“Bugie? Servirebbe buona memoria!”

Arta Ngucaj nasce a Valona (Albania) nel 1978, ma vive e lavora a Bolzano dal 1993. Si è laureata in Pittura all’Accademia delle Belle Arti di Bologna nel 2006. È un’artista poliedrica che espone in Italia e all’estero in mostre personali e collettive, utilizzando diversi media espressivi che spaziano tra pittura, performance, fotografia, installazione e video. Dal 2007, come abbiamo visto nello scorso numero, lavora in coppia insieme all’artista Arben Beqiraj sotto il nome d’arte Scaf.Scaf. 

La cosa che mi piace di più di me.

Creatività e determinazione.

Il mio principale difetto.

La schiettezza. 

La volta che sono stata più felice.

Lo sono tutti i giorni, sapendo in salute tutte le persone a me care.

La volta che sono stata più infelice.

Quando ho perso amici o persone a me care. 

Da bambina sognavo di diventare…

Artista.

L’errore che non rifarei.

Li rifarei tutti, visto che ne ho sempre tratto degli insegnamenti. 

La persona che invidio di più.

Non invidio.

La persona che ammiro di più.

I miei genitori.

Un libro da portare sull’isola deserta.

Quelli di mio padre. 

Il capriccio che non mi sono mai tolta.

Lanciare una linea di abbigliamento.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Purtroppo ogni volta che mi vengono attribuite cose non dette o fatte. 

La mia occupazione preferita.

Essere d’aiuto al prossimo.

Il luogo dove vorrei vivere.

Ovunque c’è la mia famiglia.

Il colore che preferisco.

Rosso.

Il fiore che amo.

Le rose profumate.

Il mio piatto preferito.

Pesce.

Il mio musicista preferito.

Fabrizio de André.

Il mio pittore preferito.

Edward Munch. 

Del mio aspetto non mi piace.

La statura. 

Non sopporto…

La falsità e l’ipocrisia. 

Dico bugie solo…

Preferisco non dirle. Per dirle servirebbe una buona memoria.

La mia paura più grande.

Quando la morte busserà alla porta della mia famiglia. 

La disgrazia più grande.

L’indifferenza.

L’oggetto a cui sono più legata.

Non sono legata agli oggetti, ma alle persone.

La massima stravaganza della mia vita.

2 tuffi da 10 metri in una piscina di Berlino.

Per un giorno vorrei essere…

Un politico. 

Nel mio frigo non manca mai.

Yogurt naturale. 

Mario Capecchi: il ragazzo di strada della “Bassa” che vinse il Nobel

È Egna il set del nuovo film di Roberto Faenza, “Resilient”, biopic sulla storia di Mario Renato Capecchi, vincitore nel 2007 del Premio Nobel per la Medicina, la cui incredibile storia ha inizio proprio in Bassa Atesina. Da bambino, infatti, dopo la deportazione della madre, Mario Capecchi si era ritrovato a vivere la strada in diverse città del Nord Italia. Una storia che va, come lui stesso disse, “dagli stracci alla ricerca”.

