?
Qualche volta la regista mi faceva vedere come avevo recitato per potermi migliorare, mi faceva notare alcune cose che le erano piaciute molto e alcune cose che non le erano piaciute tanto, soprattutto perché ci teneva che imparassi alcune cose da questa esperienza. Tutto il lavoro sul girato e sul montato però è stato fatto dopo, infatti le scene non sono state girate in ordine ma in base alla località in cui eravamo. Quindi oltre che per farmi notare alcuni particolari, il prodotto finale l’ho visto solo durante la prima in Germania nel 2019.
Sia da parte mia che da parte della mia famiglia c’era molta curiosità nello scoprire come sarebbe stato il film nella sua versione finale, sia per come hanno inserito tutte le scene, sia per come sono state girate alcune di queste.

Come ti sei sentita quando è uscito il film?
Mi sono sentita molto contenta ma è stato anche molto strano, perché nel frattempo sono passati diversi anni e rivedermi più piccola mi ha colpito molto. Però mi ricordo che ero molto soddisfatta di me stessa per come ho recitato. Rivedendolo mi torna in mente tutto l’impegno e il lavoro che ci abbiamo messo e mi dà un grande senso di soddisfazione.

Da un punto di vista dell’ansia da telecamera e dell’imbarazzo, invece, come ti sei sentita?
Dato che è stata la mia prima esperienza, inizialmente ero molto agitata e non sapevo ancora bene come comportarmi, ma sia la regista che l’aiuto regista, Davide Grotta, mi hanno aiutata e mi hanno spiegato come fare. 
Mi hanno aiutata nel memorizzare il copione, e dato che il copione era sia in italiano che in tedesco che in ladino è stato abbastanza difficile pronunciare bene le frasi… Inizialmente non sapevo nemmeno si dicessero alcune cose in ladino, ma con l’aiuto di mio zio, che conosce il ladino, alla fine me la sono cavata.

La prima esperienza sul set

La giovanissima Anna Malfatti, originaria di Laives, è l’attrice protagonista del film “Un confine incerto” di Isabella Sandri e con, tra gli altri, Valeria Golino, Moise Curia e Cosmina Stratan. Partendo da un corso di recitazione a Bolzano, Anna ha affrontato la sua prima esperienza sul set tra Ortisei, la Germania e la Romania, trovando nei consigli della regista, dell’aiuto regista e degli attori più esperti preziosi consigli per la sua crescita come attrice.

Autore: Daniel Valentini – COOLtour

Caldaro, i figli del Signore

Non è certo un caso se ancora oggi gli 8000 abitanti di Caldaro vengono chiamati “Herrgottskinder”, figli del Signore Iddio. Il singolare quanto epiteto, di cui racconteremo la storia al termine di questo visita, abbraccia un territorio ricchissimo di tradizioni religiose e, di conseguenza, anche di chiese. Ad iniziare da quella di San Pietro, seminascosta tra la vegetazione di Castelvecchio. Stiamo parlando della prima chiesa dell’Alto Adige e, sembra, di uno degli edifici di culto più antichi dell’intero Tirolo. La basilica paleocristiana, eretta verso il trecento, è “sorella” di quelle di Aquileia e Milano e simboleggia l’avvento del Cristianesimo. Non è escluso che sia stata fondata dal vescovo Vigilio che cristianizzò la zona e al quale è intitolata un’altra chiesa. Il sito che comprende la basilica è ricco di altre mirabilie archeologiche: ma ne parleremo in un’altra occasione. 
Risalendo il sentiero che conduce al paese, ammiriamo la suggestiva piana della Bassa Atesina fino alla Chiusa di Salorno; ben visibili, dietro il Monte di Mezzo e il Monte Regolo, le cime del Corno Bianco e del Corno Nero. In primo piano, ai nostri piedi, il lago di Caldaro galleggia come una pietra turchese sull’estesa superficie di vigne: a quanto pare testimonianza dell’ultima era glaciale. Da qui si gode di una stupenda vista sui circostanti terrazzamenti dove cresce il rinomato Kalterer See. Nella stagione della vendemmia, lunghe file di trattori (un tempo carri trainati da buoi) carichi d’uva si dirigono verso le storiche cantine situate dietro la vecchia stazione ferroviaria. Alle spalle del lago, gli inconfondibili ruderi dei castelli della nobiltà al servizio dei conti del Tirolo in perenne lotta con il Principe Vescovo trentino, da oltre mille anni vero dominus di queste terre: Laimburg e Leuchtenburg. I primi insediamenti umani, risalenti ad un’epoca precedente l’età del bronzo, sono stati scoperti proprio qui, sulle soleggiate alture a cavallo tra Bassa Atesina e Oltradige. 


