Sorrisi di laurea in DAD

Durante la pandemia la vita non si è fermata, anzi. Lo dimostrano questi scatti fotografici realizzati da COOLtour e dedicati ai giovani altoatesini che si sono laureati nei diversi atenei. Le corone d’alloro e i loro volti soddisfatti possono essere un’utile iniezione di fiducia anche per i molti che vivono con grande fatica questo difficile periodo.

Cosa ti rende felice?

All’incirca un mese fa è comparso sulle passeggiate del lungo Isarco un albero ornato di piume e farfalle colorate, da cui pendono frasi delle poesie di Pablo Neruda e ai cui piedi poggia una domanda apparentemente banale: “Cosa ti rende felice?”. Scovata l’artista, Martina Buraschi, ha raccontato la sua storia.  

Come è nata l’idea? 
Con le mie amiche Elena, Eva e Sabrina abbiamo pensato di portare un po’ di bellezza e di gioia nel parco. L’idea è stata, prima ancora che fiorissero gli alberi, di vestirne uno spoglio con delle farfalle e delle piume, qualcosa che desse speranza e gioia alle persone che passano. La scritta “Cosa ti rende felice?” è lì proprio perché la gente non si pone più questa domanda. Dietro abbiamo messo anche altri quadri che sono lì per essere presi e portati via: chi vuole può prenderli, proprio perché la bellezza va condivisa.  

È legata alla situazione che stiamo vivendo?  
No! È una cosa che secondo me deve esserci sempre, perché corriamo troppo e non ci fermiamo mai per sorprenderci, per lasciarci stupire dalla bellezza di quello che abbiamo intorno. È lì per sensibilizzare le persone. 

Come reagisce chi passa di lì?  
Le persone si fermano, guardano, chiedono. Chiedono sempre se sei parte di un’associazione, non ammettono che il singolo possa fare qualcosa. Sono molto colpite da questa cosa, non sono abituate alla gratuità. La gente mi ringrazia, perché dice che ho fatto qualcosa di bello per il parco. Una ragazza ci ha detto, per esempio, che si era arrabbiata con una persona perché aveva preso un quadro. Abbiamo risposto che non doveva arrabbiarsi perché i quadri sono lì per essere presi. È rimasta stupita, e allora ho fatto scegliere anche a lei un quadro da portarsi via, perché è bella la gratuità.   

Come ha scoperto l’arte?  
Ho scoperto l’arte quando mi hanno diagnosticato il Parkinson. Da lì ho dovuto rallentare un po’ tutto nella mia vita. Sono sempre stata un’amante della natura e ho iniziato a vedere negli alberi cose da pitturare. Poi ho incontrato delle ragazze che come me sono molto sensibili all’arte. Siamo un gruppo di amiche, ed è molto bello, perché la forza delle donne sta nelle donne, nello stare insieme. Le donne, secondo me, sono molto forti se sono unite.  

A cos’altro si dedica? 
Oltre a questo, io sono un’infermiera, ma non posso più veramente fare questo lavoro. Però ho creato questa figura, all’interno dell’ospedale, e accompagno i bambini che devono affrontare delle lunghe terapie facendoli dipingere. Nella sala di ADMO abbiamo poi creato una donna-albero che simboleggia la vita, sul quale è attaccato un cuore per ogni donatore. È un rito che adesso facciamo sempre: quando qualcuno dona, attacca un cuore con il suo nome sull’albero. Un altro compito importante è quello di decorare la sala dove vengono accolte le donne che attendono l’esito della mammografia, perché è molto spoglia e bianca. Insieme alle colleghe vogliamo renderlo un posto accogliente per sostenere le donne in un momento così delicato.  

Cosa la spinge a fare tutto ciò?  
Ho sempre pensato a quale fosse il mio scopo nella vita, e siccome non so ancora esattamente quale sia, almeno quello che so fare lo faccio per gli altri, per quello che serve. Non sono fautrice di niente, da sola, ci sono molte persone che mi sostengono. Tutti possono fare qualcosa, non sono io ad essere brava, forse ho solo più coraggio degli altri. Ecco, ho meno inibizione; c’è gente più brava di me che si crea molti problemi a fare le cose, invece bisogna proprio farle, bisogna buttarsi in questa vita. 