Chi era Mario Capecchi?
Capecchi nacque a Verona nel 1937 e la sua vita fu complicata fin dai primi anni: perse infatti il padre, Luciano Capecchi, chiamato alle armi in Libia durante il periodo del colonialismo fascista in quanto pilota dell’Aeronautica militare, e fu allontanato dalla madre, Lucy Ramberg, che dopo la morte del marito si era trasferita in Alto Adige (a Costalovara, sull’altipiano del Renon) ed era una poetessa e attivista del gruppo Bohemiens, arrestata dalle SS come prigioniera politica nel 1941 e in seguito deportata nel campo di prigionia nazista di Dachau. Prima dell’arresto, ha raccontato Capecchi in un’intervista rilasciata alla giornalista Carina Dennis, la madre aveva venduto tutti i propri averi per assicurare al figlio le cure di una famiglia di contadini sudtirolesi; ma i soldi inspiegabilmente finirono e pochi mesi dopo, a soli quattro anni, il piccolo si ritrovò a vagabondare senza una casa in Bassa Atesina. Questa intervista è uscita nel 2004 su “Nature”, ed è intitolata “From rags to research” (“Dagli stracci alla ricerca”): “Il mio messaggio è che chiunque, in qualunque circostanza, può farcela”, spiega Capecchi, raccontando anche di come si ritrovò a dover mendicare e rubare assieme ad altri piccoli gruppi di bambini. Fu allora che nella sua storia accadde qualcosa di incredibile: alla fine della guerra la madre venne liberata e, dopo un anno, riuscì a ritrovarlo. Nel 1946 si imbarcarono e attraversarono l’Oceano alla volta degli Stati Uniti. Ad aspettarli, lo zio di Capecchi, Edward Ramberg, professore di fisica. 
Trovata la pace, Capecchi crebbe e a nove anni iniziò le scuole elementari, senza sapere l’inglese, né leggere, scrivere o fare di conto. Nonostante i suoi insegnanti sostenessero che non sarebbe mai potuto andare al college, intraprese un percorso di studi universitari, prima al MIT di Boston e poi a Harvard. Nel 1967 conseguì il Dottorato di Ricerca all’Università di Harvard, studiando sotto la supervisione di James D. Watson, il biologo che – con Francis Crick, Maurice Wilkins e Rosalind Franklin – scoprì la struttura della molecola di DNA. L’Enciclopedia Britannica riporta che Capecchi iniziò a lavorare alla ricerca sul ‘gene targeting’, che nel 2007 l’avrebbe portato a vincere il Nobel, nel 1980. 

L’incontro con la sorella
Ma la storia di Capecchi, e il suo legame con l’Alto Adige, non finisce qui. Due anni dopo la nascita di Capecchi, la madre aveva dato alla luce la figlia, nata da una seconda relazione: Marlene Boneli, la sorellastra di Mario. E quando, nel 2007, Capecchi vinse il premio Nobel, la sorella (che a lungo aveva lavorato come casellante nel nord Tirolo) lo riconobbe in televisione e sui giornali. Fu il preciso lavoro di Isabelle Hansen, giornalista del Dolomiten, quotidiano locale in lingua tedesca, che permise a Marlene e Mario di incontrarsi di nuovo. Marlene sapeva di avere un fratellastro, e sapeva che la madre era stata deportata, ma era convinta fossero morti. Entrambi – Capecchi e la sorella – avevano cercato informazioni sulle proprie origini e sulle sorti dell’altro, ma senza fortuna. Dopo molti anni, finalmente, si sono potuti rincontrare, proprio qui, in Alto Adige.

Il regista e il film 
Roberto Faenza aveva già lavorato in Trentino-Alto Adige. È del 2014 il suo “Anita B.”, con Eline Powell e Robert Sheehan, girato per lo più tra Fortezza, Egna, Bolzano e Merano. Il regista ha all’attivo oltre venti pellicole. Meritano senz’altro di essere ricordate, oltre a “Sostiene Pereira”, tratto dall’omonimo romanzo di Antonio Tabucchi e con Marcello Mastroianni, anche “Jona che visse nella balena”, “Prendimi l’anima” e “Un giorno questo dolore ti sarà utile”. Nel cast del nuovo film, tra gli altri, anche Francesco Montanari e Tonino Tosto.

LA VITA E IL FILM, IN BREVE
Mario Capecchi nacque a Verona nel 1937. Suo padre fu un pilota e sua madre una poetessa e un’attivista del movimento Bohemiens. Quando Capecchi era piccolo, la madre, Lucy Ramberg, venne deportata a Dachau. Trovatosi solo e in povertà, nonostante fosse ancora bambino Capecchi fu costretto a vagabondare e trovare modi per sopravvivere tra le strade di Bolzano e della Bassa Atesina, proseguendo fino all’Emilia-Romagna. Dopo la fine della guerra la madre lo ritrovò e insieme raggiunsero l’America, dove Capecchi poté studiare, conseguendo un dottorato di ricerca sotto la supervisione di James Watson. Nel 2007, vinse il Premio Nobel per la Medicina e, dopo molti anni, rincontrò la sorellastra, Marlene Bonelli, in Alto Adige.
A Egna, il regista Roberto Faenza sta girando il suo nuovo film, “Resilient”, basato sulla biografia di Mario Capecchi. Roberto Faenza ha già lavorato in Alto Adige. “Anita B.”, un suo film del 2014, venne girato prevalentemente tra Bolzano, Fortezza, Egna e Merano. L’uscita del film è prevista per il 2021.

