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Il 2 ottobre, al Kursaal di Merano, Luca Mercalli ha parlato di clima, un viaggio scientifico e culturale tra i mutamenti del nostro Paese. Il professore ci ricorda che l’Italia non è nuova a eventi estremi, ma ciò che sta cambiando sono frequenze, intensità e imprevedibilità dei fenomeni. A corredo, non servono esempi lontani: settembre 2025 ha portato con sé una nuova alluvione su Milano, nonostante l’ampliamento delle vasche di laminazione del Seveso, intervento ingegneristico costato milioni. Segno che le opere strutturali appena riammodernate oramai non bastano già più. Due alluvioni in 50 giorni in Val Passiria, quattro in 550 giorni in Emilia-Romagna, disastrosa quella di Valencia (300 morti). Esondazioni, colate detritiche, dissesti idraulici e idrogeologici e 140 vittime in Texas, quasi tutti bambini. Ancora vittime della pioggia, della velocità con cui certi fenomeni colpiscono, per i quali, oggi, cura e prevenzione dei bacini idrografici non basterebbero, anche per le zone virtuose. Quando si muore – al netto di comportamenti irresponsabili o per narcisismo da clickbait – c’è sempre da chiedersi se stiamo facendo abbastanza, e se la politica intenda trasversalmente perorare questa causa. Ogni vittima è il risultato di scelte (o non-scelte) collettive. In tempi in cui i cambiamenti climatici incidono su ogni aspetto della vita quotidiana, lasciare giovani ignari è un peccato capitale. Non possiamo ridurci, come i carbonari, a fare lezioni improvvisate sotto gli alberi, sempre che non li abbattano tutti, come è successo a Roma presso il Mausoleo di Augusto. Proprio per questo, diventa urgente che la meteorologia diventi materia scolastica. Non è più ammissibile procrastinare quando invece servirebbe una formazione sistematica, scientifica, capace di fornire strumenti e chiavi di lettura con la tecnologia che abbiamo. In Liguria, paradossalmente, il meteorologo ignorante, alias Gianfranco Saffioti riempie le piazze con “Mi manda Bernacca”, un unicum assoluto a cui ho avuto il piacere di partecipare. Quando spiega è un fiume in piena; interroga bambini, astanti e anziani. Racconta a cosa servono certi strumenti e descrive con passione le dinamiche dell’atmosfera. Il suo successo mostra fame di conoscenza diffusa e popolare. Nelle prime file del pubblico ci sono le autorità, sindaci, amministratori locali e talora anche scienziati affermati, perché avere un mare ancora caldo e un territorio irto, come quello ligure, è un’incognita temibile durante l’autunno. Ma se la scienza non arriva nelle aule, qualcuno cercherà comunque risposte non certificate o peggio verrà avvicinato dal lato oscuro del negazionismo. Ma attenzione: la meteorologia non è un’opinione. Il riscaldamento globale non è un dibattito da bar. La comunità scientifica è compatta: non si tratta di un 50/50 tra scettici e convinti. Nemmeno 70/30 o 85/15. Il suo consenso è oltre il 99%. L’attività umana è responsabile del riscaldamento. Punto. E negarlo, oggi, è da folli. Cosa possiamo fare, allora, come cittadini? Imparare l’autoprotezione attiva. Sapere come comportarsi può fare la differenza tra la vita e la morte. Significa conoscere il territorio, monitorarlo, non sottostimare le allerte della PC, sapere dove ripararsi, quando spostarsi e, soprattutto, avere coscienza e contezza di cosa sta succedendo intorno a noi. In un mondo in cui il clima è già cambiato e si avvia spedito a +2°C di media, facciamolo almeno per i nostri figli.

Autore: Donatello Vallotta

Retorica, canto e scrittura creativa parole chiave di Barbara Ladurner

Barbara Ladurner è un giovane autrice meranese con all’attivo già otto pubblicazioni, un curriculum di studi estremamente vasto e articolato, una attività anche come conferenziera, insegnante di retorica, dirigente di due cori e cantante solista. Accanto a tutto ciò è madre di due bambini e moglie.  