Autrice: Ana Andros – COOLtour

Nuovo libro di Dobrilla: “Imparare dagli altri”

Giorgio Dobrilla, Primario Gastroenterologo Emerito all’Ospedale San Maurizio di Bolzano e docente presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Padova e di Parma, probabilmente non ha bisogno di presentazioni in Alto Adige. Già autore di numerose pubblicazioni scientifiche, articoli e libri divulgativi, ha recentemente pubblicato il suo nuovo volume “Imparare dagli altri – commento critico a frasi celebri di tutti i tempi”, edito da Gedi Editore con la collaborazione di Alessandro Cimino. Il libro raccoglie 150 massime e aforismi commentati criticamente nello spazio di una pagina. Essi sono in parte una collezione dei suoi scritti per la rubrica “Asterisco”, usciti negli ultimi anni ogni sabato per l’inserto settimanale Monitor dell’Alto Adige, e in parte materiale inedito. Il libro si apre infatti con la prefazione del direttore dei quotidiani “Alto Adige” e “L’Adige” Alberto Faustini, che spiega come la rubrica e il libro del Dottor Dobrilla abbiano lo scopo di far pensare attraverso citazioni immortali, che l’autore riesce a interpretare mettendone in luce l’attualità e regalando loro nuova vita. Il libro del Dottor Dobrilla non è solo un aiuto intellettuale per i lettori, che vengono stimolati a interrogare se stessi per diventare cittadini più attenti e consapevoli, ma è anche un aiuto pratico a chi ha bisogno poiché a fine anno tutti i proventi del libro verranno devoluti in beneficenza all’associazione “Volontarius” e “Cacciatori Briciole”, per la stima personale che lo lega al fondatore e coordinatore del gruppo Christian Bacci. 
La passione per gli aforismi, racconta il Dottor Dobrilla, lo accompagna da quando era ragazzo: “ho sempre avuto l’abitudine di annotarmi le frasi che in qualche modo mi colpivano, chiunque  fosse l’autore”. Il concetto di imparare dagli altri, ci tiene a specificare Dobrilla, non equivale affatto a “fare come gli altri”, anzi, gli aforismi sono da leggere e giudicare in modo critico. Non tutti infatti sono positivi e imparare dagli altri può significare anche osservare gli esempi negativi ed evitare gli stessi errori. 
Le citazioni all’interno del libro spaziano da Mark Twain a Marco Aurelio, da Confucio a Oscar Wilde, e mostrano come a distanza di secoli alcuni problemi non siano cambiati e come il mondo sia in parte sempre lo stesso. La lunghezza di una pagina per ogni commento è voluta per permetterne la comoda lettura, per esempio aprendo il libro in maniera casuale e trovando Demostene accanto a Carl Gustav Jung. Mentre il primo afferma “credo proprio del buon cittadino preferire le parole che salvano da quelle che piacciono” il secondo osserva che “pensare è molto difficile e per questo la gente preferisce giudicare”, due frasi che non potrebbero essere più attuali alla luce dei quotidiani fenomeni di populismo, pseudoscienza e cattivo uso dei social network. 
L’insegnamento centrale del libro è non smettere mai di riflettere su se stessi e sulle proprie azioni, ma essere sempre presenti con il pensiero in ogni sfera della vita. Per questo il libro è suddiviso in dieci sezioni che riflettono vari aspetti della nostra realtà: la medicina, i sentimenti, la cultura, l’informazione e la scienza, la filosofia e la società, la politica con la storia e le leggi, la sincerità e le bugie, la fede, la ricchezza e la povertà.
Pensare significa proprio ciò che il Dottor Dobrilla fa nel suo libro: non accettare una citazione o un esempio altrui acriticamente, ma sviscerarlo e interrogarsi su cosa esso significhi per sé, come si applichi nella propria realtà e cosa se ne possa ricavare di utile per migliorare se stessi e magari, in piccola parte, il mondo.