Autore: Alex Piovan

La “Au” tra Bolzano e Laives

La piana di Bolzano, caratterizzata dalla presenza di due fiumi impetuosi quali l’Adige e l’Isarco, che nel corso dei millenni l’hanno plasmata e poi rimodellata un’infinità di volte (pare che dopo l’ultima era glaciale si sia alzata di oltre 100 metri), copre un’area molto ampia che arriva fino alla periferia di Laives. Dal medioevo in poi, quando Laives e Bolzano formavano un’unità politico-amministrativa (definitivamente spezzata dal nuovo ordinamento comunale asburgico del 1849), la maggior parte di questo terreno era dominio pressoché incontrastato dei due fiumi e soltanto nei periodi di “magra” era adibito a pascolo del bestiame cittadino e ad attività occasionali quali raccolta di legname, pesca e coltivazioni stagionali del tutto marginali. Tuttavia, fin dal 1550 sono note ripetute disposizioni del governo di Innsbruck che suggerivano insistentemente un utilizzo più razionale dell’enorme area e, soprattutto, la bonifica della stessa da una pletora di personaggi dediti al malaffare che impedivano il pacifico transito di persone e merci, già allora molto intenso grazie alla presenza alle porte di Laives del porto di Bronzolo. Insomma, la tratta stradale (poco più di un tratturo) tra Bolzano, Unterau (S. Giacomo), Sissa (Pineta) e il comune rurale di Laives era infestata da fuorilegge di ogni lega, una sorta di far west che costringeva i viandanti a viaggi avventurosi per non farsi depredare dei propri beni e della stessa vita.
I suggerimenti governativi andavano nella direzione di una bonifica anche parziale del terreno paludoso e dell’assegnazione di piccoli appezzamenti alle famiglie indigenti del luogo affinché vi potessero coltivare i beni di prima necessità e nel contempo garantire la sicurezza della pubblica via. Ma le resistenze a questi progetti non mancavano, in quanto la “Au” (augia), sia a nord che a sud dell’odierno Agruzzo, rappresentava l’unico pascolo dei cavalli e buoi degli allevatori e dei carrettieri della zona. Al termine di una lunga controversia tra Bolzano, Dodiciville e Laives, fu raggiunto un accordo che prevedeva l’assegnazione della parte settentrionale della “Au” al Comune di Bolzano e quella a sud del Vurza, con un’estensione di circa 100 ettari, al Comune di Laives. Dodiciville mantenne alcuni diritti (come la raccolta della paglia) su entrambi i territori.
Nei primi anni il Comune di Laives non modificò la destinazione dei terreni che in sostanza rimasero pascolo, e solo in seguito alla riforma agraria di Maria Teresa e alla definitiva regolazione dell’Adige iniziò a migliorare anche i fossati e ad assegnare i terreni (le odierne “part”) ai contadini del luogo.

