Merano: questa giunta non s’ha da fare, né domani né mai

I meranesi, lo scorso 4 ottobre, hanno rieletto sindaco Paul Rösch con una coalizione che poteva contare su 12 consiglieri. Per avere la maggioranza (almeno 19 seggi) sarebbe bastata la Svp, partner quasi obbligato, che ha però negato il suo appoggio. Ogni altra opzione non ha trovato consenso e il Comune è stato commissariato.

Erano state messe sul tavolo diverse soluzioni. La prima, da parte del sindaco: una grande coalizione comprendente i partiti vincitori (Verdi, Team K, e Sinistra ecosociale), le due liste civiche e la Svp. Ma fin dall’inizio gli interlocutori hanno imposto un veto sulla collaborazione con i partiti di sinistra. È ovvio che Rösch non potesse lasciar fuori coloro grazie ai quali era stato eletto. Sono state fatte altre ipotesi, nessuna accolta. La Svp ha proposto di portare il numero degli assessori da 7 a 8, forzando così la composizione etnica della giunta. Ma ciò cozza con la legge sull’ordinamento dei comuni e avrebbe condotto a ricorsi.
È normale che chi esce sconfitto dal ballottaggio cerchi di ostacolare l’avversario. Però l’idea che per rispettare la “volontà del popolo” in una giunta debbano essere presenti sia vincitori che vinti in proporzione ai loro eletti è un po’ bizzarra. Come se Trump pretendesse di essere presente al 49 per cento nell’amministrazione Biden. In una democrazia normale governa chi ha vinto le elezioni. Gli altri partecipano dai banchi dell’opposizione. Tutti insieme concorrono alla realizzazione del bene comune (e non di interessi di parte, ad esempio nel campo dell’urbanistica).
La vicenda di Merano mostra come la “questione etnica” sia ancora il fumo al riparo del quale lavorano le lobby e si costruisce il sistema di potere altoatesino (al quale uno come Rösch non è organico). La vera “questione etnica” oggi non è tedeschi-italiani, ma etnico-interetnico.
L’approccio interetnico, già da decenni – e non solo in politica – è vissuto come un’anomalia da normalizzare. Merano non ha bisogno di un sindaco “italiano” o “tedesco”, ma di un primo cittadino capace di cogliere l’anima di una piccola città europea.

Autore: Paolo Bill Valente

Ecco il Super ecobonus 110%

ll Decreto Rilancio, tra le misure fiscali a sostegno di imprese e cittadini, prevede il super ecobonus 110%. La possibilità di ottenerlo è scattata dal 1° luglio 2020. L’obiettivo, da una parte, è alleggerire i costi di ristrutturazione, adeguamento energetico e sismico dei proprietari di abitazioni; dall’altro favorire la ripartenza dei cantieri. Il 16 luglio la misura è stata confermata con la legge di conversione, che ha previsto l’estensione del super ecobonus 110% fino al 2022 anche per l’edilizia popolare, oltre a permettere ai contribuenti di fruire della misura per due abitazioni. La novità è di notevole portata: il bonus è valido sia per le seconde case, anche unifamiliari, che per le parti comuni degli edifici. Esclusi dalla possibilità di fruire dell’agevolazione, però, le categorie catastali A/1, ossia abitazioni di tipo signorile e A/8, abitazioni in ville. Le detrazioni riguardano le spese fatte dal 1° luglio 2020 al 31 dicembre 2021.
Ecco, a seguire, gli interventi per cui si può beneficiare del super ecobonus 110%.

  • Isolamento termico. Secondo la norma, gli interventi devono riguardare oltre il 25% della superficie d’intonaco, con tetto di spesa massimo di 60.000 euro, riferita a ogni singola unità immobiliare. Riguardo all’isolamento termico delle singole unità immobiliari condominiali, un emendamento presentato ha previsto la distinzione tra i palazzi da due a otto unità per cui il tetto è di 40.000,00 euro, mentre per strutture uni o plurifamiliari con ingresso autonomo dall’esterno la soglia è fissata a 50.000,00 euro per ogni unità.
  • Sostituzione degli impianti di climatizzazione invernali nelle parti comuni dei condomini. L’efficienza dei nuovi impianti deve essere almeno di classe A. Il tetto di spesa è fissato in 30.000,00 euro per ogni unità immobiliare.
  • Sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale con impianti a pompa di calore in abitazioni unifamiliari (quindi, non appartamenti in un condominio, ma case singole). Il tetto massimo è fissato in 30.000,00 euro.
    Il Decreto Rilancio prevede infine la possibilità di accedere al bonus anche per interventi di efficientamento energetico abbinati almeno a uno dei tre interventi precedentemente descritti. Per usufruire della detrazione al 110%, non basta, quindi, svolgere interventi come la sostituzione e posa di infissi, adottare schermature solari o sostituire impianti di climatizzazione con caldaie a condensazione con efficienza almeno di classe A, ma questi lavori devono essere svolti in congiunzione con quelli di cui ai tre punti precedenti.

