Mario Drughi

Storie dal Multiverso

Esistono infiniti universi paralleli dove le cose non sono del tutto come noi le conosciamo.

L’intero Paese si è immobilizzato quando il presidente Mattarella ha dato l’incarico di formare il governo a Mario Drughi, il leader della banda criminale omonima. “Sarà un onore poter governare gli italiani, popolo dal grande Gulliver!”, ha dichiarato. Aggiungendo: “Ci sarà finalmente Lattepiù per tutti, più sostegno per le babushke e, prima di tutto, il nuovo inno italiano sarà l’inno alla gioia del buon vecchio Ludovico Van”. “L’Europa me lo deve, con tutto quello che ho fatto!”, ha concluso.

Autore: Roberto Tubaro

Una nuova circoscrizione già al lavoro

A leggerne i nomi della presidente e del vicepresidente, il Consiglio di Quartiere Centro-Piani-Rencio appare da subito molto particolare. La Presidente è Sylvia Hofer, una donna forte espressione del suo partito, la SVP, con 15 anni di presenza in consiglio comunale e già presidente della Commissione consiliare alla Cultura. Per l’ultima tornata elettorale Hofer si è candidata solo per la circoscrizione del centro ed ha ricevuto ben 600 voti di preferenza. Il vicepresidente invece è Salvatore Falcomatà, con alle spalle una lunga storia di militanza politica di sinistra iniziata ancora negli anni ’70, con una esperienza di decenni nel sindacato e nel volontariato. Si tratta di una coppia decisamente ben assortita. 

Chi è Salvatore Falcomatà e come è finito a fare il Vicepresidente di circoscrizione?

Politicamente dal 1974 al 1980 ho militato nel PdUP, il Partito di Unità Proletaria per il Comunismo, poi sono stato nel PCI e poi Rifondazione Comunista con cui nel 2005 sono stato presidente della Circoscrizione di Oltrisarco. Ma vanto anche una esperienza pluridecennale nel volontariato laico. Per le ultime elezioni è stato Caramaschi a chiedermi di candidarmi nei quartieri per la sua lista civica. Tra di noi c’è un rapporto di stima reciproca. Sono stato eletto ad Oltrisarco e ai Piani, ma su invito del sindaco ho scelto di andare ai Piani, sia per coprire una assenza (se non fossi andato, la lista avrebbe perso un seggio), sia per la mia esperienza, utile per una circoscrizione dalle difficili e complicate tematiche…

Come valuta la Sua esperienza fino a questo momento e come si trova a lavorare con la Presidente del Consiglio di Quartiere?
Pur essendo un organo per molte questioni solo consultivo, io ritengo che i consigli di circoscrizione siano il vero collante tra cittadinanza e Comune. A me questa possibilità di dialogo con la cittadinanza piace molto. Per quanto riguarda il rapporto con Sylvia Hofer, devo dire che ci troviamo bene a lavorare insieme, certo le discussioni sono accese, ma abbiamo entrambi un approccio molto pratico alle questioni.
Si tratta di un aspetto confermato anche da Sylvia Hofer: “Non conoscevo Salvatore. Ci capiamo bene, entrambi siamo molto pratici, ritengo che siamo molto compatibili.” 

Sylvia Hofer prosegue quindi con le sue valutazioni. 

“Il consiglio è molto variegato, degli 11 consiglieri, 8 sono di liste di maggioranza anche se le dinamiche in consiglio di circoscrizione sono diverse rispetto al consiglio comunale. Affrontiamo più situazioni pratiche e auspichiamo di trovare soluzioni ampiamente condivise.”

Come valuta fino a qui la sua esperienza da Presidente?
Una delle prime misure che da me adottate, oltre a fissare da subito tutte le riunioni fino a giugno, è stato il passaggio dalle riunioni in presenza a quelle online. La mia circoscrizione in questo senso ha fatto da apripista. 