In foto principale: Vista di Laives negli anni ’40
Copyright: Gianni Beordo

Autore: Reinhard Christanell

I Parassiti #5: la dorifora

Il mito della dorifora paracadutata dagli Americani sui territori nemici è la reputazione di questo coleottero, divenuto famoso durante il secondo conflitto mondiale, soprattutto per essere la causa primaria dei danni all’agricoltura subiti della Germania. Addirittura, anche dopo la fine della guerra continuarono paure, speculazioni, congetture e supposizioni, più o meno fantasiose, da parte di alcuni Stati dell’Europa dell’Est nei confronti della mano che aveva diffuso questo flagello. Nelle scuole, nelle stazioni, negli uffici postali furono affissi proclami di mobilitazione generale; fu ingaggiata anche “La formica Ferda”, popolare eroina dei fumetti! Nei campi, schiere di studenti guidati da adulti catturavano la dorifora tra le file di patate gettandola in una bottiglia contenente petrolio. Anche il socialismo premiava chi ne raccoglieva di più, mentre puniva coloro che si opponevano alla collettivizzazione dei campi e tradivano la patria infischiandosene della lotta all’ultima patata. A metà degli anni Cinquanta, a un certo punto, gli Usa dovettero intervenire. L’ambasciata americana a Praga inviò al ministro dell’agricoltura una nota dove, ironicamente, smentiva le presunte responsabilità americane nella diffusione della piaga: “L’ambasciata dubita che la dorifora, anche nella forma più vorace, possa consumare l’amicizia che lega i nostri due paesi.” Originaria del Messico e del Colorado, in realtà, la dorifora era presente in Inghilterra già dalla seconda metà del 1800. In Europa si diffuse rapidamente durante il secondo conflitto mondiale, nascosta tra gli approvvigionamenti militari. In Italia giunse nel 1944. Facilmente riconoscibile anche da un occhio inesperto per via delle strisce nere sul corpo di colore giallo ocra è un defogliatore naturale. Presenta tre generazioni all’anno e quattro stadi di sviluppo: A) uovo (giallo/arancio) B) larva (capo e zampe nere e due file laterali di placche nere lungo l’addome arancio) C) pupa D) adulto. Già le larve rovinano le colture. I danni riguardano l’apparato fogliare. Colpisce le solanacee, patate in primis, ma anche melanzane e più raramente pomodori e peperoni.
Rimedi: 1. Rimozione manuale. 2. Olio di Neem (Azadirachta indica): un cucchiaino da diluire in 500 ml di acqua ed irrorare di sera tramite spruzzino – Carenza 3/6 giorni. 3. Bacillus thuringiensis (varietà kurstaki e tenebrionis), insetticida biologico a base di batteri sporigeni estremamente selettivi in grado di uccidere le larve di lepidotteri. È totalmente innocuo per gli impollinatori e anche per le coccinelle. Carenza: 3 giorni. 4. Piretro naturale: 2 ml da diluire in 500 ml di acqua con l’aggiunta di un cucchiaino di aceto, irrorare la sera tramite spruzzino. Carenza: 3 giorni. 5. L’imenottero parassitoide oofago Edovum puttleri. 6. L’antagonista predatore Zicrona caerulea.

Autore: Donatello Vallotta

Una “Città Giardino” frutto del sogno di due illuminati

C’è una differenza sostanziale che caratterizza Merano dalle altre città dell’Alto Adige: la grande quantità di verde, anche all’interno dei propri spazi urbani. Per rendersene conto, oltre che godere dei propri viali alberati, parchi e giardini pubblici o privati, basta osservare anche solo distrattamente una immagine della città dall’alto. Ma tutto ciò non è frutto del caso: durante la progettazione dell’evoluzione di Merano come meta turistica, venne chiamato dall’allora sindaco l’urbanista Theodor Fischer, che venne incaricato di elaborare un progetto – impervio compito – e di collegare l’antico centro storico con la nuova stazione ferroviaria. Fischer guardò all’Inghilterra e alle “città giardino”, sull’impronta degli architetti utopisti, che stavano sorgendo in quel periodo. L’idea di base era quella di creare quartieri isolati circondati da “cinture verdi”, entro i quali porre gli edifici. Nel caso di Merano si trattava dei grandi alberghi, le ville, le residenze e gli edifici di servizio.

