Il mistero dei birilli d’oro di Neuhaus

Terlianum, ad Teriolanos, Teriolanum, Turlanum sono alcune delle  denominazioni note del paese di Terlano, da sempre posto al confine tra Burgraviato e Bassa Atesina. Oggi il paese fa parte del comprensorio Oltradige-Bassa Atesina ma rimane la porta principale verso il Meranese, la Val Passiria (che qui vantava antichissimi diritti di pascolo) e il Passo Resia. 

Il nome del paese tradisce il suo passato romano, simile a quello di altre località di questo territorio attraversato dalla strada più importante dei Romani, la via Claudia Augusta verso Augsburg / Augusta. La funzione di questo paese fu probabilmente quella di punto di raccolta del grano e di altre vettovaglie per le truppe in transito verso la Germania conquistata da Augusto. Nel XV e XVI secolo il paese fu invece al centro di una vera e propria febbre dell’oro in stile Far West. Decine di miniere furono aperte nella montagna tra la località Klaus e la strada per Meltina e oltre un migliaio di minatori portarono alla luce una grande quantità d’argento che una volta fuso prendeva la via per l’Italia. I principali “imprenditori” del settore furono i notissimi Fugger di Augsburg, all’epoca i banchieri più ricchi d’Europa, e il potente Ordine Teutonico con sede in via Weggenstein a Bolzano. Nel XVII secolo l’attività cessò repentinamente e al paese rimase solo il ricordo di un grande sogno.

L’edificio più noto del luogo è la cosiddetta Nova Domus o Neuhaus, un castello  costruito su un dosso roccioso a 400 m di altezza. A livello strada esisteva già un altro castello, più accessibile, di cui oggi rimangono solo alcuni ruderi. Secondo il codex Wangianus, il 15 marzo 1184 il conte Enrico chiese al vescovo di Trento Alberto il permesso di erigere un castello in quel punto, permesso che il vescovo ovviamente negò. In quel periodo i conti del Tirolo condividevano con i vescovi trentini il potere sulla contea di Bolzano, di cui Terlano faceva parte. La località si chiamava Selsi o semplicemente Sels. A quel punto il conte di rivolse direttamente all’imperatore Federico I che respinse a sua volta la richiesta. Ciononostante,  i conti edificarono la loro fortezza che si contrappose subito a quella vicina di Greifenstein. Nel1206 viene citata per la prima volta la Nova domus, la casa nuova presso Terlano.

Dal 1337, dopo molte vicissitudini e oltre quarant’anni in stato di abbandono, il castello fu preso a dimora dalla nuova padrona del Tirolo Margarethe, poi denominata – come il suo castello –  volgarmente “Maultasch”. Di questa contessa è nota la predilezione per Neuhaus e sembra che qui di dilettasse nel gioco dei birilli. Secondo la leggenda disponeva di cinque birilli e una boccia d’oro poi rubati e sepolti da un servitore infedele. Nessuno riuscì mai a ritrovarli in quanto li custodiva il diavolo in persona. Con il passaggio alle armi da fuoco, l’importanza di queste fortezze calò rapidamente e i nobili si stabilirono prevalentemente in città. Anche per Neuhaus la decadenza fu rapida e già nel XVII secolo Marx Sittich von Wolkenstein ce la descrive come un rudere abbandonato.

Per quanto riguarda il nome con cui il castello è noto ancora oggi, Maultasch, varie sono le interpretazioni che se ne sono date. Qualcuno parla della bruttezza (mai provata) della contessa, altri narrano leggende diverse. Beda Weber riferisce di una ragazza che si fece turlupinare da un brutale cavaliere residente nel castello, che la  cacciò dopo otto mesi incinta. Il cacciatore che l’aveva avvertita dei pericoli di un incontro con lo scorbutico personaggio la punì con un manrovescio, in tedesco Maulschelle. Tatschen in tedesco equivale a picchiare, da cui il nostro Maultasch. 

Un’altra leggenda raccolta da Ignaz Zingerle narra appunto dei 5 birilli e della boccia d’oro nascosti nei sotterranei del castello e oggetto del desiderio di molte persone regolarmente scacciate dal diavolo. Un’infinità di leggende riguarda infine la presenza di una dama d’altri tempi nei pressi del castello, intenta a pettinarsi i lunghi capelli e a piangere e gemere tanto da spaventare i passanti. Qualcuno riuscì perfino a parlare alla melanconica figura che non riusciva a trovare pace ma il mistero della sua presenza nei pressi di Neuhaus non fu mai chiarito.

