Sguardi

Il cielo, in questi ultimi giorni di marzo, è ricco di squarci di sereno e di cumuli più o meno solitari che collassano in lungo e in largo, con piogge e virghe nevose. Anche nel Burgraviato, quanto a Bolzano e in Bassa atesina basta, infatti, spostarsi di poche centinaia di metri per trovarsi fradici come pulcini o avvertire le prime arsure primaverili; si tratta perlopiù di fenomeni iperlocalizzati, trascurabili e non strutturati per apportare ingenti quantità idrometeoriche. Tese e fastidiose le raffiche di vento da nord-est – di grecale o tramontana o bora che dir si voglia, a seconda della zona – scapigliano capelli, umori e vestiti. In ambito nazionale, invece, si registrano intense grandinate a chicchi piccoli in E/R, nubifragi estivi in Piemonte, Liguria e Toscana, evidenziando, se ancora ce ne fosse bisogno, il grande riscaldamento nell’hotspot mediterraneo e con una goccia fredda a spasso per il Meridione. Ricordiamoci che 1°C in più fa sì che 1m³ d’aria contenga 7 gr. di vapore acqueo in più, il carburante prediletto dagli eventi estremi (consideriamo però l’altezza di tutta la colonna, con troposfera più bassa in inverno e più alta d’estate). Ma è sempre il territorio a mostrarci i segni e gli sfregi dell’incuria e dell’incapacità politica di adeguarvisi. Nelle piane e lungo l’Adige gli alberi d’alto fusto, dapprima disadorni, dai rami aggrovigliati e spogli, iniziano a verdeggiare con l’emissione delle foglioline. Se li fissiamo, i colori del panorama cangiano di giorno in giorno, proprio perché la vegetazione sui pendii scoscesi dei monti muta e si trasforma: è sufficiente guardare fuori dalle grandi finestre del treno per accorgersene. Le città, mentre si passeggia, si caricano di tinte pittoresche grazie a forsizie, camelie, mimose, magnolie, ciliegi e aiuole composte a regola d’arte, con i petali delle viole a brulicare alle brezze pomeridiane. La terra degli orti è stata vangata ed è pronta ad accogliere le prime piantine, oramai scalpitanti nei semenzai, come del resto i vasi sul BalconORTO; ma per la maggior parte di esse è ancora presto e se ne riparlerà dopo Pasqua. Non è un mistero che, con questa variabilità meteorologica, talvolta compaiano pure gli arcobaleni: c’è chi lo vede e si affretta ad andare a cercare il pentolone d’oro che si celerebbe dove finisce, prima che esso svanisca. C’è anche chi spergiura di essersi accordato col folletto che lo custodisce, o chi ci nasconde di averlo già svuotato, il pentolone, senza mai averlo posseduto, tanto a saldarne l’ammanco saranno sempre altri incauti cercatori. Siamo tutti dinnanzi all’illusione ottica di migliaia di goccioline d’acqua in sospensione illuminate dai raggi del sole.

Autore: Donatello Vallotta

Sul ghiaccio tra passione e determinazione

Matteo Remotti Marnini, 25 anni, è un giovane talento del para hockey. Cresciuto a Cornaiano, frazione di Appiano, e ora residente a Bolzano, ha iniziato a giocare a para hockey all’età di 13 anni. Da 4 anni lavora alla Biblioteca Civica di Bolzano, dove unisce la sua carriera culturale con la passione per lo sport. Il ghiaccio è il suo ambiente naturale, un posto dove si sente libero e realizzato. Oggi andremo a conoscere meglio la sua passione su ghiaccio.

Ciao Matteo, quando ti sei avvicinato al para hockey?

Nel 2012, a soli 13 anni, ho visto le Paralimpiadi e ho capito che quel mondo sarebbe stato il mio. È stato un colpo di fulmine, e ho deciso di unirmi a una squadra giovanile che mi ha dato la possibilità di vivere una nuova esperienza, di mettermi in gioco in uno sport che non conoscevo ma che subito mi ha conquistato.