Autrice: Greta Sofia Lampis

Noi dei centri giovanili coltiviamo relazioni

Sono numerose le attività proposte in questo periodo dai centri giovanili di Bolzano. Questi, tenendo conto dell’attuale emergenza, animano la vita dei quartieri sottolineando l’importanza della socialità e delle iniziative culturali, il tutto è rivolto ai giovani ma assume un ruolo fondamentale anche per l’intera città.
Dalla scuola alle relazioni, i centri giovanili sono venuti incontro alle necessità del momento. “Abbiamo attivato il progetto ‘dopo scuola’ rivolto agli scolari più piccoli, avendo l’occasione di riunirci in presenza in concomitanza con la riapertura degli edifici scolastici. Con i ragazzi più grandi organizziamo, in vista dell’estate, le attività da proporre ai più piccoli durante le vacanze” spiega Andrea Penazzi del centro giovanile Pierino Valer di Don Bosco. “Abbiamo inoltre in progetto la realizzazione di un orto da coltivare insieme ai nostri ragazzi. L’obiettivo – continua Penazzi – è di imparare a ‘prenderci cura’ di qualcosa perché crediamo che le relazioni umane e sociali, come le piante del nostro orto, daranno i loro frutti se impariamo a coltivarle prendendocene cura quotidianamente.”
Oggigiorno è sempre più ricorrente nell’immaginario collettivo la figura del giovane svogliato e senza più passioni dopo mesi di lockdown. Cosa percepite voi da parte dei giovani?
“Hanno una voglia immensa di ritrovarsi, la risposta da parte loro è stata buona anche nel periodo a distanza. Già durante il ‘lockdown duro’ – racconta Penazzi – i ragazzi, in accordo con la Biblioteca Amadori, hanno partecipato alla ‘bicicletta della solidarietà’ distribuendo libri a domicilio. Nonostante ci impegniamo sempre a sostenere chi ha più difficoltà, i legami sociali sono difficili da mantenere con tutti, la presenza è fondamentale.” 
Un riscontro positivo tra i giovani lo ha trovato anche Maria Lo Russo, del centro giovanile Vintola18: “pensavo di trovarmi un vuoto, invece la partecipazione, sia online che in presenza, è stata assidua e numerosa. Il nostro servizio è per molti giovani un sostegno importante, questo grazie alle diverse opportunità artistiche, ambientali e culturali che vengono offerte. Bisogna però trovare il giusto equilibrio tra attività digitali e in presenza.”
“Dopo il viaggio a Scampia fatto a ottobre – racconta Lo Russo – abbiamo deciso di realizzare un video e abbiamo vinto il premio ‘legalità’ al Festival ‘Restart’ di Roma. Qui abbiamo conosciuto la realtà di un altro centro giovanile e, insieme, abbiamo voluto creare dei podcast che raccontassero la lotta contro la mafia, uno di questi è stato realizzato anche grazie a una testimonianza che i ragazzi hanno potuto ascoltare in prima persona (saranno disponibili a breve).” Per i prossimi mesi sono previste diverse iniziative, tra le quali un corso di storytelling per realizzare dei video, e uno di teatro, già proposto a distanza, sempre “con la consapevolezza – conclude Lo Russo – che ai giovani è necessario trasmettere delle competenze trasversali per affrontare il mondo di domani.”

Nella foto principale: Andrea Penazzi e Maria Lo Russo

Autore: Andrea Dalla Serra

Tenacia e solidarietà

Nella vita fa il tributarista libero professionista e nel tempo libero si dedica al volontariato per l’associazione Volontarius ONLUS nella quale ricopre la carica di vicepresidente e coordinatore del progetto “aiuti senza spreco” (cacciatori di briciole, briciole market e farmacia solidale). è anche membro del tavolo di coordinamento provinciale per la lotta allo spreco e nel direttivo del centro aiuti per l’Africa.

La cosa che più mi piace di me stesso.
La tenacia.

La volta in cui sono stato più felice.
Cerco di essere felice ogni giorno (bisogna essere felici tutti i giorni) e lo si può essere sentendosi utili. Vivere per gli altri non è soltanto la legge del dovere, è anche la legge della felicità (Auguste Comte).

La persona che invidio di più.
Quella che riesce a mantenere la calma anche davanti alle più grandi provocazioni.

La persona che ammiro di più.
In realtà sono due: i miei genitori.

Un libro da portare sull’isola deserta.
Il piccolo principe.

L’ultima volta che ho perso la calma…
…mi avevano mancato di rispetto.