Così facendo, i grandi complessi alberghieri come il Bellevue, Europa, Excelsior, Metropol ed altri, potevano godere di ampi e vasti giardini. Fischer tracciò l’asse viario dell’Hasburgerstrasse (oggi Corso Libertà), e su questo dipanò una trama, una griglia, con viali alberati ,entro i quali porre le costruzioni. Mentre lungo le sponde del Passirio vennero collocati gli edifici di servizio ai turisti e alla cittadinanza. Il teatro civico, il Kursaal, le passeggiate del Lungopassirio, quelle d’Estate, d’Inverno, Gilf, Tappeiner, i ponti della Posta e del Teatro. Fu proprio grazie a questa intuizione urbanistica che Merano assurse a metà del turismo internazionale. Parlavamo dei viali alberati,i quali ancora sono presenti a Merano: la pianta scelta fu il platano. Albero sacro ai Greci, rappresentava la Dea Madre ed era sempre vicino ai loro templi. Socrate faceva lezione all’ombra dei platani. Diffusa nel Rinascimento e cara a Napoleone (che la diffuse in tutta Europa) e anche alla Casa d’Asburgo che ne fece simbolo imperiale.
Merano quindi “Città Giardino” frutto di un sogno, realizzato, di un illuminato sindaco e un creativo urbanista, Theodor Fischer.

Copyright: IDM Alto Adige / Stefan Stefan Schütz

Autore: Flavio Schimenti

Un motivo in più

Sarà un caso, ma in questo periodo di pandemia stanno fioccando le novità editoriali in Alto Adige.
Si spazia dalla narrativa alla saggistica, si propongono nuove edizioni di vecchi classici dell’editoria locale e, naturalmente, a mettersi in gioco sono sia le case editrici che i singoli autori, grazie alle sempre crescenti opportunità offerte dall’autoproduzione.
Purtroppo le presentazioni pubbliche dei nuovi libri stentano a riprendere, svuotando un po’ le biblioteche e le librerie dal loro ruolo aggregativo, ma il periodo – si sa – non è dei migliori e l’auspicio è che le prossime settimane non ci riservino ulteriori restrizioni nella vita pubblica.
Una cosa è certa: gli autori non mancano. Così come – è il nostro auspicio e veniamo dunque al punto – i lettori.
Nella scorsa primavera abbiamo vissuto tutti per la prima volta l’esperienza di dover restare tappati in casa, con le nostre attività – fossero essere di studio e di lavoro, ma anche del tempo libero – “sospese” fino a nuovo ordine. Ebbene: molti di noi ne hanno approfittato per dedicarsi alla lettura, quella vera, cercando di sfuggire al vortice delle notizie spesso confuse e allarmanti relative al Coronavirus. Leggere un libro infatti – a molti sembra banale ma non a tutti di certo – è un’attività che di per sé “fa bene”, intrattenendo in modo equilibrato e consentendo spesso di imparare, approfondire e magari anche capire meglio noi stessi e il mondo che ci circonda.
Naturalmente non tutti i libri sono altrettanto importanti e di qualità, e questo vale anche per l’editoria locale. Ma c’è un unico modo per scoprirlo: leggere. E quindi discernere, anche nell’ottica delle letture future, magari consigliando parenti e amici.
Un po’ più in grande, forti delle nostre 77.500 copie complessive, anche noi di QuiMedia cercheremo di svolgere questo compito nei prossimi numeri dei nostri giornali. Anche sulla scia delle sollecitazioni che sempre più spesso ci giungono in redazione, non solo dal nostro editore ma anche e soprattutto da parte di altre case editrici e anche privati cittadini autori che – grazie a dio – ancora scelgono di passare il loro tempo riflettendo, raccontando e quindi scrivendo. Prendendosi appunto il tempo e invitando noi a fare altrettanto.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Nascita e storia di Oltrisarco

