“Eureka!” avvicina i tuoi figli alle scienze, divertendoli

INSERZIONE PUBBLICITARIA – Il bando “Eureka!” rappresenta un’opportunità unica per tutti i genitori che vogliono avvicinare i propri figli al mondo della scienza in modo divertente ed entusiasmante. “Eureka!” è dedicato a tutti i bambini che hanno una passione per la scienza e che desiderano scoprire i segreti del mondo che ci circonda attraverso l’esplorazione, l’osservazione e l’apprendimento attivo.

Il tema del bando è l’esplorazione spaziale e la partecipazione è aperta a tutti i residenti dell’Alto Adige, suddivisi in due categorie d’età: 8-12 anni e 13-18 anni. I partecipanti possono candidarsi con un’invenzione, un’opera artistica o un video (max 5 minuti) ispirati all’esplorazione spaziale. Basta un’idea che venga rappresentata: un disegno può bastare, ma è meglio non perdere l’occasione di provare a realizzare un prototipo o un oggetto vero e proprio.

L’importanza della conoscenza delle scienze per le nuove generazioni non può essere sottovalutata. Viviamo in un mondo sempre più tecnologico e la conoscenza scientifica è indispensabile per comprendere e affrontare le sfide della società contemporanea. Promuovere l’interesse per le scienze fin dall’infanzia può essere un passo importante per preparare i nostri figli al futuro e per creare cittadini consapevoli e competenti.

Il bando “Eureka!” è un’occasione da non perdere per tutti i genitori che vogliono promuovere la passione scientifica dei propri figli e offrire loro un’esperienza educativa innovativa e divertente. Grazie a questo progetto, i bambini potranno imparare, sperimentare e divertirsi con la scienza, in un’esperienza che li aiuterà a sviluppare la loro curiosità, creatività e capacità di problem solving.

Nel 1978, un giovane inventore di nome Taylor Wilson aveva solo 14 anni quando costruì un reattore nucleare nel garage di casa sua. Wilson era appassionato di fisica nucleare e decise di mettere in pratica le sue conoscenze per creare qualcosa di unico.

Il reattore di Wilson utilizzava il torio come carburante, che era meno pericoloso dell’uranio e non poteva essere utilizzato per creare armi nucleari. Wilson presentò il suo reattore alla fiera della scienza locale, dove venne notato da alcuni scienziati del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti.

Questo incontro portò Wilson a incontrare altre persone nel campo dell’energia nucleare, che gli diedero la possibilità di visitare il Laboratorio Nazionale di Los Alamos, dove lavoravano alcuni dei maggiori esperti di energia nucleare del mondo. Grazie alla sua passione e alla sua creatività, Wilson divenne il più giovane scienziato a lavorare presso il Laboratorio Nazionale di Los Alamos.

L’esperienza di Taylor Wilson dimostra come anche i giovani con una passione per la scienza e la tecnologia possano fare grandi cose, e come il loro lavoro e la loro creatività possano essere riconosciuti e premiati.

Nel 1957, l’Unione Sovietica lanciò il primo satellite artificiale della storia, lo Sputnik 1. Questo evento segnò l’inizio della corsa allo spazio tra le superpotenze del mondo, e fece nascere l’interesse per l’esplorazione spaziale in tutto il mondo.

In quel periodo, un giovane inventore americano di soli 18 anni, di nome Robert Patch, decise di creare un modello di razzo spaziale in miniatura, che funzionasse realmente. Dopo aver passato un anno a studiare la progettazione dei razzi, Patch riuscì a creare il suo modello funzionante.

Il razzo di Patch funzionava e poteva essere lanciato in aria, raggiungendo un’altezza di oltre 100 metri. Il giovane inventore inviò una richiesta di brevetto per la sua invenzione, che gli venne concessa nel 1962. 

Nel 2018 una studentessa di 18 anni di nome Rifath Sharook ha sviluppato il satellite più leggero al mondo. Il satellite, chiamato KalamSat, pesava appena 64 grammi e conteneva un computer volto a raccogliere e trasmettere dati sulla pressione e la temperatura dell’aria in orbita. Il satellite è stato lanciato dalla NASA e ha volato per circa 12 minuti prima di atterrare in mare. Sharook è stata la prima studentessa dell’India a essere invitata alla NASA, dove ha presentato il suo lavoro.