Alle spalle dell’abitato, la catena della Mendola, raggiungibile anche con la funicolare che parte da S. Antonio, è da sempre “la” montagna di Caldaro: un tempo pascolo estivo, poi, con gli anni, luogo di villeggiatura dei paesani che vi possiedono ancora le caratteristiche casette sparse nei boschi della Val di Non.
Il nome di Caldaro, che al pari di diversi microtoponimi della zona potrebbe avere un’origine preromana, appare per la prima volta nel IX secolo nella famosa lettera di San Vigilio sulla fondazione della Pieve di Caldaro. Allora era attestato come Caldare o Caldar e Caldarium (un paiolo da polenta appare nello stemma del comune – e la polenta ha notoriamente sfamato intere generazioni di caldaresi), per passare a Caltarn e alla forma odierna dopo il 1500. Di quell’epoca è anche il caratteristico centro del paese ricco di edifici nobiliari realizzati nello stile gotico-rinascimentale che unisce le asprezze nordiche alla soavità mediterranea. Dalla Piazza del mercato, con la chiesa di S. Maria Assunta, campanile e municipio, si raggiungono le varie frazioni: Villa di Mezzo, S. Antonio/Pozzo, S. Nicolò, Castelvecchio, S. Giuseppe al Lago, Pianizza di Sotto e di Sopra, Prey-Klavenz: ognuna con il suo bel campanile.
Caldaro è riuscita a conservare nel tempo le sue caratteristiche paesaggistico-urbane senza cedere alle tentazioni e agli assalti edilizi di altri paesi. Questo aspetto, accanto alla tradizionale economia vinicola, ne rappresenta la principale ricchezza.
Torniamo infine all’aneddoto dei “Figli del Signore”. Un venerdì di un anno imprecisato un forestiero seduto al “Cavallino bianco” udì il suono flebile di una campanella. Chiese all’oste la ragione di quei rintocchi. L’oste spiegò che ogni venerdì a quell’ ora si ricordava il supplizio del Signore. Il forestiero volle sapere perché non si suonasse la campana grande per il figlio di Dio.  “Eh no”, disse l’oste, “da noi la campana grande si suona solo quando muore un vero caldarese”. Allora l’uomo allungò alcune banconote all’oste e disse: “Spero che questo denaro sia sufficiente per far avere la cittadinanza caldarese al nostro Signore.” Da quel giorno i caldaresi vengono chiamati, non senza ironia, Herrgottskinder.

Foto dell’articolo: David Kruk

Autore: Reinhard Christanell

Il sangue è un bene prezioso: doniamolo

Cristina Cristofori è da sempre impegnata nel sociale ed attualmente lavora come operatore socio assistenziale nel “Gruppo casa” a Salorno, presso il settore sociale della residenza Gelmini. Una scelta di vita quella di aiutare il prossimo, che l’ha portata a diventare anche una donatrice di sangue. Da 4 anni è diventata la presidente della sezione AVIS (Associazione volontari italiani del sangue) di Salorno. Le abbiamo posto alcune domande.

A quanti anni hai iniziato a donare il sangue? Raccontaci un po’ la tua storia da donatrice.
Ho iniziato a donare il sangue nel 2004, dopo la nascita di mio figlio. Con la maternità sono maturata e mi sono sentita di poter dare qualcosa in più agli altri in particolar modo qualcosa che per qualcuno poteva essere vita. Ho così cercato AVIS per donare il sangue.

Oggigiorno come si può diventare donatori? Quali sono i vari step da seguire?
Il primo passo per diventare donatore è prenotare una visita per “aspirante donatore” telefonando ad AVIS. Si avrà così un colloquio conoscitivo con un medico del centro trasfusionale, il quale darà anche informazioni sulle varie donazioni che si possono effettuare. Di seguito verrà eseguito un prelievo di sangue e il gioco è fatto. Dopo alcuni giorni, se si risulta idonei, ci sarà la convocazione per la prima donazione.