Autore: Reinhard Christanell

Markus: pompiere da cinque generazioni

Nella casa di Markus Bertignoll a Egna, i Vigili del fuoco volontari fanno parte della famiglia da cinque generazioni: nel ruolo di comandante dal 2005 al 2018 e vice già dal 1999, è entrato a far parte del Corpo a dodici anni (era il 1985). Dal 2010 ricopre anche il ruolo di presidente dell’Unione Distrettuale della Bassa Atesina. “In un certo senso si può dire che sono entrato per tradizione di famiglia, ma non c’è mai stato ne un obbligo ne una spinta. È stata una cosa automatica”, afferma Bertignoll, nel ripercorrere le origini del proprio impegno. 

“Il primo dei nostri a far parte del corpo di spegnimento, nel 1910, si chiamava Anton, il mio bisnonno. Da lì in poi siamo sempre stati presenti, con mio nonno, anche lui Anton, mio padre Herbert e mio zio Walter. Poi sono arrivati mio fratello Stefan, i miei cugini Johannes e Matthias ed io. E adesso ci sono anche i miei figli: Pirmin e Nils. Ricordo che il figlio più grande mi diceva che non voleva entrare nei pompieri; poi quando ha compiuto i dodici anni ha cambiato idea”.

Markus Bertignoll, qual è la spinta per diventare un Vigile del fuoco ed esserlo fieramente per tutta una vita? 

Penso che ci siano vari motivi; da ragazzo vieni attratto da quella passione per le cose insolite, fuori dal quotidiano. Poi, quando si può realmente aiutare qualcuno iniziano le vere soddisfazioni; e poi è molto importante anche lo spirito di squadra.

Qual è la parte più complessa? 

Bisogna sempre restare aggiornati per quanto riguarda gli strumenti, le attrezzature, le tecniche d’intervento. E poi – fatto non facilissimo per tutti – bisogna essere sempre reperibili. Una volta suonava la sirena, adesso non suona più tanto, perché c’è il cercapersone e quando suona bisogna partire. 

Un mestiere che è cambiato parecchio nell’arco di questi decenni…

Se pensiamo che a Egna i primi pompieri andavano in intervento trainando la pompa a mano e poi con il cavallo… adesso abbiamo dei mezzi super moderni. Ho trovato delle fotografie di mio papà in cui si vedono gli squarci del piede di porco su alcune automobili per estrarre i feriti: erano altri tempi.

Come sono i rapporti fra colleghi? 

I vigili del fuoco sono come una grande famiglia; qualche tempo fa siamo andati in Friuli e ci siamo incontrati con pompieri sloveni, italiani e della Nato: subito si è creato gruppo. Siamo addirittura riusciti a compiere un intervento simulato, senza esserci visti prima, con gli americani.

Quali sono gli interventi più impegnativi? 

A livello fisico quelli lunghi, ad esempio quando ci sono piene dell’Adige o per la ricerca di persone. A livello emotivo sono sempre gli incidenti: non si sa mai a cosa si va incontro… 

Ci sono difficoltà nel reperire nuove reclute?

Fortunatamente siamo in crescita. Si va ad annate, anche perché solitamente a presentarsi è un gruppo di amici, o un ragazzo che trascina gli amici. In generale siamo fortunati a trovare giovani o adulti. Alcuni poi entrano anche negli effettivi.

A tal proposito, cosa si sente di dire alle aspiranti nuove leve? 

Di mettercela tutta, di non mollare subito, anche se ci si trova davanti alle difficoltà. Alla fine il mestiere e tutto quello che chiede, ripaga.

Autore: Daniele Bebber

Il Sud nelle pennellate di Baldessarini

Walter Baldessarini fu artista meranese dalla vivacità coloristica tutta mediterranea e dal cuore curioso che lo portò a viaggiare alla ricerca di quegli scorci e di quei paesaggi meridionali dove mare, promontori, vegetazione e luce si fondono. Dall’Italia, attraverso la Grecia e la Turchia, fino al Marocco, alla Spagna e al Portogallo, l’artista ha realizzato le sue opere en plein air.

