Mitologie

Il mondo della musica è in lutto per la scomparsa della leggendaria regina del rock, Bettina Durner, detta Tina. Ribattezzata affettuosamente “La Panettiera del Rock”, ha iniziato la sua avventura musicale a Merano, dove vendeva pane fresco e cantava le sue prime note nell’osteria del paese. Ha raggiunto l’apice del successo con l’album “Simply the Speck”. Con hit come “Proud Meraner”, “Stolze Maria Himmelfahrt” e “What’s Wine Got to Do with Brixen?”, Tina ha dimostrato di saper fondere alla perfezione i suoni rock con la tradizione. Il suo singolo “We Don’t Need Another Strudel” ha fatto ballare e cantare tutti, celebrando uno dei dolci tradizionali più amati della regione.

Autore: Roberto Tubaro

Don Milani: l’importanza della parola 

Mario Lancisi, giornalista, inviato del “Tirreno”, e autore di saggi e libri sulla figura di don Lorenzo Milani, ci racconta – con l’occasione della presentazione del suo nuovo libro “Don Milani. Vita di un profeta disobbediente. A 100 anni dalla nascita” – il pensiero di questo prete-intellettuale. 

Qual è il pensiero di Don Milani? 

Il pensiero di don Milani è molto semplice. Diventa prete nel ’47 e viene mandato in una parrocchia vicino a Prato, a Calenzano. Qui scopre che i fedeli non rispondono, non sanno ascoltare una predica, non sanno il catechismo nè capire il Vangelo, perchè manca loro la parola. Lui capisce che il punto fondamentale è dare la parola ai poveri così che possano avere una capacità critica nei confronti della realtà in cui vivono ed essere quindi cittadini-sovrani. La parola è la grande proposta che Lorenzo Milani fa alla chiesa e alla società del suo tempo. Lui dice che la povertà non si misura nei soldi, ma nella parola: una persona che possiede la parola è una persona ricca, è una persona che riesce in qualche modo a gestire la società.

Quali erano i suoi temi cardini?

L’amore per i poveri, l’amore per chi rimane indietro, per chi soffre. È ritenuto per questo uno degli intellettuali più importanti del secondo Novecento, perchè ha affrontato nelle sue opere principali i grandi temi del secolo. In “Esperienze Pastorali” affronta il tema della riforma religiosa che poi confluisce nel Concilio Vaticano II. Con “L’obbedienza non è più una virtù” il tema della pace del disarmo, del primato della coscienza del dovere e di non obbedire a ordini ingiusti e sbagliati e infine con “Lettera a una Professoressa” il grande tema del classismo nella scuola e l’importanza della cultura nella crescita della persona. 

Perché papa Francesco ha dovuto “riabilitarlo”? 

Perchè essendo un uomo del vangelo era anche un uomo disobbediente alle regole della chiesa che non erano conformi al suddetto. Papa Francesco ha indicato don Milani come colui che ha posto le basi per la chiesa del futuro. 

Secondo lei, cos’avrebbe potuto pensare don Milani della scuola di oggi?

Lui criticava la scuola del suo tempo dicendo che non poteva essere “un ospedale che cura i sani” per questo nella sua scuola a Barbiana l’approccio consisteva nell’aspettare tutti, soprattutto chi faceva più fatica. Era una scuola innovativa, tutto era programma: riparare un motore, costruire degli sci… ma per lui quel modello di scuola moriva con lui. Di conseguenza non posso dire ciò che lui avrebbe pensato oggi, ma posso dire quello che penso io riflettendo sui suoi valori, perciò mi verrebbe da dire, ad esempio, che un ministero non si può chiamare “del merito” poiché è un modo classista di giudicare i ragazzi. Questo è un problema ancora presente, come allora i figli dei montanari facevano più fatica, oggi quelli, ad esempio, degli immigrati sono nella medesima situazione.

Autrice: Anna Michelazzi COOLtour

I fiumi di Bolzano protagonisti del progetto Flux

Fino al 3 giugno, nell’ex Centrale Idroelettrica “Rendlstain”, sarà aperta la mostra dell’artista austriaco Herwig Turk, organizzata dalla galleria Lungomare. 

