Rudy Giovannini, il Caruso delle Alpi

Rudy Giovannini ha le sue radici in Alto Adige e per questo motivo viene soprannominato il Caruso delle Alpi. Già da bambino scopre la passione per il canto e canta nel coro parrocchiale, in un gruppo rock giovanile per poi scoprire la musica lirica; frequenta i conservatori di Bolzano e Verona e si perfeziona a Modena dal Maestro Arrigo Pola, già Maestro di Luciano Pavarotti. Comincia con il musical, dove riscuote notevole successo, continuando poi con il Grand Prix der Volksmusik. Oggi, Rudy Giovannini possiede una sua personalissima linea musicale che lo rende unico nel suo repertorio. 

La cosa che mi piace di più di me.
La mia capacità di rendere felici le persone con la mia voce e la mia musica. 

Il mio principale difetto.
Cerco di non dare ai miei difetti molte chance di sopravvivere, ho persone sincere al mio fianco che mi aiutano a farlo.

La volta che sono stato più felice.
Quando ho vinto il Grand Prix der Volksmusik. 

La volta che sono stato più infelice.
Ogni volta che perdo per sempre una persona cara.

L’errore che non rifarei.
Che meraviglia, non so rispondere, forse non l’ho ancora fatto.

La persona che ammiro di più.
Ammiro tutte le persone solari, in loro sta il segreto della felicità.

Un libro da portare su un’isola deserta. 
Ne porterei molti, ma i primi 3 sarebbero il “Don Chisciotte”, “L’isola di Arturo” e “Madame Bovary”.

L’ultima volta che ho perso la calma…
…l’ho ritrovata subito dopo, non era andata molto lontana.

La mia occupazione preferita. 
Cantare e scrivere canzoni.

Il Paese dove vorrei vivere.
La Namibia. 

L’ultima volta che ho pianto.
Lo scorso 7 dicembre, quando ho visto e sentito in tv, dal Teatro alla Scala di Milano, il finale dell’opera Guglielmo Tell.

Il mio musicista preferito.
Tanti, tanti, tanti. Ma soprattutto Giuseppe Verdi.

Non sopporto…
Le persone intolleranti. Non ho detto che non le tollero!

La mia paura più grande.
La raucedine.

Dico bugie solo…
Quando non dico la verità, e cerco di dire la verità il più spesso possibile.

Il giocattolo che ho amato di più.
La fisarmonica ricevuta a Natale da bambino.

Per un giorno vorrei essere…
Un uomo nei primi anni del Novecento per poter sentire dal vivo la voce del grande Enrico Caruso.

Il mio primo ricordo.
Una maestra che mi disinfetta il ginocchio.

Il mio più grande rimpianto.
Che mio padre non possa condividere il mio successo attuale, lui che tanto ha fatto affinché lo raggiungessi.

Il tennis nel cuore

Classe 2001, Matteo Rizzi è un giovane sportivo molto conosciuto in zona per i suoi successi sportivi nel campo del tennis, uno sport che gli ha insegnato la disciplina, la serietà e la responsabilità. Fino ad oggi ha collezionato una lunga serie di vittorie, partecipando a diversi tornei a livello locale, ma anche internazionale. Oggi studia Scienze motorie e spera in futuro di poter diventare allenatore di tennis.

La cosa che mi piace di me. 
La mia caparbietà.

Il mio principale difetto.
La mia impulsività.

La volta in cui sono stato più felice.
La felicità non esiste, mi sento sereno con quello che ho.

La persona che ammiro.
Mio nonno Carlo.

Un libro da portare sull’isola deserta.
La Divina Commedia.

La mia occupazione preferita.
Giocare a tennis.

Il paese dove vorrei vivere.
A Lugano. 

Il mio piatto preferito.
Risotto radicchio e salsiccia.

Non sopporto…
L’ipocrisia di certe persone.

Per un giorno vorrei essere…
Ricco sfondato. 

La mia paura maggiore.
Morire.

Nel mio frigo non manca…
Il tè alla pesca.

Se fossi un animale sarei.
Un lupo. 

Mi sono sentito orgoglioso quando…
Mi sono diplomato.

Il mio motto.
Se insisti e resisti, raggiungi econquisti (Trilussa).

Il capriccio che non mi sono mai tolto.
Frequentare l’accademia di tennis.

Il giocattolo che ho amato di più.
Il castello della Playmobil.

I miei artisti preferiti.
Gue Pequeno e Salvdor Dalì.

Il dono di natura che vorrei avere.
Essere più alto.

La qualità che preferisco in una donna.
La sincerità.

…e in un uomo.
La lealtà.

Dico bugie solo…
Solo se strettamente necessario.

Dove mi vedo fra dieci anni.
Qui a Merano, con la mia nuovafamiglia.

Il colore che preferisco.
Il nero. 

L’ultima volta che ho perso la calma.
A Capodanno.

Da bambino sognavo…
Di diventare un tennista di sucesso, come Federer.

Un sogno nel cassetto ancora da realizzare…
Avere un’attività in proprio di articoli sportivi.

Autore: Francesca Morrone

“Empatia” e una nuova scuola, per l’Alto Adige pacificato

Qual è lo “stato dell’arte” del conflitto etnico in Alto Adige? Ne abbiamo parlato con l’avvocata mistilingue esperta di mediazione Stefania Calabrò e con il giovane ricercatore in studi internazionali e storia Lorenzo Vianini.