Autore: Avv.to Dott. Massimo Mira

Paolo Brillo: andare in giro fotografando Bob Dylan

Nei giorni scorsi, (pubblicazione 6 novembre) la passione del bolzanino Paolo Brillo per Dylan e per la fotografia è stata coronata dall’importante pubblicazione di un ricco volume, intitolato No Such Things As Forever consistente in oltre trecento pagine, del formato quasi corrispondente a un disco in vinile: un volume che documenta ben trent’anni di concerti dylaniani in Italia, in Europa e anche in America.

Ci sono artisti che amano stare sotto i riflettori e ce ne sono altri che invece più i riflettori li rifuggono più attizzano le voglie dei fan: Bob Dylan è sicuramente il re di questa seconda categoria; da un certo punto della sua carriera in poi il poeta/rocker/premio Nobel ha cominciato a rifiutare di essere illuminato dai fari durante i concerti e di pari passo ha evitato i fotografi come la peste, per altro curando assai poco la propria immagine pubblica.
Il fotografo bolzanino Paolo Brillo, di tutto questo se n’è sempre infischiato, lui ai concerti di Bob Dylan ci è sempre andato con la macchina fotografica ed è sempre tornato a casa coni suoi bei souvenir fotografici dei concerti, tanto da divenire fotografo ufficiale della rivista inglese Isis, interamente dedicata al musicista americano. Nei giorni scorsi, (pubblicazione 6 novembre) la passione di Brillo per Dylan e per la fotografia è stata coronata dall’importante pubblicazione di un ricco volume, intitolato No Such Things As Forever consistente in oltre trecento pagine, del formato quasi corrispondente a un disco in vinile: un volume che documenta ben trent’anni di concerti dylaniani in Italia, in Europa e anche in America.
“In origine – ci racconta Paolo Brillo – il libro avrebbe dovuto avere anche l’imprimatur dello stesso Dylan… avevo incontrato a New York l’avvocato Jeff Rosen, che è il suo manager, uno degli uomini che ne curano non solo l’immagine ma anche tutti gli interessi commerciali finanziari. Pareva che da parte loro ci fosse interesse, ma poi tutto è rimasto nell’oblio probabilmente perché un libro di foto scattate furtivamente durante i suoi concerti sarebbe andato contro la loro politica sull’assoluto divieto di fotografare l’artista dal vivo.”
D’altra parte anche per il disco uscito la scorsa estate, il management del musicista ha scelto una fotografia del 1996, confermando una costante poca cura, di pari passo col poco interesse, per una promozione d’immagine che potrebbe contare su materiale fotografico di qualità e più recente. Se da un lato, per i dischi d’archivio di Dylan la cura del materiale iconografico è superlativa, negli ultimi trent’anni e forse più i contenuti e la grafica dei dischi e dei programmi dei concerti sono davvero pessimi.
Brillo però, i cui scatti non hanno nulla da invidiare a quelli dei maggiori professionisti della musica fotografata, una volta tramontata l’ipotesi editoriale legata all’incontro con Rosen, forte della sua collaborazione con Isis e con il mensile italiano Buscadero ha presto ricevuto un’offerta relativa al libro fotografico su Dylan dalla Red Planet Books, casa editrice britannica con distribuzione a livello mondiale. Così dopo una lunga gestazione legata alla scelta delle foto, della carta, del formato, dal 6 novembre il volume è distribuito praticamente in tutto il pianeta.
“Derek Barker, l’editore di Isis – prosegue il fotografo – mi ha chiamato un giorno dicendo che c’era un editore di nome Mark Neeter che aveva visto le mie foto e voleva assolutamente propormi di farne un libro. Dopo aver verificato la serietà dell’editore e aver ricevuto le opportune garanzie sulla realizzazione di un libro di qualità, ho deciso di accettare la sua proposta e dopo due anni di lavoro, il libro è finalmente una realtà. Solo lavorando in prevendita ne sono state vendute parecchie copie e questa è naturalmente una grande soddisfazione oltre che una partenza incoraggiante. La cosa a cui tenevo particolarmente è che fosse un bel libro perché quando ti butti in una cosa del genere non puoi sbagliare. A me piace parecchio il tipo di scenografia usata da Dylan sul palco negli ultimi anni, molto in linea con quello che è diventato il suo modo di cantare. è anche parecchio teatrale, cosa che si adatta bene con il fatto che ora tiene molti concerti in grandi teatri.”
Ma Paolo Brillo non è un fotografo monotematico, il suo portfolio include anche un numero incredibile di foto di altri artisti, da quelli come Rolling Stones, Neil Young, Roger Waters, tanto per dirne solo tre, che ha fotografato dal vivo sui grandi palchi europei, a quelli catturati nel suo studio in occasione di esibizioni bolzanine o in location a noi molto familiari, come Castel Roncolo, dove lo scorso anno ha fatto una session fotografica con Scarlet Rivera, guarda caso una musicista che negli anni Settanta ha lavorato con Bob Dylan in uno dei suoi momenti più esaltanti.

