Dalle sponde del Nilo fino a Merano

Quella della cosiddetta “Mummia di Merano” o meglio di Bast-en-Ankh, è una storia ancora incompleta ma comunque piena di fascino. Nel 1915 Fritz Krafft giunse a Merano per un soggiorno di cura portando con sé la preziosa mummia con sarcofago acquistata durante un viaggio in Egitto.

Risiedeva a Castel Verruca dove la mummia era esposta per i suoi ospiti. Rientrato improvvisamente in Germania lasciò la mummia nel deposito di uno spedizioniere e solo nel 1959 i suoi eredi decisero di donarla al Museo Civico.
Qui trascorse altri cinquant’anni nei depositi e, finalmente nel 2016, con l’apertura del nuovo Museo di Palais Mamming, essa ha trovato la sua giusta collocazione nella bacheca al secondo piano.
Nel 2013 il gruppo di esperti del Mummy Project, guidato dalla dottoressa Sabina Malgora, ha condotto una approfondita indagine sul reperto e sul suo sarcofago facendo luce almeno in parte sulla storia e sulla provenienza della “Mummia di Merano”.
Si tratta di una donna che godeva di una posizione sociale elevata poiché probabilmente era la figlia di un sacerdote. Forse Irethorrou, sacerdote del tempio dedicato al dio della fertilità Min, nella città di Ipou, oggi Akhmin, nell’Alto Egitto. Si chiamava Bast-en-Ankh che significa “La dea Bastet è vivente”. Dalla posizione del corpo, con le mani incrociate sul petto e con il braccio destro sopra al sinistro, tipica delle mummie reali, gli esperti datano il periodo in cui visse fra il 261 a.C e il 387 a.C. ossia a cavallo tra la fine della XXIX Dinastia e l’inizio del periodo Tolemaico. Doveva essere deceduta intorno ai sessant’anni ed era stata deposta nella necropoli nota come “Tombe dei Nobili” nei pressi di Assuan. Sulle bende i sacerdoti avevano posizionato le tradizionali placche in “cartonnage” (carta pesta).
Secondo gli scienziati che le hanno esaminate, esse risalgono al Primo Periodo Tolemaico e cioè al III secolo a.C. mentre lo stile della decorazione è proprio quella tipica del territorio dal quale proviene la mummia. Generalmente le placche erano 4 e venivano a coprire la zona del busto, degli arti inferiori e dei piedi.
Qui però un frammento della placca che di solito sta sui piedi, si trovava sul petto; la placca che di solito copre le gambe era invece posizionata sul ventre. Manca anche la maschera che però doveva avere di sicuro come testimonia il diverso colore delle bende. Anche il tipico sudario rosso che tradizionalmente avvolgeva la salma per intero è sparito.
Ma piccoli frammenti di tessuto rosso sono stati trovati sotto il cartonnage durante le fasi del restauro compiuto nel 2000. Anche il sarcofago proviene dal territorio di Akhmim, ha forma antropoide, ossia che presenta un volto umano ma non è il suo. E’ troppo grande ed è datato all’VIII o VII secolo a.C. al III Periodo Intermedio.
La maschera rappresenta un bel volto dai grandi occhi truccati di nero e dalle labbra sono rosee, incorniciato da una tipica parrucca che ricade sul petto e prosegue sulla schiena. Il petto mostra una tipica ampia collana conosciuta come collana “usekh”. Una collana cioè fatta di tantissime piccole perline disposte in numerosi fili.

Rosanna Pruccoli

L’Agenda 2030 è la nuova Arca di Noè

La Giunta provinciale ha annunciato la volontà, per l’Alto Adige, di “assumersi la responsabilità del futuro”. Si tratta di dare attuazione anche in sede locale all’Agenda 2030, pianificata a livello globale con 17 (e tanti altri) obiettivi per uno sviluppo sostenibile. Presentato a Bolzano il “Piano Clima Alto Adige 2040”.

Gli obiettivi il cui raggiungimento è previsto in parte per il 2050, in provincia di Bolzano saranno attuati entro il 2040. Così viene dichiarato già nel nome del Piano. Sindrome da primi della classe? Ma no, questo bisogno di accelerare è riconosciuto, si dice, da “molti altri Paesi e Stati membri dell’UE”.