// Di Luca Sticcotti

L’attuale periodo di crisi è contraddistinto da una grande conflittualità. L’ombrello protettivo fornito dall’autonomia (e dalle sue importanti risorse economiche) è sembrato infatti scricchiolare a più riprese, messo a dura prova dall’ardua sfida rappresentata dalla gestione della pandemia.
Le nuove prospettive conflittuali (tra categorie economiche, generazionali, pubblico e privato, città e valli, eccetera) hanno di fatto messo in secondo piano la dimensione di fondo su cui è basata la convivenza in Alto Adige, caratterizzata dal confronto (e periodicamente anche dallo scontro) tra tradizionali gruppi etnico-linguistici.
Il conflitto etnico non è più quello di una volta, ma non è certo scomparso. Per questo abbiamo pensato di parlarne con l’avvocata bolzanina mistilingue Stefania Calabrò, che nel recente passato e per più di un anno ha curato, sul nostro giornale, una rubrica dedicata alle tecniche della “mediazione”.

L’INTERVISTA

Stefania Calabrò


Dott.ssa Calabrò, nella sua attività di mediatrice in Alto Adige non le è mai successo di doversi occupare di conflittualità di tipo etnico?

Devo essere sincera: non mi è mai capitato.

Beh, questa di per sé è già una buona notizia. Sempre che ciò non sia conseguenza di un una conflittualità istituzionalizzata e quindi in qualche modo sistemica. Ma come mediatrice e come donna mistilingue, lei come giudica la situazione attuale dal punto di vista del cosiddetto conflitto etnico? In sostanza quello che le chiedo è di fare una sorta di valutazione del nostro livello di convivenza, soprattutto rispetto al passato.
Negli scorsi anni ho avuto la possibilità di fare un’esperienza di insegnamento della seconda lingua presso l’Istituto Rainerum di Bolzano. Visto e considerato che il tema della convivenza da sempre mi sta a cuore ho chiesto agli studenti com’era il rapporto tra i vari Istituti scolastici. In questa occasione ho potuto appurare che effettivamente esistono ancora tensioni tra gli studenti dei due gruppi linguistici, cosa che a dire il vero mi ha molto stupito. Sembrerebbe che le cose non siano cambiate di molto, rispetto a quando io stessa ero studentessa.

Rimane comunque una conflittualità diffusa, non solo tra le scuole?
A dire il vero, mi sembra che tra “adulti” la conflittualità sia diminuita. Mi capita di incontrare sempre più spesso persone che ripensando alla propria “carriera” scolastica si sentono amareggiate di non aver studiato bene “l’altra” lingua.

Le due culture oggi non sono più così lontane. E ci vorrebbe una scuola bilingue e/o interetnica vera, gestita da un’unica Intendenza.


Nel 2021, poi, parlare di due o tre gruppi linguistici assolutamente distinti è di per sé una rappresentazione della realtà piuttosto discutibile. Le famiglie mistilingui sono oggi infatti molto numerose e lei personalmente ne sa qualcosa. Una mistilingue come lei come vive il concetto stesso di convivenza? Sembra quasi un paradosso…
Come mistilingue per me non esiste differenza e mi sento a mio agio in ambedue i mondi, preferibilmente quando si mischiano, il che succede sempre più spesso.
Quando ero bambina e percepivo tensioni tra i due “mondi” non ne capivo il motivo e non riuscivo a farmene una ragione. Quando, cinque anni fa, mi sono candidata nelle liste della SVP alle elezioni comunali di Bolzano mi è capitato di parlare con gli elettori della Stella Alpina. E lì ho scoperto una paura radicata di perdere le proprie identità, lingua e cultura.

Secondo lei, dopo 75 anni di autonomia, questo è ancora un pericolo reale oppure è solo immaginario?
Non è una paura fondata, ma neppure del tutto immaginaria, e oggi riesco a comprenderla. Basti pensare al meccanismo automatico che si innesta quando ci sono più persone di madrelingua tedesca e un italiano: automaticamente colui che parla tedesco tende a parlare in italiano.

Dipende sempre dai punti di vista. L’italiano potrebbe vivere questa situazione come un impedimento al suo desiderio di praticare la seconda lingua. E dipende anche dal contesto, perché se invece le persone di madrelingua tedesca continuano ad esprimersi nella loro lingua, l’italiano deve invece spesso affrontare il problema della grande differenza tra la seconda lingua “standard” imparata a scuola e il dialetto tedesco. Insomma, ci vorrebbe un nuovo “patto” che consenta contemporaneamente alle persone di lingua tedesca di lasciare da parte le loro paure e a quelle di lingua italiana di poter praticare sia Hochdeutsch che Südtiroler Dialekt.
Tornando al tema del conflitto: dopo tutti questi anni, oggi la differenza tra i due mondi è soprattutto una questione di lingua? Il mondo cambia e la globalizzazione incide ovunque, no? Il mondo di lingua tedesca e quello di lingua italiana non si sono in qualche modo avvicinati?

Secondo me si sono avvicinati più di quanto le persone pensino. La possibilità di apprendere anche l’altra cultura viene vista oggi anche come un arricchimento e un vantaggio.

Ma il vero muro, alla fine, resta ancora quello linguistico.
A mio parere sì. Ma le due culture oggi non sono più così lontane.

Rimane invece una differenza molto forte tra contesto urbano e mondo rurale?
È difficile generalizzare e penso ci siano differenze tra paese e paese. Nella Bassa Atesina, che io frequento, mi viene quasi da dire che questa differenza non ci sia. Ma probabilmente in altre zone dell’Alto Adige la situazione è diversa.

Da mistilingue, lei cosa ne pensa dell’attuale sistema scolastico altoatesino “monolingue”?
Da vera mistilingue la mia visione sarebbe quella di una scuola bilingue e/o interetnica vera. In teoria esiste una scuola “bilingue”, ma di fatto sottostà all’Intendenza italiana. Questa scuola è sicuramente una buona scuola, ma è una scuola “italiana” con potenziamento della lingua tedesca e non, a mio avviso, una scuola bilingue a tutti gli effetti.