Come si svolge e quanto dura una donazione?
Una donazione dura circa 20 minuti. All’arrivo presso il centro si fa l’accettazione, si effettua la verifica della pressione sanguigna e della glicemia, si incontra il medico per una anamnesi prima di recarsi alla donazione e infine si accede alla sala prelievi, dove il personale è molto attento ad assistere in ogni momento il donatore.

Nella sezione di Salorno quanti sono attualmente i soci? Tra questi ci sono tanti giovani che hanno deciso di diventare donatori?
La sezione di Salorno conta circa 160 donatori dai 18 ai 65 anni. Siamo sempre alla ricerca di giovani che vogliano aggregarsi alla grande famiglia AVIS per il ricambio generazionale. Va detto che i giovani hanno una grande coscienza sociale anche se a volte non lo sanno. Dobbiamo ringraziare tutti quelli che si sono attivati in questi anni per promuovere la vita. È di questi giorni la notizia che è stato congedato il nostro donatore compaesano con più di 100 donazioni in 39 anni e un giovane di 18 è risultato idoneo alla donazione.

Come si può trasmettere ai giovani l’importanza di diventare un donatore?
Dobbiamo sempre ricordare che il sangue è un bene prezioso. Non è riproducibile in laboratorio e viene utilizzato anche per produrre medicinali. Inoltre, è indispensabile nei servizi di primo soccorso, nella chirurgia e nella cura delle malattie. AVIS fa parte delle 4A: AIDO associazione italiana donatori organi, ADMO associazione donatori midollo osseo, ADISCO associazione donatrici italiane sangue cordone ombelicale. UN DONO PER LA VITA.

Autrice: Erica Nardin

Rete RE.A.DY, l’okay della giunta di Egna

Con una delibera approvata all’unanimità nel pomeriggio di giovedì, la Giunta comunale di Egna ha compiuto un altro, decisivo passo per aderire alla rete RE.A.DY. Assieme alla delibera è stata firmata anche la Carta d’Intenti della rete, la Rete Nazionale delle Pubbliche Amministrazioni Anti Discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere. Soddisfazione per l’iniziativa anche da parte di Centaurus Arcigay Alto Adige Südtirol, che supporta le istituzioni locali aderenti alla rete.

“Tutta la giunta comunale è convinta che questo sia un passo importante verso la tolleranza e l’antidiscriminazione”, afferma la sindaca Karin Jost. Aderire alla rete RE.A.DY, infatti, significa partecipare a uno spazio di condivisione e interscambio di buone prassi per tutelare i Diritti Umani delle persone LGBT+ e promuovere una cultura sociale del rispetto e della valorizzazione delle differenze. Entrando nella rete nata nel 2006 a Torino, anche Egna intende rispondere ai bisogni delle persone LGBT+, che spesso vivono situazioni di discriminazione, e promuovere un clima sociale di rispetto e di confronto libero da pregiudizi. 
In Alto Adige fanno già parte della rete RE.A.DY i Comuni di Appiano, Bolzano, Bressanone, Caldaro e Merano e la Provincia, che collaborano in un gruppo di lavoro supportato da Centaurus Arcigay Alto Adige Südtirol, l’organizzazione più rappresentativa tra quelle che si impegnano per le pari opportunità delle persone LGBT+. “Un segnale importante per la lotta alle discriminazioni e la valorizzazione delle differenze. In Alto Adige c’è ancora molta invisibilità. Ora alla buona volontà devono seguire azioni concrete. Centaurus mette a disposizione la sua esperienza”, commenta Andreas Unterkircher, presidente di Centaurus Arcigay Alto Adige Südtirol.
Nelle scorse settimane l’adesione, proposta dalla consigliera dei Verdi Sadbhavana Pfaffstaller attraverso una mozione in Consiglio comunale, era stata approvata a larghissima maggioranza dalle consigliere e dei consiglieri comunali di Egna ed ora è stata ufficializzata con la delibera della giunta. Allo stesso tempo è stata sottoscritta la carta d’intenti della rete. Documenti alla mano, ora il Comune potrà formalizzare l’adesione presso la Segreteria nazionale a Torino e cominciare a organizzare le prime iniziative che saranno seguite dalla consigliera con delega alle Pari Opportunità, Roberta Decarli, assieme alle consigliere e ai consiglieri della Commissione Pari Opportunità del centro della Bassa Atesina.