Walter Baldessarini era nato a Merano, in piena epoca fascista, nel 1936. Era figlio degli antiquari Lina Klotz e Rinaldo Baldessarini dai quali ereditò la passione per la bellezza. Anche se inizialmente la strada tracciata doveva condurlo ad una vita dedicata alla musica, suonava infatti il pianoforte, a 16 anni decise che era invece l’arte la sua passione e si iscrisse alla scuola d’arte privata fondata nel 1915 da Minni Bosshard e Karl Blocherer a Monaco di Baviera. Nel 1955, vinta una borsa di studio, poté trasferirsi a Roma e frequentare le lezioni presso il “Centro sperimentale di cinematografia” dove approfondi costume e scenografia. Nella stessa città, accanto a questo istituto il giovane meranese frequentò anche l’Accademia di Belle Arti dove frequentò la classe di Mario Mafai, l’iniziatore della cerchia artistica conosciuta come Scuola di Via Cavour. Nel 1957 aveva partecipato alla mostra collettiva di costume e scenografia al Festival del Cinema di Venezia e ne fu premiato col “Ciak d’oro”. Per quanto riguardava invece il suo percorso artistico il giovane pittore fu influenzato sia dagli antichi maestri del Gotico e del Rinascimento, quanto da quegli artisti che avevano aderito all’espressionismo e alle sue declinazioni come quella della “Der Blaue Reiter” o “Die Brücke”.  Nel 1959 iniziò da Trapani la sua lunga esperienza espositiva che portò le sue tele in numerose città italiane ed europee. L’ultima delle sue mostre si tenne a Roma, nel 2022 presso la Fiera d’Arte Contemporanea Nuvola di Fuksas. I soggetti risentirono spesso della mitologia e della classicità che fecero capolino nelle sue tele attraverso tutte le sue fasi artistiche e financo alla maturità. La sua pennellata si era via via evoluta, diventando sempre più libera, ampia, materica, inserendo a tratti piccoli gesti di “frottage”, la tecnica cioè della raschiatura del colore riscoperta da Max Ernst.  La tavolozza era divenuta via via sempre più vivace con tonalità acriliche assai variegate e inaspettate. La luce calda, a volte abbacinante, invadeva gran parte delle tele e dei soggetti rappresentati, allontanandosi sempre più dal figurativismo per giungere ad un gestuale, astratto e bidimensionale.
Le sue tele sono conservate e fruibili presso l’Archivio Walter Baldessarini, curato dalla Galleria Denny Staschitz.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Da perfetto sconosciuto a ottavo in Italia

Jan Fragiacomo è un giovane atleta bolzanino che si è avvicinato da poco al mondo dell’atletica leggera ma i suoi risultati sono sempre più notevoli. Durante i Campionati Italiani Assoluti svolti qualche settimana fa a Molfetta Jan è riuscito a conquistare l’ottava posizione con un nuovo risultato personale di 6396 punti. Oggi andremo a scoprire i segreti del suo successo e a conoscere meglio la sua storia.

Jan, raccontaci qualcosa in più di te…

Ho 23 anni e studio scienze motorie a Verona, dove mi sono trasferito e ho trovato il mio gruppo di allenamento con il Cus Verona che voglio ringraziare immensamente. 

Come ti sei avvicinato al mondo dell’atletica?

Mi sono avvicinato all’atletica solamente tre anni fa: ho praticato baseball per tutta la vita e da due anni ho scoperto le prove multiple (il decathlon) e me ne sono innamorato: in questo momento è tutta la mia vita.
Prima di iniziare con il decatlon mi sono avvicinato al mondo dell’atletica con l’idea di diventare un giavellottista (il braccio ce lo avevo) poi, stando al campo con gli allenatori, abbiamo provato qualche corsa e qualche salto e ci siamo accorti che qualcosa c’era, così nel 2021 abbiamo provato a fare una prova multipla ed è stata la prima volta che gareggiavo in sette delle dieci discipline. Non lo avevo preparato per niente ma mi è piaciuto moltissimo e da lì ho iniziato a prepararmi seriamente per questa disciplina.

Quest’anno ai Campionati Italiani Assoluti di Molfetta hai fatto un gran risultato… 

Quello dei Campionati italiani è stato un risultato incredibile: non ci avrei mai creduto. Quest’anno il mio obbiettivo era molto più basso (l’anno scorso non ero nemmeno riuscito a qualificarmi per i campionati italiani U23), mi servivano settecento punti in più rispetto al mio personale dell’epoca per qualificarmi e in qualche modo siamo riusciti a tirarli fuori. Essere lì era già un sogno. Poi ho cercato di mettere l’ansia da parte, divertirmi e fare il mio. Ed è venuto fuori anche un bel risultato.

La tua disciplina preferita? 

Il giavellotto. Il mio primo amore. È anche la disciplina dove vado meglio.

Quella con cui vai meno d’accordo?

I 1500 metri: è una gara veramente dura, essendo l’ultima gara delle due giornate hai ancora pochissima energia nel corpo. Comunque mi piace il fatto che c’è ancora tanto margine di miglioramento e ho tanti punti da recuperare.

Obiettivi futuri?

La stagione è praticamente conclusa, la testa è ormai ai campionati italiani assoluti del 2024 per provare a scalare qualche posizione in più.

Quante volte ti alleni a settimana?