Quelle esperienze a cui lei ha fatto riferimento sono quelle di una “scuola bilingue” che entra dalla finestra invece che dalla porta. Ma per riuscire a fare una vera scuola plurilingue ci vorrebbero un progetto pedagogico specifico, spazi giusti e insegnanti formati appositamente. Prima o poi, politicamente, potrà esserci spazio nella provincia di Bolzano per una vera scuola plurilingue?
Me lo auguro, ma non so quando questo avverrà. Penso che a un certo punto ci sarà bisogno di un’unica Intendenza, che si ponga come obiettivo principale quello di dare la possibilità a tutti di imparare entrambe le lingue. Ci sarà poi da affrontare il problema che questi nuovi bilingui non saranno in grado di parlare così bene la propria madrelingua. Ma a dire il vero questo problema oggi esiste già, perché i ragazzi tendono a leggere sempre meno e si impoveriscono linguisticamente stando troppo sui social network.

È vero, esiste un problema di fondo. Forse in questa prospettiva i due gruppi linguistici principali potranno avviare una nuova fase della convivenza, mettendo insieme le forze nella prospettiva del comune obiettivo di consolidare entrambe le culture, ma in dialogo tra loro in un progetto pedagogico che finalmente consenta di apprendere la seconda lingua a scuola, cosa che nel sistema attuale non avviene di certo.

Vianini: occorre andare oltre la lente “etnica”

Lorenzo Vianini

Lorenzo Vianini, giovane ricercatore bolzanino con laurea triennale in Studi Internazionali e magistrale in Storia e Media, ritiene che il conflitto etnico sia ancora presente in Alto Adige, anche se in forme diverse rispetto al passato. La questione etnica, spiega, è come un “elephant in the room” (ndr: espressione tipica della lingua inglese per indicare una verità che, per quanto ovvia e appariscente, viene ignorata o minimizzata). In questo momento ci sono altri tipi di conflittualità che mantengono il conflitto etnico non tanto sullo sfondo quanto “sospeso”, mentre la questione torna periodicamente per via di cronica mancanza di comprensione e volontà di capire la realtà dell’“altro”.
è successo anche negli scorsi giorni – ricorda Vianini – quando nel commentare i dati sul virus e le differenze tra città e valli, si è inevitabilmente scivolati a parlarne in versione etnica, anche se nella realtà dei fatti non ce ne sarebbe motivo.
Secondo il giovane riceratore, il conflitto è basato su un problema di reciproca comprensione. Manca ancora la necessaria “empatia”, che consentirebbe di riconoscere le reciproche storie permettendo la formazione di una base comune in grado di identificare le falle nella società sudtirolese non sulla base dell’appartenenza etnica ma guardando ai problemi reali. Vianini ritiene che l’unica vera soluzione per il conflitto etnico resta un’istruzione condivisa, sulla quale occorrerà investire di più in futuro.

“Empatia” e una nuova scuola, per l’Alto Adige pacificato

Qual è lo “stato dell’arte” del conflitto etnico in Alto Adige? Ne abbiamo parlato con l’avvocata mistilingue esperta di mediazione Stefania Calabrò e con il giovane ricercatore in studi internazionali e storia Lorenzo Vianini.

// Di Luca Sticcotti

L’attuale periodo di crisi è contraddistinto da una grande conflittualità. L’ombrello protettivo fornito dall’autonomia (e dalle sue importanti risorse economiche) è sembrato infatti scricchiolare a più riprese, messo a dura prova dall’ardua sfida rappresentata dalla gestione della pandemia.
Le nuove prospettive conflittuali (tra categorie economiche, generazionali, pubblico e privato, città e valli, eccetera) hanno di fatto messo in secondo piano la dimensione di fondo su cui è basata la convivenza in Alto Adige, caratterizzata dal confronto (e periodicamente anche dallo scontro) tra tradizionali gruppi etnico-linguistici.


Il conflitto etnico non è più quello di una volta, ma non è certo scomparso. Per questo abbiamo pensato di parlarne con l’avvocata bolzanina mistilingue Stefania Calabrò, che nel recente passato e per più di un anno ha curato, sul nostro giornale, una rubrica dedicata alle tecniche della “mediazione”.

L’INTERVISTA

Stefania Calabrò


Dott.ssa Calabrò, nella sua attività di mediatrice in Alto Adige non le è mai successo di doversi occupare di conflittualità di tipo etnico?

Devo essere sincera: non mi è mai capitato.

Beh, questa di per sé è già una buona notizia. Sempre che ciò non sia conseguenza di un una conflittualità istituzionalizzata e quindi in qualche modo sistemica. Ma come mediatrice e come donna mistilingue, lei come giudica la situazione attuale dal punto di vista del cosiddetto conflitto etnico? In sostanza quello che le chiedo è di fare una sorta di valutazione del nostro livello di convivenza, soprattutto rispetto al passato.
Negli scorsi anni ho avuto la possibilità di fare un’esperienza di insegnamento della seconda lingua presso l’Istituto Rainerum di Bolzano. Visto e considerato che il tema della convivenza da sempre mi sta a cuore ho chiesto agli studenti com’era il rapporto tra i vari Istituti scolastici. In questa occasione ho potuto appurare che effettivamente esistono ancora tensioni tra gli studenti dei due gruppi linguistici, cosa che a dire il vero mi ha molto stupito. Sembrerebbe che le cose non siano cambiate di molto, rispetto a quando io stessa ero studentessa.

Rimane comunque una conflittualità diffusa, non solo tra le scuole?
A dire il vero, mi sembra che tra “adulti” la conflittualità sia diminuita. Mi capita di incontrare sempre più spesso persone che ripensando alla propria “carriera” scolastica si sentono amareggiate di non aver studiato bene “l’altra” lingua.

Le due culture oggi non sono più così lontane. E ci vorrebbe una scuola bilingue e/o interetnica vera, gestita da un’unica Intendenza.