In foto principale: a sinistra Bob Dylan e a destra Paolo Brillo

Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo

Amo scrivere di comico e di colori

Luisa Bertolini dirige la rivista online “Fillide” che raccoglie saggi e racconti sul tema del comico e dell’umorismo. Ha insegnato per più di quarant’anni storia e filosofia nei licei e all’attività didattica ha sempre affiancato la ricerca filosofica sui temi del kantismo e della critica del linguaggio, scrivendo saggi e traduzioni (Hermann Cohen e Fritz Mauthner). Nel 2002 ha pubblicato per Guerini “Il colore delle cose”, un tema che continua a coltivare per la rivista “Doppiozero”.

La cosa che mi piace di più di me.

L’ostinazione.

Il mio principale difetto.

Non saper raccontare le barzellette.

La volta che sono stata più felice.

Quando ho trovato l’uomo della mia vita.

In famiglia mi chiamano…

Scimmia isterica o maestro zen (più che chiamare, mia figlia mi descrive come…).

L’errore che non rifarei.

Il tempo perso della politica degli anni Settanta.

La persona che invidio di più.

Marilyn Monroe.

La persona che ammiro di più.

L’autore del fumetto “Kelvin & Hobbes”, Bill Watterson.

Un libro da portare sull’isola deserta.

“Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” di Carlo Emilio Gadda.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.

Mettere dei tacchi da 12.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Nell’ultimo collegio docenti, come in tutti quelli precedenti.

Mi sono sentita orgogliosa quando…

Mia figlia ha vinto il premio Calvino.

La mia occupazione preferita.

Scrivere di comico e di colori.

Il luogo dove vorrei vivere.

Una casa che dà sul lago.

Il colore che preferisco.

Il giallo di cadmio.

Il fiore che amo.

Il girasole.

Il mio piatto preferito.

La zuppa di pesce.

Il mio musicista preferito.

Ryūichi Sakamoto.

Il mio pittore preferito.

Felice Casorati. 

Dico bugie solo…

Purtroppo non ne sono capace, di dire bugie.

La mia paura più grande.

Perdere la vista.

Il giocattolo che ho amato di più.

L’orso.

L’oggetto a cui sono più legata.

L’orso di peluche, quello.

La massima stravaganza della mia vita.

I miei matrimoni.

Il mio primo ricordo.

Una scala che scricchiola in una casa di un medico tedesco che aveva una libreria di libri antichi e che assomigliava a Freud.

Dove mi vedo tra dieci anni.

Sotto terra.