La sua è stata una formazione articolata che le da oggi l’opportunità di dar vita ad una carriera composita e variegata.

Sì, mi considero estremamente fortunata ad aver potuto beneficiare di una formazione ampia e poliedrica. Dopo la maturità mi sono trasferita a Vienna, dove ho studiato Germanistica e Didattica del tedesco e dell’italiano presso l’Università di Vienna, nonché Pedagogia musicale elementare presso l’Università di Musica di Vienna e Canto presso il Conservatorio Diocesano.

Successivamente ho conseguito un Master in Scienze della comunicazione orale e retorica all’Università di Ratisbona e il dottorato in Linguistica, con una ricerca incentrata sul linguaggio e sull’arte del parlare. Numerosi ulteriori corsi di formazione e specializzazione completano il mio percorso di studi, tra cui l’abilitazione all’insegnamento in Storia, Geografia e Latino, la formazione in direzione di coro presso la Carinthian Music Academy e l’esame per il riconoscimento statale come docente di dizione e comunicazione orale presso la DGSS (Deutsche Gesellschaft für Sprechwissenschaft und Sprecherziehung). 

Si potrebbe affermare che le parole chiave dela Sua brillante carriera siano retorica, canto e scrittura creativa?

Sì, la comunicazione in tutte le sue sfaccettature è la mia grande passione. Amo la parola parlata, scritta e cantata. Sono specializzata nell’ambito voce-retorica-linguaggio e adoro trasmettere il mio sapere. Ho fondato la mia attività, “Leading Voices”, dove supporto imprenditrici e donne in posizioni di leadership a affrontare ogni discorso e conversazione con carisma e sicurezza, senza paura, e a coinvolgere i propri ascoltatori. Inoltre, vengo invitata per seminari e conferenze. La musica rappresenta per me più un hobby: canto come solista e ho avuto momenti di rilievo, come l’incarico di solista alla Biennale di Venezia per il Padiglione Italia. Dirigo inoltre due cori: il coro parrocchiale di Parcines e il coro di bambini e ragazzi di Lagundo, che ho fondato sei anni fa e che oggi conta circa 60 membri. Organizzo e vengo regolarmente invitata a workshop e progetti per cori. Come autrice invece mi occupo della lingua scritta. 

Lei è una scrittrice promessa per il nostro territorio e fa parte del gruppo SAAV.

Sì, in qualità di autrice sono lieta di far parte del gruppe SAAV (n.d.r. Südtiroler Autorinnen- und Autorenvereinigung). Nella scrittura amo muovermi in stili e generi diversi: ho pubblicato lavori scientifici, un manuale, poesia, narrativa, libri per bambini e un romanzo. Finora ho pubblicato otto libri e altre pubblicazioni per riviste ecc. In altri libri sono coautrice, ad esempio nell’antologia sull’Alto Adige pubblicata lo scorso anno dalla casa editrice Wagenbach. Poche settimane fa è uscito il mio ultimo libro, il romanzo “Kinderlachen”, un romanzo sulla speranza, sul dolore e sull’amore invisibile, e sul silenzioso dolore di un desiderio di maternità non realizzato. Elena desidera più di ogni altra cosa diventare madre. Racconta dell’attesa, della speranza, della disperazione – e dell’immensa forza che si cela dietro il più tenero dei desideri.

Accanto a tutto ciò Lei è moglie e madre di due bambini qual è la ricetta segreta?

Buona domanda. Non credo che esista una ricetta segreta. Se così fosse, sarebbe fantastico conoscerla. Ma per me sono importanti queste cose: priorità chiare, una buona gestione del tempo, un pizzico di umorismo (nel mio libro “Zwischen Tugend und Lust” (Tra virtù e piacere) ho parlato della tolleranza all’imperfezione) – e soprattutto un grande cuore e una visione per cui si è appassionati.

Gli occhi di qualche ben pensante famiglia e lavoro sono poco concigliabili, si rischia di far male tutto.