Bolzano è conosciuta principalmente come una città di montagna, ma spesso ci dimentichiamo che si trova all’incrocio di tre fiumi. Il progetto artistico-culturale chiamato Flux ci porta a conoscere la nostra città attraverso i suoi corsi d’acqua. Per mezzo di workshop, performance, installazioni e ricerche fluviali, il progetto punta a svelare le potenzialità delle aree circostanti i fiumi e a far maturare diverse visioni sul loro utilizzo, grazie alla collaborazione attiva degli abitanti e al dialogo tra arte, scienza e partecipazione cittadina.

IL LUOGO

La mostra si tiene nella ex centrale idroelettrica “Rendlstain”, situata sulle rive del fiume Talvera, vicino al Ponte S. Antonio. Questo luogo è significativo perché qui sorse il primo impianto industriale dell’Alto Adige, la “filanda di cotone imperiale e reale privilegiata Kofler, Herrmann & Co”, che utilizzava l’energia idrica per le macchine di lavorazione dei filati. Dopo la prima guerra mondiale, l’azienda divenne nota come “Cotonificio di Bolzano, Società a garanzia limitata” e rimase attiva anche sotto la dominazione italiana. Tuttavia, negli anni ‘60, la produzione a Bolzano divenne poco redditizia e la fabbrica venne smantellata nel 1979. Fino al 3 giugno, la mostra di Herwig Turk intitolata “Spazio per i fiumi” sarà ospitata nella “Rendlstain”, con la curatela di Angelika Burtscher e Daniele Lupo, ideatori della galleria e piattaforma artistica Lungomare. La scelta di questo luogo per l’installazione è un invito a riscoprire il rapporto perduto con i fiumi cittadini e a rivendicare uno spazio per i corsi d’acqua.

IL PROGETTO

Nella centrale si trova l’installazione appositamente realizzata per questo spazio: il risultato dell’indagine di Herwig Turk sul contesto fluviale di Bolzano negli ultimi due anni, all’interno del progetto Flux – Azioni ed esplorazioni fluviali. Dopo aver lavorato sul Tagliamento in Friuli e sul Danubio a Vienna, Lungomare ha coinvolto l’artista austriaco per sviluppare un progetto sui fiumi di Bolzano, utilizzando il suo approccio transdisciplinare e documentaristico, che coinvolge esperti di biologia, storia, biomedicina ed ecologia dell’acqua. Grazie alla ricerca di questi esperti, ai loro testi e alle loro immagini, l’artista è riuscito a dare vita a una vera e propria co-produzione del lavoro, arricchita da diverse forme di conoscenza. La mostra offre una lettura del paesaggio come un sistema complesso in continua trasformazione, intrecciato da connessioni visibili solo in parte. 

Dal 2022, Herwig Turk ha esplorato i fiumi Talvera, Isarco e Adige a Bolzano, fotografando e filmando il letto dei fiumi, i movimenti dell’acqua, i sedimenti, le aree circostanti, gli ostacoli lungo le sponde, la flora e la fauna dei tre fiumi. Durante questo processo ha costantemente integrato le sue speculazioni con le voci degli esperti. Ciò che prende forma nella mostra è un ecosistema fluviale dinamico, in cui emergono i cicli legati alle falde acquifere sotterranee, all’aria e all’umidità sopra il livello dell’acqua, all’interazione con le aree circostanti, le piante, le sponde sabbiose e ghiaiose e la materia organica che si deposita. L’installazione,  composta da light box artigianali, fotografie, video, stampe di fossili, mappe, voci e suoni, ripercorre attraversamenti, esplorazioni, documentazioni, interviste e registrazioni fatte dall’artista durante la fase di ricerca. Ne emerge un immaginario fatto di memoria e di proiezioni future, un paesaggio “altro”, sospeso e in incessante evoluzione. 

Autore: Nilo Ruggeri

Daniele Rielli, dalla provincia a Roma, senza dimenticare le proprie origini

Daniele Rielli è recentemente tornato a Bolzano per proporre in forma di lettura scenica alcuni passaggi dal suo ultimo romanzo “Il fuoco invisibile” (edito da Rizzoli). Il tema è quello del dramma ecologico e sociale legato all’arrivo in Puglia del temuto betterio Xylella, che ad oggi ha fatto morire 21 milioni di olivi in Puglia. Lo abbiamo incontrato, ripercorrendo i suoi inizi, fino ad arrivare al suo ultimo romanzo.