Svolgo due allenamenti al giorno, una sessione mattutina e una pomeridiana. Ho sempre continuato a giocare a baseball, quest’anno ho fatto un po’ più fatica ad allenarmi quindi ho giocato solo le partite. Al momento le due carriere sono parallele, in futuro deciderò su quale delle due concentrarmi in base a come andranno le cose.

Che cosa ti spinge a migliorarti?

I miglioramenti stanno venendo uno dietro l’altro e questo mi motiva sempre di più a migliorarmi.

Ti sei addirittura ritrovato a firmare autografi per piccoli tifosi, come ti sei sentito?

Mi piace coinvolgere il pubblico e cerco sempre di fare uno spettacolo e non solo una prestazione. Questo mio modo è piaciuto molto e inoltre mi aiuta anche nel rilassarmi meglio e riesco a godermi il momento. Se mi fisso troppo su quello che devo fare mi irrigidisco e non riesco a raggiungere i migliori risultati.
Questo mio modo è piaciuto talmente tanto che ho passato due giorni a firmare autografi e a fare foto insieme ai ragazzi che seguivano le gare. È stato molto soddisfacente.

Autore: Niccolò Dametto

“Bolzano? Un vero hub europeo del Badminton”

Csaba Hamza è stato definito il “Re Mida” del badminton, la disciplina sportiva che i più conoscono come volano. Hamza nutre grandi ambizioni sia per la federazione di uno sport che in Italia ha ancora molti margini di crescita, sia per il futuro ruolo dell’Alto Adige in questo sviluppo. Ci ha raccontato la sua vita e i suoi sogni.

Csaba Hamza, allenatore e responsabile della scuola di badminton dell’Ssv Bozen, definisce la sua vita un “film”. Effettivamente, mentre srotola il racconto che l’ha portato dalla natia Transilvania a Bolzano, l’impressione che se ne ricava è quella. Tante esistenze condensate in una sola, a partire dalle vite professionali. La prima non si svolge con la racchetta in mano, come si potrebbe pensare, ma con uno strumento musicale, la viola. 

Arriva in Italia nel 1984 dove raggiunge il padre, anch’egli musicista, che l’aveva preceduto di un paio di anni. Finalmente può lasciarsi alle spalle la Romania di Ceausescu, in cui è cresciuto, e realizzarsi nella sua passione, la musica. Passa i primi anni a L’Aquila e poi va a studiare a Roma, dove si diploma all’Accademia musicale di Santa Cecilia. Fino ai 22 anni, pratica poco sport, più che altro a scuola. Il mondo della musica classica è estremamente competitivo e c’è poco tempo per altro. Solo dopo aver cominciato ad affermarsi come musicista, si avvicina al badminton. Più per caso, come spesso avviene nella vita.

“Avevo trovato lavoro a Palermo, al Teatro Massimo, come Prima viola. Era un momento di grandi soddisfazioni ma ero nuovo in città e, per conoscere qualcuno, ho pensato di iniziare a praticare uno sport. Era agosto, non il miglior periodo per iniziare a praticare uno sport, e l’unica federazione che trovai aperta era quella di badminton. Un po’ ci avevo giocato e allora, mi chiesi, perché non provare?”, spiega. 

Da quel momento, poco alla volta il badminton entra sempre di più nella sua vita: Hamza gioca ad alto livello riuscendo a conciliarlo con il mestiere di musicista. 

Comincia però ad accarezzare l’idea di trasformarlo in qualcosa di più di un passatempo che aiuta a coltivare relazioni sociali. Prima di arrivare in Italia, aveva studiato al liceo pedagogico. L’esperienza di insegnamento con i ragazzi non gli manca. Comincia allor a frequentare corsi di perfezionamento in giro per il mondo, dalla Danimarca, dove studia con Zhang, il suo mentore, alla Corea. Ha quindi inizio la sua seconda vita come “uomo d’oro” del badminton italiano. Diventa capo allenatore della nazionale italiana, poi anche preparatore tecnico di quella tedesca. Un percorso di dedizione totale che dopo aver vissuto a Milano lo porta a Bolzano, attirato dalla possibilità di lavorare per creare una storia di successo. 

I risultati non si fanno attendere: le ultime tre edizioni del campionato italiano se le accaparra la squadra dell’Ssv Bozen, espressione di quella che ormai viene definita la “scuola bolzanina”. Nel capoluogo stanno infatti maturando alcune delle speranze di questo sport, cominciando dalla figlia Yasmine Hamza (che recentemente ha vinto un argento al torneo internazionale “Brazil International Series”) fino ad atleti come Marco Danti e Ruben Fellin, tra i migliori under 17 del Paese. Tra i nuovi talenti si segnalano oggi anche Anna Hell e Katharina Kössler. La scuola che partì tredici anni fa con 26 allievi adesso ne conta 350. Ma l’obiettivo dichiarato è riportare un atleta italiano alle Olimpiadi. L’ultima giocatrice è stata Jeanine Cicognini ai Giochi di Rio 2016.