Cosa ti ha spinto ad avvicinarti a questo sport?

Mi ha spinto in particolare Christoph Depaoli, un compagno di squadra che aveva la mia stessa patologia, la spina bifida. Con lui ho capito che il para hockey non è solo un’attività fisica, ma un’opportunità per far parte di una comunità che condivide sfide e passioni. Inoltre, la fondazione della squadra giovanile da parte di Werner Winkler e Rupert Kanestrin ha creato un ambiente perfetto per entrare in questo sport.

Qual è il significato dello sport nella tua vita?

Lo sport è sempre stato un pilastro della mia vita. La mia famiglia mi ha sempre incoraggiato a praticarlo, e grazie a questo ho imparato a non arrendermi, a superare i limiti. Mi ha permesso di mantenere una buona forma fisica, essenziale per gestire la mia condizione, e di affrontare le difficoltà con una mentalità positiva. Lo sport mi ha anche dato la possibilità di crescere come persona, di incontrare amici e di vivere esperienze che mi hanno arricchito.

Cosa ti piace di più di questo sport?

Il para hockey è uno sport di squadra, dove il legame tra compagni è molto forte. Mi piace il fatto che non si tratti solo di un gioco, ma di un’esperienza di vita. Abbiamo la possibilità di confrontarci con atleti di tutto il mondo, conoscere persone con disabilità diverse e imparare tanto da ognuno. Ogni partita è un’opportunità di crescita, non solo sportiva, ma anche personale.

Cosa diresti a chi vuole provare il para hockey, visto che non è molto diffuso in Italia?

In Italia il para hockey è ancora una disciplina di nicchia, praticata principalmente al nord, ma il movimento sta crescendo. A chi vuole provarlo, dico che è uno sport che richiede impegno e sacrificio, ma che dà tantissime soddisfazioni. È una disciplina che ti insegna a non mollare mai e ti aiuta a sviluppare una mentalità positiva. Inoltre, fa parte di una comunità che sa davvero cosa significa lottare per raggiungere i propri obiettivi.

Quali differenze ci sono tra il para hockey e l’hockey tradizionale?

La principale differenza è che nel para hockey si gioca seduti su uno slittino, con due stecche, una per spingersi e una per colpire il puck. Anche la durata della partita è più breve: 15 minuti per periodo invece dei 20 dell’hockey tradizionale. Nonostante le differenze, il gioco rimane simile, con una grande intensità e un contatto fisico che rende ogni partita emozionante.

Hai partecipato a competizioni internazionali con la maglia azzurra. Come ti senti pensando alle Paralimpiadi 2026 in Italia?

Indossare la maglia della nazionale è sempre un onore. Ma sapere che nel 2026 le Paralimpiadi saranno in Italia dà una motivazione in più. La possibilità di competere davanti al pubblico di casa è un sogno che ogni atleta spera di vivere. Per me, rappresentare l’Italia alle Paralimpiadi di Milano-Cortina sarebbe la realizzazione di un obiettivo che ho da sempre.

Hai altri hobby oltre allo sport?

Oltre ad essere un tifoso dell’Inter, mi piace andare al cinema, fare passeggiate in montagna e viaggiare. D’estate adoro visitare posti al mare, soprattutto con amici e famiglia. Ma la cosa che mi piace di più è stare con le persone che amo, godermi il tempo insieme e fare nuove esperienze.