Daniele Rielli, a 40 anni lei è uno scrittore di successo, ma ha iniziato come blogger.

Ho sempre desiderato fare lo scrittore e il blog fu una possibilità per scrivere delle cose che le persone potevano leggere. Andò bene e da lì a breve fui contattato da alcuni giornali, locali e nazionali, con i quali cominciai a collaborare.
Nel frattempo, io comunque stavo già lavorando da anni al mio primo libro, che poi uscì per Bompiani.

Lei vive a Roma, ma resta molto legato a Bolzano. Nel 2019, per esempio, ha realizzato Hockeytown, un documentario sull’hockey nel capoluogo altoatesino.

Io ho giocato nelle giovanili dell’Hockey Club Bolzano, e per anni ho seguito anche la prima squadra. Dopo un periodo di allontanamento, avevo ripreso a seguire l’hockey, specie con l’ingresso del Hcb nella Ebel Cup, il campionato austriaco. Nella stagione 2017 / 2018 ho cominciato a seguire delle partite del Bolzano e la squadra, nonostante un inizio di campionato difficile, mi sembrava forte. Mi sono detto: secondo me questi vincono il campionato e quindi ho messo in piedi questo documentario. E poi è successo che il campionato lo hanno vinto davvero e quindi sono stato anche fortunato. La storia era talmente forte che ne è venuto fuori un prodotto che è piaciuto e che continua a piacere perché adesso su YouTube continua a essere visto tutti i giorni, e questa è una grande soddisfazione.

Veniamo al presente: ne “Il fuoco invisibile”, il suo quinto libro, ricostruisce le vicende legate all’arrivo in Puglia di Xylella, un batterio che ha causato la più grave epidemia delle piante al mondo…

Io però l’ho raccontata in un libro che non è un saggio scientifico, anche se c’è una parte scientifica e dettagliata, perché comunque quando scrivo di realtà mi piace essere preciso; le ho raccontate attraverso le vite delle persone che sono state travolte da questo evento catastrofico.
È successo che degli scienziati di eccellenza mondiale hanno scoperto la malattia e sono stati poi accusati di averla diffusa. Poi ci sono state tutta una serie di teorie del complotto, che si sono affermate prima nelle piazze, poi sui social network, poi anche presso le istituzioni, e hanno reso molto difficile il contenimento della malattia, per cui si è passati in poco tempo da qualche migliaio di piante malate ai 21 milioni ad oggi. Però l’epidemia non è stata fermata, anche se viene contenuta meglio rispetto ai primi anni. Sono passati dieci anni, ma la situazione è veramente surreale e il libro è un po’ il resoconto di questa grande illusione collettiva che ha fatto in modo che il problema fosse gestito così male.

Grazie al Teatro Stabile si è presentato a Bolzano con una lettura pubblica di estratti da questo suo romanzo…

Si tratta di un primo passo, sarebbe bello poi svilupparne un vero e proprio monologo. Il libro è ricchissimo di materiale storico, biografico, narrativo e scientifico. I livelli sono tanti, ma ho lavorato molto per renderlo così fruibile ed è per questo che ho usato un approccio narrativo. Ora, trasportare tutto questo in un’ulteriore riduzione non è facile, però sarebbe interessante provarci.

Autore: Till Antonio Mola

Un orto sociale per l’integrazione

Il titolo del progetto è “Cultivate your Culture”, coltiva la tua cultura, e non è certo stato dato a caso. Il Gruppo giovani Flowers di Bronzolo lo ha scelto per indicare un’iniziativa volta a creare insieme ai ragazzi un orto sociale, luogo di comunicazione, integrazione ed interazione. E in attesa dello spazio necessario, i giovani stanno “studiando” al maso Gerwies.