La mia occupazione preferita.
Organizzate il salvataggio del cibo che andrebbe buttato e distribuirlo a chi ne ha bisogno.

Il paese dove vorrei vivere.
Un’isola deserta con temperature estive tutto l’anno.

Il mio musicista preferito.
U2.

Il mio pittore preferito
Vincent van Gogh.

Non sopporto…
Le ingiustizie.

La qualità che preferisco in un uomo.
La solidarietà.

La qualità che preferisco in una donna.
L’empatia.

Dico bugie solo…
In presenza del mio avvocato.

La mia paura maggiore.
Che i volontari si facciano male.

L’oggetto a cui sono più legato.
Un anello ricordo, regalato da mia nonna.

Mi sono sentito orgoglioso di me stesso quando…
…mi sono reso conto che ero riuscito a creare insieme a chi ha creduto in me un gruppo di amici che condividevano lo stesso obiettivo e la speranza in un mondo migliore.

Il mio motto.
Il regalo più grande che tu possa fare a qualcuno è il tuo tempo, perché quando regali a qualcuno il tuo tempo, regali un pezzo della tua vita che non tornerà mai più indietro.

Dove mi vedo tra 10 anni.
A fare quello che sto facendo ora.

Nel mio frigorifero non manca mai…
La verdura.

“Ammiro chi si presta ad aiutare”

Ivan Sgarbossa è nato e cresciuto a Ora. È cresciuto in una famiglia felice e fin da piccolo ha respirato l’aria del volontariato. Da ragazzo ha praticato sport e frequentato il teatro. Da 34 anni fa parte della Filo di Ora, e per diversi anni ha collaborato con la sezione calcio e lo sport club di Ora. Per Ivan la famiglia ha un’importanza fondamentale, e pensa anche che l’impegno nel sociale aiuti a creare il clima giusto per farla crescere. Ha compiuto 50 anni pochi giorni fa, e ha aggiunto: “ma ho ancora voglia di fare”.

La cosa che mi piace di più di me.
Il mio carattere gioviale.

Il mio principale difetto.
Non dire qualche no. 

La volta che sono stato più felice.
Quando è nato mio figlio Luca.

Da bambino sognavo di diventare… 
Da piccolo sognavo di poter un giorno risolvere i problemi del mondo ma poi crescendo…

La persona che invidio di più.
Penso che bisogna essere felici di quello che si ha e di quello che si è, l’invidia è tempo perso.

La persona che ammiro di più.
Le persone che si prestano ad aiutare.

L’ultima volta che ho perso la calma.
Ho imparato a contare fino a 10…

La mia occupazione preferita.
Lavori all’aria aperta. 

Il Paese/luogo dove vorrei vivere.
Vivo molto bene qui a Ora. 

Il colore che preferisco.
Il blu, da sempre.

Il piatto preferito.
Diciamo che sono una buona forchetta.

Il mio musicista preferito.
Amo molto la musica blues. 

L’ultima volta che ho pregato.
Diciamo che Gli parlo di frequente.

Il giocattolo che ho amato di più.
Il pallone.

Il mio più grande rimpianto.
Non ho grossi rimpianti, sono contento delle scelte fatte.

Dove mi vedo fra dieci anni.
Sarò ancora qui ad Ora a dare una mano…

Mi sono sentito orgoglioso di me stesso quando…
Quando ho visto realizzarsi le cose per cui mi sono impegnato .

Il mio motto:
Vivi e lascia vivere.

La famiglia, il lavoro e lo sport

Alessandra Molinari, fisioterapista, mamma e allenatrice meranese di  origini calabresi. Lavora all’ospedale nel reparto di riabilitazione dell’età evolutiva, occupandosi di un progetto che le sta molto a cuore con i bambini neonati. Nel tempo libero ama fare sport all’aria aperta, godendosi i paesaggi che la circondano e allena una squadra di piccole atlete di ginnastica artistica.

Il tratto principale del mio carattere.
Vedo sempre il lato positivo delle cose.

La cosa che più mi piace di me.
L’autoironia.

Il mio principale difetto. 
Mi preoccupo troppo di ciò che pensa la gente.

L’incontro che mi ha cambiato la vita.
L’incontro con lo scoutismo con cui ho vissuto mille avventure e momenti unici, e grazie al quale ho imparato il vero valore dell’amicizia e dell’accoglienza.