Nel 2021, poi, parlare di due o tre gruppi linguistici assolutamente distinti è di per sé una rappresentazione della realtà piuttosto discutibile. Le famiglie mistilingui sono oggi infatti molto numerose e lei personalmente ne sa qualcosa. Una mistilingue come lei come vive il concetto stesso di convivenza? Sembra quasi un paradosso…
Come mistilingue per me non esiste differenza e mi sento a mio agio in ambedue i mondi, preferibilmente quando si mischiano, il che succede sempre più spesso.

Quando ero bambina e percepivo tensioni tra i due “mondi” non ne capivo il motivo e non riuscivo a farmene una ragione. Quando, cinque anni fa, mi sono candidata nelle liste della SVP alle elezioni comunali di Bolzano mi è capitato di parlare con gli elettori della Stella Alpina. E lì ho scoperto una paura radicata di perdere le proprie identità, lingua e cultura.

Secondo lei, dopo 75 anni di autonomia, questo è ancora un pericolo reale oppure è solo immaginario?
Non è una paura fondata, ma neppure del tutto immaginaria, e oggi riesco a comprenderla. Basti pensare al meccanismo automatico che si innesta quando ci sono più persone di madrelingua tedesca e un italiano: automaticamente colui che parla tedesco tende a parlare in italiano.

Dipende sempre dai punti di vista. L’italiano potrebbe vivere questa situazione come un impedimento al suo desiderio di praticare la seconda lingua. E dipende anche dal contesto, perché se invece le persone di madrelingua tedesca continuano ad esprimersi nella loro lingua, l’italiano deve invece spesso affrontare il problema della grande differenza tra la seconda lingua “standard” imparata a scuola e il dialetto tedesco. Insomma, ci vorrebbe un nuovo “patto” che consenta contemporaneamente alle persone di lingua tedesca di lasciare da parte le loro paure e a quelle di lingua italiana di poter praticare sia Hochdeutsch che Südtiroler Dialekt.
Tornando al tema del conflitto: dopo tutti questi anni, oggi la differenza tra i due mondi è soprattutto una questione di lingua? Il mondo cambia e la globalizzazione incide ovunque, no? Il mondo di lingua tedesca e quello di lingua italiana non si sono in qualche modo avvicinati?

Secondo me si sono avvicinati più di quanto le persone pensino. La possibilità di apprendere anche l’altra cultura viene vista oggi anche come un arricchimento e un vantaggio.

Ma il vero muro, alla fine, resta ancora quello linguistico.
A mio parere sì. Ma le due culture oggi non sono più così lontane.

Rimane invece una differenza molto forte tra contesto urbano e mondo rurale?
È difficile generalizzare e penso ci siano differenze tra paese e paese. Nella Bassa Atesina, che io frequento, mi viene quasi da dire che questa differenza non ci sia. Ma probabilmente in altre zone dell’Alto Adige la situazione è diversa.

Da mistilingue, lei cosa ne pensa dell’attuale sistema scolastico altoatesino “monolingue”?
Da vera mistilingue la mia visione sarebbe quella di una scuola bilingue e/o interetnica vera. In teoria esiste una scuola “bilingue”, ma di fatto sottostà all’Intendenza italiana. Questa scuola è sicuramente una buona scuola, ma è una scuola “italiana” con potenziamento della lingua tedesca e non, a mio avviso, una scuola bilingue a tutti gli effetti.

Quelle esperienze a cui lei ha fatto riferimento sono quelle di una “scuola bilingue” che entra dalla finestra invece che dalla porta. Ma per riuscire a fare una vera scuola plurilingue ci vorrebbero un progetto pedagogico specifico, spazi giusti e insegnanti formati appositamente. Prima o poi, politicamente, potrà esserci spazio nella provincia di Bolzano per una vera scuola plurilingue?
Me lo auguro, ma non so quando questo avverrà. Penso che a un certo punto ci sarà bisogno di un’unica Intendenza, che si ponga come obiettivo principale quello di dare la possibilità a tutti di imparare entrambe le lingue. Ci sarà poi da affrontare il problema che questi nuovi bilingui non saranno in grado di parlare così bene la propria madrelingua. Ma a dire il vero questo problema oggi esiste già, perché i ragazzi tendono a leggere sempre meno e si impoveriscono linguisticamente stando troppo sui social network.

È vero, esiste un problema di fondo. Forse in questa prospettiva i due gruppi linguistici principali potranno avviare una nuova fase della convivenza, mettendo insieme le forze nella prospettiva del comune obiettivo di consolidare entrambe le culture, ma in dialogo tra loro in un progetto pedagogico che finalmente consenta di apprendere la seconda lingua a scuola, cosa che nel sistema attuale non avviene di certo.

Vianini: occorre andare oltre la lente “etnica”

Lorenzo Vianini

Lorenzo Vianini, giovane ricercatore bolzanino con laurea triennale in Studi Internazionali e magistrale in Storia e Media, ritiene che il conflitto etnico sia ancora presente in Alto Adige, anche se in forme diverse rispetto al passato. La questione etnica, spiega, è come un “elephant in the room” (ndr: espressione tipica della lingua inglese per indicare una verità che, per quanto ovvia e appariscente, viene ignorata o minimizzata). In questo momento ci sono altri tipi di conflittualità che mantengono il conflitto etnico non tanto sullo sfondo quanto “sospeso”, mentre la questione torna periodicamente per via di cronica mancanza di comprensione e volontà di capire la realtà dell’“altro”.
è successo anche negli scorsi giorni – ricorda Vianini – quando nel commentare i dati sul virus e le differenze tra città e valli, si è inevitabilmente scivolati a parlarne in versione etnica, anche se nella realtà dei fatti non ce ne sarebbe motivo.
Secondo il giovane riceratore, il conflitto è basato su un problema di reciproca comprensione. Manca ancora la necessaria “empatia”, che consentirebbe di riconoscere le reciproche storie permettendo la formazione di una base comune in grado di identificare le falle nella società sudtirolese non sulla base dell’appartenenza etnica ma guardando ai problemi reali. Vianini ritiene che l’unica vera soluzione per il conflitto etnico resta un’istruzione condivisa, sulla quale occorrerà investire di più in futuro.