Ulteriori informazioni sulla rete RE.A.DY: 
http://www.reteready.org/ 

Nella foto principale: la sindaca Karin Jost e il presidente di Centaurus Arcigay Alto Adige Andreas Unterkircher.

Far germogliare il seme della gentilezza

Prosegue la serie di contributi di Roberta Lenzi, felicitatrice del progetto “Sente-mente comunità amiche”, che approfondiscono il tema della demenza.

Quanto bisogno abbiamo di gentilezza? Oggi più che mai. La mancanza di prossimità, la paura della vicinanza fisica, la paura del contagio, il non darsi più la mano ci stanno portando via pezzi di umanità. La gentilezza è come un seme che, se messo a dimora, ci consente di continuare a curare e coltivare la nostra umanità. Ma quale gentilezza?
Essere gentili è molto più che sorridere ed essere educati. La gentilezza è l’attitudine delle persone che sanno ascoltare e incontrare veramente l’altro. È uno spazio di tenerezza e delicatezza che ha bisogno, prima di tutto, di germogliare dentro di te. La gentilezza comincia dal tuo dialogo interiore. Sì, proprio da quel continuo mormorio che occupa costantemente la tua mente. Prova ad ascoltare il suono della voce con la quale ti parli. Non conta solo quello che ti dici, ma anche come te lo racconti. Ti rivolgi parole cortesi o di biasimo? Il tono della tua voce è gentile o assomiglia al timbro che aveva qualche adulto del passato quando ti rimproverava?
È importante prendere consapevolezza della voce con la quale ti parli e fare in modo che sia gentile, che ti sappia sostenere, dare coraggio. Poi sarai pronto a seminare intorno a te quella gentilezza fatta di gesti “intenzionali e accurati” volti a fare stare bene l’altro. Spesso diamo per scontate alcune relazioni e diamo il meglio di noi con gli estranei e non con chi ci ama. Scegliamo invece di innescare intenzionalmente un “vortice di gentilezza”. 
Un gesto gentile scatena per sua natura una risposta gentile, come l’onda che si propaga dopo aver gettato un sasso in un lago. Anche la scienza, che negli ultimi anni ha indagato sempre più sugli effetti fisiologici della gentilezza, ci conferma che essa stimola la produzione di molecole come la serotonina, sostanza capace di indurre calma e felicità. Vengono inoltre prodotte endorfine, antidolorifici naturali, e ossitocina, un ormone che aiuta nelle relazioni sociali, aumenta la fiducia e migliora il funzionamento del sistema immunitario. Straordinaria la scoperta che un gesto di gentilezza produce gli stessi effetti in chi lo fa, in chi lo riceve e in chi lo guarda, creando così un’onda di benessere che si diffonde.
Se poi in famiglia vive una persona con demenza, beneficerà in modo particolare dell’atmosfera accogliente e cordiale che si creerà grazie alla gentilezza. La persona che vive con demenza abita un mondo fatto di emozioni e questo sentimento, fatto di vicinanza e partecipazione, la farà vivere serenamente sentendosi avvolta in un abbraccio che infonde sicurezza.
Quindi? Approfittiamo della primavera e del suo invito alla rinascita e diventiamo seminatori di gentilezza nelle parole, nelle scelte, nelle azioni, magari proprio lì, in quei luoghi dove ne sentiamo di più la mancanza.
Prendiamoci cura delle persone che amiamo, creiamo “agguati di gentilezza” che sappiano sorprenderli: un regalo inaspettato, dei fiori appena colti in giardino, un bigliettino con una parola gentile. Attenzioni speciali per rendere speciale ogni giorno. Piccoli semi che, se curati e coltivati nel tempo, sapranno far sbocciare all’interno della Comunità la capacità di accogliere realmente l’altro, al di là di qualsiasi fragilità o diagnosi.