Un altro esempio è quello di Danielle George, una scienziata e ingegnere elettronica britannica che ha lavorato su diversi progetti spaziali, tra cui il rover ExoMars e il telescopio spaziale James Webb. Nel 2014, ha tenuto una popolare conferenza TED sulla scienza e l’ingegneria, in cui ha dimostrato come un drone controllato da un telefono cellulare potrebbe essere utilizzato per riparare i satelliti in orbita.

Inoltre, Anuradha TK è stata la prima donna a dirigere il Centro di controllo della missione a Bangalore, in India, per la missione di esplorazione spaziale di Marte nel 2014. Il suo lavoro ha contribuito al successo della missione Mars Orbiter.

Come iscriversi

Se sei interessato a partecipare al bando, visita il sito www.provincia.bz.it/giovani per trovare tutte le informazioni necessarie sulla procedura di candidatura e sui requisiti per partecipare. 

Ricorda che la scadenza per la presentazione delle candidature è il 30 giugno 2023.

Premiazione

La comunicazione dei vincitori e la premiazione avverranno in occasione del festival della scienza di Bolzano “Le mille e una scienza” che si terrà dal 9 al 12 novembre 2023 a Castel Mareccio.

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Pompieri: oltre un secolo di attività

Era il 1911 quando Franz Zanott intuì che, come stava accadendo in molti altri centri abitati, anche a Laghetti c’era la necessità di poter contare su un “gruppo di spegnimento”: così infatti erano denominati gli attuali vigili del fuoco volontari al tempo dell’impero austro-ungarico. E oggi questo gruppo esiste ancora, più impegnato che mai.

All’epoca Franz Zanott si mise d’impegno e riuscì a raccogliere la buona volontà di diversi cittadini; non si conoscono le cifre, ma è certo che non si sta parlando di un corpo particolarmente numeroso in fatto di volontari, come non lo è nemmeno oggi, anche se comunque può contare su un’importante storia fatta soprattutto di persone e di famiglie.

A cominciare dall’attuale comandante, Manuel Veronesi, terza generazione di una famiglia di Vigili del fuoco. “Il primo è stato mio nonno Alois Veronesi (dal 1980 al 1988). Dopo di lui è toccato a mio papà Guido, rimasto in carica fino al 2000, e dal 2015 la staffetta è passata a me. Però, anche mio figlio Luca fa parte del gruppo allievi: chissà cosa ci riserva il futuro!”, rivelaVeronesi al comand di caserma vissuta occupata da venti vigili del fuoco volontari e tredici allievi. 

Una delle menti storiche della caserma è senza dubbio Roberto Bedin, con alle spalle una carriera ampiamente oltre i quarant’anni di servizio, di cui otto trascorsi nel ruolo di comandante che ha ricoperto dal 2000 fino al 2008.

Comandante Manuel Veronesi, quali sono stati gli interventi più “impegnativi” a cui siete stati chiamati?

L’intervento in assoluto più duro che ricordo risale a quindici anni fa. Erano più o meno le nove di sera quando ci chiamarono ad intervenire per un incidente stradale avvenuto all’incrocio con San Floriano, dove persero la vita quattro persone (tre erano bambini). Penso poi alle piene dell’Adige, che sono normale amministrazione, ma non fu così il 19 luglio del 1981: il fiume ruppe gli argini e l’acqua arrivò fin quasi nel centro storico. Lo ricordo bene perché avevo 17 anni ed ero da poco entrato a far parte del gruppo. E poi c’è stato il grosso incendio di due anni fa in un’abitazione del nostro centro storico.

Può tracciare un bilancio di quest’ultimo anno?

Durante tutto l’anno scorso ogni volontario di questa piccola caserma ha dedicato complessivamente 176 ore del proprio tempo solo per gli interventi. Siono stati ben sedici, per la maggior parte questioni tecniche quali incidenti o porte bloccate.

