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QuiMerano – nr. 22 – 14.11.2024
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QuiBolzano – nr. 22 – 14.11.2024
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Volontari cercansi per aiutare i neogenitori
Un aiuto concreto ai neo genitori, una sostegno concreto alle famiglie nei l primo periodo dopo la nascita del bimbo: si chiama “Una mano nei primi 1000 giorni”, ed è un progetto dell’associazione il Melograno, che però è alla ricerca di volontari.
L’antico proverbio africano per cui “per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio” racchiude una grande verità, tanto più evidente quando invece, nella società moderna, le famiglie si ritrovano completamente sole di fronte al grande impegno di crescere un figlio.
In Alto Adige sono partiti negli anni passati alcuni progetti di sostegno concreto alle famiglie in questo senso, ma finora nessuno nel territorio di Laives, Bronzolo e Vadena. È quindi con grande aspettativa che viene accolto il progetto “Una mano nei primi 1000 giorni” del Melograno – Centro Informazione maternità e nascita – che proprio in questo periodo ha lanciato la campagna di ricerca di volontari. Ne abbiamo parlato con Daniela Radicchi, operatrice del Melograno e da quasi quattro anni volontaria dello stesso.
Daniela, in cosa consiste questo progetto?
Si tratta di un progetto in stretta collaborazione con il distretto sanitario operante sul territorio di Laives, Bronzolo e Vadena e sostenuto dall’Ufficio famiglia della Provincia che, in sostanza, mira a fornire assistenza pratica e quotidiana alle famiglie con bambini fino ai 3 anni di età, attraverso gruppi di volontari e volontarie appositamente formati.
Qual è il tuo ruolo in questo progetto?
Come operatrice del Melograno mi occuperò della coordinazione tra i volontari, il Centro, il distretto e le famiglie.
Quindi in pratica come funziona?
In pratica, la famiglia che ha bisogno contatta il distretto, oppure è il distretto stesso, che magari segue già la famiglia per altre necessità, a fare la proposta, e mi contatta spiegandomi i bisogni di quella particolare famiglia. A quel punto io mi occupo di cercare tra i volontari la persona che possa prendersi cura delle esigenze di quella famiglia. Poi, dopo 3 mesi, facciamo una valutazione per capire se la famiglia ha ancora delle necessità o se il percorso si può concludere.
Che tipo di aiuto verrà dato dai volontari e, di conseguenza, che tipo di genitori/famiglie si rivolgono al progetto?
Si tratta veramente di un aiuto pratico, che però non va confuso con un servizio di babysitting o di domestica. Si va dalla mamma straniera arrivata da poco nella comunità che cerca aiuto per integrarsi o anche solo per sapere dove può trovare determinati bisogni o servizi, al genitore bloccato magari da un infortunio o una malattia che non sa come prendere e portare il figlio all’asilo o, ancora, anche solo fare compagnia a una neomamma che cerca un po’ di conforto in una chiacchierata. Si tratta di compiti semplici e soprattutto, come detto, pratici per cui i volontari non devono avere una formazione specifica nel settore della cura e della salute ma semplicemente seguire una piccola formazione che fornisce il Melograno oltre – naturalmente – a possedere empatia, attitudine all’ascolto e, non da ultimo, tempo sufficiente a disposizione con il desiderio di donarlo agli altri. Il primo appuntamento di formazione sarà il 29 novembre e, al momento, le persone che si sono offerte volontarie sono tre, ma contiamo di ricevere altre chiamate.
Quindi, chi volesse proporsi volontario o almeno ricevere informazioni in merito, cosa deve fare?
Può contattare direttamente me al numero 339 8186197 o inviare una mail a: info@melogranoaltoadige.org. Speriamo che i volontari siano numerosi, proprio per provare a riportare in vita una rete di sostegno e aiuto che ricordi un po’ quella che c’era nelle comunità di un tempo.
Autrice: Raffaella Trimarchi
I mercanti ebrei – Prima parte
Anche nell’antico Tirolo fra i mercanti ambulanti fin dal Medioevo c’erano gli stracciaioli ebrei. Nel Settecento si affacciarono al mondo tirolese anche importatori ebrei su larga scale di tessili. Nell’Ottocento e nel Novecento, vicino ai negozianti ebrei con sede fissa continuarono a coesistere ambulanti e soprattutto commercianti all’ingrosso di minuteria da confezione. Ma facciamo un passo indietro e torniamo con la mente agli antichi mercanti ebrei del Mediterraneo. I radaniti.