Vale la pena ricordare quali sono i 17 macro obiettivi da raggiungere (ognuno con una serie di sotto obiettivi): eliminare la povertà e la fame, garantire a tutti la salute, la formazione, realizzare l’uguaglianza di genere, garantire l’accesso all’acqua, all’igiene, all’energia pulita, promuovere un’economia sostenibile e la piena occupazione, infrastrutture resistenti, ridurre le disuguaglianze, rendere le città e le comunità sicure, inclusive, resistenti e sostenibili, garantire modelli di consumo e produzione sostenibili, agire con urgenza per combattere il cambiamento climatico e il suo impatto, salvaguardare i mari, proteggere gli ecosistemi terrestri, promuovere pace e giustizia e la collaborazione globale.
“Non pretendiamo di salvare il mondo, ma dobbiamo, vogliamo e possiamo assumerci la responsabilità della nostra sfera di influenza”, ha dichiarato il presidente Arno Kompatscher. E ha aggiunto: “Raggiungere gli obiettivi climatici è una sfida enorme, ma non è un’opzione o una questione di ambizione, bensì un nostro dovere: il dovere di tutti i cittadini della terra”.

Si potrebbe dire che invece sì, si tratta proprio di salvare il mondo. Gli obiettivi dell’Agenda 2030 non nascono perché tutti si sono improvvisamente svegliati attenti al prossimo e all’ambiente, ma perché se non ci sarà un cambio di rotta il pianeta è spacciato e così i suoi abitanti. E non è nemmeno solo un “dovere” sotto il profilo etico (naturalmente è anche questo), ma una necessità. L’Agenda 2030 è una specie di Arca di Noè.

Due brevi osservazioni. Per andare nella direzione annunciata da agende e piani non basta fissare obiettivi, va creata una nuova cultura (innanzitutto una cultura politica lungimirante) che metta al bando gli individualismi, altrimenti ogni anche piccolo cambiamento incontrerà resistenze insuperabili. Per raggiungere gli obiettivi non basta metterli nero su bianco: servono gli strumenti per raggiungerli. Cultura e concretezza. Bene comune. Non solo parole.

Bolzano ricorda il santo Freinademetz

Nella zona di Aslago esiste dal 1960 una Casa dei Missionari Verbiti, la Casa Freinademetz; si trova in via Ujöp Freinademetz, intitolata al missionario che dalla nativa Val Badia raggiunse la Cina, dove svolse finché visse la sua attività missionaria. Nato a Ojes in Val Badia il 15 aprile 1852, frequentato il Ginnasio a Bressanone, nel 1872 entrò nel seminario diocesano. Fu ordinato sacerdote il 15 luglio 1875 dal principe vescovo di Bressanone, Vinzenz Gasser; era l’anno di fondazione, da parte del sacerdote tedesco Arnold Janssen (1837-1909), della Società del Verbo Divino (SVD), la società dei Missionari Verbiti. Cooperatore alla cura d’anime dal 1875 al 1878 in Val Badia, il 28 febbraio 1878 Freinademetz chiese di essere ammesso alla Casa missionaria di Steyl (Tirolo). Arnold Janssen esaudì tale desiderio. Il 15 marzo fu inviato come primo Missionario Verbita in Cina, assieme al futuro vescovo J.B. Anzer. Dopo un periodo di inserimento, nella zona di Hong Kong, ambedue nel 1881 assunsero la missione nello Shantung meridionale, che a quel tempo contava 158 cristiani, e nella quale Freinademetz operò circa 30 anni. Dal 1900 al 1903 fu anche Superiore dei Missionari Verbiti della zona; fu per cinque volte Amministratore della Missione e dal 1904 al 1908 collaboratore del vescovo Henninghaus, successore di Anzer, deceduto il 24 novembre 1903. In Freinademetz ci fu un processo di profonda trasformazione interiore; il tirolese degli inizi fece posto a un Giuseppe Freinademetz genuinamente cinese; la sua fiorente opera fu interrotta nel 1889 dalla rivolta nazionalista dei Boxer; fu maltrattato e dovette fuggire. Ritornato alla missione nello Shantung, si impegnò sopratutto nel campo sociale e scolastico. Come Superiore del territorio missionario si consumò per i suoi amati cinesi, morendo per un’epidemia di tifo il 28 gennaio 1908.