Oltrisarco, in lingua tedesca Oberau, ha una storia antichissima e recente allo stesso tempo. Nell’attuale via Trento per secoli era presente la Porta Trento, via di accesso alla città per chi proveniva da Sud. Nella zona di ponte Loreto erano state collocate strutture ai margini della città, come il Lazzaretto gestito dall’Ordine Teutonico e altre strutture di servizio sotto il controllo dei Signori di Aslago, la cui residenza era la Niederhaus. Dall’alto il controllo della piana era dato dal castel Flavon/Haselberg. Il fondovalle essendo soggetto a diverse esondazioni dell’Isarco, almeno fino al consolidamento definitivo degli argini del XIX secolo, era scarsamente abitato e la strada da Nord a Sud, che partiva dalla chiesa di San Giacomo, passava sulle montagne a mezzacosta attraversando Aslago, Virgolo, Cardano e poi salendo sull’altipiano del Renon. La situazione cambiò drasticamente con le bonifiche e la realizzazione della ferrovia.
Nel 1859 venne realizzata la linea ferroviaria Verona-Bolzano e nel 1882 venne completata la bonifica della piana Atesina. Alla costruzione della ferrovia e alla bonifica parteciparono migliaia di maestranze, provenienti in gran parte dal Trentino e dalle zone limitrofe. Tali lavoratori poi resteranno in zona e Bolzano, avendo vietato l’immigrazione di italiani, concederà l’insediamento nell’allora Comune di Dodiciville, a cui Oltrisarco apparteneva. In poco meno di vent’anni, lungo l’attuale via Claudia Augusta, sorsero quindi centinaia di edifici e relative strutture di servizio. Le relative architetture varieranno dallo stile storicista, all’Ecclettismo, allo Jugendstil. In tal senso di grande pregio stilistico ad Oltrisarco troveranno collocazione la struttura del Tiro a segno del 1912, oggi sede delle Poste, in piazzetta Bersaglio; le Scuole Elementari Tambosi e la relativa Scuola Materna realizzata dall’architetto civico bolzanino Gustav Molte fra il 1911/12. Nel 1910 venne quindi progettata nel gusto Jugendstil la chiesa del S.S. Rosario, poi rivista nel 1920 nelle forme attuali e definitivamente inaugurata il 13 ottobre del 1935.

In foto principale: Il primo progetto della chiesa del S.S. Rosario

Autore: Flavio Schimenti

Immaginare mondi possibili

Frida Carazzato, classe 1980, vive a Bolzano da dieci anni e lavora in qualità di assistente curatoriale a Museion – Museo d’arte moderna e contemporanea. Dopo la laurea in filosofia a Padova, ha conseguito un master e successive formazioni sempre in ambito artistico. I viaggi, il cinema, il teatro, la danza così come gli incontri più inaspettati continuano a essere per lei una costante nella formazione personale e lavorativa.

La cosa che mi piace di più di me stessa.
Riesco ad addormentarmi ovunque!

Il mio principale difetto.
Non ne ho uno principale, ma infiniti secondari.

Da bambina sognavo di diventare…
un’eroina con super poteri, costume dotato di mantello e moto roboante.

La persona che ammiro di più.
Tutte le persone che ho scelto come compagne di viaggio.

Un libro da portare sull’isola deserta.
“Cent’anni di solitudine” per popolarla di tutti quei fantastici personaggi.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.
Una prima alla Scala, ma ci sto lavorando!

L’ultima volta che ho pianto. 
Ieri.

Il paese dove vorrei vivere. 
Lasciatemi ancora viaggiare e poi forse riesco a fare una classifica.

Non sopporto…
la discriminazione in tutte le sue forme.

La qualità che preferisco in un uomo… 
non faccio distinzione tra generi, per me una qualità importante in una persona è l’attenzione verso l’altro.

Dico bugie solo…
per immaginare mondi possibili.

La mia paura maggiore. 
Perdere i ricordi.

Il giocattolo che ho amato di più.
Un orso di peluche.

La massima stravaganza nella mia vita.  
Ho avuto per molto tempo un’amica immaginaria ed ero una sonnambula piuttosto attiva, per cui mi risulta difficile classificare le successive.

Il mio primo ricordo.
Il cortile di casa.

Dove mi vedo tra dieci anni.
Sotto una palma da cocco, con un gin tonic.

Per un giorno vorrei essere.
Mina.

Nel mio frigorifero non manca mai… 
una bottiglia di Vermouth.

Se fossi un animale sarei…
un lemure danzante.