Il commercio nelle sue varie forme, dall’importazione su larga scala alla piccola vendita ambulante e a domicilio, fu uno dei tratti distintivi del popolo ebraico fin dall’antichità e ebbe ampio spazio nel Medioevo e nei secoli successivi. Pensiamo ad esempio ai radaniti, ossia i mercanti ebrei dell’Alto Medioevo che svolsero un importante ruolo ponte negli scambi mercantili di prodotti rari e di lusso tra il mondo cristiano e quello musulmano, all’epoca molto spesso in lotta. Oppure alla Comunità ebraica di Costantinopoli i cui membri commerciavano, importavano e scambiavano seta e altri tessuti preziosi, spezie, incenso e altri oggetti ricercati attraverso ben tre assi principali che li conducevano verso Oriente fino a Damasco, Bagdad e Bassora; verso Nord dove vivevano fra i bulgari, i magiari, i khazari, per giungere al nodo commerciale di Kiev; e infine verso Ovest per raggiungere Venezia, Genova, Pisa e Amalfi.
Non va però dimenticato che la presenza, la laboriosità, il commercio degli ebrei nell’Europa cristiana fra Medioevo e Emancipazione oscillò tra persecuzioni, pogrom, espulsioni e divieti, oppure -di contro- era resa possibile grazie a privilegi, permessi a tempo chiamati “condotte”, patenti o benefici che ne consentivano la presenza. Queste alterne vicende rendevano il peso economico o la loro concorrenza assai labili. Nelle zone in cui potevano stanziarsi il commercio di ben determinati prodotti era una delle poche possibilità lavorative che la loro condizione di “esclusi” poteva offrire.
Stando all’iconografia medievale, rinascimentale, seicentesca, settecentesca otto e novecentesca sia di stampo antisemita che ebraica, riusciamo a farci un’idea dello stereotipo della presenza ebraica come ambulanti, ossia come potevano apparire abbigliati e come trasportavano le proprie merci. Nel corso del Medioevo lo stereotipo dell’ebreo era abbigliato secondo le norme sancite da Innocenzo III nel IV Concilio Lateranense del 1215, ossia alla levantina coi lunghi caftani stretti in vita da una cintura, oltre ai simboli dell’esclusione quali il pilleus cornutus giallo e il cerchio giallo cucito sul petto e sulla schiena per poter essere riconosciuti da lontano ed evitati. Nelle epoche successive copricapi dalle fogge orientaleggianti si sostituirono al cappello a punta. Col fluire dei lustri ai caftani si aggiunsero i pantaloni, la redingotte, i tipici cappelli a bombetta o a tuba e l’ombrello. Nelle numerose cartoline antisemite d’epoca guglielmina, ad esempio, sono visibili gli stereotipi dei venditori ambulanti ebrei orientali con il caftano, le “peot”, ossia i tipici boccoli portati ai lati del volto, cappelli a cilindro ammaccati, e ombrelli malconci. Ed è sempre questa iconografia insieme a qualche statuina di porcellana inglese o di legno scolpito a mostrarci i modi in cui essi stivavano le proprie merci per poterle portare e proporle di casa in casa o ai mercati. Ceste di vimini di varia ampiezza da portare a mano o all’avambraccio, cassette di legno di varia dimensione legate a cinghie che venivano poste attorno al collo o a tracolla, zaini di stoffa robusta, cadreghe di legno soddisfacevano l’esigenza del trasporto e del cammino.
La cassetta legata al collo è un oggetto che ha unito gli ambulanti al di là delle aree geografiche, al di là della fede religiosa e al di là del fluire del tempo: essa infatti attraversò le epoche, l’Europa, le tipologie merceologiche e le ritroviamo col nome di “schifetto” fra gli “urtisti” romani del passato e di oggi. Sono infatti circa duecento a tutt’oggi le famiglie ebraiche che fanno questo antico mestiere vendendo oggetti devozionali cattolici, rosari, santini e piccoli souvenir. A fine Ottocento l’editto papale consentiva ai “peromanti” del ghetto di Roma di uscirne e percorrere tutte le strade della città per vendere ai pellegrini e ai turisti questi oggetti. La vendita dei rosari ai pellegrini era infatti l’unica attività consentite agli ebrei romani al di fuori dei confini del Ghetto. Ciononostante non era consentito loro l’uso di carretti o banchetti. Da fermi lo schifetto veniva sorretto da un bastone che, tuttavia, doveva sempre poggiare sempre sul piede e mai poteva esser poggiato per terra poiché in tal caso avrebbero potuto incorrere in una multa per occupazione di suolo pubblico. Questa attività veniva tramandata all’interno della famiglia con la trasmissione delle licenze di generazione in generazione.