“Empatia” e una nuova scuola, per l’Alto Adige pacificato

Qual è lo “stato dell’arte” del conflitto etnico in Alto Adige? Ne abbiamo parlato con l’avvocata mistilingue esperta di mediazione Stefania Calabrò e con il giovane ricercatore in studi internazionali e storia Lorenzo Vianini.

// Di Luca Sticcotti

L’attuale periodo di crisi è contraddistinto da una grande conflittualità. L’ombrello protettivo fornito dall’autonomia (e dalle sue importanti risorse economiche) è sembrato infatti scricchiolare a più riprese, messo a dura prova dall’ardua sfida rappresentata dalla gestione della pandemia.
Le nuove prospettive conflittuali (tra categorie economiche, generazionali, pubblico e privato, città e valli, eccetera) hanno di fatto messo in secondo piano la dimensione di fondo su cui è basata la convivenza in Alto Adige, caratterizzata dal confronto (e periodicamente anche dallo scontro) tra tradizionali gruppi etnico-linguistici.


Il conflitto etnico non è più quello di una volta, ma non è certo scomparso. Per questo abbiamo pensato di parlarne con l’avvocata bolzanina mistilingue Stefania Calabrò, che nel recente passato e per più di un anno ha curato, sul nostro giornale, una rubrica dedicata alle tecniche della “mediazione”.

L’INTERVISTA

Stefania Calabrò


Dott.ssa Calabrò, nella sua attività di mediatrice in Alto Adige non le è mai successo di doversi occupare di conflittualità di tipo etnico?

Devo essere sincera: non mi è mai capitato.

Beh, questa di per sé è già una buona notizia. Sempre che ciò non sia conseguenza di un una conflittualità istituzionalizzata e quindi in qualche modo sistemica. Ma come mediatrice e come donna mistilingue, lei come giudica la situazione attuale dal punto di vista del cosiddetto conflitto etnico? In sostanza quello che le chiedo è di fare una sorta di valutazione del nostro livello di convivenza, soprattutto rispetto al passato.
Negli scorsi anni ho avuto la possibilità di fare un’esperienza di insegnamento della seconda lingua presso l’Istituto Rainerum di Bolzano. Visto e considerato che il tema della convivenza da sempre mi sta a cuore ho chiesto agli studenti com’era il rapporto tra i vari Istituti scolastici. In questa occasione ho potuto appurare che effettivamente esistono ancora tensioni tra gli studenti dei due gruppi linguistici, cosa che a dire il vero mi ha molto stupito. Sembrerebbe che le cose non siano cambiate di molto, rispetto a quando io stessa ero studentessa.

Rimane comunque una conflittualità diffusa, non solo tra le scuole?
A dire il vero, mi sembra che tra “adulti” la conflittualità sia diminuita. Mi capita di incontrare sempre più spesso persone che ripensando alla propria “carriera” scolastica si sentono amareggiate di non aver studiato bene “l’altra” lingua.

Nel 2021, poi, parlare di due o tre gruppi linguistici assolutamente distinti è di per sé una rappresentazione della realtà piuttosto discutibile. Le famiglie mistilingui sono oggi infatti molto numerose e lei personalmente ne sa qualcosa. Una mistilingue come lei come vive il concetto stesso di convivenza? Sembra quasi un paradosso…
Come mistilingue per me non esiste differenza e mi sento a mio agio in ambedue i mondi, preferibilmente quando si mischiano, il che succede sempre più spesso.

Quando ero bambina e percepivo tensioni tra i due “mondi” non ne capivo il motivo e non riuscivo a farmene una ragione. Quando, cinque anni fa, mi sono candidata nelle liste della SVP alle elezioni comunali di Bolzano mi è capitato di parlare con gli elettori della Stella Alpina. E lì ho scoperto una paura radicata di perdere le proprie identità, lingua e cultura.

Secondo lei, dopo 75 anni di autonomia, questo è ancora un pericolo reale oppure è solo immaginario?
Non è una paura fondata, ma neppure del tutto immaginaria, e oggi riesco a comprenderla. Basti pensare al meccanismo automatico che si innesta quando ci sono più persone di madrelingua tedesca e un italiano: automaticamente colui che parla tedesco tende a parlare in italiano.

Dipende sempre dai punti di vista. L’italiano potrebbe vivere questa situazione come un impedimento al suo desiderio di praticare la seconda lingua. E dipende anche dal contesto, perché se invece le persone di madrelingua tedesca continuano ad esprimersi nella loro lingua, l’italiano deve invece spesso affrontare il problema della grande differenza tra la seconda lingua “standard” imparata a scuola e il dialetto tedesco. Insomma, ci vorrebbe un nuovo “patto” che consenta contemporaneamente alle persone di lingua tedesca di lasciare da parte le loro paure e a quelle di lingua italiana di poter praticare sia Hochdeutsch che Südtiroler Dialekt.
Tornando al tema del conflitto: dopo tutti questi anni, oggi la differenza tra i due mondi è soprattutto una questione di lingua? Il mondo cambia e la globalizzazione incide ovunque, no? Il mondo di lingua tedesca e quello di lingua italiana non si sono in qualche modo avvicinati?

Secondo me si sono avvicinati più di quanto le persone pensino. La possibilità di apprendere anche l’altra cultura viene vista oggi anche come un arricchimento e un vantaggio.

Ma il vero muro, alla fine, resta ancora quello linguistico.
A mio parere sì. Ma le due culture oggi non sono più così lontane.