Leone Sticcotti

Trovare casa è un impresa?Non sempre. Ecco la storia di K.

K. è un giovane lavoratore, che fino ai 18 anni è stato seguito e ospitato in una comunità residenziale socio pedagogica di una nota Associazione con sede a Bolzano.
Già lì si distingue per la sua caparbietà, l’impegno nel rispetto delle regole, l’attitudine a stabilire buoni rapporti con gli altri ospiti della struttura.
Raggiunta la maggiore età deve lasciare la comunità. Viene inserito con successo in un’altra struttura, gestita dalla medesima Associazione che da diversi anni si occupa di problematiche giovanili e non solo.
Si tratta di una struttura per lavoratori, residenti nel comune di Bolzano, maggiorenni. Requisiti per accedere a questa opportunità abitativa sono avere un lavoro e una forte motivazione nella ricerca di una situazione più stabile. La struttura è in grado di ospitare ventiquattro persone, in camere doppie e triple, con cucina e bagni in comune. K. è stato ammesso a fine novembre 2022.
Riesce subito ad ambientarsi e a fare amicizia con gli altri ospiti.Collabora alla routine della casa, svolge i suoi compiti (pulizia e quant’altro) senza intoppi e con solerzia. Lui lavora da McDonald’s ma sogna di fare il parrucchiere. In struttura sono in atto più progetti: uno socio-abitativo e uno socio-lavorativo, per aiutare rispettivamente a trovare casa e lavoro. Collaborando con gli operatori di questi servizi K., dopo soli due mesi, trova lavoro come parrucchiere a Bressanone. Caso vuole che alcune persone che già conosce vivano a Bressanone e abbiano una stanza libera nell’appartamento in cui abitano. È fatta! Per K. si apre una nuova strada: a inizio febbraio 2023 lascia la struttura a Bolzano, si trasferisce nella nuova casa a Bressanone e per intraprendere il lavoro dei suoi sogni, grazie anche all’aiuto e al supporto ricevuto dagli operatori della struttura.

Luca Sticcotti

Anche in Alto Adige si esplorano le architetture abbandonate

In questo numero di QuiBolzano, parliamo di fotografia Urbex, nome contratto derivato dall’espressione angolofona urban exploration, che consiste nell’esplorazione di architetture urbane spesso abbandonate. Per capire meglio il fenomeno abbiamo incontrato il fotografo bolzanino Andrea Pozza, che ha adattato la fotografia Urbex ai suoi progetti con la dama mascherate (fino al 31 agosto è presente a Castel Presule con una sua mostra personale).

Come ti sei avvicinato all’Urbex?
Urbex è la riscoperta dei luoghi dimenticati, dei luoghi abbandonati. Io stesso ho cominciato con la documentazione dei vecchi bunker militari presenti in Alto Adige. Poi sono passato a documentare le strade militari di confine e i rifugi antiaerei di Bolzano, per arrivare a documentare infine le ville e i castelli abbandonati. Nel caso degli ambienti militari, mi interessava fare un lavoro di documentazione e ricerca di cosa è successo realmente; da quando mi sono appassionato alle ville e ai castelli, nel mio lavoro fotografico, gioco più con la fantasia, cercando con uno scatto di evocare quello che mi immagino possa esservi successo un tempo, come feste e balli. Quindi è nata in me la voglia di interpretare i luoghi con la mia fotografia.
Come si esplorano gli edifici?
Purtroppo molti esploratori non interpretano più lo spirito iniziale della disciplina, facendo passare il messaggio che bisogna introdursi nei luoghi illegalmente.
Detto questo, per andare ad esplorare i luoghi abbandonati non si può suonare il campanello e chiedere il permesso. In alcuni rari casi, in occasione di eventi particolari, c’è un custode o un referente, per esempio un curatore, che ben volentieri ti fa entrare.
Però è chiaro che se si trova un rudere aperto, quindi con porte e finestre aperte, entri. Io non ho mai rotto niente per entrare, ho sempre trovato le porte aperta. Poi è ovvio che non trovi nessuno a cui chiedere il permesso… quindi si entra, si fanno queste fotografie, si cerca di portare via le foto e lasciare l’ambiente come lo si è trovato. Quindi assolutamente non si porta via niente, non si fa niente all’interno che possa deturpare questo ambiente, anche se ci pensano già le intemperie. È una semplice documentazione. L’unica cosa che mi porto via è la fotografia. Le uniche tracce che si lasciano, sono le proprie impronte, perché ovviamente i luoghi sono impolverati e quindi ecco però il massimo deve essere questo. Quindi mi raccomando, quando sentite parlare di Urbex, di esplorazione urbana, non pensate subito a ragazzi scapestrati che vogliono entrare per spaccare e divertirsi, ma pensate a persone come me che sono appassionate di storia e che vogliono portarsi via un’immagine di luoghi che poi a distanza di anni non ci sono più o sono stati completamente distrutti e rovinati.