// Di Luca Masiello

“Vogliamo riconnettere i giovani alla natura, vorremmo che abbandonassero cellulari e videogames per stare con i loro coetanei all’aria aperta, divertendosi, imparando e facendo qualcosa che li porti a creare qualcosa. Con l’orto sociale si promuove la collettività, il senso di comunità, l’inserimento lavorativo e, più in generale, il benessere per i ragazzi.”
Sono queste le parole di Valentina Scianamè, educatrice del Gruppo Giovani Flowers, che sta seguendo i giovani di Bronzolo in questo nuovo percorso intrapreso.  

Valentina Scianamè, come è nata l’idea dell’orto sociale?

La richiesta di un orto aperto a tutti è frutto di una idea di un giovane volontario del Gruppo Giovani Flowers, oggi vicepresidente del sodalizio, Wualid Sghaier, che ha sviluppato l’dea con il presidente Ruben Sadei e la coordinatrice Valentina De Laurentis. Noi abbiamo il compito di sostenerlo e di accompagnarlo nello sviluppo di questa iniziativa, in modo tale che i giovani diventino protagonisti nella propria comunità. Attraverso la gestione di un orto sociale costruiamo un luogo di incontro per le diverse culture presenti sul territorio e per tutte le persone appartenenti alla comunità che ancora oggi sono poco integrate, discriminate o emarginate.  Il progetto ha infatti come obiettivo primario l’inclusione sociale di tutte le persone, a prescindere dal sesso, disabilità, etnia, origine, religione e status economico o altro. 

Dove si trova questo orto?

Lo spazio fisico ancora non c’è, ma ci sono le premesse affinché si resca a crearlo all’altezza della rotonda fra Bronzolo e Vadena, su uno spazio appartenente al Comune di Bronzolo, il quale non solo ha creduto ma anche supportato fin da subito il nostro progetto. “Cultivate Your Culture” mira a far nascere un luogo aperto a tutti, proprio vicino alle panchine e un salice piangente dedicati alle persone affette da demenza e realizzate attraverso un progetto di “Sentemente”, al quale il Gruppo Giovani Flowers ha partecipato oin sede di allestimento. Attraverso la realizzazione dell’orto sociale e la cura del verde pubblico, anche mediante dei fiori, si intende a conseguire l’obiettivo secondario di valorizzare un’area che è già stata scenario di attività collettive e si è dimostrata essere un punto di riferimento per la comunità  .

Ma nel frattempo già vi trovate per elaborare il progetto…

Ogni sabato mattina ci troviamo al maso “Gerwies”, proprio alle porte di Bronzolo. Qui è in atto un un progetto realizzato da Christoph Pizzini allo scopo di riportare in vita una agricoltura sostenibile e che non vada a impattare negativamente sull’ambiente. Christoph e il suo team mettono a disposizione dei ragazzi il supporto tecnico, pratico e anche formativo, durante il processo di progettazione e coltivazione. Il maso Gerwies è il punto di inizio per costituire le basi tecniche nello sviluppo di un orto a regola d’arte. Inoltre, l’associazione Libera Scuola di Agricoltura Sinergica “Emilia Hazelip”, fornirà un corso base teorico volto a promuovere una conoscenza più a 360° sull’argomento.  

Quali sono i prossimi passi?

Il progetto si compone di più fasi, che si sviluppano nell’arco di sei mesi.  Gli incontri saranno diversi tra loro, in quanto alcuni richiedono una partecipazione attiva del gruppo, mentre altri saranno gestiti dagli esperti del settore.  Nella seconda fase invece gli incontri si svolgeranno nel luogo prescelto per la concretizzazione del progetto, quindi all’aperto, sul campo. Qui avrà luogo l’inizio vero e proprio del progetto ovvero la costruzione e gestione dell’orto, e al termine del progetto ci sarà una premiazione. 

Ci sarà una forma di riconoscimento per i ragazzi?

Sono previsti due premi di merito: il primo è per il volontario dell’associazione Flowers che si è distinto nel progetto vincendo un viaggio di due settimane a fare volontariato ambientale. Il secondo premio invece è destinato ai due partecipanti, che all’inizio del progetto non si conoscevano e hanno maggiormente legato. Vinceranno un buono di 100 euro da poter spendere insieme in una esperienza di tipo culturale a loro scelta.  