Autrice: Roberta Lenzi – Sente-mente felicitatrice

Vadena: tra libri e natura

Martine Parise, insegnante di ruolo di lingua italiana nella scuola provinciale tedesca “Istituto Tecnico Agrario Laimburg”, è stata assessora alla cultura e scuola italiana nel Comune di Vadena dal 2015 al 2020 e attualmente è vicesindaca con deleghe alla scuola e alla cultura in lingua italiana, alla biblioteca, alla viabilità, alla sanità e ai servizi sociali. Com’è stato l’ultimo anno per Vadena? Ecco le risposte di Martine Parise.

Come avete affrontato, voi della Biblioteca Comunale di Vadena, le restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria? 
Il 2020 è stato un anno difficile dettato dalle chiusure e dalle restrizioni forzate che hanno determinato l’annullamento di molte iniziative culturali, come ad esempio l’inaugurazione della nuova biblioteca, le letture performative a cura di Sagapò Teatro con i bimbi delle scuola dell´infanzia o gli incontri di scrittura creativa su argilla nelle scuole a cura della ceramista locale Veronica Muchideni.
Nonostante le evidenti difficoltà, l’Amministrazione comunale di Vadena, in collaborazione con il Consiglio di biblioteca e le scuole, ha sempre cercato soluzioni alternative per valorizzare la biblioteca come polo culturale attivo. Abbiamo dunque promosso il “prestito alla finestra” e le restituzioni tramite book box. Il reading musicale con Barbara Gramegna ed Elisa Venturin in occasione della festa della mamma è stato organizzato a porte chiuse e trasmesso in streaming sulla pagina facebook “Vadena cultura e societá-Pfatten Kultur und Gesellschaft”.

Come ha risposto la cittadinanza? 
Molto bene. Anche grazie alla creatività e all’ottima sinergia tra i membri del Consiglio di Biblioteca. Insieme abbiamo elaborato strategie per non perdere per strada i nostri lettori. Da qui l’idea del concorso “leggi e vinci”. La cittadinanza ha capito che la Biblioteca di Vadena non vuole essere soltanto una sterile sede depositaria di libri e cultura, ma anche un luogo di incontro e confronto, uno spazio in cui poter condividere un sapere da far evolvere in una prospettiva integrativa e partecipativa rivolta a tutta la comunità. 

Quali novità si prospettano a Vadena nei prossimi mesi? 
In un momento come questo credo fortemente in un approccio programmatico ottimista alle attività culturali. Bisogna guardare avanti mirando al coinvolgimento della cittadinanza, quanto più possibile in iniziative concrete e su vari settori di interesse. Le proposte pianificate per il 2021 spaziano quindi su più fronti: la realizzazione di un’installazione di arte urbana per incentivare il book crossing a opera di outbox con il coordinamento di Egeon (Matteo Picelli), un progetto di supporto scolastico per i nostri piccoli studenti, il reading musicale per la Festa della Mamma e incontri per lavorare la ceramica consultando le riviste a tema presenti in biblioteca. Proponiamo inoltre passeggiate naturalistiche con un esperto di avifauna, un concerto jazz sul lago di Caldaro con un esperimento di lettura, un corso per insegnare ai bambini a costruire aquiloni e l’incontro degli studenti delle nostre scuole primarie con Petra Cola, famosa influencer alpina mondiale. Ce n’è per tutti i gusti, insomma!

Credi che le normative vigenti abbiano cambiato il rapporto dei cittadini con la natura e l’attività motoria? 
Mi piace guardare sempre il lato positivo delle cose, anche quando intorno spirano venti di difficoltà. Nell’ultimo anno ho potuto osservare una frequentazione degli spazi aperti del paese di gran lunga superiore al periodo pre-covid. Sono in molti ad aver riscoperto Vadena, penso per esempio all’argine del fiume Adige per passeggiare e correre, per non parlare della nostra strada forestale che conduce a Monticolo. Posso affermare di aver visto in giro persone in quasi ogni angolo del paese a piedi con lo zaino sulle spalle. Credo che questa pagina triste della storia abbia comunque avvicinato i cittadini alla natura e all’attività fisica all’aperto. 