Sì, conciliare famiglia e lavoro è una grande sfida, anche per me, ogni giorno di nuovo. E sì, probabilmente qualche errore capita. Ma posso dire solo per me stessa: faccio ciò che faccio non nonostante i miei figli, ma per i miei figli. E sono fermamente convinta che proprio anche noi donne e madri possiamo contribuire a far progredire il mondo, partecipando attivamente alla sua costruzione. La maternità è una risorsa nella nostra società, non un ostacolo da rimuovere. Credo che possiamo ancora imparare molto meglio a utilizzare questa risorsa in modo significativo. E senza dimenticare: i bambini sono il nostro tesoro più grande, il capitale più prezioso di una comunità.

Lei è giovane; che consiglio darebbe ad una giovanissima?

Sogna in grande, segui la tua passione e il tuo cuore. A chi cammina con coraggio, il sentiero si apre davanti.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Nina Duschek, da Merano a X Factor

C’è qualcosa in Nina Duschek che cattura fin dal primo ascolto. Forse è l’ampiezza della sua escursione vocale, forse è il modo in cui tiene il palco, con naturalezza e carisma. O forse è il legame viscerale con la sua chitarra, che suona con tale intensità da dare la sensazione che artista e strumento siano un tutt’uno. Meranese, la giovane cantautrice è tra le più interessanti della scena musicale altoatesina e ora anche nazionale, grazie alla sua partecipazione alla nuova edizione di X Factor, dove ha superato la prima fase.

L’abbiamo vista esibirsi lo scorso 4 ottobre al Freedom Beat – Stop HIV, evento benefico tenutosi a Bronzolo, organizzato dalla vulcanica Anni Pasqualotto, che ha dismesso i suoi panni di cantante con i Mia Loto, per lanciarsi in questa nuova attività.

In quel contesto, lontano dai riflettori televisivi, Nina Duschek ha messo in luce le sue qualità più autentiche: padronanza del palco, grande capacità di tenere il pubblico e, soprattutto, una voce capace di coinvolgere.

“X Factor? Non era nei miei piani”, racconta con un sorriso durante l’intervista rilasciata a margine del concerto. “Sono sempre andata un po’ contro queste cose, volevo fare la mia carriera a modo mio. Però avevo questo pallino in testa, e tante persone me lo dicevano: “Perché non provi?” Alla fine, ho deciso di buttarmi”.

Il motivo principale? Visibilità. “Per me è pubblicità, un’opportunità per farmi conoscere da più gente. Poi, certo, è anche un’esperienza formativa: suonare davanti a quei giudici, in quel contesto, ti mette alla prova. Dopo questa esperienza ho meno paura del palco”.

E la risposta del pubblico non si è fatta attendere: più messaggi, più ascolti, più attenzione sui social. Un segnale che, forse, il salto verso una dimensione più ampia della sua carriera è davvero possibile. Eppure, Nina non dimentica le sue radici. “Mi chiedono spesso se mi sento limitata dal vivere in Alto Adige. Non lo sono. Nella testa sono dappertutto. Qui c’è una bella scena musicale, ma non voglio restare solo qui: voglio uscire, farmi conoscere anche fuori”.

La sua musica è già presente su Spotify con diversi singoli e album autoprodotti, e chi la segue da tempo lo sa: non è certo una “costruzione” da talent show. Nina si è fatta da sola, pezzo dopo pezzo, palco dopo palco. X Factor, in questo senso, è solo una delle tappe – forse la più visibile – di un percorso che ha radici più profonde.

L’intervista si chiude con un pensiero che va ben oltre la musica. “Se avete un sogno da inseguire, fatelo”, dice. “Anche se può sembrare una frase sentita mille volte. Io, per esempio, ho sempre avuto dentro di me il desiderio di fare musica, ma per tanto tempo non ci ho creduto davvero. Poi magari succedono cose – nel mio caso è arrivato X Factor – che ti fanno credere in te ancora un po’ di più. Per questo dico: ascoltatevi. Ascoltate quella voce che avete dentro, perché è la verità”.

Che Nina Duschek prosegua o meno nel programma tv poco importa. La scena musicale altoatesina ha già trovato una voce vera, capace di parlare con sincerità e passione. E soprattutto, di reggere un palco come pochi altri.