Quali sono i prossimi temi all’ordine del giorno?
Nelle future riunioni affronteremo questioni spinose come la gestione dei rifiuti – un tema molto dibattuto è il pessimo stato in cui versano molte isole ecologiche. Poi c’è il tema della mobilità, che comprende la variante sotto Monte Tondo, ma anche Rencio, dove l’abitato sorge praticamente lungo la strada, e quindi il traffico lì andrebbe alleggerito. Un altro tema caldo riguarda l’ARBO, il piano di recupero dell’areale ferroviario. Anticipo qui che ci batteremo anche per la riapertura dell’ufficio postale di via Brennero, chiuso in occasione del primo lockdown e non più riaperto.

La sede della circoscrizione

Autore: Till Antonio Mola

Un deficit di responsabilità generalizzato

Nei giorni scorsi ho letto con interesse un’intervista rilasciata dal biostatistico Markus Falk in merito alla pandemia in Alto Adige. Dati alla mano, Falk definisce “inevitabile” il nuovo lockdown in cui siamo entrati, visto il trend in crescita di contagi e ricoveri negli ospedali. Allo stesso tempo, l’esperto mette in evidenza il forte aumento di casi tra gli ultrasettantenni. Sviluppando ulteriormente lo stesso concetto in un’altra intervista, Falk definisce molto più pericolosi (per loro e per i pari età) gli assembramenti degli anziani, a quanto si dice molto frequenti nelle valli, rispetto a quelli dei giovani. Il biostatistico non manca di indicare come particolarmente a rischio per la diffusione del contagio le famiglie allargate, più diffuse in periferia piuttosto che nei grandi centri.
Ecco: a mio avviso nelle ultime settimane si è registrato nel nostro territorio un pericoloso e generalizzato calo nel senso di responsabilità, portando spesso a esasperare gli animi. Si tratta di una deriva pericolosa, e occorre che tutti facciamo un doveroso esame di coscienza. Ad essere chiamata a risponderne è la politica provinciale in primis, che in questi mesi si è spesso dimostrata incapace di dare risposte adeguate e tempestive, nel suo procedere ondivago, incerto e – quel che è più grave – privo di qualsivoglia atteggiamento autocritico.
Ma anche noi cittadini abbiamo le nostre responsabilità, sia individualmente che in tutte le situazioni in cui siamo coinvolti, a livello lavorativo, associativo e del tempo libero. Le nuove contrapposizioni manifestatesi tra i vari settori del nostro sistema economico e addirittura le “barricate” preannunciate dai settori più penalizzati, come commercio e turismo, hanno fanno suonare un campanello d’allarme che deve essere preso molto sul serio. La società altoatesina intera è chiamata a dare un segnale molto forte, in cui gli interessi di parte, le paure e gli egoismi vengano accantonati nel nome dell’interesse comune. Stigmatizzando in questo modo con la massima fermezza l’ignoranza e addirittura i negazionismi, che non possono essere più accettati nell’ottica della salvaguardia della salute e della serenità dei più deboli.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Separazione ed eredità

Prendendo spunto dall’articolo da ultimo pubblicato, mi viene posta da un lettore la seguente domanda: in caso di separazione consensuale, in assenza di testamento, come sono regolati i rapporti ereditari con l’ex coniuge?

L’eredità del coniuge dopo la separazione è disciplinata da due articoli del codice civile: l’art. 585 secondo cui il coniuge cui non è stata addebitata la separazione ha gli stessi diritti successori del coniuge non separato (pertanto, tornando alla domanda postami, ciò vale anche in caso di separazione consensuale); l’art. 548, secondo cui al coniuge responsabile della separazione spetta soltanto un assegno vitalizio se, al momento della morte, godeva degli alimenti a carico del coniuge deceduto.
Le stesse regole si applicano anche nel caso in cui la separazione sia stata addebitata ad entrambi i coniugi.
Il coniuge separato ha diritto alla pensione di reversibilità dell’ex defunto, anche se ha rifiutato l’eredità. Se al coniuge superstite viene addebitata la colpa della separazione, egli ha diritto alla reversibilità solo se gli è stato riconosciuto dal giudice il diritto agli alimenti a carico del coniuge deceduto. Altrimenti ne è escluso.
A differenza della separazione, con il divorzio il vincolo matrimoniale viene definitivamente sciolto e si perdono i diritti successori acquistati con il matrimonio. L’ex coniuge divorziato, quindi, esce definitivamente dall’asse ereditario del defunto, ma conserva il diritto all’assegno di divorzio anche dopo la morte del soggetto obbligato. Se il coniuge defunto, prima di morire, versava l’assegno divorzile all’ex, i suoi eredi dovranno continuare a farlo – nei limiti dell’eredità percepita – per arginare lo stato di bisogno del superstite. Se le parti sono d’accordo, la corresponsione dell’assegno può avvenire anche in un’unica soluzione. Se però il coniuge divorziato convola a nuove nozze, stipula un’unione civile o instaura una convivenza stabile, perde il diritto all’assegno divorzile.
Infine – ma solo in determinati casi – il coniuge divorziato ha diritto alla pensione di reversibilità dell’ex coniuge defunto.