Rimane invece una differenza molto forte tra contesto urbano e mondo rurale?
È difficile generalizzare e penso ci siano differenze tra paese e paese. Nella Bassa Atesina, che io frequento, mi viene quasi da dire che questa differenza non ci sia. Ma probabilmente in altre zone dell’Alto Adige la situazione è diversa.

Le due culture oggi non sono più così lontane. E ci vorrebbe una scuola bilingue e/o interetnica vera, gestita da un’unica Intendenza.

Da mistilingue, lei cosa ne pensa dell’attuale sistema scolastico altoatesino “monolingue”?
Da vera mistilingue la mia visione sarebbe quella di una scuola bilingue e/o interetnica vera. In teoria esiste una scuola “bilingue”, ma di fatto sottostà all’Intendenza italiana. Questa scuola è sicuramente una buona scuola, ma è una scuola “italiana” con potenziamento della lingua tedesca e non, a mio avviso, una scuola bilingue a tutti gli effetti.

Quelle esperienze a cui lei ha fatto riferimento sono quelle di una “scuola bilingue” che entra dalla finestra invece che dalla porta. Ma per riuscire a fare una vera scuola plurilingue ci vorrebbero un progetto pedagogico specifico, spazi giusti e insegnanti formati appositamente. Prima o poi, politicamente, potrà esserci spazio nella provincia di Bolzano per una vera scuola plurilingue?
Me lo auguro, ma non so quando questo avverrà. Penso che a un certo punto ci sarà bisogno di un’unica Intendenza, che si ponga come obiettivo principale quello di dare la possibilità a tutti di imparare entrambe le lingue. Ci sarà poi da affrontare il problema che questi nuovi bilingui non saranno in grado di parlare così bene la propria madrelingua. Ma a dire il vero questo problema oggi esiste già, perché i ragazzi tendono a leggere sempre meno e si impoveriscono linguisticamente stando troppo sui social network.

È vero, esiste un problema di fondo. Forse in questa prospettiva i due gruppi linguistici principali potranno avviare una nuova fase della convivenza, mettendo insieme le forze nella prospettiva del comune obiettivo di consolidare entrambe le culture, ma in dialogo tra loro in un progetto pedagogico che finalmente consenta di apprendere la seconda lingua a scuola, cosa che nel sistema attuale non avviene di certo.

Vianini: occorre andare oltre la lente “etnica”

Lorenzo Vianini

Lorenzo Vianini, giovane ricercatore bolzanino con laurea triennale in Studi Internazionali e magistrale in Storia e Media, ritiene che il conflitto etnico sia ancora presente in Alto Adige, anche se in forme diverse rispetto al passato. La questione etnica, spiega, è come un “elephant in the room” (ndr: espressione tipica della lingua inglese per indicare una verità che, per quanto ovvia e appariscente, viene ignorata o minimizzata). In questo momento ci sono altri tipi di conflittualità che mantengono il conflitto etnico non tanto sullo sfondo quanto “sospeso”, mentre la questione torna periodicamente per via di cronica mancanza di comprensione e volontà di capire la realtà dell’“altro”.
è successo anche negli scorsi giorni – ricorda Vianini – quando nel commentare i dati sul virus e le differenze tra città e valli, si è inevitabilmente scivolati a parlarne in versione etnica, anche se nella realtà dei fatti non ce ne sarebbe motivo.
Secondo il giovane riceratore, il conflitto è basato su un problema di reciproca comprensione. Manca ancora la necessaria “empatia”, che consentirebbe di riconoscere le reciproche storie permettendo la formazione di una base comune in grado di identificare le falle nella società sudtirolese non sulla base dell’appartenenza etnica ma guardando ai problemi reali. Vianini ritiene che l’unica vera soluzione per il conflitto etnico resta un’istruzione condivisa, sulla quale occorrerà investire di più in futuro.

Matite e tenacia

Nato e cresciuto in una splendida famiglia nel varesotto e molto portato per il disegno, Alberto Ciro Taddei ha frequentato il Liceo Artistico e poi una scuola di grafica pubblicitaria. Dal 1999 abita in Alto Adige con la sua famiglia. Da allora, la sua passione è anche il suo lavoro. Nel suo atelier a Bolzano disegna e insegna il disegno a matita, sia a mano libera che in stile iperrealistico, occupandosi anche di materiale artistico e cornici.

La cosa che mi piace di più di me stesso.
Il coraggio e la tenacia.

I miei principali difetti.
La paura e il dubbio.

La volta in cui sono stato più felice.
Ogni  giorno cerco di avere delle piccole felicità.

Da bambino sognavo di diventare…
Una persona da ricordare.

L’errore che non rifarei.
Non fidarmi di me stesso.

La persona che invidio di più.
Chi ha scoperto subito il suo ruolo nella vita.

La persona che ammiro di più…
L’ostinato, il coraggioso, l’eroe.

Un libro da portare sull’isola deserta. 
La Bibbia.

L’ultima volta che ho perso la calma.
Sicuramente ieri con un mio famigliare.

L’ultima volta che ho pianto. 
Nell’ottobre 2020, quando è morta mia mamma.

Il paese dove vorrei vivere.
Vivrei volentieri negli Stati uniti ma sicuramente seguirò i miei figli e la mia famiglia indipendentemente dal paese che sceglieranno.

Il colore che preferisco.
Il verde.

Il mio piatto preferito.
Le polpette al ragù.

Il mio pittore preferito.
Dipende dal periodo… in questo momento Basquiat.

Del mio aspetto non mi piacciono…
Gli occhi.

Non sopporto…
La falsità, le bugie, l’ingiustizia, l’avarizia, l’ignoranza.

Dico bugie solo…
Non dico più bugie.

Le mie maggiori paure.
Il dolore, la morte e il dubbio.

Il giocattolo che ho amato di più…
Il Lego.