Autore: Niccolò Dametto

Trafoi: la chiesetta, la parrocchiale e la casa natale di Gustav Thöni

Trafoi è una frazione del comune di Stelvio, in Alta val Venosta, a 1.570 m s.l.m. lungo la strada che da Prato allo Stelvio sale al passo dello Stelvio. La strada, voluta dall’imperatore Francesco II d’Asburgo fu costruita fra il 1820 e il 1825. Quest’anno ricorrono infatti i 200 anni dalla sua realizzazione. Il toponimo Trafoi fu menzionato per la prima volta nel 1304. E fu a partire dal 1520 che il luogo iniziò ad essere antropizzato. Fu la chiesetta delle Tre Fontane Sacre a dare avvia alla zona. Il santuario mariano delle Tre Fontane Sacre, sito a 1.607 m di altitudine fu eretto nel 1229 e restaurato tra il 1701 e il 1702, per custodire le tre sorgenti che pare abbiano proprietà curative. L’immagine della Madonna che solitamente è custodita nella chiesetta, ogni anno, durante l’inverno viene trasportata in solenne processione alla parrocchiale di Trafoi, dove rimane esposta fino a Pentecoste. La Parrocchiale della Visitazione è a sua volta una chiesa interessante. Ricostruita nel 1903 in stile neogotico e cinta dal cimitero, al suo interno, mostra una navata unica che si sviluppa in senso longitudinale fino a culminare nel ligneo altare maggiore di gusto neogotico. Su lato nord si sviluppa il pulpito laterale. Le vetrate sono colorate e rappresentano numerosi santi. Sotto ad ogni vetrata appare il nome degli offerenti.  

A Trafoi ha sede la casa del parco Nazionale dello Stelvio chiamata “Naturatrafoi”, dove un percorso didattico racconta la geologia, la fauna e la flora del Parco nazionale dello Stelvio. Domina il paesaggio lo splendido massiccio dell’Ortles la vetta raggiunge i 3.902 di altitudine. Fu scalato per la prima volta nel 1804, su pressione dell’arciduca Giovanni d’Austria che aveva promesso una cospicua ricompensa a chi sarebbe riuscito a scalare la vetta il 26 settembre il cacciatore di camosci della Val Passiria, Joseph Pichler detto Pseiser Josele riuscì nell’impresa. 

A partire dal XIX secolo Trafoi divenne sempre più una metà turistica, ospitando anche personaggi illustri come Sigmund Freud che vi soggiornò nel 1898. Il periodo della Prima guerra mondiale per il paese che si trovava lungo la cresta di confine si trasformò in un vero e proprio dramma. Tra le due guerre ci fu un ritorno del turismo, soprattutto italiano. 

Trafoi è anche il paese natale di Gustav Thöni, il campione azzurro di sci che qui, con la sua famiglia, gestisce un albergo, un angolo di armonia e tranquillità che nel suo cuore custodisce il piccolo museo delle medaglie, gli sci, le coppe le maglie e tutto ciò che narra la storia-leggenda di questo sciatore prodigioso e indimenticabile.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Il sesso nella terza età? Uno spettacolo per sfatare il tabù

C’è un tema di cui si parla poco, eppure riguarda tutti: il desiderio, l’affettività e la sessualità nella terza età. A portarlo in scena con ironia e delicatezza è il gruppo teatrale “Überholspur”  con lo spettacolo trilingue – in tedesco, italiano e ladino – “Inaudito: sesso e terza età – un Tabù?”, un progetto a cura del “Südtiroler Theaterverband”.

Attraverso storie personali, aneddoti e momenti di vita, gli attori – tutti anziani – affrontano senza filtri un argomento spesso considerato imbarazzante, dimostrando che il bisogno di amore e intimità non ha età. Dalle paure legate alla gioventù alla solitudine delle case di riposo, fino alla voglia di vivere emozioni intense, lo spettacolo mescola commedia e riflessione, ottenendo un successo inaspettato in tutta la provincia. QuiBolzano ha intervistato Annamaria Schenk, una delle attrici (n.d.r. che nella foto è la prima da destra), per scoprire come è nata questa idea coraggiosa e perché sta conquistando un pubblico sempre più ampio, dai giovani agli anziani.

Come è nato questo progetto così particolare?