(continua)
Autrice: Rosanna Pruccoli
Werner Gasser
Werner Gasser, classe 69, allievo di Michelangelo Pistoletto dopo l’Accademia di Vienna ha affinato il proprio bagaglio esperienziale con un soggiorno a New York e uno a Berlino dove alla fine rimase a vivere per ben sedici anni. A tutt’oggi parte dell’anno lo trascorre in quella città dalla creatività contagiosa.
Grazie alla collaborazione della galleria berlinese artMbassy e il NIU Art Museum, Gasser ha trascorso un periodo anche a Chicago dove ha esposto una sua realizzazione video alla Galleria De Kalb/Chicago.
Il filo conduttore dei suoi lavori è quello della diversità, sia essa identitaria, culturale o di genere. Grande attenzione è posta alle minoranze e ai gruppi socialmente emarginati. Utilizza la fotografia, il video, le scritte con le luci al neon ma anche la matita su carta. Nel corso degli anni dal 1995 ad oggi ha dato vita ad innumerevoli progetti artistici di grande interesse e capaci di entrare in tutti gli aspetti del vivere anche in quello della malattia e dello spazio adibito alla malattia e alla guarigione. Dotato di grande sensibilità ha anche intrapreso un difficile progetto artistico che lo ha portato per tre anni a seguire da vicino la quotidianità di un attore che, a seguito di un incidente, aveva perso la memoria. Il progetto artistico che ne è scaturito ha cercato di rappresentare con dei disegni a matita i momenti di amnesia che invadevano la memoria dell’amico. Ha così rappresentato un ambiente particolarmente famigliare a sé stesso come la montagna, frantumandolo e spargendo nel bianco “del vuoto” solo pochi lacerti efficacemente esemplificativi della memoria divorata dall’amnesia.
Di tutt’altro genere è stato il progetto dedicato al lungo lavoro di riordino e catalogazione degli oggetti contenuti a Villa Freischutz. Le sue fotografie poetiche sono la testimonianza indelebile del lungo impegno encomiabile delle donne che vi si cimentarono. Numerosissime anche le mostre cui ha partecipato in Alto Adige, in Italia e all’estero. Attualmente è in mostra alla Kunsthalle di Darmstadt/Studio West con una “mostra-dialogo”, che coinvolge anche l’artista Anuschka Prossliner, dal titolo “Gegenwart ein Durchzugsort” cioè “Il presente un luogo di passaggio”. Qui Werner Gasser pone l’accento sulle nuove forme di protesta nei regimi totalitari e in forma interattiva chiede al fruitore di prendere un foglio dalle risme di carta da lui esposte e fare l’atto di ribellione alzandolo.
Autrice: Rosanna Pruccoli
Davide e le acrobazie in monopattino
Davide Marasca, diciannovenne di Bolzano, è uno dei rider emergenti nel monopattino freestyle. Sebbene abbia iniziato a praticare questo sport solo a quattordici anni, in poco tempo è riuscito a farsi notare, partecipando ai Campionati Mondiali di monopattino freestyle a Roma nel settembre 2024. Con una passione in continua crescita, Davide sta portando il nome di Bolzano sulla scena internazionale.
L’avventura di Davide nel monopattino freestyle è iniziata quasi per caso. “Ho visto alcuni ragazzi fare acrobazie nello skatepark di Bolzano e ho deciso di provarci anch’io”, racconta. Quella che inizialmente era una curiosità è diventata una vera passione. Partecipare alle prime gare locali è stato il suo primo passo, ma è stato con competizioni più impegnative che ha davvero iniziato a mettersi alla prova.