Autore: Till Antonio Mola

Edoardo Zorzi, 17 annie un nuovo singolo: Ossigeno

Edoardo Zorzi, cantautore di 17 anni originario della Val di Fiemme, crea musica e la studia musica al liceo musicale. Il 21 ottobre esce il suo nuovo singolo Ossigeno. Nel 2020 ha inizaito a scrivere le sue prime canzoni finalizzandole assieme al produttore Marco Mattia con il quale è anche nato il progetto NEVAdischi. 

Da quanto scrivi musica?

Ho iniziato a suonare la chitarra da autodidatta nel 2018, suonavo cover nella mia cameretta seguendo tutorial su YouTube. Grazie alle lezioni di musica ho capito che la musica altrui non mi bastava più. Ho deciso così di iniziare a scrivere: è un lavoro costante che cambia con me. Piano piano riesco a capire che tipo di testi mi piace scrivere, ma come ogni cosa i gusti musicali sono sempre in evoluzione. Con calma tutto si evolve e tutto cambia.

Scrivi solo testi o anche musica?

Cerco di imparare più cose possibili, scrivo il testo con chitarra e voce o piano e voce, poi registro una demo in camera mia e la mando ai ragazzi con cui lavoro che strutturano una produzione più completa. Una volta pronti andiamo a registrare in studio e poi mandiamo la traccia a Milano dove viene realizzato il master. 

Che ruolo ha la musica nella tua vita? 

La musica mi fa stare bene: mi fa stare nel mondo e coi piedi per terra, per me è un modo di vedere ciò che mi circonda e comprendere quello che ho intorno. Scrivo dalle medie, un periodo particolare in cui non avevo grandi amici e passavo tanto tempo da solo, ho imparato così a dare un nuovo sguardo a al mondo. 

Qual è l’ispirazione dietro il tuo nuovo singolo?

Abbiamo tentato di fare un esperimento: ci siamo chiusi a casa del mio produttore, abbiamo consapevolmente cercato un ambiente familiare. Con noi c’erano solo quattro strumenti e un computer: abbiamo passato tre giorni a scrivere e produrre tutta la musica che ci veniva in mente. Ossigeno è nato così. È diverso da altri miei brani, ha un suono più granulare e organico, ci è venuto in mente a mezzanotte, uno dei miei momenti preferiti per creare.

Quando sarà possibile ascoltare Ossigeno?

Dal 21 ottobre su tutte le piattaforme. 

Con che etichetta lavorate?

È un’etichetta indipendente, è un progetto mio e di Marco al quale abbiamo dato il nome NEVAdischi. Ci autocostruiamo degli eventi e gestiamo noi tutta l’organizzazione e creazione del progetto artistico, dai live alle pubblicazioni di dischi e singoli. Magari nel futuro la cosa si aprirà ad altri artisti, ma al momento ci sono solo io. Tra di noi non gira un euro, tutto quello che produciamo lo facciamo per passione e amore nei confronti del progetto. Il nostro obiettivo è la creazione di progetto più organico, step by step, non cerchiamo popolarità. Abbiamo la consapevolezza che anche solo con il lavoro duro e l’impegno che ci stiamo mettendo potrebbe succedere qualcosa. Un paio di anni fa abbiamo già lavorato a un disco uscito nel dicembre 2023. Abbiamo fatto un grande lavoro di video-contenuti trovabili sui miei profili social, ma negli ultimi due anni non siamo stati molto presenti. Gli ultimi due singoli usciti risalgono ad aprile e giugno 2024: Resto del mondo e Sole. Ossigeno sarà il primo singolo del 2025, dopo un anno e mezzo di silenzio. 

Come descriveresti Ossigeno? 

Si ispira alle sonorità indie italiane attuali, è totalmente suonato, in qualche modo “fatto a mano”; mette in evidenza le difficoltà che possono emergere nei rapporti tra persone come tra persone e passioni. 

Dove si può ascoltare la tua musica?

Non stiamo puntando su copie fisiche, ma siamo presenti su tutte le piattaforme da Spotify ad Apple Music.