Tutto è iniziato con una proposta dell’Assessorato alle Politiche Sociali della Provincia di Bolzano. Ci hanno chiesto di creare uno spettacolo che affrontasse il tema della sessualità nella terza età. All’inizio eravamo un po’ titubanti, ma poi abbiamo accettato la sfida. Per un anno intero ci siamo incontrati ogni settimana a Bressanone, raccontandoci le nostre esperienze, dai primi amori alle paure legate alla sessualità quando eravamo giovani.

Com’è stato lavorare su un tema così delicato?

Non è stato facile! All’inizio c’era imbarazzo, ma grazie alla nostra regista Maria Thaler Neuwirth e al fatto che siamo un gruppo affiatato da nove anni, siamo riusciti a superare le resistenze. Ci siamo aperti, abbiamo condiviso storie personali, anche intime. L’importante era trattare tutto con eleganza, senza cadere nella volgarità.

Ci può fare qualche esempio di quello che il pubblico vedrà nello spettacolo?

Ci sono diverse scene che attingono da storie personali. Come quando da giovani credevamo che un semplice bacio potesse far rimanere incinta, per la totale mancanza di educazione sessuale. Ma ci sono scene in cui rappresentiamo la solitudine nelle case di riposo, con un anziano che cerca affetto toccando l’operatrice che lo assiste.

Oppure una scena in cui rappresentiamo la tentazione di mordere la mela, in cui vorrei essere Eva. Il messaggio che vorremmo portare è che non è mai troppo tardi per esprimere i propri sentimenti. A questo proposito nello spettacolo portiamo anche il messaggio  della compianta conduttrice televisiva Nadia Toffa (delle Iene): non rimandate, fate tutto quello che vi sentite, datevi tutti i baci che vi sentite di dare, fatelo prima che sia troppo tardi, perché alle volte la vita ci stravolge i piani.

Com’è stata l’esperienza di portare in giro questo spettacolo? 

Straordinaria! Pensavamo di parlare solo ad altri anziani, invece abbiamo scoperto che interessa a tutti. A Bressanone abbiamo avuto 190 spettatori a spettacolo. Notiamo che sempre più giovani vengono a vederci. Molti ci dicono: “finalmente qualcuno che parla senza tabù!”. L’ultima volta a Laives in un centro anziani, c’erano 70 persone commosse e divertite.

Quali sono i prossimi appuntamenti?

L’11 aprile saremo a Corvara, poi abbiamo tre date in Austria, il 27 aprile siamo a Trodena  e l’8 maggio nella mia Santa Cristina. Il 30 maggio ci troverete a Vipiteno.

Per finire, può raccontarci la storia del gruppo teatrale?

È iniziato tutto dieci anni fa, con un workshop teatrale per anziani tenuto da Maria Thaler Neuwirth. All’inizio eravamo in 25, partecipammo a questo laboratorio alla Lichtenburg di Nalles per cinque fine settimana, e alla fine siamo rimasti in sette. Veniamo un po’ da tutta la provincia: dalla Val Pusteria, dalla Val Gardena, dall’Altipiano dello Sciliar e dalla Val Passiria. Ci troviamo tutti i lunedì a Bressanone per le prove.