Ma non è l’unico. 

Il sogno è avere una struttura dedicata, un centro in cui le giovani promesse possano allenarsi senza dover condividere spazi e tempi con altre discipline, misurandosi con professionisti di altre nazioni, atleti dalla Thailandia o dall’India che, di passaggio in Europa, potrebbero allenarsi in Alto Adige, approfittando della sua posizione centrale. “Mi piace pensare in grande. I nostri giovani atleti potrebbero imparare dai migliori talenti mondiali e Bolzano diventare la capitale del badminton. Se troveremo una sponda nella politica locale, potremo costruire una sorta di hub continentale. Questo è il sogno e ci sto lavorando con tutte le mie forze”. Parola di Re Mida.

Autore. Nilo Ruggeri

Sfide epocali

È stato finalmente svelato il luogo epico dove si terrà il combattimento tra Elon Musk e Mark Zuckerberg e, chiaramente, non poteva che essere in Alto Adige/Südtirol. Sembrava che il fondatore di Facebook non volesse più accettare la sfida quando, sull’altopiano di Siusi, è stato scoperto un anfiteatro romano di 2000 anni fa. Il sito verrà recuperato per diventare un nuovo patrimonio UNESCO e tutti i ricavi dei diritti per la trasmissione dell’incontro verranno devoluti agli albergatori sudtirolesi, in modo tale che possano realizzare nuove strutture per poter accogliere nuovi turisti tra le nostri dolci vallate. 

Autore: Roberto Tubaro

Fisarmonica e… ciano

E’ nato a Bolzano nel 1996. Suona la fisarmonica da quando aveva 8 anni, e ancora oggi la musica occupa gran parte della sua vita. Lavora come programmista multimediale presso la sede Rai di Bolzano dal 2022, e da quest’anno conduce ogni giovedì il programma radiofonico di attualità culturale “Onde Vagabonde”. Dal 2016 fa parte della band “The Rumpled”, con cui ogni anno si esibisce in una quarantina di concerti in Italia e all’estero.

La cosa di me che mi piace di più.

Il mio altruismo, il mio spirito di iniziativa, l’impegno e la dedizione che metto nelle cose che amo.

Il mio principale difetto.

Talvolta fatico a mettermi in discussione, e spesso non ascolto come dovrei i consigli giusti.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

La mia passione per le caramelle gommose. Quelle zuccherate.

Non sopporto…

La sempre più pervasiva dipendenza delle persone da cellulare e da social. E le mosche.

Per un giorno vorrei essere…

Uno dei tennisti più forti al mondo, per vivere la sensazione di colpire la pallina a quella velocità. Magari giocando un match sui prati di Wimbledon.

Nel mio frigorifero non mancano mai…

Uno o più scompartimenti vuoti.

Se fossi un animale sarei…

Un gatto. Domestico, pigro e viziato.

Sono stato orgoglioso di me stesso quella volta che…

Ho preso tra le mani il primo Cd pubblicato con la mia band, i The Rumpled. E quando abbiamo aperto tre concerti di Vasco Rossi, e abbiamo visto saltare e battere le mani a tempo sulle nostre note una folla di oltre centomila persone.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Recentemente, in seguito a una forte ginocchiata contro il mio letto, contro il quale ho con forza inveito accusandolo di essere troppo spigoloso.

La prima cosa che faccio al mattino.

Do il bacio del buongiorno alla mia compagna. E poi mi rammarico di dovermi alzare.

La persona che ammiro di più.

Michele Salvemini, aka Caparezza. Per la sua musica ma soprattutto i suoi testi. Un genio assoluto.

Il mio motto.

Non dare per scontati i momenti felici e goditeli al massimo.

La massima stravaganza della mia vita.

Aver fatto da testimone di nozze a una perfetta sconosciuta.

Il mio colore preferito.

Il ciano. Un determinato tipo di ciano. Ne sono così ossessionato che tutte le persone che mi conoscono lo sanno.

I giovani tra fede e speranza

// Di Niccolò Dametto

Michele Dalla Serra è da non molto il nuovo referente del settore della Pastorale Giovanile della Diocesi di Bolzano Bressanone. Questo compito è sempre stato affidato a un sacerdote, ma ora per la prima volta l’ambito viene coperto da un teologo laico per tutti i tre gruppi linguistici. Attirare i giovani al mondo della chiesa risulta sempre più difficile oggigiorno, una vera sfida che Michele, classe ’93, ha preso a cuore. Con lui oggi andremo a scoprire cosa è cambiato rispetto alle generazioni passate e come i giovani vedono la chiesa cattolica.