Di che posti stiamo parlando?
C’è di tutto, si va dalle ex basi militari abbandonate, ai bunker; ma ci sono anche moltissimi manicomi, ospedali, scuole e asili.

Immagino che ci sia una energia particolare in posti come carceri, ospedali e monasteri di clausura
Inizialmente in determinati posti percepivo una forza negativa e per questo motivo ho deciso di orientarmi verso le ville i castelli, che comunque hanno un’aura più buona e più interessante.

Till Antonio Mola

Da quarant’anni dalla parte dei ragazzi

Era il 1983, quando un gruppo di persone tentò di mettere in piedi un servizio a favore dei giovani: Walter Visintainer, sacerdote a Laives, in sintesi, ricorda così l’esordio dello jugenddienst Unterland o gruppo giovani della Bassa Atesina, di cui è stato anche presidente circa quindici anni fa. “Inizialmente venne pensato come servizio della chiesa, ma non c’erano i mezzi per finanziare queste attività Sono stati dunque una decina di giovani a sedersi ad un tavolo per portare avanti le prime riflessioni e accordarsi poi con i sacerdoti”.

Don Visintainer racconta che inizialmente si trattava di un servizio per i giovani di lingua tedesca con una forte inclinazione ecclesiastica. “Poi, con il tempo, sono state avviate collaborazioni con altri enti nell’ambito dei giovani, come i centri giovanili a Egna e Cortaccia”. E poi l’apertura del gruppo anche ai giovani di lingua italiana. “È un arricchimento: avere una realtà bilingue è utile per tutti”.
“In generale sosteniamo le associazioni che vogliono mettersi in gioco – afferma l’attuale direttore Michael Nussbaumer -. Abbiamo un grande magazzino con giochi e attrezzature a disposizione gratuita per tutte le associazioni, i contributi che riceviamo li mettiamo a disposizione della comunità in questo modo. Organizziamo anche sale giovanili nei comuni di Montagna, Aldino e Termeno, dove abbiamo dei collaboratori che aprono le sale e creano rete anche con quelle associazioni che sostegno i giovani in difficoltà, coprendo varie tematiche sociali”.
Insomma, all’inizio lo Jugenddienst Unterland è partito per svolgere un lavoro per lo più religioso; poi, mantenendo gli stessi principi delle origini, si è evoluto secondo i tempi moderni e in una direzione più professionalizzata. “Durante l’anno – prosegue il direttore – facciamo anche dei progetti con le scuole medie di lingua tedesca e di lingua italiana. Proponiamo degli workshop e inoltre ci occupiamo della gestione di conflitti nelle classi, aprendo degli spazi ascolto”.
Il tutto in collaborazione con le associazioni della Bassa Atesina e con i Centri giovanili sparsi sul territorio. “Ci scambiamo idee, pareri e consigli. Inoltre svolgiamo l’attività di consulenza per le famiglie: forniamo loro i contatti degli esperti a cui rivolgersi in caso di problematiche importanti”, aggiunge Nussbaumer.
Per quanto riguarda il futuro la presidente, Lea Casal, è molto ottimista. “Sono stata chiamata tre anni fa, ma fin da piccola ho sempre partecipato alle attività, quindi comprendendo e vivendo l’importanza di quello che si può fare. Apprezzo molto chi fa questo lavoro con motivazione; il mondo oggi cambia moltissimo, e quindi è ancora più importante il sostegno in situazioni in cui ci sono delle problematiche. L’idea è dunque continuare con la nostra normale attività di sostegno, cercando anche un po’ di ridurla: in questi anni ci siamo ingranditi parecchio, e quindi serve fare qualche passetto indietro, anche per puntare su una maggiore qualità della nostra proposta”.