Ti esibisci anche dal vivo? 

Stiamo organizzando diverse date. Presto usciranno delle novità sui miei social: @_edoardozorzi_ (instagram). 

Autrice: Anna Michelazzi

La strada dedicata a Nicolò Copernico

Nei pressi del casello stradale Bolzano Sud vi sono due strade dedicate ad astronomi, via Keplero e via Copernico, dedicata a Niccolò Copernico. Nato a Torun (Polonia) il 19 febbraio 1473, Niklas aveva 10 anni quando il padre morì. Lo zio vescovo, Lucas Watzenrode, mandò i nipoti all’Università di Cracovia, dove Nicolaus studiò logica, poesia, retorica, filosofia naturale e astronomia matematica. Studiò poi diritto canonico a Bologna, dove con il docente di astronomia Domenico Maria Ploti iniziò ad osservare seriamente il cielo; il 9 marzo 1497, anno in cui fu nominato canonico, osservò la Luna che passa davanti alla stella fissa Aldebaran. Il 1500, anno del Giubileo, lo passò a Roma, dando lezioni di matematica e astronomia. Dall’autunno 1501 studiò per tre anni giurisprudenza e medicina all’Università di Padova. Nel 1503 raggiunse lo zio vescovo nel palazzo episcopale di Heilsberg, dove fu medico personale e segretario del vescovo per circa sei anni, durante i quali tornò agli studi di astronomia. Morto lo zio vescovo nel 1512, Copernico, che aveva preso la residenza a Frauenberg, riprese gli studi di astronomia; calcolando, osservando, poté elaborare teorie sul moto dei pianeti. Nacque una nuova concezione dell’Universo: è la Terra a muoversi mentre il Sole è immobile.  Per lavorare sui dettagli della sua teoria, in una delle torri di Frauenberg si era fatto costruire un terrazzo per le osservazioni celesti. Nel 1539 per due anni ospitò un giovane professore di matematica, Georg Joachim Iserin (detto Retico); fu lui a pubblicare nel 1540 ciò che Copernico stava elaborando da trent’anni;  era “Narratio prima de libris revolutionum Copernici”; allora Copernico si decise a completare la sua opera “De revolutionibus orbium coelestium”. La prima copia del libro, del 1543, arrivò a Copernico già gravemente ammalato; guardò tale opera e morì. Sepolto nella cattedrale di Frauenberg, dal 2008 una lapide lo ricorda come “il fondatore della teoria eliocentrica”.

Autore: Leone Sticcotti

Tra Napoli e Bolzano: la poesia di Moni

C’è un filo invisibile che unisce Napoli e Bolzano, il mare e le montagne, l’azzurro del Vesuvio e il verde dei laghi altoatesini. È il filo che attraversa la vita e la scrittura di Monica Attanasio, poetessa e operatrice sociale che porta la poesia nei luoghi dell’incontro e della fragilità. Le sue parole nascono dove il corpo e l’emozione si toccano, dove il reale si fa materia poetica.

Se ti dico “Napoli”, quali immagini ti arrivano per prime? E Bolzano?

Mi arriva il colore azzurro. Azzurro cielo, azzurro mare, azzurro come la squadra del Napoli, come il Vesuvio di giorno. È l’immagine che arriva prima di tutto: prima della mia famiglia, della musica che è ovunque, della luce del sole che gioca tra gli edifici e del rosso pompeiano. È il colore della mia città, che al tramonto si mescola ad altri toni intensi, infuocati, fino a “ciccarsi” nel mare fluo. Lì, l’azzurro finisce. Se invece dici Bolzano, penso al mio posto magico: il lago di Monticolo. Vivere vicino a quel lago mi rende serena. Né a Berlino né in Svizzera ho mai trovato un posto così caro.

Come descriveresti il tuo modo di fare poesia?

Mi piacciono le immagini, i profumi, la melodia delle parole. La mia poesia è flusso di coscienza, ma anche meditazione e contemplazione. Trovo poetico ciò che altri non immaginano: una fabbrica abbandonata, una spiaggia sporca, il gesto di pulire le gambe putrefatte di una donna senza dimora che si affida a un altro essere umano per la prima volta. È poetico quando qualcuno mi affida la propria storia: quello è il privilegio più grande.