Autore: Till Antonio Mola

La strada dedicata ad Augusto Righi


Tra i casi in cui una via, nella zona industriale, è collegata ad un’altra via non solo fisicamente ma anche per un legame esistente tra le persone cui il Comune ha voluto dedicare una via, vi è quello di via Augusto Righi, che si trova tra via Antonio Pacinotti e via Innsbruck, costeggiante l’Isarco. Augusto Righi, nato a Bologna il 27 agosto 1850, ebbe come docente Antonio Pacinotti (1841-1912) nel corso di matematica e fisica all’Istituto tecnico di Bologna. Iscrittosi nel 1867 alla facoltà di matematica e fisica all’Istituto tecnico di Bologna, Augusto Righi si laureò nel 1872. Quando Pacinotti, nel 1873, lasciò Bologna per insegnare a Cagliari, fu proprio il neo ingegnere Righi a succedergli nella cattedra di fisica presso l’Istituto tecnico, incarico che mantenne fino al 1880, anno in cui passò a Palermo, dove insegnò fino al 1885 per trasferirsi a Padova, dove rimase fino al 1889, anno in cui ritornò alla sua Bologna; nel 1907 vi fondò l’Istituto di Fisica e nel 1897  partecipò alla fondazione della Società Italiana di Fisica. Quale contributo diede Righi alla scienza? Vastissimo fu il campo cui dedicò studi e ricerche, ma la sua fama è in particolare legata allo studio delle radiazioni elettromagnetiche. Proseguiva un cammino fatto da altri, come il fisico-matematico inglese James Clerk Maxwell (1831-1879) e il fisico tedesco Heinrich Rudolf Hertz (1857-1894). Dopo Hertz fu tra altri Augusto Righi a proseguire negli studi e negli esperimenti al fine di poter usare le onde radio per applicazioni pratiche. I risultati delle ricerche di Righi furono esposti nell’opera “L’ottica delle oscillazioni elettriche” (1897); per le sue ricerche sulle onde elettromagnetiche fu tra i precursori di Guglielmo Marconi. Augusto Righi morì nella città natale l’8 giugno 1920.

Autore: Leone Sticcotti

Laura: dalle Dolomiti ai Tropici

Laura è nata e cresciuta a Bolzano e mentre completava gli studi in ambito sportivo ha iniziato a insegnare educazione fisica nelle scuole tedesche, soprattutto nelle valli intorno a Bolzano. La montagna rifletteva perfettamente il suo amore per la natura e il movimento. Il viaggio ha sempre fatto parte della sua vita ed è sempre stato una sua grande passione, la quale, unita alla curiosità, l’ha portata ad approdare in Australia per poi restarci. 

Come sei finita in Australia?

Sentivo il bisogno di un cambiamento. Dopo due anni in Val di Fassa, ho capito che era il momento di mettermi alla prova e ampliare i miei orizzonti. L’Australia, un sogno che mi accompagnava dal liceo, mi ha sempre affascinata. Così, sono partita come ragazza alla pari, sono finita ai tropici e sono ancora qui. Ho deciso di restare perché, forse per la prima volta, sento di essere nel posto giusto. Qui ho trovato una pace che non pensavo fosse possibile e, lontana da casa, ho imparato a fidarmi di me stessa come mai prima. Ogni giorno è un’opportunità per reinventarmi e crescere. In Australia, mi sento più vicina a me stessa che mai.

Te la immaginavi così?

Sì: vasta, ricca di natura e paesaggi mozzafiato, con spiagge infinite e infinite opportunità. Ma è anche molto di più. Ogni angolo ti sorprende e invita a scoprire qualcosa di nuovo, la vita scorre a un ritmo diverso, facendoti sentire libero. È una terra che ti offre spazio per crescere e che ti insegna a valorizzare le piccole cose, come un tramonto o un incontro improvviso con un animale selvatico (giuro che non ci sono solo ragni enormi!). È un luogo che ti accoglie con mentalità aperta e che celebra la diversità, facendoti sentire parte di qualcosa di più grande.

Cos’è stato più difficile e bello nel cambiare vita?

La burocrazia è la parte più difficile: visti, sistema medico, assicurazione e voli! Ogni passo sembra una nuova montagna da scalare. Poi c’è la distanza da casa che, a volte, si fa sentire più di quanto vorrei ammettere. Non è facile avere la famiglia e gli amici lontani, soprattutto nei momenti più difficili, ma le cose più belle del cambiare vita sono tantissime. Prima di tutto, mettersi alla prova, uscire dalla propria comfort zone e scoprire di cosa si è veramente capaci. È incredibile vedere dove si può arrivare quando si può contare solo sulle proprie forze. Inoltre conoscere culture e idee diverse è un’esperienza che arricchisce profondamente.