È vero che diverse caserme faticano a trovare nuove leve? È così anche per voi?

L’anno scorso abbiamo creato un nuovo gruppo giovani, provando a coinvolgere anche bambini dai dieci anni in su. Uno dei nostri giovani è passato negli effettivi, e siamo riusciti ad implementare il gruppo con altri quattro nuovi quest’anno.

Entrando nella vostra caserma, fra ciò che è attualmente avete in dotazione si nota anche una sorta di museo di cimeli. Di che cosa si tratta?

Abbiamo la prima scala in dotazione a Laghetti, che veniva  tirata da cavalli. Era stata abbandonata, così l’abbiamo recuperata, pulita e appesa in caserma come cimelio storico. C’è poi una divisa in esposizione: è quella da parata che si usava una volta e grosso modo è simile a quella attuale. Abbiamo anche una vecchia campagnola, la prima macchina di soccorso che abbiamo avuto in dotazione, arrivata negli anni Sessanta.

Sicuramente c’è anche qualche componente insignito di onorificenze di servizio…

Quattro anni fa, mio papà è stato nominato comandante onorario. Due anni fa, Roberto Bedin ha festeggiato i propri quarant’anni di servizio, e anch’io nello stesso periodo ho festeggiato i venticinque. Poi ci sono Stefano Medice e sua sorella Michela, che hanno raggiunto i quindici anni di servizio. I più recenti ad aver festeggiato sono Igor Benatti e Matthias Schmidt: qualche settimana fa abbiamo consegnato loro l’onorificenza, rispettivamente, per i venticinque e i quindici anni di servizio. Se guardiamo al gruppo allievi, in questi anni siamo diventati effettivi ben in dodici.

Autore: Daniele Bebber

Scoprire l’arte passeggiando

Torna, dal 25 maggio al 4 giugno, LanaLive, l’appuntamento con l’arte nel paese ddel Burgraviato. Il titolo di questa edizione è “Walking Connections”: durante alcune passeggiate ed escursioni attraverso Lana si creerà una rete che unisce e intreccia il territorio e le persone. Una serie di tour inaspettati, sconosciuti e sorprendenti consentirà ad artisti di diverse discipline e vari esperti di incontrarsi con i residenti e tessere connessioni.

La manifestazione nel suo complesso disegnerà una rete di punti di riferimento e intuizioni, che non solo arricchiranno Lana, ma daranno una visione di come una società può essere unita con mezzi culturali, oggi e in futuro. La mostra “Tales of the Future” inaugurerà LanaLive giovedì 25 maggio dalle 19: l’esposizione, curata da Sofia Margesin e Angela Zittel presso il magazzino frutticolo Rudolf Margesin (via Schnatterpeck 15) a Lana di Sotto, costruisce un ponte tra Berlino e l’Alto Adige e porta a Lana installazioni sperimentali e opere d’arte che si confrontano con le forme del continuo avanzamento della tecnologia e il loro impatto sulla convivenza.

L’emozionante relazione tra uomo e macchina sarà presentata in un vecchio magazzino frutticolo attraverso installazioni, opere generate dall’intelligenza artificiale, video e fotografie. Gli artisti espositori sono Ugne Agrypnia, Anastasya Cherepanova, Damian Pfattner, Nikita Nikitin, Marlon Nicolaisen, Johannes Lex, Simon Perathoner, Leevke Succow e Johannes Thiel. La mostra è aperta tutti i giorni fino a domenica 28 maggio, dalle ore 16 alle 20. Il discorso d’inaugurazione sarà tenuto da Jörg Zemmler.

Venerdì 26 maggio, con partenza alle 17 dalla biblioteca civica Kultur. Lana, si terrà un’escursione artistica alla mostra Kunst aus der Kiste, allestita da [kunstwerk] krastal e LanaArt a Lana di Sopra, Lana di Mezzo e Lana di Sotto. Il tour si concluderà alle 19.30 al Museo altoatesino della Frutticoltura, dove l’artista milanese Enzo Umbaca presenterà i risultati della ricerca iniziata lo scorso anno nell’ambito del progetto Abrufen e li consegnerà all’Archiv.Lana durante una performance.