Come ti sei avvicinato alla religione fino poi ad arrivare a fare questo lavoro?

Sono cresciuto a Bolzano in un ambiente parrocchiale. I miei genitori mi portavano nella chiesa della Visitazione, ho frequentato lì la catechesi e i campi scuola estivi. È sempre stato il mio ambiente. Poi quando ho iniziato le superiori mi sono aggregato ad un gruppo di miei coetanei che si trovava alla Parrocchia dei Tre Santi e sono cresciuto assieme a loro, con esperienze, gite in montagna e viaggi organizzati dalla Pastorale Giovanile. Facendo queste esperienze con il tempo mi sono offerto nel dare una mano nell’organizzazione; una cosa tira l’altra e finite le superiori ho iniziato a dare una mano più sostanziosa sempre su base volontaria, fino a quando non mi è stato offerto un lavoro part-time dall’azione cattolica.

Poi ad ottobre nel 2022 la Pastorale Giovanile stava cercando qualcuno che si impegnasse nel coordinamento delle attività del gruppo linguistico italiano e del gruppo linguistico tedesco, allora mi sono candidato ed eccomi qua.

La tua fede come ti ha influenzato in questo percorso?

Sicuramente è stato un percorso di crescita. Quando le cose vanno bene, viene facile avere fede, quando invece le cose non vanno mi chiedo sempre perché lo faccio. Sicuramente non lo faccio per me: lo faccio sempre nell’ottica del servizio. Fede e servizio sono due parole che vedo molto legate tra di loro.

Che rapporto hanno i giovani con la chiesa rispetto alle generazioni passate?

In passato c’erano meno proposte e i giovani erano meno ribelli, avevano meno voglia di autodeterminarsi e fare di testa loro. Quindi era più facile per le famiglie trasmettere ai propri figli il loro spirito religioso.

I miei genitori sono cresciuti frequentando l’oratorio, come molti dei loro coetanei. Oggi non tutti i genitori d’oggi hanno avuto un passato parrocchiale, e quindi la chiesa viene vista solo come una istituzione e non si propone più ai ragazzi di andare in parrocchia. Molti genitori delle generazioni passate raccontavano le loro esperienze positivi ai loro figli e questo sicuramente aiutava: i figli si fidavano di più.

Come li vedi i giovani d’oggi?

Quello che vedo adesso è che c’è più un senso di ribellione, di fare di testa propria. Non ho ancora capito se è per mancanza di voglia, per i troppi impegni o per il troppo stress.

Insegnando religione in un liceo mi sono reso conto che i ragazzi d’oggi sono stressati in generale. Alcuni arrivano a scuola già spremuti: tra compiti, sport e lezioni se gli si fa una proposta ulteriore diventa facile che ti dicano di no.

Da un lato c’è questo abbondare di proposte, impegni e stress, dall’altro (in modo implicito/silente) c’è un fortissimo desiderio di approfondire alcune tematiche. Anche sulla scia del post-Covid a lezione si fanno un sacco di domande, non solo sul futuro ma anche sul presente. E, secondo me, rispetto a queste domande manca spesso l’occasione per metterle in comune e discuterle assieme.

Perché si parla poco di religione tra i giovani?

L’estate scorsa abbiamo fatto un campo estivo con la parrocchia e una delle difficoltà che emergeva dai ragazzi (che erano quasi tutti delle superiori) è che oggi se dicono in classe che vanno a messa o fanno parte di un gruppo parrocchiale, a loro viene attribuito lo stigma dello sfigato e quindi magari tanti si vergognano di raccontare questa loro esperienza. è stato interessante: quando ne abbiamo parlato alla fine si sono trovati ad essere ben in sei in una classe di venti alunni che stavano facendo questa esperienza, ma non ne avevano parlato tra di loro.

Secondo me, è perché si ha paura di venire etichettati anche perché ultimamente la chiesa istituzione viene criticata molto. Ma essere chiesa in realtà è una cosa diversa da quello che normalmente si pensa. Si ha paura di porsi delle domande per la paura delle risposte. Il tema della fede presuppone di farsi domande tutti i giorni per crescere, per mettersi in discussione.

Come si fa ad attirare i giovani affinché prendano parte alle iniziative religiose?