Quali credi che saranno i più grandi cambiamenti che rimarranno a livello locale quando si risolverà la crisi sanitaria? 
Penso che questo modo di vivere la natura e gli spazi aperti resterà per sempre. Abbiamo riscoperto la bellezza di una semplice passeggiata e abbiamo allenato i nostri occhi a soffermarci sui piccoli dettagli della natura. Il modo diverso di vivere a cui siamo stati costretti ha consentito a molti di riscoprire le bellezze del paese, forse prima un pochino snobbate. Se pensiamo al territorio che spazia dalla frazione Klugghammer sul lago di Caldaro al bellissimo Monte di Mezzo con i suoi innumerevoli sentieri dalla Laimburg ai laghi di Monticolo, possiamo affermare con orgoglio di essere fortunati a Vadena, diciamocelo pure! 

Green Mobility: “L’Alto Adige pedala”

Il Comune di Laives rinnova la sua partecipazione al progetto “L’ Alto Adige Pedala” promosso da Green Mobility per incentivare gli spostamenti quotidiani in bicicletta. Ecologici e sani, saranno un’occasione, per i più fortunati, di vincere i premi in palio. 

Green Mobility, il progetto che si occupa di mobilità sostenibile in regione, rilancia anche quest’anno, insieme a STA – Strutture Trasporto Alto Adige, il ciclo-concorso altoatesino. Dopo il successo della prima edizione invernale “L’Alto Adige Pedala con i guanti”, conclusa a gennaio e alla quale hanno partecipato circa mille persone, per un totale di 154.621 km percorsi sfidando le basse temperature, torna, insieme alla bella stagione, il concorso a premi dedicato a chiunque possieda una bicicletta e abbia voglia di fare movimento con un occhio di riguardo all’ambiente. L’iniziativa è parte di una più ampia serie di azioni e misure – unite sotto al nome #AltoAdigesaltainsella – a favore della mobilità ciclistica previste dal Dipartimento di Mobilità provinciale. Per partecipare occorre registrarsi sul sito dedicato (www.altoadigepedala.bz.it) e inserire, on line o tramite applicazione per smartphone, i chilometri percorsi. Tutti coloro i quali avranno pedalato per almeno 100 chilometri nel periodo dal 20 marzo al 30 settembre 2021 parteciperanno all’estrazione finale dei premi del mese di novembre. Ad aderire sono i singoli cittadini, sia come “ciclisti liberi” sia come parte della squadra di organizzatori locali, tra cui Comuni, scuole, università, organizzazioni e associazioni, come FIAB – Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta. Diverse le attività speciali collegate all’iniziativa per continuare a motivare i cittadini a muoversi in bicicletta, come ad esempio: “Vai anche tu in bici al lavoro”, “Pedala coi guanti anche tu” e “Prova una e-bike anche tu”. L’obbiettivo a lungo termine, da percorrere su un piano decennale, è quello di rendere l’Alto Adige una regione modello per la mobilità alpina sostenibile.

Autrice: Ana Andros – COOLtour

Maia saluta la primavera

Basterebbero i germogli in fiore per regalare un sorriso, ma il Comitato di quartiere Maia – Mais ha voluto comunque abbellire le strade del rione con degli  addobbi creati con materiale di riciclo: le campanelle sono state fatte riciclando i volantini dei supermercati, i fiocchi con le retine delle patate, cipolle, limoni. Ecco l’opera negli scatti di Francesca Giabbai. 

Giulia: con il ritmo caraibico nel sangue

Giulia Segna è una giovane ballerina, che dopo aver praticato diversi sport, ha scoperto la sua vera passione: le danze caraibiche. Specialista di salsa portoricana e mambo New York style, gareggia a livello nazionale individualmente con la società Lunika Dance di Lagundo e da poco è diventata tecnico, grazie anche alla fiducia e al supporto dei suoi insegnanti. Quando non è in sala da ballo si dedica ai suoi studi di giurisprudenza e nel tempo libero ama fare lunghe camminate con il suo cane. Il suo sogno è far coincidere il suo futuro lavoro con il suo amore per la danza.

Giulia, quando ti sei avvicinata al mondo della danza?
Ballo fin da quando ero piccola, ma mi sono avvicinata al mondo delle danze caraibiche da cinque anni.

In che tipo di gare competi?
Competizioni regionali e nazionali, soprattutto nei circuiti della Fids (Federazione Italiana Danza Sportiva). Naturalmente però mi esibisco anche in vari eventi e manifestazioni non agonistiche. 