Daniele Bebber

Le paludi di Maszauco e Sangonario

Fin dai tempi antichi, l’odierno Alto Adige – o terra in montanis – è stato scarsamente popolato. In altura la vita era possibile ma faticosa, in gran parte delle vallate impossibile a causa delle vaste paludi che le occupavano. Sarà anche per questo motivo che gli intraprendenti Romani, nei 500 anni di loro dominio, non vi hanno mai fondato nessuna città degna di questo nome.

Lungo l’Adige le paludi iniziavano nella zona di Cermes e arrivavano fino a Missiano; in Bassa Atesina, dal Lago di Caldaro fino a Magrè si estendeva un’unica grande palude. Più a sud, da Roverè della Luna fino a Deutschmetz (Mezzocorona) e tra Welschmetz (Mezzolombardo) e Zambana si trovava un’altra palude. Anche sulla riva sinistra del fiume la situazione non era migliore: da Gargazzone fino a Settequerce e poi tra l’Agruzzo e Laives, tra Bronzolo e Vadena e a Ora, Egna e Salorno il territorio era estremamente paludoso e quindi poco ospitale.
Queste paludi “storiche”, hanno lasciato traccia anche in vari documenti più o meno antichi. Nella famosa lettera di San Vigilio, “ricomposta” nel 1191, la palude di Caldaro compare con il vecchio nome di Maszauco, quella di Termeno viene denominata Sangonario. Evidentemente questi toponimi risalgono perlomeno all’epoca romana o forse addirittura preromana. In queste paludi millenarie, formate dal deflusso “spontaneo” e dal ristagno delle acque dell’Adige, non sono mai esistiti veri e propri insediamenti umani che invece sorgono sui declivi alluvionali pedemontani.
Le paludi, molto temute per le febbri malariche, venivano utilizzate prevalentemente come pascoli, dato che i pochi terreni asciutti lungo la valle erano adibite alla coltivazione dei vigneti e dei cereali. Perciò erano spesso contese tra i comuni di Caldaro, Termeno, Cortaccia e Egna e frequentemente scoppiavano delle liti anche in sede giudiziaria.
Oltre a questi comuni, anche la Magnifica Comunità di Fiemme possedeva ampi diritti di pascolo sulle paludi della Val d’Adige. Inoltre, i pastori della Val Senales, della Val Passiria, della Val Sarentina , della Val di Fassa e della Val di Cembra li sfruttavano in certi periodi dell’anno.
La palude di Maszauco compare per la prima volta nella lettera di San Vigilio del IV secolo (poi trascritta una prima volta nel 1022 dal diacono Ermagora) come una delle località facenti parte della parrocchia di “Caldare” insieme a “Bugnane / Penon, Corone / Corona, Curtasze / Cortaccia, Trominum / Termeno, Castello / Castelvecchio, Amurasca / Pianizza di Sopra, Ad lacum / San Giuseppe al lago.
Nei documenti notarili del XIV secolo il nome Maszauco viene indicato spesso come Mazoch, forma tedeschizzata dell’antico toponimo. Si ipotizza che il nome derivi dal latino medievale mansacium (fienile, grande stalla), ma la cosa è tutt’altro che certa. La palude di Maszauco arrivava dal Lago di Caldaro fino a Magrè ed apparteneva ai comuni di Caldaro, Termeno e Cortaccia.
La situazione migliorò verso il 1242, quando venne realizzata un canale di scolo dal lago verso l’Adige. All’epoca di Heinrich von Rottenburg, nel 1320, il comune di Caldaro fece costruire un ulteriore fossato che questa volta arrivò fino a Villa di Egna. In secoli successivi e almeno fino al 1785, questo grande canale arrivò fino a San Floriano.
La palude Sangonario, molto insidiosa, era attraversata da uno stretto sentiero pietroso denominato “Steinweg” che arrivava fino a Gmund / Monte e poi all’Urfahrhof, maso sull’argine dove in assenza di un ponte era possibile farsi traghettare sull’altra riva. I terreni alluvionali lungo gli argini dell’Adige erano chiamati “Haertneren”, i più rigidi, e venivano sfruttati per realizzare piccoli vigneti che puntualmente venivano spazzati via dalle piene del fiume. La grande piena del 1757 alzò le acque del fiume di quasi due metri. Dopo la realizzazione della Fossa grande di Caldaro, che dal lago portava a Mezzocorona, e la costruzione di numerosi canali laterali e minori, il livello del lago scese di mezzo metro. La fossa grande fu realizzata su progetto dell’ing. Joseph von Zallinger di Bolzano, che nel suo maso di Vadena aveva già eseguito con successo numerose opere di bonifica e messa in sicurezza degli argini dell’Adige. La fossa era larga 5 metri e profonda 1,80. Con l’inizio della bonifica della palude di Maszauco e la parcellizzazione della stessa all’epoca dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria si arrivò finalmente a realizzare quell’enorme distesa di vigneti e frutteti che ancora oggi si possono osservare in Bassa Atesina.