UN ESPERIMENTO

Sabato 27 maggio alle 14.30, Schnitzeljagd – jagt Schnitzel di Annika Terwey inviterà a un esperimento artistico-sociale lontano dagli spazi artificiali del Web e attraverso Lana, dove nuove persone incontrano vecchi sconosciuti e intraprendono insieme un viaggio di scoperta. Lungo il percorso i partecipanti avranno la possibilità di raccogliere impressioni, sapori e idee diverse: dalla cultura alla cucina al dialogo. 

Domenica 28 maggio, dalle ore 18, presso il Bach- und Gerengut (di fronte al magazzino frutticolo Rudolf Margesin) si concluderà il primo fine settimana di LanaLive con il finissage della mostra “Tales of the Future”, uno speed dating informale, una performance di Silvia Morandi e un concerto della band berlinese “niuee”. I musicisti creeranno paesaggi sonori coinvolgenti e meditativi che fondono ad arte campionamenti, strumenti e voce. 

Lunedì 29 maggio, alle ore 19, LanaLive farà tappa a Bolzano per la Bolzanism Walk Manhattan, un avvincente tour teatrale che permetterà di vivere in prima persona la storia e le persone del quartiere Don Bosco. 

IL PONTE MELODICO

Venerdì 2 giugno alle ore 18 il giovane artista Jonathan Zwießler, laureato alla Facoltà di Arti e Design della Libera Università di Bolzano, trasformerà il vecchio ponte della ferrovia Lana Postal in un punto d’incontro simbolico con con il suo melody of encounters. Il ponte stesso diventerà un grande strumento musicale e chi lo attraverserà musicista: un’esperienza suggestiva, sospesi sull’acqua, in un paesaggio sonoro autogenerato. Punto d’incontro alle ore 18 è la stazione di Lana-Postal.

L’installazione è preceduta da un laboratorio condiviso, durante il quale i visitatori trasformeranno vari oggetti in strumenti e li utilizzeranno per suonare sul ponte. Gli oggetti che solitamente appartengo allo spazio privato incontreranno in uno spazio, che è pubblico, l’architettura del ponte. Questa nuova relazione si rifletterà in una registrazione intitolata “melody of encounters”. Inizio alle 16.

Sabato 3 giugno, con il titolo “From A to P”, si svolgerà una giornata escursionistica curata dalla guida Markus Breitenberger in collaborazione con il Comitato per l’educazione permanente di Lana e di Lagundo. Il ritrovo per l’escursione è previsto alle ore 9 presso la stazione di Rablà. Con la funivia Aschbach si salirà in quota e, dopo una visita alla vecchia scuola di Rio Lagundo, ora adibita a centro educativo “werkSTOTTschual”, l’escursione proseguirà con l’accompagnamento musicale dei Pasui (Johanna Springeth, Barbara Grimm e Volker Klotz) attraverso il Monte San Vigilio (picnic dallo zaino) fino alla stazione di monte della ormai dismessa funivia Pavicolo, dove l’artista Maria Walcher presenterà un’installazione. “From A to P” non sarà solo un’escursione sul Monte San Vigilio, ma anche un collegamento tra due funivie: una è di nuova costruzione, di design moderno e molto utilizzata, la seconda, invece, ha improvvisamente cessato la sua attività dopo più di 50 anni di servizio e si mostra oggi come sorta di monumento all’antimobilità. Dopodiché si scenderà alla locanda Forsthof per prendere l’autobus di linea fino a Lana. Ai partecipanti si chiede di portare con sé scarpe buone, abbigliamento resistente alle intemperie, pranzo al sacco.

La sera dello stesso giorno alle ore 21, la banda cittadina Bürgerkapelle Lana e il coro femminile Raindrops si “connetteranno” per dare vita ad una “opera d’arte totale” arrangiata da Ivan Marini con rock, pop, gospel e blues di Elvis Presley. L’intera la comunità è invitata.