Oggi Davide si allena regolarmente allo skatepark di Bolzano, il suo punto di riferimento per allenamenti e sfide con altri rider. Le sue sessioni durano dalle due alle tre ore, durante le quali si concentra sul perfezionamento dei trick e sul miglioramento della tecnica. “Mi alleno duramente per migliorare la mia tecnica e superare i miei limiti. Lo skatepark è il posto dove posso davvero esprimermi”, afferma.
Settembre 2024 è stato un mese cruciale per Davide, che ha partecipato ai Campionati Mondiali di monopattino freestyle a Roma. Nonostante non sia riuscito a salire sul podio, l’esperienza è stata fondamentale. “Confrontarsi con i migliori rider del mondo è stato un sogno che si è avverato. Anche se non ho vinto, ho imparato tantissimo e mi ha dato la spinta per migliorare ancora di più”, dice con entusiasmo.
Nel monopattino freestyle, la concentrazione è essenziale. Ogni errore può compromettere l’intera performance, quindi la capacità di mantenere calma e focalizzarsi sui trick è fondamentale. Il “Barspin”, una rotazione del monopattino a trecentosessanta gradi durante un salto, è uno dei trick più complessi e appaganti per Davide. “Quando riesco a fare un Barspin perfetto, mi sento soddisfatto del mio progresso”, racconta con un sorriso.
Davide Marasca ha le idee chiare sul suo futuro nel monopattino freestyle. Il suo obiettivo principale è partecipare a competizioni internazionali e conquistare un posto sul podio dei Campionati Mondiali. Oltre alla carriera agonistica, Davide aspira a entrare nel mondo del marketing sportivo, con l’intenzione di collaborare con marchi di monopattini per contribuire alla crescita di questo sport che tanto ama.
Per lui, il monopattino freestyle è molto più di un semplice sport: è una forma di espressione personale e creativa. Ogni acrobazia rappresenta una sfida contro sé stesso, e ogni trick che riesce a eseguire con successo è una conquista tecnica e emotiva.
Anche se Bolzano non è ancora un punto di riferimento per il monopattino freestyle in Italia, Davide è ottimista riguardo al futuro. Lo skatepark della città è già un ottimo punto di partenza, ma crede che ci sia un grande potenziale per far crescere questo sport anche in città. Il suo sogno è coinvolgere sempre più giovani e contribuire a dare maggiore visibilità al freestyle a Bolzano, con l’obiettivo di fare della città un centro di riferimento per gli appassionati di monopattino.
Con talento, determinazione e una visione chiara del futuro, Davide Marasca ha tutte le carte in regola per diventare una delle stelle del monopattino freestyle. Il suo percorso è appena iniziato e, con i suoi sogni e la sua passione, la strada verso il successo è senz’altro segnata.
Autore: Niccolò Dametto
Giada: la giovane promessa delle bocce
Giada Lombardo, ventidue anni, è una promessa delle bocce che ha sorpreso tutti con la sua vittoria al campionato italiano di serie C svoltosi a Zanè in Veneto, un titolo che a Bolzano mancava da diverse decine d’anni. Bolzanina, studentessa universitaria e appassionata di sport, Giada racconta la sua avventura in un mondo che l’ha conquistata, grazie alla serenità e concentrazione che riesce a mantenere in campo. Ambiziosa e determinata, sogna già un futuro con la maglia azzurra, senza dimenticare la sua passione per il miglioramento continuo.
Ciao Giada, raccontaci un po’ di te…
Mi chiamo Giada Lombardo, ho ventidue anni e sono nata e cresciuta a Bolzano. Studio all’Università di Rovereto, al corso di “Interfacce e Tecnologie della Comunicazione”, e sono al terzo anno. Prima ho frequentato il liceo delle scienze umane con indirizzo musicale e ho giocato per un sacco di anni a pallavolo, prima di cimentarmi con le bocce.
Quando ti sei avvicinata alle bocce?
Ho iniziato a giocare a bocce circa un anno e mezzo fa. I miei genitori praticano questo sport da oltre 30 anni e, un giorno, ho deciso di provarlo come hobby. Mi è piaciuto subito: mi rilassava e mi permetteva di svuotare la mente. Dopo un po’, i miei genitori mi hanno spinta a partecipare a delle gare. All’inizio ero scettica, ma man mano che miglioravo, mi sono appassionata sempre di più.
Com’è stata al campionato?