Reinhard Christanell

Il pensionato con la passione del mercato

Il lavoro in ufficio per un quarto di secolo. Poi la scelta di cambiare totalmente vita e diventare quello che tecnicamente viene chiamato “ambulante”. Silvano Pierotello, residente a Salorno, siede da trentatré anni dietro alla sua bancarella di giocattoli girando fra Alto Adige, Trentino e Bellunese; una passione che porta avanti nonostante sia già in pensione.

Due passi tra le bancarelle di un mercato settimanale, o fra le vie di una fiera patronale sono sempre un modo divertente per passare una mezza giornata all’aperto. Ma fra tutti quegli avventori che si possono definire spettatori, dietro le bancarelle colorate dalla merce accuratamente in mostra per invogliare all’interesse, ci sono pure i cosiddetti protagonisti.
Uno di questi è Silvano Pierotello con la propria bancarella di giocattoli, messa in piedi nel lontano 1990. “Ho lavorato per 25 anni in ufficio – racconta -. Avevo anche un lavoro di responsabilità. Ad un certo punto mi sono stufato di correre per gli altri ed ho pensato di correre per me stesso. Da qui è nata quest’idea di fare il mercato”. Un’attività avviata in piccolo “e sono rimasto in piccolo – evidenzia – ma l’ambiente e anche il lavoro mi piacciono: sono da anni in pensione, ma finché sto bene continuo”.

Su tanti articoli, come mai la scelta è caduta proprio su una bancarella di giocattoli?
Ho fatto un po’ di giri ai mercati per vedere come funzionava. C’era un mio collega, quando lavoravo in ufficio, che aveva la ragazza che faceva questo lavoro, vendeva giocattoli. Poi lei aveva bisogno di aiuto e allora si è licenziato ed è andato ad aiutarla. Forse l’input è venuto da lì. C’è da dire che era anche un articolo poco trattato, quindi ho pensato che ci fosse più spazio.

Da dov’è partito con la sua attività?
La legge di allora, e penso sia anche quella di adesso, prevedeva che con la licenza rilasciata da un Comune era possibile girare nella provincia di residenza e anche in quelle confinanti. Nel mio caso potevano essere Trento, Belluno e Sondrio. All’inizio avevo iniziato a fare anche mercati settimanali, ma con i giocattoli andavano meglio le fiere.

A quante fiere e mercati ha partecipato?
Penso ad una settantina di fiere. Dei mercati settimanali non so dare una stima; oggi giro solo nei posti di villeggiatura come Caldonazzo, Levico o Borgo, e lavoro soprattutto in Alto Adige. Sono andato per quasi vent’anni a Prato Stelvio, per il mercato settimanale del martedì. Poi sono stato anche a Brunico, Stegona, Villa Bassa; e in Trentino a Pinzolo: sono tutti posti molto lontani.
Come erano mercati e fiere all’inizio?
Era tutto molto più semplice. Fino a dieci anni fa ero molto autonomo, oggi è tutto elettronico e la cosa mi disturba molto, perché il computer non lo so usare.

I più piccoli sono i suoi clienti; come sono cambiati nell’arco di tutti questi anni?
Sono cambiati parecchio: un tempo i bambini si avvicinavano timidamente al banco; oggi sono molto più svegli.

Ai suoi tempi al mercato lavoravano moltissimi giovani, ma di recente sembrano essere sempre meno. Cosa ne pensa?
Secondo me per un giovane che abbia voglia di correre c’è ancora molto spazio, anche se la concorrenza con l’e-commerce e i centri commerciali è alta. Il mercato è diventato un posto di ritrovo per la gente e qualche giovane che fa questo lavoro c’è ancora.