Il Pfleger di Laives

Per tutto il medioevo e fino agli albori del Novecento, l’economia di Laives era incentrata sul commercio di legname controllato soprattutto dal Vescovo di Trento e dai suoi ministeriali, i Liechtenstein. La sua commercializzazione verso i lucrosi e insaziabili mercati del Nord Italia e della Germania meridionale richiesero molta manodopera e l’intera società era strutturata sulle occorrenze di boscaioli, carrettieri e compagnie di zatterieri.
A Laives sorgeva uno dei maggiori depositi di legname, la “Liechtensteinerreif”. Chiunque vi volesse depositare del legname doveva corrispondere un tributo ai Liechtenstein, a loro volta grandi proprietari di boschi e quindi di legname. Come sia iniziato il commercio di legname non si è mai appurato. Sicuramente l’iniziativa partì dai contadini del Monte Regolo, intenzionati a vendere qualche tronco nel fondovalle. Poi, visto il crescente successo dell’attività, a costoro si aggiunsero altri possidenti fino ad arrivare alle dimensioni “europee” del Sette- e Ottocento. La persona incaricata di riscuotere per conto dei Liechtenstein il tributo dai contadini, che potevano vendere in prima persona o tramite intermediari il proprio prodotto, era denominata “Pfleger” (curatore) e aveva la sua sede stabile presso la casa di proprietà dei conti denominata “Unteres Schloss”, castello inferiore. Da questo Pfleger prese poi il nome l’edificio che ancora oggi si chiama “Pfleg”, unica proprietà che, insieme ai masi Unterberg / Sottomonte e Weisshaus, i Liechtenstein non concessero mai in affitto.
Tramontata l’era dei conti, nel 1758 la Pfleg insieme a molti altri possedimenti fu ceduta in blocco al convento di St. Ulrich e Afra di Augsburg, che di fatto divenne uno dei grandi proprietari terrieri di Laives. Da questo in epoche successive la Pfleg passò ai von Reich e, quindi, dai Kurzel, altra grande famiglia laivesotta, agli Ebner. Che la Pfleg fosse inoltre un rinomato e frequentatissimo luogo di ritrovo è documentato ampiamente dai giornali dell’epoca. Così dalla “Bozner Zeitung” apprendiamo che l’8 dicembre 1898 il coro maschile di Bolzano, a bordo di quattro carrozze trainate da cavalli, raggiunse Laives e precisamente la Pfleg di Alois Ebner. Tra canti, costine di maiale, castagne annaffiate da “ottimo bianco e rosso cresciuto nelle ‘laite’ di Laives”, trascorse una memorabile giornata arricchita, sul finire, anche da una divertente battaglia a palle di neve. Verso le 19, quando la valle era già immersa in un buio profondo, tra canti e risate la compagnia rientrò a Bolzano, ripromettendosi di tornare quanto prima nell’ospitale casa del signor Ebner.

Copyright foto: Gianni Beordo

Autore: Reinhard Christanell

La cultura, per dare senso alle cose in tempo di pandemia

Rispetto alla scorsa primavera questi giorni presentano allo stesso tempo un elemento di continuità e una grande novità, entrambi faticosissimi da gestire.
L’aspetto che ben conosciamo è la mutevolezza del quadro di riferimento, ovvero delle regole che siamo chiamati a seguire. Ogni tot giorni il quadro cambia e lo sforzo che ci viene richiesto per capire cosa possiamo e non possiamo fare è davvero notevole, anche perché le regole non cambiano dappertutto allo stesso modo, ma si articolano in maniera diversa anche grazie (?) alla nostra autonomia. Il territorio altoatesino poi, com’è noto, presenta una complicazione in più rappresentata dalle grandi differenze oggettivamente presenti tra le città – il capoluogo in particolare – e le realtà rurali.
Fin qui la continuità. Ma – facendo gli scongiuri e mantenendo quindi fede alla possibilità di evitare un nuovo lockdown generalizzato – questo autunno ha aggiunto un nuovo elemento, che sta provocando inquietudine e purtroppo anche potenziali tensioni sociali.
Le “restrizioni” progressivamente operate sulla scia dei dcpm di ottobre 2020 infatti hanno di fatto spaccato il paese, bloccando alcune parti di esso e invece consentendo ad altre di proseguire la propria attività. L’intento, di per sé meritorio, è quello di arginare le fonti di contagio, ma a livello sociale si è creata una situazione ed è difficile non intravvedere una scelta di fondo in merito a ciò che viene ritenuto prioritario oppure no nella tenuta del sistema. Con la temporanea eccezione proprio del territorio altoatesino, tra i settori “fermati” c’è stato quello della cultura e dello spettacolo, troppo spesso erroneamente associato al solo “tempo libero”. La scrittrice e matematica Chiara Valerio nei giorni scorsi ci ha ricordato che, in realtà, l’attuale situazione va superata attraverso uno sforzo culturale, che consenta innanzitutto di mettersi all’ascolto, per poi capire, interpretare e “superare” l’ansia per la propria salute e il concreto mantenimento del proprio stile di vita. Per questo il blocco delle attività culturali e il ritorno della scuola alla didattica a distanza oggi ci impongono degli interventi seri di compensazione, che però non possono essere solo economici. Di informazione di qualità, opinioni autorevoli, spunti di riflessione, arte e cultura ne abbiamo davvero un enorme bisogno, per riuscire a trovare – nonostante tutto – un nuovo equilibrio.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Uno scrigno di segreti nella chiesa di Maia Bassa