Cosa succede nei tuoi laboratori di scrittura?

Dipende dalle persone che compongono il gruppo. Io mi sento una facilitatrice: osservo le dinamiche, i desideri, e da lì costruiamo insieme gli obiettivi. Con artisti stimolo il pensiero filosofico ed emotivo; con anziani e persone fragili risvegliamo ricordi; con adulti lavoriamo su emozioni e corpo per scrivere da un presente più lucido.

Napoli e Bolzano: cosa accade quando porti la stessa pratica in contesti così diversi?

Credo che nessuno di noi abbia ricevuto un’educazione alle emozioni. La società ci frammenta tra istinto e razionalità. A Napoli ho imparato i paradossi: è tutto magnifico e tutto una “cagata enorme”. Ti incanta e ti fa rabbia. Ma così siamo anche noi, pieni di contraddizioni. Lavorare tra Napoli e Bolzano mi aiuta a prendere le giuste misure, a pesare le parole, ad accogliere. Le persone, in fondo, sono uguali ovunque: cambia il contesto, non la sostanza del sentire.

Di cosa parlano le tue poesie oggi?

Parlano di storie invisibilizzate: senza dimora, sex worker, vittime di violenza. Parlano di natura, di boschi, di animali, di città amate e lasciate, di filosofia, amicizia, amori. In passato erano più introspettive, ascetiche, minimali. Oggi sono più incarnate, più vicine al mondo.

Cosa diresti alla Moni di vent’anni fa?

Le darei un grande abbraccio. Le direi che è leggiadra, e che cadute e abbandoni fanno parte della vita. Non tornerei indietro: ho lavorato tanto su di me per arrivare a questa consapevolezza. È un lavoro personale che continuerò finché potrò.

Autrice: Giulia Artemisia Buonerba COOLtour

Essere alto e… Corto!

Qui Intervista a Giulio Righele, cinquantenne, è laureato in sociologia. È stato ginnasta, poi tuffatore quindi giudice di tuffi e vicepresidente della Società Ginnastica Atesina, responsabile dei giudici della Federnuoto altoatesina. Già presidente della circoscrizione Gries e consigliere comunale, oggi è “solo” un funzionario dell’Agenzia delle Entrate, impegnato a educare due bimbi.

La cosa di me che mi piace di più.

Non mi prendo mai troppo sul serio.

Il mio principale difetto.

Ho tanti difetti: sono irascibile, pignolo, arrogante…

Il mio momento più felice.

Quando sono nati i miei figli.

Da bambino sognavo di diventare…

Corto Maltese, gentiluomo di fortuna.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Surfare in una pipeline.

La mia occupazione preferita.

Giocare.

Il luogo dove vorrei vivere.

Alle Hawaii. 

Il mio piatto preferito.

Qualsiasi tipo di pasta.

Non sopporto…

La mancanza di rispetto.

Per un giorno vorrei essere…

Alto.

Nel mio frigorifero non manca mai…

Una birra da bere con gli amici.

Se fossi un animale sarei…

Una scimmia.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Qualche sera fa. 

Tre aggettivi per definirmi.

Gentile. Sintetico.

La prima cosa che faccio al mattino.

Porto il caffè a mia moglie.

Il mio film preferito.

The Blues Brothers.

I miei attori preferiti.

Gary Oldman, Christian Bale.

Il superpotere che vorrei avere.

La pazienza.

Il mio sogno ricorrente.

Volare, ça va sans dire.

La disgrazia più grande.

La guerra.

Il mio ultimo acquisto.

Un paio di jeans. 

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?

Le passeggiate del Talvera e le montagne intorno alla città.

Amo il mio lavoro perché…

Lavoro per la collettività, non mi annoio, ho colleghe e colleghi in gamba in tutta Italia.

Il mio motto.

Happiness is a state of mind.

Il mio primo ricordo.

La maestra della scuola materna (si chiamava ancora così) che mi salva la vita impedendo di soffocarmi.