Autore: Avv.to Dott. Massimo Mira

Quello di cui le mamme non parlano

La meranese Valeria Crivellari, giovane mamma, blogger, influencer  con la passione per la scrittura ha pubblicato  un libro intitolato “MammaRaccontati”, in collaborazione con la sua amica Francesca Ferragina. Si tratta di una raccolta di testimonianze al femminile per parlare senza veli di maternità, sessualità, lavoro, adozioni, mobbing e burn out in gravidanza. è lavoro cooperativo che nasce dal confronto con esperienze reali, con lo scopo di aiutare anche chi non ce la fa da sola. 

Chi è Valeria? 
In realtà nel mondo social (instagram) sono conosciuta come maman0nmama. Ho 36 anni, sono laureata in arti visive e nello specifico nel campo moda. 
Dopo la maternità mi sono specializzata in Copywriting e Social Media. Ho aperto un blog e ho iniziato a collaborare con alcuni brand, faccio consulenze per chi vuole migliorare la propria comunicazione e scrivo testi per il web. 

Ha sempre avuto la passione per la scrittura? 
Direi di sì, quando ero piccola divoravo libri su libri e ho sempre detto che da grande avrei fatto la scrittrice. A otto anni, per Natale, mi regalarono una macchina da scrivere e da allora non ho mai smesso di sognare e ovviamente di scrivere.

Come si intitola il suo ultimo lavoro editoriale? E di che cosa parla? 
Il titolo è “MammaRaccontati – Quello di cui le mamme non parlano”. Si tratta di 36 testimonianze raccolte su un social, Instagram, in cui le mamme raccontano come è cambiata la loro vita dopo la maternità, chi ha perso il lavoro o ha subito mobbing, chi ha scelto di diventare mamma da giovane e ha dovuto reinventarsi o attraversare mille ostacoli per poter diventare madre.

Come nasce l’idea di un libro dedicato alle mamme? 
Nasce dall’esigenza di restituire un’idea reale della maternità. Da quando mi sono avvicinata al mondo dei social media l’immagine di famiglie da Mulino Bianco e di mamme all’apparenza perfette mi hanno spesso provocato sensazioni di inadeguatezza.Il mio secondo post parto, inoltre, è stato difficile e il confronto con altre mamme diventa ancora più forte nei momenti di fragilità.
Ho capito che, attraverso la condivisione di storie vere, avrei potuto aiutare molte mamme che in quelle storie si sarebbero ritrovate.

Come è riuscita a raccogliere le testimonianze di cui racconta? Come è riuscita ad avvicinare le mamme?
Su Instagram ho un seguito di 14 mila followers e si tratta perlopiù di mamme e donne. È stato sufficiente chiedere nelle mie stories come fosse cambiata la vita dopo la maternità per ricevere le prime testimonianze.

È stato più facile raccontarsi come mamma o come donna? 
Le due cose non si possono separare. Una mamma è la stessa donna di prima, solo con qualcosa in più da incastrare nel suo percorso.
Raccontarsi come mamma significa parlare anche dei sogni, delle ambizioni e progetti che fanno parte di noi come donne.