IL GRAN FINALE

LanaLive si concluderà domenica 4 giugno con “Il sogno del cammino”, un incontro con successiva escursione alla Dria al Fos con l’autore dell’omonimo libro, Antonio Moresco. Il ritrovo è previsto alle ore 11 presso il Bar Ai Laghetti di Ruffrè-Mendola. L’evento si svolgerà in collaborazione con CRATere.

La partecipazione agli eventi è gratuita; per adesioni: info@lanalive.it

Autore: Luca Masiello

“Da grande farò l’architetten”

Nata a Bologna nel 1984, Sofia Bonvicini è un’architetta traferitasi da poco a Bolzano. E’ figlia di Franco Bonvicini – in arte Bonvi – uno dei più grandi fumettisti d’Italia conosciuto per la sua serie a strisce Sturmtruppen. Dal 26 maggio al 7 giugno presso la Waag in Piazza del Grano sarà ospitata la mostra “Sturmtruppen a Bolzanen”, organizzata in occasione del festival ArtMaySound. 

“Un aneddoto divertente di quando sono nata è che mio padre mi mise subito in mano una matita. In quel momento scrisse il mio destino. Mi è sempre piaciuto disegnare e cercando il mio posto nel mondo ho trovato nell’architettura il posto dove poter esprimere la mia creatività. Finita la scuola ho iniziato a studiare architettura a Ferrara, ma la passione del disegno c’è sempre stata.
È morto quando avevo undici anni ma attraverso il disegno riesco a ricollegarmi a lui. È un modo per ricordarlo.
Sono molto legata al mondo del fumetto quanto a quello dell’architettura. Anche perché le due cose sono molto collegate: quando ti immagini una storia a fumetti devi dargli un contesto che è ciò che fai in un progetto d’architettura.”

Che cosa ti ha portato a Bolzano?

Sono approdata a Bolzano per la prima volta nel 2021 e mi ha colpito da subito la sua aria internazionale. Si respira un’aria diversa qua a Bolzano. Avendo sempre vissuto tra Milano e Bologna cercavo un posto che mi permettesse di crescere a livello professionale in un ambiente più europeo. Per certi versi credo che Bolzano sia molto più europea di Milano. Ho anche una mia cara amica che abita a Bolzano e che ho conosciuto in università; quindi, c’è anche questo fil rouge che mi collega alla città. Qua a Bolzano c’è un modo più umano di vivere. Poi i problemi ci sono anche qui, come è normale che sia, i problemi ci sono dappertutto. Però questa natura molto forte e selvaggia, a due passi da casa è qualcosa di fantastico. Un posto strano che mi ha incuriosita molto. Spero di restarci a lungo.

Quanto è importante per te far rimanere vivo il ricordo di tuo papà?

Mio papà è stato un uomo incredibile, io lo chiamo un super uomo, ma non lo dico perché era mio padre. Era un uomo con un codice d’onore, con una cultura molto vasta, un modo di approcciarsi alla vita e alle persone molto umano, molto umile. Non esistevano distinzioni di ceppo sociale per lui. Si definiva un anarchico, tra virgolette, scevro da condizionamenti politici. Anarchico non in modo violento, ma in modo intellettuale. Per me è un modello d’ispirazione, che io stessa cerco di seguire.
Seppur avendo passato poco tempo con lui, abbiamo passato dei bellissimi momenti, anche perché eravamo molto affini. Sin da piccolina mi piaceva disegnare e lo facevo spesso insieme a lui, già lo aveva capito che c’era il disegno dentro di me. Mi reputo molto fortunata, ci sono persone che hanno avuto il papà per tutta la vita; eppure, non riescono a ricordare dei bei momenti insieme. 

Che messaggio vuole lasciare Bonvi alla nostra società?