Autore: Luca Masiello

Se il palco è accanto alla strada

Il loro esordio davanti alle telecamere di Mamma Rai è stato strepitoso: una standing ovation ha accolto la loro prima esibizione, con la quale si sono guadagnati il diritto di competere in finale con altri artisti di strada di altissimo livello. Naimana Casanova e Daniele Tommasi non hanno vinto il primo premio ma, partecipando al programma “Dalla strada al palco” condotto da Nek, hanno vissuto una bella favola. La prima di una lunga serie.

Lei è una cantante lirica, lui un mimo e ventriloquo, ed entrambi sono piuttosto conosciuti per le loro performance artistiche che allietano le vie dell’Alto Adige. La voce di Naimana Casanova fa ormai quasi parte dei suoni del centro di Merano, e i pupazzi cantanti di Daniele Tommasi non passano certo inosservati. Poi il caso ha voluto che si incontrassero, e la scintilla artistica che ne è scaturita ha portato lei ad entrare nel magico mondo della ventriloquia, lui a migliorare l’arte del bel canto, per poi arrivare in coppia in prima serata su Rai2. 

Naimana Casanova, come siete arrivati a partecipare a “Dalla strada al palco”?

È  successo un annetto fa, ero stata contattata dagli autori del programma: un talent scout mi aveva notata a Merano, ha esaminato dei miei video che avevo pubblicato sui social e poi mi aveva chiesto di partecipare ad un provino come cantante lirica. Avevo accettato, anche se solo da remoto perché non potevo recarmi a Milano in quei giorni. Si erano dimostrati interessati ma il provino non lo avevo passato:  non mi sentivo in forma, avevo problemi con la voce. Poi, pochi mesi fa, mi hanno ricontattato ed ho chiesto di poter partecipare al provino in coppia con Daniele come ventriloqui. Ho inviato un nostro video, abbiamo passato il provino e dopo poche settimane ci hanno invitato in studio a Milano.

Da cantante lirica a ventriloqua, un bel passaggio. Come è successo?

Il ventriloquismo è una passione nata dalla mia innata curiosità. Spinta dalla passione per la musica della mia mamma, ho iniziato la mia carriera fra le sette note con il violino, e successivamente mi sono dedicata al canto. Mi sono diplomata al Conservatorio di Genova, città in cui sono cresciuta e alla quale devo molto, poi mi sono trasferita a Merano, dove fra insegnamento e arte di strada ho trovato la mia dimensione. Un giorno, per caso e neppure troppo tempo fa, mi sono imbattuta in Daniele. Si stava esibendo per strada ed ero rimasta ammaliata dalla sua capacità di sdoppiarsi: stava eseguendo un’aria di Mozart cantando da baritono, ed aveva in mano un pupazzo, una mucca, che cantava da controtenore. Era interessantissimo ed estremamente divertente; così ci siamo conosciuti, ho scoperto che ha studiato da mimo, e nonostante abbia una bellissima voce e un’ottima intonazione era praticamente un autodidatta. Era da tempo che pensavo ad uno spettacolo in coppia con un pupazzo, pensavo di registrare una voce da tenore ed esibirmi interagendo con esso cantando con la mia voce; avevo anche guardato dei video in cui si spiegano i “segreti” dei ventriloqui, ma avevo abbandonato subito, mi sembrava una cosa inarrivabile, troppo difficile per me.

E invece ha scoperto un nuovo mondo…

Esattamente, un mondo divertentissimo, un’arte davvero complicata sotto molti aspetti: cantare senza muovere le labbra è difficile, ma lo è soprattutto coordinare il movimento del pupazzo. E anche dal punto di vista psicologico non è una passeggiata: sentire la propria voce uscire da un pupazzo è a tratti imbarazzante, non ci si sente mai davvero all’altezza della situazione. Il ventriloquismo è una disciplina a sé, è interessantissima. 

Come ha scelto il suo pupazzo, la pecora Belinda? 

L’ho letteralmente scippata a Daniele (ride, ndr). Lui mi aveva comprato una giraffa, ma non mi piaceva, aveva la bocca troppo grande, e poi un alpaca. Lui invece aveva questa pecora, che mi era molto simpatica; ho insistito per farmela regalare, me l’ha imprestata per qualche giorno e alla fine anche lui ha capito che “doveva” essere mia. Si chiama Belinda in onore della mia città d’origine, ma è anche il nome di un personaggio dell’opera “Didone ed Enea” di Purcell.