Mi sento orgoglioso di me stesso quando…
Ogni volta che mi rendo conto di quello che sono e di cosa ho fatto e raggiunto.

Il mio motto.
Vivi il tuo sogno nonostante tutto.

Il mio primo ricordo…
Da bambino passeggio in giardino con mia mamma di notte, per calmare le mie voci interiori.

Il mio più grande rimpianto.
Non aver imparato tutte le lingue possibili.

Per un giorno vorrei essere…
Il Presidente della Repubblica.

Nel mio frigo non manca mai…
La marmellata di fragole.

Insalata di Bosco, un ricettario condiviso

“Come si può superare l’isolamento? Cosa ci unisce come esseri umani? Come possiamo creare esperienze condivise? Non c’è modo migliore per connettere le persone quanto il cibo o, meglio ancora, un pasto condiviso”. è così che viene spiegato il nuovo progetto “Insalata di Bosco”, realizzato dagli studenti di Eco-Social Design della Libera Università di Bolzano Darlene Sullivan, Eric Whyte e Lena Daur, e portato avanti grazie alla collaborazione con le Officine Vispa e il Comune di Bolzano. “Insalata di Bosco” è un ricettario condiviso del quartiere Don Bosco che cerca di connettere le persone attraverso la raccolta di ricette e di ricordi legati ai sapori, agli odori e ai momenti legati alla preparazione dei piatti provenienti dalle tradizioni culinarie delle famiglie del quartiere. 

Gli stessi ideatori di questo progetto di condivisione si sono visti protagonisti di video in cui raccontano aneddoti legati alle loro ricette preferite. Darlene, che viene da New York, in un video racconta ad esempio di come i suoi parenti italiani le preparassero ogni anno a Natale i calamari ripieni e di come questa ricetta sia per lei diventata un sinonimo di casa. Questo è esattamente ciò che il progetto cerca, ovvero condividere e mettere in contatto le persone e gli abitanti del quartiere Don Bosco, in modo da conoscersi meglio e stringere dei legami, sempre più difficili da tenere saldi nella società odierna in generale, ma soprattutto in un periodo di distanziamento sociale come quello che stiamo vivendo. 

L’aspettativa degli ideatori di questo ricettario in divenire è chiaramente quello di riuscire a implementare il ricettario anche provando a raccogliere le ricette in maniera “analogica”, somministrando questionari, momenti e spazi di incontro nelle vie del quartiere per poter permettere a chiunque, anche a chi non vuole realizzare testi o video, di partecipare o condividere. Ogni persona ha delle storie interessanti sul cibo e ogni persona può far conoscere sé stesso e il luogo in cui vive attraverso i piatti che mangia. Il cibo è un comune denominatore nei ricordi e nel vissuto di ognuno di noi: le tradizioni culinarie del quartiere sono più che varie, legate alle radici regionali e internazionali di chi vive a Don Bosco. La visione dei ragazzi di “Insalata di Bosco” è quella di poter ritrovare questo tipo di storie ma anche di offrire una narrazione diversa a un quartiere che ha oramai una sua storia e una composizione culturale e anagrafica estremamente varia. Durante l’intervista, infatti, Eric ci ha detto: “Noi siamo molto contenti di sentire quali cibi le persone si cucinano da sole, cosa preparano con gli altri – cose che ricordino loro della loro famiglia, della loro eredità culturale (se sono cresciuti a Don Bosco, oppure fuori dall’Alto Adige o dall’Italia) e sì, siamo molto interessati nel sapere qual è il background di Don Bosco.”  

Al momento è possibile partecipare a questo progetto di condivisione semplicemente visitando la pagina Facebook o Instagram “Insalata di Bosco” e cliccando sul link presente nella descrizione delle pagine. è possibile inviare disegni o foto dei piatti, video in cui si prepara e racconta oppure anche dei testi scritti, ogni forma è accettata e apprezzata soprattutto perché per i tre ragazzi dell’università di Bolzano ciò che conta è lo scambio e il contatto tra persone che sono magari culturalmente  distanti, ma che possono senza dubbio mettere in comune la passione per il cibo e, perché no, scoprire anche di essere molto simili. 

Autore: Daniel Valentini – COOLtour

A 22 anni presidente di Circoscrizione

Diego Laratta, classe 1998, da novembre è il nuovo presidente della Circoscrizione Gries e il più giovane fra i presidenti di circoscrizione. In un’intervista gli chiediamo come sono stati questi primi mesi nel suo ruolo.

In cosa consiste esattamente il tuo ruolo? 
Il mio ruolo consiste sia nel fare da tramite tra le amministrazioni comunali e i consiglieri, sia nell’essere un punto di riferimento per Gries poiché rappresento il Consiglio di Quartiere. Fra i vari compiti sovraintendo ai servizi offerti dal Quartiere e dal Centro Civico, convoco il Consiglio di Quartiere, dispongo l’ordine del giorno e devo dare esecuzione alle delibere approvate. Quando richiesto posso partecipare alle riunioni della Giunta Comunale o della Commissione consiliare al Decentramento. Al di là del ruolo istituzionale, ciò che credo sia importante e che mi impegno a fare è coinvolgere la cittadinanza e renderla attiva, svolgere riunioni e assemblee affinché i cittadini possano essere informati sulle questioni che li riguardano. Molti problemi vengono spesso dibattuti superficialmente, mentre ci sono regole e fatti che bisogna conoscere. Credo che questo sia un ruolo importante che il Quartiere deve assumere per fare chiarezza in alcuni passaggi e dare strumenti ai cittadini per formarsi un’opinione consapevole. Io nel mio piccolo cerco di farlo organizzando eventi e, ultimamente, online attraverso i social  network. Anche questo credo sia un passo utile per la digitalizzazione della P.A.: dare la possibilità ai cittadini di informarsi su canali che già utilizzano normalmente e non obbligarli ad andare a cercare le informazioni sul sito del Comune, poiché spesso non si sa neanche cosa si cerca. 