Quali sono le difficoltà maggiori che incontrano le donne-mamme?
Purtroppo le difficoltà maggiori oggi riguardano il reintegro nella società. Viviamo in un mondo che va a cento all’ora e inevitabilmente diventare madre significa rallentare, fermarsi. Soprattutto nel mondo del lavoro spesso c’è una totale mancanza di empatia e le mamme diventano lavoratrici di serie B di cui doversi sbarazzare.

Il libro è legato ad un progetto. Ce ne vuole parlare? 
Le vendite del libro servono a raccogliere fondi per Elena, una bimba di Genova. È portatrice di una malattia molto rara, si tratta dell’unico caso in Italia, e servono finanziamenti per la ricerca. Insomma, non è un semplice libro, ma un forte simbolo di collaborazione tra donne: una rete di mamme che, donando le loro storie, aiutano un’altra mamma.Potete acquistare “MammaRaccontati” su Amazon in formato ebook oppure cartaceo.

Il libro si divide in 4 sezioni. Qual è la parte che l’ ha maggiormente intrigato?
Sicuramente l’ultima sulla difficoltà di diventare madre. In questo capitolo si trova la storia di Silvia sul loro percorso di adozione, mi commuovo ogni volta che la leggo. 
È un messaggio bello e forte: diventare madre significa soltanto avere amore da dare, non si diventa mamma solo di pancia ma anche di cuore.

Dalle testimonianze che ha raccolto, crede che la maternità resti un momento esclusivo delle donne? 
Credo proprio che in Italia sia ancora così. Siamo un paese con tradizioni molto radicate e, nonostante oggi ci siano padri più presenti, resta molto lavoro da fare. Mancano leggi e cambiamenti forti per disegnare una nuova idea di famiglia.

Quali sono i suoi  progetti futuri?
Insieme a Francesca Ferragina, autrice della prefazione di “MammaRaccontati”, abbiamo aperto una pagina Facebook per spiegare meglio il progetto. Mi piacerebbe continuare a raccogliere testimonianze attraverso i canali social e magari trasformarle in podcast e/o in un progetto teatrale. A breve uscirà anche il libro illustrato “Otto sotto il mare”, di cui ho scritto i testi. Attraverso la favola di un pesciolino adottato da una mamma polpo ho voluto spiegare ai bambini l’idea di famiglia: un semplice luogo d’amore senza nessuna distinzione o regola matematica che la definisca.

Da poco hai aperto un nuovo profilo Instagram vipervaleria, quali sono i temi trattati?
Qui tratto temi un po’ più forti partendo dal mio percorso di rinascita. Affronto la sfera della sessualità, problemi di coppia, psicoterapia e self confidence.
Ho sentito l’esigenza di creare questo nuovo spazio per raccogliere una community di donne che troppo spesso si vergognano di tirare fuori determinate problematiche, che a causa della pandemia sono divenuti disagi ancora più profondi.

Autore: Francesca Morrone

L’ultimo saluto al partigiano Bruno Zito

Un altro pezzo della nostra memoria storica se n’è andato, un altro personaggio che ha contribuito alla nascita del nostro Paese ci ha lasciato.

Lo ha fatto in silenzio, improvvisamente, alla soglia del secolo di vita, quella vita che aveva amato fino all’ultimo, con le sue difficoltà e le sue tante gioie, dettate in primis dalla presenza costante della sua amata moglie Maria. 

Bruno Zito avrebbe compiuto 99 anni il prossimo 9 marzo, era un meranese, ed è stato un partigiano, uno di quelli che nel 2016 era stato insignito assieme ad altri compagni (fra cui Lidia Menapace) di una grande onorificienza: la Medaglia della Liberazione della Repubblica Italiana.