Secondo me la strategia della testimonianza e dell’esempio è senz’altro quella più efficace. Se esprimo ai giovani le mie emozioni e faccio capire loro che quella cosa lì muove anche me, la testimonianza senz’altro ha effetto. Magari non viene recepita subito ma viene presa messa lì da qualche parte e poi magari dopo qualche anno viene tirata fuori, perché qualcuno capisce cosa ha voluto dire fare quell’esperienza. In ogni caso che vengano tre ragazzi oppure cento per me tutti sono importanti ed è importante che tutti riescano a vivere bene quell’esperienza.

Ai giovani che messaggio vuoi lanciare?

Dico loro: se per un periodo le cose vanno male devi pensare che poi passa, e allora intanto prova a vedere il bello che ti dà il ritmo per andare avanti. Comunicare questo ai giovani è determinante. Perché poi iniziano a fidarsi di più e a capire che con la fede la vita non è un sogno dove va tutto alla perfezione ma che ognuno ha le proprie difficoltà ma anche le sue gioie. Per me avere fede è un valore aggiunto, mi dà ha una marcia in più per ripartire: è una speranza a lungo termine.

Che cosa deve assolutamente avere un buon cristiano?

La speranza. Se non abbiamo la speranza non possiamo ritenerci cristiani. Però non deve essere una speranza del “che vadano bene le cose”, ma un “io credo che le cose vadano bene”, “spero di capire come farle andare bene”, e “spero che succeda nei tempi giusti”. Occorre essere sicuri che prima o poi ci sarà una svolta e credere in quella sicurezza vuol dire appunto aver fede.

Come si fa poi a mantenere la fede?

Da bambino hai una fede giovane e acerba. Hai le tue scarpette piccoline. Se quando cresci ti allontani dalla fede, ti ritrovi poi ad essere adulto e avere ancora le scarpe da bambino. Ti senti ridicolo, non le vuoi più mettere quelle scarpe. Ma come cresce il piede, devi anche cambiare la scarpa. Ciascuno deve crescere nella fede facendosi delle domande, confrontandosi con gli altri, capendo se anche loro si fanno le stesse domande e come si possono trovare dei punti in comune. La dimensione tanto sottolineata dal Papa della fraternità è questa: stare insieme, confrontarsi insieme per cercare di trovare una soluzione ai problemi di tutti.

Una pausa

Due righette verticali appaiate. è molto interessante e significativo il fatto che nei più recenti apparecchi elettronici, smartphone compresi ma anche condizionatori, microonde e chi più ne ha più ne metta, sia rimasto proprio quel simbolo a indicare in maniera diretta e simbolica l’interruzione temporanea, l’intervallo, più che lo stop. Due righette verticali dunque come una sorta di contraltare e non il contrario rispetto al triangolino con il vertice rivolto verso destra a indicare invece il play, richiamando il simbolo della freccia.

Com’è noto la parola pausa ha molti usi e sfaccettature, oltre al significato basilare di arresto, sosta e fermata. Basti pensare alla “pausa di riflessione” che ormai e purtroppo sempre meno ci prendiamo, prima di compiere un passo importante oppure dopo un periodo alquanto intenso nella nostra vita. C’è poi la pausa che ci si prende quando si parla, magari per dare maggiore enfasi a quanto si sta per dire, oppure per riprendere il fiato ancora una volta dopo aver detto qualcosa di importante oppure esserci troppo infervorati. La pausa nella conversazione è stretta parente della pausa in musica, fondamentale perché in grado essa stessa di dare un senso alle note che vengono prima e dopo, ma anche per segnare una cadenza, sincopare il ritmo, rendere interessante il flusso melodico.

Ci sono poi naturalmente la pausa scolastica, che scandisce le lezioni giornaliere e consente di tirare il fiato, e quella nel lavoro che ci dà respiro.

Più in generale la pausa è quel momento in cui, per un motivo o per l’altro, ci ritroviamo in un tempo sospeso, e abbiamo quindi una possibilità – finalmente, diranno molti di voi – per renderci conto di nuovo chi siamo, da dove veniamo e dove stiamo andando, riavvicinandoci forse di nuovo al nostro vero essere noi stessi. E a dire il vero questo fermarsi non lo amiamo proprio tutti. C’è chi, uscendo dal vortice delle cose che facciamo, può arrivare a sentirsi nudo, indifeso, guardandosi anche solo virtualmente in uno specchio.

Sta di fatto che una pausa, di fatto, fa bene a tutti noi. E che – spesso – è proprio il periodo estivo il momento più adatto, per ricaricare le pile. Per poi ripartire.

Anche noi di QuiMedia per questo motivo ci fermiamo. Dopo una breve pausa i nostri giornali torneranno nelle vostre case il prossimo 24 agosto. Dopo di che riprenderemo a raccontarci come sempre quello che ci succede. Buona pausa a tutti voi!