La mia gioia più grande. 
Sono tre: i miei bambini.

Da bambina sognavo di diventare…
Parrucchiera.

Non sopporto…
La pigrizia e l’indifferenza delle persone.

La qualità preferita in un uomo.
La simpatia: deve farmi sorridere e divertire in ogni momento.

… e in una donna.
La tenacia e la coerenza.

La mia paura maggiore.
Veder soffrire i miei figli.

Il giocattolo da me più amato.
Un orso di peluche, che si chiamava Bobby.

Il mio cantante preferito.
Sono una fan sfegatata di Vasco Rossi.

Mi sono sentita orgogliosa di me stessa quando…
In questo periodo sto sopravvivendo alla Dad con i miei figli, diventando quasi un tecnico informatico (quasi!).

Dove mi vedo tra dieci anni. 
In giro…

Il paese dove vorrei vivere. 
In Italia, è un paese stupendo.

La persona che ammiro di più.
Mio padre.

Il mio piatto preferito. 
Linguine allo scoglio.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.
Un viaggio con le amiche.

Il mio primo ricordo.
A casa dei miei nonni materni in Calabria.

Il mio più grande rimpianto.
Aver viaggiato troppo poco, ma magari lo farò in futuro in sella a una moto.

Nel mio frigo non manca mai…
La birra.

L’ultima volta che ho perso la calma.
Quando la Juve è uscita dalla Champions. 

Un sogno nel cassetto.
Creare un centro di fisioterapia per bambini con patologie invalidanti immerso nella natura, con animali, piscine e parchi giochi.

L’errore che non rifarei.
Penso che dagli errori s’impari, quindi rifarei tutto.

Il dono di natura che vorrei avere.
Essere ordinata.

Autrice: Chiara Caobelli

L’ultimo chilometro

Siamo in un’epoca in cui facciamo sempre più fatica a parlare di futuro. Molte sono infatti le incognite in merito e quest’ultimo periodo di emergenza sanitaria non ha fatto che moltiplicarle ulteriormente. A ben vedere, poi, quando pensiamo al “futuro” possiamo farlo i due modi ben diversi, in grado di rivelare il significato che diamo a tale termine. Forse non molti sanno che la parola futuro deriva dal termine latino futurus, participio futuro appunto del verbo essere. Il futuro, da quel che vediamo nell’etimo, è dunque una declinazione dell’essere. 
Alcune popolazioni sudamericane, spazialmente, hanno un’idea invertita di passato e futuro: per loro il passato sta avanti, perché è noto, si vede; il misterioso futuro arriva alle spalle. E forse non sarebbe una cattiva immagine da adottare: lavora meglio il carpentiere ben presente sui mattoni posati, di quello che rimastica il progetto ultimo, assorto. Invertirebbe anche lo sguardo della discendenza: non sarebbe il padre che guarda il figlio, ma viceversa. Ciò realizzerebbe il vecchio detto della Terra che non è eredità dei genitori, ma “prestito dei figli”.
Ma torniamo a noi: quando pensiamo al futuro cosa facciamo? Facciamo riferimento a noi stessi in modo prevalente o quasi esclusivo? Oppure ci rendiamo conto che il futuro è qualcosa che va ben al di là della nostra individuale esistenza? Si tratta di una questione non da poco, dalla quale derivano scelte politiche, economiche e sociali, alle quali siamo tutti chiamati con urgenza. 
Se agli adulti che hanno in mano il volante spetta in questo momento una indispensabile predisposizione alla solidarietà intergenerazionale, non meno importante è il compito che spetta ai più giovani, chiamati a loro volta a mantenere i nervi saldi. A loro spetta il compito di essere interpreti credibili del nostro futuro, chiedendo sì spazi necessari e rivendicando diritti sacrosanti, ma anche tralasciando accuse e rivendicazioni che odorano di irresponsabilità. 
Nell’ultimo chilometro in uscita dalla pandemia le generazioni non possono fare altro che sostenersi a vicenda, approfittando in maniera matura della maggiore consapevolezza conseguita. 