Fa riflettere le persone, è un fumetto trasversale, sia per piccini che per adulti.  La risata è un modo che usa per far pensare le persone, fargli venire dubbi, facendoli sempre divertire. Alla fine Sturmtruppen è un fumetto che narra le disavventure di un esercito, formato da singoli soldati, che combattono contro un nemico che non si vede mai. Che lottano cioè, contro sé stessi. Affronta temi sociali, la borghesia, il bullismo, l’amore, l’omosessualità, la morte. Negli anni Settanta non si trattavano apertamente questi temi, alcuni di questi erano dei tabù.
Al giorno d’oggi (anche grazie al mondo dei social) veniamo bombardati di contenuti, ma sono contenuti poveri, sono “scatole vuote”, non ti dicono nulla: non ti lasciano spunti di riflessione, ma le subisci passivamente. Per questa ragione occorre fare un passo indietro e domandarsi “di tutto ciò che assorbo che cosa ha ancora valore?”
Secondo me è importante leggere Sturmtruppen per questo motivo qui. Nell’arco di tre vignette, ti fa riflettere o ti lascia un bel ricordo, o ti fa sorridere o ti genera malinconia. In un’epoca così ricca di scatole vuote, le scatole veramente piene sono da tutelare.

Tuo papà ti hai mai dedicato una striscia?

Sì! È capitato diverse volte, ho dei bellissimi fumetti che conservo a casa mia tipo “La piccola Sofia che va a scuola” e sono dei bellissimi ricordi che mi porto di lui. Strisce vere e proprie no, negli ultimi capitoli ogni tanto si incontra qualche personaggio che ha delle mie somiglianze. Mi ricordo però sempre molto volentieri di una striscia che venne pubblicata negli anni ‘70, che sicuramente non mi ha potuto dedicare perché non ero ancora nata ma mi rimane nel cuore. Mi ci rivedo – risata.

Qual è il ricordo più bello che hai di lui?

Ne ho tantissimi, ma il più bello è legato ad un rumore, la più dolce delle melodie, lo scricciolo del suo pennino a china che incideva i fogli di carta Schoellershammer. Ero piccolina e dormivo assieme a mio fratello in studio da papà e lo sentivo lavorare, mi piaceva addormentarmi e svegliarmi con questo rumore. 

Autore: Niccolò Dametto COOLtour

Pregiudizio razziale e pregiudizioetnico sono parenti stretti

Il 14 luglio del 1938 fu pubblicato in Italia il “Manifesto degli scienziati razzisti”. Esprimeva l’ideologia, fatta propria dal governo di allora, su cui fu costruita in poche settimane la legislazione antiebraica – le leggi razziali – approvata nel corso del 1938 e attuata a tappe ravvicinate negli anni successivi.

Al punto 1 gli “scienziati razzisti” scrivevano: “Le razze umane esistono. L’esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi.”. Al punto 6: “Esiste ormai una pura razza italiana”. E al punto 7: “È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti”.

Nel 2008 un gruppo di “scienziati antirazzisti”, tra cui Rita Levi Montalcini, pubblicò il Contromanifesto che si apre con l’affermazione (punto 1): “Le razze umane non esistono”. “L’esistenza delle razze umane è un’astrazione derivante da una cattiva interpretazione di piccole differenze fisiche fra persone, percepite dai nostri sensi, erroneamente associate a differenze ‘psicologiche’ e interpretate sulla base di pregiudizi secolari. Queste astratte suddivisioni, basate sull’idea che gli umani formino gruppi biologicamente ed ereditariamente ben distinti, sono pure invenzioni da sempre utilizzate per classificare arbitrariamente uomini e donne in ‘migliori’ e ‘peggiori’ e quindi discriminare questi ultimi (sempre i più deboli), dopo averli additati come la chiave di tutti i mali nei momenti di crisi”. Punto 6: “Non esiste una razza italiana ma esiste un popolo italiano”. Punto 7: “Il razzismo è contemporaneamente omicida e suicida”.

Il giorno dopo la pubblicazione del Manifesto della razza, il 15 luglio 1938, Josef Mayr-Nusser parlò al direttivo della Gioventù di Azione cattolica di Bolzano: “Oggi tutti parlano della comunità etnica alla quale tutto il resto dovrebbe essere subordinato. Valori come ‘sangue e suolo’ … vengono oggi assolutizzati e la vita culturale di interi popoli viene costruita su fondamenta insicure, come lo è tuttora la questione razziale. Il singolo ha valore esclusivamente in quanto membro del corpo etnico”.