Verso una Laives senza plastica

Non c’è voluto neanche troppo tempo: un colloquio, una richiesta formale, e poi la sigla sul protocollo d’intesa. È stato firmato nei giorni scorsi l’accordo di collaborazione fra il Comune di Laives e Plastic Free, che promuove iniziative di sensibilizzazione, di raccolta della plastica e dei rifiuti non pericolosi. “Era quasi un atto dovuto, visto che Laives sta divendando sempre più sensibile al tema dell’ecologia”, spiega Ornella Libardoni, referente di Plastic Free per Laives, Bronzolo e Vadena.

// Di Luca Masiello

La firma al protocollo d’intesa fra l’amministrazione comunale laivesotta e l’associazione Plastic free è stata apposta qualche giorno fa dal sindaco Christian Bianchi e dalla referente Ornella Libardoni.
All’atto erano presenti anche l’assessore Bruno Borin, la consulente ambientale Claudia Cornaviera e l’architetta Alessandra Montel.
Si è trattato di un momento importante per l’associazione ambientalista e per tutta la comunità locale.
Ornella Libardoni, come siete arrivati a questo accordo?
è successo tutto in maniera quasi del tutto spontanea, come naturale doveva essere la sottoscrizione di questo protocollo. Negli ultimi anni Laives infatti si è dimostrato a più riprese un Comune davvero virtuoso, attento alle problematiche ci stanno tanto a cuore. Hanno eliminato la plastica dagli uffici e dalle mense scolastiche: quesot vuol dire niente bottigliette, niente piatti o stoviglie monouso, e se si calcola che solo alla mensa si servono oltre 1400 coperti al giorno, non è un’azione da poco. Eppure c’è ancora tanta maleducazione da parte dei cittadini. Così ho pensato di parlare con l’assessore Bruno Borin proponendogli si stipulare questo accordo e lui ha organizzato un incontro con sindaco e il protocollo è stato finalmente firmato.
Che cosa prevede questo protocollo d’intesa?
L’amministrazione comunale si impegna a sostenere le attività promosse dalla nostra organizzazione di volontariato offrendo il suo patrocinio gratuito e garantendo l’intervento della Seab per il ritiro dei sacchi contenenti i rifiuti di plastica raccolti durante le nostre iniziative, i cosiddetti “clean – up”. Inoltre il Comune ci assicura priorità di intervento alle segnalazioni di abbandono di rifiuti effettuate da noi volontari ma anche dei semplici cittadini.
In che modo?
Noi di Plastic Free sorvegliamo le strade ed i paesi con un occhio clinico, ma chiunque può segnalare l’abbandono illegale dei rifiuti. Basta chiamare lo Sportello Rifiuti al numero verde 800 046119: nel giro di pochissimo interviene una squadra per ripulire la zona.

È davvero così grave la situazione in Bassa Atesina?
Purtoppo devo rispondere in maniera affermativa. Qualche settimana fa abbiamo organizzato un clean – up dedicato esclusivamente ai mozziconi di sigarette. Eravamo in otto, sette volontari più l’assessore Borin, ed abbiamo battuto via Kennedy su ambo i lati dall’altezza della Despar fino alla fermata del bus di fronte alla pizzeria “Crosara”. Risultato: tre chili di mozziconi raccolti: non ci potevamo credere. Nei pressi dei bar, alle fermate degli autobus, intorno ai tombini e persino accanto ai cestini muniti di posacenere ci sono cicche buttate a terra. È indispensabile trovare un modo per sensibilizzare la popolazione, far capire loro che un filtro ci mette fino a quindici anni per degradarsi, e rilascia nell’ambiente una quantità incredibile di veleni. I fumatori sembra che non ci pensino, forse credono che non sono infestanti, o forse quel gesto di spegnere la sigaretta ovunque è ormai un meccanismo automatizzato. Noi ci stiamo provando, ci stiamo mettendo tutto il nostro impegno; assieme alla collega Martina Puentes abbiamo coinvolto un bel numero di volontari mettendo manifesti, andando nei negozi e impegnandoci sui social.

Quali sono i prossimi passi, avete delle azioni in programma?
Adesso stiamo lavorando per siglare un protocollo simile anche con il Comune di Vadena, ma dal punto di vista delle azioni di pulizia non abbiamo ancora niente in programma: fa troppo caldo. Verso la metà di settembre però ci recheremo per tre giorni al Lido di Tarquinia, dove ci sarà un raduno dei referenti di tutta Italia: sarà un’ottima occasione per conoscere altri volontari, confrontarsi con altre realtà e dunque far tesoro di nuove nozioni da importare nei nostri paesi della Bassa Atesina.