Quali sono i successi più alti che hai raggiunto? 
Il sesto posto ai campionati italiani di Rimini con il Caribbean Show Dance e la qualificazione alla semifinale ai campionati nazionali con Salsa Shine. 

Qual è la gara che non scorderai più? 
I campionati italiani Fids del 2019, in cui ho gareggiato per la prima volta come solista. Sono stata quattro giorni a contatto con persone che condividevano la mia stessa passione e per me è stata un’occasione di rinascita, dopo un periodo molto difficile.

Come scegli la musica per la tua esibizione? 
I miei maestri mi propongono brani adatti al progetto della coreografia da sviluppare, poi insieme scegliamo quello più motivante e idoneo. I pezzi sono selezionati in modo da creare delle coreografie con lo scopo di risaltare quelle che sono le mie caratteristiche migliori. 

Da quest’anno fai parte dell’albo dei tecnici sportivi. Come mai questa scelta?
Sì, quest’anno grazie alla fiducia che mi hanno dato i miei maestri Cinzia Leotta e Christian Perconti, ho passato l’esame di ammissione diventando istruttrice. Le motivazioni sono varie, ma sempre in funzione alla mia crescita personale. Si tratta infatti, di un percorso individuale che solo i maestri propongono: bisogna ricordare che non è un diritto automaticamente acquisito da tutti gli allievi, ma è un merito che va guadagnato e sudato seguendo un percorso molto intenso. Questo diploma lo considero solo un piccolo traguardo, perché la strada per diventare maestra è ancora molto lunga. 



Come si diventa tecnici? 
Per anni ho avuto la possibilità di affiancare i miei maestri durante le attività a scuola, prima seguendo i bambini e successivamente i ragazzi e gli adulti. Durante l’esame ho affrontato una commissione che richiedeva la conoscenza di nozioni tecniche di danza e musica, principi di anatomia, fisiologia, psicologia, conoscenze amministrative e storiche, oltre che lo svolgimento pratico di tutte le discipline delle danze caraibiche. 

Cosa vuol dire per te insegnare a ballare? 
Vuol dire trasmettere quello che per me è vita. Quando ballo non penso e quando entro in sala tutti i problemi personali si annullano: vorrei che questo accadesse anche ai miei allievi.

Segui maggiormente un pubblico adulto: credi che questa disciplina possa avere maggiore rilevanza tra i giovani? 
Le danze caraibiche sono identificate come ballo di coppia, idealmente ritenuto più idoneo agli adulti, di conseguenza sono quest’ultimi che popolano i corsi. Grazie però al lavoro dei miei maestri della scuola e alla loro esperienza maturata fuori regione, si è sviluppato da tempo anche il settore nel quale competono tutte le fasce d’età. Credo che in regione si debba lavorare al meglio per far conoscere ai giovani questa disciplina e farla apprezzare. Bisogna tener presente che i ritmi caraibici sono molto veloci, dinamici e musicalmente potenti, ideali per i giovani che vogliono divertirsi e poi magari passare alle competizioni, come nel mio caso.

È così anche nel resto d’Italia? 
Per quanto sono riuscita a constatare, in molte regioni italiane la situazione è completamente diversa: ci sono moltissimi giovani che frequentano scuole, che hanno l’obiettivo di motivare i propri allievi, dando loro possibilità di avvicinarsi al mondo sociale, sportivo e formativo.

Pensi che in futuro le cose potranno cambiare? 
Le cose sono in continua evoluzione e infatti il settore sportivo delle danze caraibiche è in crescita in Italia. Il futuro che immagino, come tutti gli appassionati, è che a fine pandemia si possano riprendere tutte le attività sia sociali che agonistiche, tornando nuovamente a divertirsi con serenità e con allievi di tutte le età. Nel mio piccolo mi impegnerò al massimo nel promuovere la mia disciplina.

In questo periodo di pandemia, gli allenamenti proseguono? Si sa che solo gli agonisti a livello nazionale possono continuare, tu sei tra di loro?
Sì, è corretto, nel settore agonistico e pre-agonistico gli allenamenti sono consentiti per la preparazione allegare nazionali e internazionali, con tutte le dovute precauzioni contenute nei protocolli. Ammetto che le difficoltà non mancano nel gestire gli allenamenti, ma con la giusta organizzazione e volontà si va avanti.

Autrice: Chiara Caobelli