Qual è il lato più bello di questo lavoro?
Stare con la gente. Però deve piacere davvero.

Daniele Bebber

La ginnaste meranesi sul tetto d’Italia

Si è appena conclusa un’altra edizione di “Ginnastica in Festa”: il campionato di ginnastica artistica più importante dell’anno in cui dal 23 giugno al 2 luglio alla fiera di Rimini hanno partecipato 15.750 ginnaste con oltre 740 società provenienti da tutta Italia. La sezione di ginnastica artistica dello Sportclub Merano ha portato in gara 21 atlete suddivise in quattro categorie, raggiungendo risultati brillanti sia nelle competizioni di squadra, sia in quelle individuali.

Le prime giornate hanno visto impegnate le ginnaste più giovani della categoria Lb Isabella Dorigatti, Amy Reinalter, Gioia Ravanelli, Sara Giugno e Alessia Murtas. Tra le atlete allenate da Lisa Ladurner le tre allieve Asia Berbenni, Stella Da Ronco e Freyja De Vitti dopo la fase di qualifica si sono conquistate la finale nazionale posizionandosi tra le migliori trenta d’Italia. La categoria LC ha interessato le ginnaste Emma Covi e Melissa Geier, che nonostante gli ottimi esercizi, non sono riuscite ad accedere alle finali per poche posizioni. Non ha avuto la stessa sorte Giada Filippi che con un punteggio di 62.650 ha centrato la finale, posizionandosi 24esima. A salire sul gradino più alto del podio invece, aggiudicandosi il titolo di campionessa nazionale, è stata la giovane Carolina Walder.
I giorni successivi sono scese in campo le junior Sophie Arduini, Maximiliane Nestl, Hannah Rainer, Emma Kleon e Noemi Masin, che nonostante le buone prestazioni apprezzate dalla loro allenatrice, non sono riuscite a collezionare abbastanza punti, fermandosi così alle fasi di qualifica. Noemi Masin però, classe 2010, nella prova individuale ha strappato il pass per la finale al volteggio, nella quale con un salto perfetto si è aggiudicata il titolo di campionessa italiana.

A brillare quest’anno sono state le senior nella categoria LE (Eccellenza): le veterane Greta Urru, Anna Höllrigl, Alessia Paggetti e Noemi Longo, dopo anni in cui sfioravano il podio, quest’anno sono salite sul gradino più alto nella gara a squadre, concludendo così una carriera sportiva eccezionale. Le atlete allenate da Clio Rossetto e Alessandra Marabese hanno dimostrato grinta, coraggio e determinazione svolgendo esercizi eccellenti che hanno regalato loro oltre che grandi emozioni, anche l’ultima soddisfazione più grande: l’oro nazionale. Ma non si sono fermate qui e nelle gare individuali Anna Höllrigl e Alessia Paggetti hanno conquistato anche le finali a parallele, posizionandosi in nona e sesta posizione e a trave al quarto e undicesimo posto. Medaglie d’argento invece per Greta Urru alle parallele e per Noemi Longo a corpo libero. L’atleta diciottenne Noemi non si è accontentata e si è guadagnata così anche il titolo di vice campionessa italiana nell’all around.
Un ricchissimo palmares di medaglie per la sezione di ginnastica che porta in alto la regione dell’Alto Adige dimostrando la qualità del lavoro svolto durante questi anni in palestra. Ora però non ci si ferma e gli allenamenti continuano, approfittando del periodo estivo in cui la palestra è già montata risparmiando così tempo ed energie da dedicare allo studio di nuovi esercizi.
Ad agosto invece la squadra agonista sarà impegnata a Fano nel collegiale estivo presso la società Alma Juventus: una settimana di allenamenti in una palestra super attrezzata con tecnici di alto livello per imparare nuovi elementi e perfezionare quelli già appresi. Un’esperienza che le ginnaste dello Sportclub vivono ogni anno con entusiasmo non solo a livello ginnico, ma anche umano trascorrendo giorni in compagnia delle proprie compagne di squadra, lontane da case, tra mare, palestra e puro divertimento.

Chiara Caobelli