Cosa si prova entrando per la prima volta in uno studio televisivo?

Tanta emozione, come si può facilmente immaginare; quando siamo entrati per la prima volta nello studio ci sembrava qualcosa di troppo grande, al di fuori dalla nostra portata. Poi, però, ci siamo fatti coraggio, anche perché ad esibirsi c’erano solo artisti di strada, quindi colleghi, persone come noi. 

E di Nek, cosa può dire? 

C’è stato un periodo in cui ascoltavo spesso le sue canzoni; ricordo che quando ancora vivevo in Liguria continuavo a mettere i suoi pezzi nel juke box del bar che frequentavo regolarmente. Quando l’ho incontrato per la prima volta in Rai pensavo di trovarmi di fronte un personaggio irraggiungibile, quella star che sentivo cantare dalla radio e che vedevo nei primi posti della hit parade. Poi, invece, si è rivelata una persona gentilissima, umile, uno di quelli che ti fanno sentire subito a tuo agio, che ti infondono tranquillità, che ti parlano come se ti conoscessero  da sempre.

Cosa vi ha portato questa esperienza, che cosa resterà nel vostro cuore? 

Tanta felicità e serenità, guardando al futuro. Dopo la nostra performance in televisione abbiamo ottenuto una grande visibilità, siamo stati contattati da molte persone per fare degli spettacoli. Ne stiamo studiando uno nuovo, in cui interagiamo con i pupazzi, li facciamo parlare, e cantiamo con loro i brani più famosi della musica italiana, dalla canzone all’opera.

Autore: Luca Masiello

Famiglia

Com’è noto nei giorni scorsi in Italia si è svolta la terza edizione degli “stati generali” della natalità, che hanno anticipato solo di qualche giorno la giornata mondiale della famiglia, che si celebra ogni anno il 15 maggio. 

Molte sarebbero le cose da dire, in merito. Per quanto riguarda gli “stati generali” senz’altro sono da evidenziare da un lato l’impegno preso dalla premier ad incrementare finalmente il sostegno pubblico, economico e non solo, alle donne e alle famiglie che desiderano avere dei figli. E dall’altro il monito del papa, a “non contrapporre accoglienza e natalità”. 

Non sono impegni da poco, né per la leader civile né per quello religioso. 

La premier infatti basa statisticamente il suo consenso su un elettorato non giovanissimo, per usare un eufemismo, e nel quale è piuttosto diffusa una certa avversione nei confronti degli stranieri che, in un modo o nell’altro, arrivano nel nostro paese. Il medesimo problema anagrafico nel suo “gruppo di consenso” ce l’ha anche il capo della chiesa cattolica che, nell’accoglienza, deve anche superare l’ancestrale “diffidenza” nei confronti dei fedeli di altre religioni. 

Se andiamo più nello specifico, per quanto riguarda la famiglia e la natalità, forse è utile ricordare il motivo per cui la giornata mondiale della famiglia è stati varata dall’ONU 30 anni orsono, nel 1993. Questa ricorrenza è stata istituita per “diffondere una maggiore consapevolezza a livello globale in merito ai processi sociali, economici e demografici che coinvolgono le famiglie nel mondo”. 

Va senz’altro sottolineato che i “problemi” che incontrano oggi le famiglie come nucleo fondamentale della società, sono profondamente diversi tra un paese e l’altro, muovendosi tra i continenti. Le cause sono molteplici: culturali, economiche, religiose, ecc. Per questo la giornata mondiale delle famiglie in qualche modo rappresenta un richiamo ad affrontare questa tematica insieme, rilanciando principi e valori, che si basino sulla condivisione e il sostegno vicendevole. 

Il nord e il sud del mondo vivono il “problema” della natalità in modo assolutamente speculare. Per questo occorre valorizzare un dialogo che metta al centro innanzitutto un concetto condiviso di famiglia, in cui la donna non sia in nessun modo discriminata. E in cui la nascita dei figli sia una responsabilità condivisa al 100%, non solo nella coppia ma anche nella società, nell’ottica della costruzione del futuro. Il futuro di tutti noi.

Autore: Luca Sticcotti