La vittoria al campionato è stata una sorpresa anche per me. Non pensavo di essere all’altezza: temevo di perdere subito. All’inizio la pressione era forte, perché mi sentivo sotto le aspettative di chi mi conosceva. Ma una volta entrata in campo, ho cercato di restare concentrata e di dare il massimo. Superato il girone, ho capito che ogni passo successivo sarebbe stato un bonus, quindi ho giocato con più serenità. Alla fine, ho vinto senza rendermene conto subito. I miei genitori erano entusiasti, io ho realizzato solo dopo quanto fosse accaduto.
Cosa ti ha aiutato a vincere?
La chiave è stata mantenere la calma, soprattutto nelle prime partite. Le bocce sono uno sport di precisione, e ogni errore può fare la differenza. Ho cercato di non farmi influenzare dal risultato e di restare concentrata sul gioco, senza lasciare che le emozioni prendessero il sopravvento. Quando il gioco diventa mentale, riuscire a mantenere lucidità è fondamentale.
Cosa ti aspetti per il futuro?
Mi alleno regolarmente, tre volte a settimana, e mi concentro su costanza e concentrazione. L’anno prossimo entrerò nella categoria B e spero di venire convocata per il campionato di B. Un giorno, il mio sogno sarebbe giocare per la Nazionale, ma al momento mi concentro sul miglioramento continuo, senza crearmi troppe aspettative.
Come descriveresti il tuo stile di gioco?
Il mio punto forte è la freddezza in campo. Non lascio trasparire emozioni, sia quando sono in vantaggio che quando sono in svantaggio. La concentrazione è fondamentale: se ti agiti, rischi di perdere lucidità e commettere errori.
Ti manca qualcosa della pallavolo?
La pallavolo mi ha dato emozioni forti, soprattutto nei momenti in cui riuscivo a fare una difesa spettacolare o a recuperare un pallone difficile. Però, nelle bocce trovo un altro tipo di soddisfazione, più legata alla concentrazione e alla calma. Non c’è la stessa pressione, e questo mi permette di giocare con più serenità.
Com’è la situazione delle bocce a Bolzano?
A Bolzano le bocce sono ancora viste come uno sport per anziani. Tuttavia, in altre regioni d’Italia, ci sono molti più giovani che praticano questo sport. Ci sono scuole di bocce e una vera e propria cultura intorno a questo gioco. Qui, purtroppo, c’è meno visibilità, ma spero che le cose possano cambiare: abbiamo un bocciodromo con dieci campi e sarebbe bello se ci fossero più opportunità per i ragazzi.
Autore: Niccolò Dametto
La chiesa di San Nicolò a Cleran, sopra Bressanone
Alta sulla conca brissinese e ricca di splendidi affreschi, la chiesetta di Cleran sorge fra le poche case del piccolo agglomerato. Arrivando da Millan in macchina o a piedi è proprio il piccolo campanile barocco, affiancato al corpo di fabbrica gotico, ad accoglierci.
Varcato il portale ad arco acuto è il mondo dell’antico testamento contrapposto alle storie cristologiche a schiudersi davanti ai nostri occhi e a catapultarci in un universo di colori e di forme tra il fantasioso e l’ingenuo, se pur di raffinata fattura. Sono i riquadri della parete nord che catturano il nostro interesse. Essi sono un’importante testimonianza di come per i fedeli analfabeti fosse possibile seguire tanto la lettura del vangelo quanto quella di alcuni episodi biblici. La decorazione si dispiega su due strisce sovrapposte e suddivise in riquadri di diversa dimensione: più ampio lo spazio dedicato alle scene cristologiche, notevolmente più limitato quello previsto per i paragoni biblici. Ognuno dei tre arconi di cui è composta la navata contiene così quattro riquadri. La lettura di ogni episodio però segue un ordine specifico che si struttura attraverso la sequenza orizzontale, secondo uno schema salvifico che veniva utilizzato spesso dalla bottega brissinese di Mastro Leonardo da Bressanone, cui le dipinture sono attribuite e datate intorno al 1470. È molto interessante notare come nelle scene cristologiche l’abbigliamento dei personaggi sia in massima parte costituito di tuniche anticheggianti, mentre nelle scene veterotestamentarie i protagonisti siano abbigliati come in uso nella seconda metà del Quattrocento.