Come racconta il professor Antonio Testini nel suo libro “Petto in fuori, pancia in dentro” (reperibile anche sul sito della Biblioteca provinciale Claudia Augusta),  durante la Seconda guerra mondiale, l’alpino Zito faceva parte del “Battaglione Bolzano”, 11esimo Reggimento, divisione Pusteria, ed era stato mandato in Provenza per fornire supporto agli invasori. Il 9 settembre del 1943, il giorno dopo l’armistizio, Zito  aveva appena 19 anni, quando i tedeschi circondarono la caserma dove si trovava con gli altri alpini; assieme a tre amici (Carlo Delugan, Gino Vecchi e Bruno Filippi), venne fatto prigioniero e portato all’Ente Fiera di Grenoble. Pochi giorni dopo venne trasferito in Germania , ma lungo il tragitto lui e i tre amici riuscirono a darsi alla fuga grazie a uno zainetto che conteneva gli attrezzi di un calzolaio: subito dopo aver varcato il confine tra Francia e Germania, i quattro riuscirono ad aprire le sicure che chiudevano il vagone sul quale stavano viaggiando e saltarono giù dal treno. Filippi e Delugan si fermarono in Svizzera, mentre Vecchi e Zito continuarono il loro percorso verso l’Italia.

Il primo si fermò a Bolzano, il secondo proseguì alla volta della Valsugana, dove si trovava la sua famiglia. E qui entrò nelle fila dei partigiani che organizzavano gli attacchi ai convogli che rifornivano i tedeschi. 

Autore: Luca Masiello

Il ricordo dell’Anpi

A dare per primi la triste notizia della dipartita del partigiano Bruno Zito sono stati i suoi amici della sezione altoatesina dell’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), che hanno voluto salutarlo con un post commovente sulla loro pagina Facebook.
“È un giorno di grande tristezza. Un abbraccio alla sua amatissima Maria e a tutta la sua famiglia. Avevamo incontrato Bruno e Maria pochi mesi fa per la consegna della tessera Anpi e con il loro solito spirito avevano voluto che, nonostante il Covid, l’incontro fosse conviviale accompagnato da un buon bicchiere e biscotti. Bruno amava la vita e ne era orgoglioso, così come lo era della sua famiglia. Ci teneva sempre a raccontare tutto in modo semplice, spontaneo e divertente. 
E nel racconto non mancava mai di riferirsi alla sua esperienza di Partigiano, per ribadire come l’Italia fosse ben diversa da quella che avevano sognato durante la Resistenza, ma che non bisognava mai disperare, mai abbassare la guardia nella difesa della democrazia e della libertà e mai abbandonare la lotta per attuare i valori della Resistenza incardinati nella Costituzione. Ciao Bruno. Grazie! Ci mancherai, ma cercheremo di far camminare quegli ideali nel mondo di oggi. Partigiani per sempre!
Alla memoria di Bruno dedicheremo le iniziative per il giorno della Memoria e ci auguriamo che la sua Città sappia ricordarlo come merita”. 

Diritto alla casa, fondamento della dignità della persona

“Ogni individuo ha diritto a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, alle cure mediche e ai servizi sociali necessari”. Queste parole, dopo oltre ottant’anni, suonano oggi di tragica attualità.

È l’art. 25 della Dichiarazione universale dei diritti umani (1948) che continua così: l’individuo “ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà”.
Se ci fermiamo al “diritto all’abitazione” non possiamo non pensare alle persone cosiddette “senza dimora” che in questi giorni, in cui è fatto obbligo di rimanere a casa, una casa non ce l’hanno. In realtà non è proprio così. Molte di queste persone vivono in strutture messe a disposizione da comuni e comunità comprensoriali. Solo la Caritas diocesana ne sta accogliendo circa duecento (oltre alle varie altre forme di housing, per i profughi, per famiglie in difficoltà, i lavoratori ecc.).

Il diritto alla casa ispira un approccio (sviluppatosi negli Stati Uniti e in Europa) che va sotto il nome di “Housing first” (la casa prima di tutto). Secondo questo modello l’abitazione, nei percorsi di integrazione/inclusione sociale, non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza. È il riconoscimento di quella dignità sulla quale (ri)costruire tutto il resto.

Già nel 2017 le Linee guida provinciali – “Interventi per persone senza dimora” – hanno definito “un passo fondamentale” l’avvio “di un progetto pilota Housing first”. L’assessorato al Sociale (W. Deeg), malgrado le difficoltà di ordine finanziario legate all’attuale crisi, intende ora “offrire, oltre a un sostegno economico, anche un aiuto strutturale rafforzando ulteriormente il progetto Housing first” e in tal modo dare concretezza al diritto alla casa.

Autore: Paolo Bill Valente