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Assegno unico per i figli: è legge

È stata approvata il 30 marzo la Legge che prevede l’assegno unico e universale per i figli: dal mese di luglio 2021, tutte le famiglie riceveranno un massimo di 250 euro al mese per ogni figlio. L’assegno è definito “unico”, in quanto esso andrà a sostituire tutte le attuali forme di sostegno che il sistema riconosce alla famiglia (detrazioni Irpef per carichi familiari relative ai figli, assegni al nucleo, bonus bebè, bonus natalità, bonus mamme, assegno per il terzo figlio…); è definito “universale” in quanto esso sarà corrisposto ogni mese a tutti i contribuenti, sia lavoratori autonomi che dipendenti. L’assegno sarà riconosciuto sotto forma di credito d’imposta o di denaro e sarà riconosciuto per ogni figlio a carico, dal settimo mese di gravidanza fino al diciottesimo anno di età e con importo maggiorato dal secondo figlio in poi. Potrà essere corrisposto fino al compimento dei 21 anni, ma con un importo ridotto e direttamente a favore del figlio maggiorenne, qualora quest’ultimo risulti iscritto all’università o svolga un tirocinio, oppure ancora sia impegnato nel servizio civile o svolga un lavoro a basso reddito o sia registrato come soggetto disoccupato. L’assegno subirà una maggiorazione non inferiore al 30% e non superiore al 50% qualora si sia in presenza di un figlio con disabilità, rispettivamente minorenne o maggiorenne e di età inferiore a ventuno anni, con graduazione dell’importo in base alle condizioni di disabilità. L’assegno non sarà considerato per il calcolo delle prestazioni sociali agevolate, dei trattamenti assistenziali e di altri benefici e prestazioni sociali (previsti da altre norme) in favore dei figli con disabilità. Inoltre l’assegno sarà compatibile con il Reddito di cittadinanza (e della Pensione di cittadinanza). Nella determinazione dell’ammontare complessivo dell’assegno e del beneficio economico del Reddito di cittadinanza, si dovrà però tener conto della quota relativa ai minori appartenenti al nucleo familiare.

Autore: Avv.to Dott. Massimo Mira

Algoritmi e passi predefiniti

Nello scorso numero abbiamo parlato di cosa sono gli algoritmi, soffermandoci su un aspetto centrale: un algoritmo segue una sequenza di passi di calcolo ben definiti e, a parità di ingresso, l’algoritmo produrrà sempre lo stesso risultato. Questa caratteristica viene meno in quegli algoritmi che vengono utilizzati in intelligenza artificiale per “imparare” a riprodurre un certo comportamento, e capire questa differenza è centrale per capire poi perché questa nuova generazione di algoritmi si comporta talvolta in modo sorprendente, talvolta fallendo miseramente. Prendiamo il caso di tradurre una frase dall’italiano all’inglese. Definire un algoritmo che sia in grado di effettuare la traduzione per una qualunque frase italiana di senso compiuto sembra un compito irrealizzabile se seguiamo la definizione classica di algoritmo. Tantissimi ricercatori, sia in campo accademico che industriale, stanno affrontando queste problematiche. Tra questi, una corrente propone di risolvere il problema nel modo seguente. Si prende “algoritmo di apprendimento” capace di riconfigurare internamente il proprio comportamento (ad esempio, modificando una serie di configurazioni interne in modo da cambiare che risultato verrà prodotto dato un certo input). In particolare si usano allo scopo algoritmi di apprendimento “supervisionato”, a testimoniare che l’algoritmo impara come se avesse un docente. Cosa fa il docente? In realtà non insegna nulla: fornisce semplicemente una lunghissima serie di esempi di frasi italiane tradotte in modo soddisfacente in inglese. Dopo essersi allenati su milioni e milioni di frasi tradotte, questi algoritmi di ultima generazione mostrano di saper tradurre anche su esempi nuovi, mai visti. E più vengono allenati, più sembrano diventare bravi. Ma come sempre, c’è sempre un ma… dov’è finita la “chiara sequenza di passi” degli algoritmi classici? E quanto l’algoritmo dipende dai dati? 
Vi lascio con una richiesta. Provate a scrivere queste due frasi in diversi traduttori online, e controllate cosa viene prodotto nella traduzione: “Dorme e mangia con suo papà. Stira e mangia con suo papà”.

Autore: Marco Montali