MERANO A vederla dell’ esterno, la chiesa parrocchiale di San Vigilio a Maia Bassa in via Trogmann, non ci dice molto. La costruzione ci appare relativamente moderna con una facciata rielaborata in stile romanico dall’architetto Clemens Holzmeister nel 1936, ma in realtà è uno degli edifici religiosi più antichi di Merano.
Dedicata al santo martire trentino, vescovo di Trento (Roma 355 – Val Rendena 405), evangelizzatore della valle dell’ Adige e patrono delle diocesi di Trento e Bolzano-Bressanone, racchiude entro sé diversi stili e relativi secoli di storia.
Dell’ antica costruzione romanica rimane ben poco, un altorilievo del XII secolo e la base della torre campanaria rimaneggiata nel 1501. Tornando all’altorilievo romanico, compare un’immagine singolare, forse unica in regione: sono rappresentati la Luna e il Sole in maniera antropomorfica, di gusto tipicamente espressionista. Simboleggiano il “ femminile” , la Luna, e il “maschile” , il Sole. Quest’ultimo assurge all’ immagine di un leone. Accanto a essi, due catene intrecciate di matrice tipicamente celtica, antichi simboli cosmici di interazione fra gli opposti.
La chiesa, modificata una prima volta nel 1401 nelle forme del gotico, racchiude affreschi del XV secolo, pale d’altare del 1600 dedicate a San Vigilio (Melchior Stoelzl) e a Maria (Christoph Helfenrieder). Mentre gli affreschi della nuova chiesa, rivoluzionata da Holzmeister, saranno eseguiti dal pittore bolzanino Rudolf Stolz, con opere del 1936-1938. Fra essi, l’artista dipingerà una pregevole Crocifissione all’interno del catino absidale, che ricorda da vicino le opere di Matisse e di Chagall.

Copyright fotos: ManfredK

Autore: Flavio Schimenti

La Città Nuova-Neustadt di Sebastian Altmann

Nel 1859 con l’arrivo della linea ferroviaria Bolzano-Verona la città si risveglia dal torpore medievale. La classe dirigente e la borghesia bolzanina sviluppano infatti un nuovo interesse ad aprire la città a tutto ciò che è innovativo a livello internazionale. Il guscio del centro storico che ha avviluppato, protetto e difeso Bolzano e il suo territorio nel corso dei secoli, diventa improvvisamente troppo stretto ed estremamente limitato. Nel capoluogo altoatesino viene chiamato da Monaco l’architetto Sebastian Altmann al quale verrà dato l’incarico di “architetto civico”. Altmann avrà il compito, di immaginare una nuova città. Bolzano doveva proiettarsi verso la modernità e il nuovo secolo imminente, nel più ampio respiro di una cultura europea. Egli, tracciato il viale della Stazione per collegare il blocco dei complessi edilizi ferroviari al centro antico, si dedicherà a riqualificare l’intera area urbana.