Nel primo riquadro in alto, il tavolo è imbandito per la solenne cena pasquale, Gesù è attorniato dagli Apostoli. Giuda, che nasconde il pesce dietro la schiena, parla ispirato però dal diavoletto che, lungi dall’essere spaventoso, è posto fra il bicchiere e le sue labbra.
Nel riquadro accanto, la scena biblica e tratta dall’Esodo e parla della pioggia della manna che Dio inviò al popolo di Israele quando, partiti da Elim giunsero nel deserto del Sin, affamati e stremati pronti ad inveire contro Mosè ed Aron che ve li avevano condotti. Mosè è raffigurato, secondo l’iconografia cristiana, con le tradizionali corna e con abiti da dignitario. La manna reca erroneamente la croce tipica dell’ostia, mentre la figura inginocchiata reca sulle spalle una gerla tirolese.
Nell’arcone successivo nel primo riquadro (sempre in senso orizzontale), in un tutt’uno armonico sono rappresentati, in un’unica scena, tre momenti cruciali delle ultime ore di Gesù. Si tratta della Preghiera nell’Orto degli Ulivi, del Tradimento di Giuda, e di Gesù riattacca l’orecchio al servo, e l’Arresto di Gesù. Particolarmente interessante e la resa prospettica dell’incalzare degli eventi. Belle e al tempo stesso capaci di trasmettere un brivido di paura sono le armature dei soldati che sono sopraggiunti guidati da Giuda per arrestare il Nazareno e condurlo via. Nel quadro successivo, siamo ormai giunti al terzo arcone, troviamo Cristo davanti a Pilato.
Come arrivarci
Una volta arrivati a Bressanone bisogna dirigersi verso l’altipiano della Plose. Dopo aver superato il paese di Millan, duecento metri dopo il terzo tornante, si devono quindi seguire le indicazioni a destra per arrivare a Cleran.
Per visitare
La chiesa abitualmente è aperta da primavera sino in autunno, soprattutto nei giorni festivi. Per la chiave rivolgersi alla famiglia Fischer, civico 191 (a sinistra della chiesa, casa con grande veranda in legno). Per info: Associazione turistica di Sant’Andrea, tel. 0472 850008.
Autrice: Rosanna Pruccoli
La strada dedicata a Ressel, l’inventore
Via Joseph Ressel: via minore della zona industriale, collega via Innsbruck a via Werner von Siemens. Joseph Ludwig Franz Ressel era nato il 29 giugno 1793 a Chrudim (Boemia); dopo un corso (1809-1811) di artiglieria di terra, dal 1812 al 1814, oltre al corso di medicina all’Università di Vienna, si appassionò alla matematica, coltivando nel contempo fisica, chimica, botanica e tecnologia. Risale al 1812 il disegno autografo di elica per nave. Nel 1814 entrò nella Scuola forestale a Mariabrunn presso Vienna. Nominato nel 1816 Agente forestale nella Carniola inferiore, nel 1817 prestò servizio come guardia forestale distrettuale a Pletriach. Ebbe incarichi in varie località, tra esse Venezia, e Trieste, dove nel 1821 fu trasferito in qualità di imperial regio conservatore forestale. Dal 1838 fu al servizio dell’imperial regia Marina da guerra come intendente forestale. Tra le invenzioni su cui Ressel lavorò nel corso degli anni, la più importante fu l’elica, l’applicazione della vite di Archimede alla navigazione a vapore; grande esperimento di messa alla prova fu quello nell’ottobre 1829 sul piroscafo “Civetta” nel porto di Trieste. L’uso dell’elica per la propulsione delle navi si diffuse intorno al 1840, man mano sostituendo il propulsore a ruote. Ressel si applicò su altre invenzioni: una nuova specie di cuscinetti economici applicabili agli assi delle macchine; una nuova bussola; una vettura a vapore per trasporto di persone e merci; un molino a vapore cilindro per la macinazione del grano; un nuovo aratro; un torchio a vite senza madre per spremere le olive e altre sostanze; un nuovo metodo per la produzione di saponi; un combustibile chimico per macchine a vapore. Con le sue invenzioni Ressel era per lo più in anticipo sui tempi; alcune, come il cuscinetto, trovarono applicazione soltanto dopo la sua morte. Ammalatosi di febbre tifoidea, Joseph Ressel morì la notte del 9 ottobre 1857 a Laibach (Lubiana).
Autore: Leone Sticcotti