Sicuramente una grande responsabilità a 22 anni. Come ti senti a ricoprire questo ruolo essendo così giovane?
È una bella sfida, le dinamiche sono tante e complesse, bisogna essere attenti e avere la sensibilità per capirle tutte. È un impegno che credo e spero di portare avanti con massima serietà e attenzione, è sicuramente faticoso ma lo faccio davvero con felicità. Mi interessa molto sentire i problemi dei miei concittadini e spesso scopro aspetti che prima non conoscevo o davo per scontati. I problemi sono tanti e ci sono anche a Gries, questo fa parte delle città. L’importante è esserci per ascoltarli e impegnarsi al massimo per risolverli. 

Quali sono in questo momento i temi più dibattuti in Consiglio?
Nei quartieri io sono un convinto sostenitore che maggioranza e minoranza continuo poco, conta di più l’idea di quartiere in sé. Al di là dei partiti politici, la circoscrizione è una realtà piccola e quindi non ci dividiamo su questioni di politica nazionale, perché sarebbe sciocco. Stiamo cercando come gruppo di lavorare su molti temi: il Parco di Via della Vigna e la questione cancello sono i più discussi sui giornali, ma ce ne sono tanti altri. Ciascun problema per noi è importante e non esistono problemi piccoli o grandi, l’attenzione deve essere uguale per tutti.

I consiglieri della Circoscrizione Gries San Quirino

Quali sono le prossime iniziative che avete intenzione di proporre?
Sicuramente il cinema all’aperto è un’attività a cui cercheremo di partecipare, compatibilmente con il bilancio del Quartiere che ha visto entrate ridotte a causa della pandemia. Vorremmo anche ripetere la festa in Piazza Vittoria, organizzata gli scorsi anni dal Quartiere con l’aiuto delle associazioni. Purtroppo però è ovvio che in questo momento attività del genere restano in dubbio. Speriamo di poterle riproporre perché tenere attivo il quartiere è anche il nostro modo per creare convivialità, combattere l’insicurezza che può insorgere in alcune piazze e strade e non lasciare spazio a situazioni spiacevoli di microcriminalità.

Autore: Greta Sofia Lampis

“Ci sono cose da non dimenticare mai”

 Il progetto “Promemoria_Auschwitz.eu” – proposto nella nostra provincia ormai da 10 anni e realizzato grazie alla collaborazione tra Arciragazzi, Deina e AGJD – prenderà vita, seppur in una modalità diversa e innovativa – anche quest’anno, grazie ad una serie di incontri formativi a distanza. 

Esattamente un anno fa, quasi 300 ragazze e ragazzi dell’Alto Adige tornavano nelle proprie case dopo il viaggio della memoria. Un percorso, questo, che ha portato i partecipanti e gli accompagnatori a vedere con i propri occhi i campi di sterminio di Auschwitz. Il progetto “Promemoria_Auschwitz.eu”, proposto nella nostra Provincia ormai da 10 anni e realizzato grazie alla collaborazione tra Arciragazzi, Deina e AGJD, prenderà vita – seppur in una modalità diversa e innovativa – anche quest’anno. Verranno proposti, da qui a giugno 2021, una serie di incontri formativi a distanza e delle proiezioni di filmati immersivi, a 360˚, del Ghetto di Cracovia, della Fabbrica di Schindler, dei campi di Auschwitz e Birkenau con visite realizzate appositamente per i partecipanti.

Abbiamo parlato con Lucia Di Michele e Sofia Mazzoleni, entrambe in passato partecipanti e, da un anno, tutor di due diversi gruppi di iscritti. “La scelta di diventare tutor è maturata alla fine dell’esperienza – racconta Lucia – durante diverse situazioni vissute grazie a Promemoria mi sono accorta del valore del rapporto e della vicinanza tra le persone”.

Sofia Mazzoleni

La stessa vicinanza è però difficile da riprodurre virtualmente ed è per questo che l’iscrizione è aperta anche alle intere classi, facendo sì che i partecipanti si conoscano già tra loro. “È un aspetto importante che renderà possibile il coinvolgimento e l’interazione tra staff e ragazzi – spiega Sofia – inoltre, credo che il progetto sarà un vero e proprio esperimento, diverso dal solito, anche per noi.”

In una società stravolta dalla pandemia non ci si può dimenticare dell’importanza della memoria. “Anche a causa della didattica a distanza, gli studenti sono indietro con il programma di storia – prosegue Sofia – le nostre proposte possono integrare le conoscenze dei ragazzi riguardo alla storia del Novecento, che spesso a scuola viene trascurata”. La storia va avanti, è vero, ma come sottolinea Lucia Di Michele: “Ci sono cose che non vanno dimenticate per rendere possibile una società migliore, anche quando si sta attraversando un momento di grande crisi”. Promemoria Auschwitz diventerà così un nuovo modo di fare memoria, dando la  possibilità agli studenti di quarta e quinta superiore di approfondire la storia europea, ma anche quella locale. “Quest’anno, infatti, si percorrerà la storia territoriale con i suoi protagonisti e i suoi luoghi – una storia fatta di tracce del passato, di nomi di vie e di luoghi – una realtà complicata che va necessariamente affrontata se si desidera sfatare i pregiudizi e gli stereotipi che la affliggono”, conclude Lucia.

Lucia di Michele

Il progetto porrà l’attenzione sugli uomini e le donne che hanno scelto di resistere, valorizzando la loro memoria e le loro scelte. Ci si concentrerà sulle figure di Lidia Menapace, Franz Thaler, Josef Mayr Nusser e Franz Innerhofer. Anche in questo 2021 si è deciso di partire, virtualmente, per un viaggio; senza muoversi, ma “scegliendo di avere coraggio di cambiare”.

Autore: Andrea Dalla Serra