Per l’architetto di Monaco la Nuova Città deve essere ariosa, godere di ampi spazi, grandi aree verdi, viali alberati, zone adatte al passeggio ed allo svago. Gli edifici, tutti di un certo decoro e di pregio, devono trovare giusta collocazione all’interno di tali aree così concepite e progettate. Tutto ciò farà traslare la città, rispetto al nucleo originario, verso Sud e parallela al corso del Talvera, in una sorta di sistema a pettine. Nasceranno quindi i grandi viali alberati dell’attuale via Dante, via Carducci e tutte le strade di raccordo parallele. Viali dove verrà piantato il platano, tutt’ora presente, pianta cara ai filosofi greci, agli imperatori e simbolo della “dea madre”. Ville ed edifici di notevole importanza troveranno collocazione entro gli spazi della nuova città. Oltre all’edilizia abitativa Altmann progetterà: la collocazione del nuovo Tribunale di Bolzano (oggi Comando della Legione Carabinieri, con annesso Carcere), il nuovo Ospedale, le Caserme e altre opere di servizio. Tale griglia urbanistica comprende inferiormente anche la parte prospiciente all’Isarco, attuale via Garibaldi, collegando così l’ intero sistema alla zona ferroviaria. Gli architetti civici che gli succederanno allungheranno questa nuova città verso via Cassa di Risparmio, modificandone però il modello. Secondo Altmann, Bolzano doveva diventare una grande “Città giardino”e ritroviamo tracce di tale idea proprio ripercorrendo le vie e le strade da lui realizzate. Oggi, sotto l’ombra dei platani secolari, ci sembra ancora di sentire il sussurro, i pensieri e le parole degli antichi filosofi.

Atore: Flavio Schimenti

Torna Docu.emme al Centro per la cultura

In foto: una scena da “Avevo un sogno”

Dal 4 novembre al 16 dicembre ritorna “Docu.emme”, la rassegna dedicata al documentario contemporaneo organizzata da Mairania 857. Le proiezioni si tengono il mercoledì alle 20.30 al Centro per la Cultura e sono e a entrata libera.

Il ciclo, curato da Daniel Mazza e Deborah Nischler, ripropone nell’edizione autunnale sette film che non è stato possibile proiettare questa primavera. Perché gettano uno sguardo critico sul nostro presente e trattano temi che interrogano un po’ tutti. Perché con il loro stile narrativo originale introducono lo spettatore nel mondo del cinema documentario europeo e internazionale. Mercoledì 4 novembre Docu.emme apre con “Avevo un sogno” di Claudia Tosi. Dalle lotte femministe contro Berlusconi alle ultime elezioni politiche del 2018, il film esplora l’Italia, attraverso l’azione politica e la vita quotidiana di due donne molto combattive: Manuela e Daniela che sognano di cambiare il proprio Paese. Sostenute solo dalla loro profonda amicizia e dalla passione politica, Manuela, onorevole del Parlamento italiano, e Daniela, consigliera comunale e poi assessora, testimoniano un cambiamento che non si sarebbero mai aspettate: la morte della politica rappresentativa e l’ascesa del populismo. Combattute tra il senso del dovere e il desiderio di lasciare, Manuela e Daniela cercano di dare un senso alla loro avventura politica. Lo humour e l’autenticità delle protagoniste dona luce e inaspettata leggerezza a uno scenario che riflette i tempi bui che l’Italia sta affrontando. La rassegna prosegue con “La scomparsa di mia madre” (11 novembre): un ritratto che il regista Beniamino Barrese fa di sua madre, l’ex modella iconica degli anni ’60 Benedetta Barzini, desiderosa di lasciare tutto e scomparire. Il 18 verrà proiettato “Sicherheit 123”, una riflessione dei registi Julia Gutweniger e Florian Kofler, presenti in sala, sul rapporto tra tecnologia e natura e tra natura e uomo. “Searching Eva” (25 novembre) di Pia Hellenthal è invece una riflessione sull’espressione di sé e sull’intimità in tempi di social media.
A dicembre gli ultimi tre appuntamenti. In “Una Primavera” (2 dicembre) Valentina Primavera racconta la storia della propria madre, decisa a evadere dal carcere della violenza domestica. Con “Dicktatorship” (il 9) Gustav Hofer e Luca Ragazzi indagano in modo divertito sull’atteggiamento degli italiani verso l’immagine della mascolinità.
nfine “Die Götter von Molenbeek” (il 16) di Reetta Huhtanen porta lo spettatore in un quartiere multiculturale di Bruxelles dove alcuni bambini si pongono domande importanti sul senso della vita.