E le differenze più grandi con casa?

Alto Adige vs Tropici… le differenze sono enormi! Sono passata dalla neve ai cicloni, dallo snowboard allo snorkeling, dall’italiano all’inglese, dalla guida a destra a quella a sinistra, dai pini alla foresta tropicale. Sono una persona che si adatta, ma la cosa più difficile è stata comprendere l’umorismo e il comportamento degli australiani. La loro cultura, più diretta e spensierata, è diversa da ciò a cui ero abituata. Come per il concetto di “tutto a posto”: qui la gente è più rilassata e non si preoccupa troppo per ciò che in Italia sarebbe urgente. All’inizio mi spiazzava, ma ho imparato ad apprezzarlo.

L’Australia è diventata la tua casa a lungo termine?

Questa è una domanda difficilissima e che mi emoziona sempre. Ho imparato che nulla è certo e che ci si può reinventare sempre, chiudendo capitoli e aprendone nuovi. L’Italia, le Dolomiti, la mia famiglia, sono sempre nel mio cuore e un giorno la nostalgia potrebbe diventare più forte della voglia di mettermi in gioco. Il mondo è grande, la vita lunga e io evolvo con essa. Per ora, sono dove dovrei essere. Una cosa è certa: mi sento in sintonia con il mio cammino, anche se il futuro è incerto. Ogni passo che compio mi fa sentire che sono nel posto giusto, anche se non so ancora cosa mi riserverà la vita. In fondo, mi fa anche un po’ paura, ma è ciò che mi motiva e mi spinge a non fermarmi. Come diceva Frida Kahlo “Non far caso a me. Io vengo da un altro pianeta…Io vedo orizzonti dove tu disegni confini.”

Autrice: Anna Michelazzi

Canederli di spinaci con formaggio d’alpeggio

Ingredienti

Per 4 persone (circa 8 canederli)

Canederli di spinaci
(durata preparazione:
40 minuti)
150 g pane bianco raffermo o pane per canederli
60 g cipolla
1 spicchio d’aglio
2 C burro
200 g spinaci, lessati
2 uova
50 ml latte
30 g formaggio d’alpeggio,
tagliato a dadini
1 C farina
1 p.c. noce moscata
sale
pepe appena macinato

Altro
20 g formaggio d’alpeggio,
grattugiato
30 g burro rosolato
20 g spinaci in foglia (spinaci teneri)

Preparazione

Per creare i canederli di spinaci prima di tutto bisogna tagliare il pane a dadini.
Pelare la cipolla e l’aglio, tagliarli a dadini e stufarli nel burro. Unirli al pane.
Ridurre in purea gli spinaci e le uova in un frullatore o usando un frullatore a immersione.
Incorporarli al pane con il latte, il formaggio, la farina, la noce moscata, il sale e il pepe e mescolare energicamente.
Far riposare il composto coperto per circa 15 minuti.
Per ultimare: con le mani bagnate dare forma ai canederli.
Portare a ebollizione abbondante acqua salata e cuocervi i canederli per circa 15 minuti.
Disporre i canederli di spinaci sui piatti e servirli guarniti con il formaggio d’alpeggio grattugiato, il burro rosolato e le foglie di spinaci.

Suggerimenti

  • Servite i canederli con dei pomodorini da cocktail stufati o su una leggera salsa di panna con formaggio di montagna a scagliette e burro nocciola.
  • Con questo impasto potete anche preparare degli gnocchi di spinaci dalla forma allungata.
  • Per 200 g di spinaci lessati ne occorrono circa il doppio di spinaci crudi.

Libro:

I classici delle Dolomiti – Le ricette più famose da preparare
ISBN: 978-88-6839-734-0