Pregiudizio razziale e pregiudizio etnico sono parenti stretti. E tutto ciò che non rispetta il principio della dignità intangibile di ogni singola persona in quanto persona, è semplicemente disumano.

Autore: Paolo Bill Valente

La via dedicata ai Ventafridda, in zona

Tra le vie minori in zona industriale vi è via Domenico e Vincenzo Ventafridda. Diamo qualche notizia sul secondo, per il ruolo che ebbe per Bolzano. Dopo aver contribuito al successo del complesso produttivo della Società “Falck A.F.L.”, nel 1941 giunse  a Bolzano con la nomina di procuratore speciale e il 29 maggio 1942 assunse la carica di direttore generale delle Acciaierie di Bolzano, che mantenne fino al 1966, rimanendo nel contempo vicedirettore della Falck di Milano. Dirigente industriale di alte doti, tecnico valente e preparato, diede notevole contributo al progresso della moderna elettro siderurgia per la fabbricazione degli acciai speciali. La sua opera permise, nei difficili anni dal 1943 al 1946, la conservazione degli impianti e, a guerra finita, il potenziamento e l’ammodernamento dei mezzi di produzione. Non svolse solamente la sua opera di tecnico, ma anche una intensa attività di assistenza morale e materiale  a favore degli italiani, specie dei lavoratori della zona industriale e degli internati nel locale Lager, conducendo a buon fine, nei difficili momenti, delicate trattative con le autorità di occupazione. Fu sempre interessato alla vita della città e in particolare ai problemi dei quartieri operai. Lavoratore instancabile, dinamico, appassionato del suo lavoro, è stato stimato e  amato dalle maestranze e da quanti ebbero modo di conoscerlo, apprezzandone le doti. A Bolzano ebbe  incarichi dirigenziali in vari ambiti; tra l’altro, oltre che dell’Associazione industriali, dell’Ospedale civile, della Croce Rossa Italiana, dell’Istituto tecnico industriale. Generale fu il cordoglio per la sua scomparsa; dopo le esequie, che si svolsero a Milano il 12 ottobre 1982, nella chiesa di Santa Francesca Romana, la salma proseguì per Bitonto (Bari) per la tumulazione nella cappella di famiglia. Grande fu la partecipazione agli eventi funebri, con varie attestazioni pubbliche, come quelle di A.N.L.A., A.V.I.S., UNITALSI, Conferenza San Vincenzo, Associazione Industriali, Dirigenti Acciaierie.

Autore: Leone Sticcotti

Discodex: i grandi successi diAndrea Beggio ed Emanuele Zottino

Le storie musicali di Emanuele Zottino e Andrea Beggio sono partite nei lontani anni novanta e fanno echeggiare nomi come Khalmo e Croma, formazioni che si muovevano un po’ al di fuori, sia musicalmente che come raggio d’azione, degli angusti confini di questa piccola provincia spesso autoreferenziale. Negli ultimi quindici anni, le loro strade si sono incrociate spesso e i due sono stati anima e cuore di band non scontate come Controfase e RCCM: i loro anni venti del ventunesimo secolo si aprono con un nuovo progetto denominato Discodex che ha appena pubblicato un lavoro intitolato ironicamente Greatest Hits e dedicato alla produzione di brani strumentali da discoteca, ma non solo. I brani in esso contenuti sono per lo più intitolati con nome di stelle o comunque legati all’astronomia. Abbiamo chiesto loro se ci sia un motivo particolare a riguardo.

“Questo è un disco strumentale – ci ha risposto Zottino –, e quando abbiamo iniziato a lavorarci avevamo l’esigenza di nominare i file. Così, senza pensarci troppo, abbiamo dato ai pezzi che nascevano titoli provvisori riferiti allo spazio. Ricordo che dopo aver finito i pianeti, eravamo arrivati a titoli scemi come Cratere, Antimateria o Black Hole. Poi, come accade, ci si affeziona e un paio di loro si sono incollati così bene ai relativi mood che li abbiamo tenuti. Venus e Andromeda infatti sono perfetti così!”

Proprio Venus e Vesper, tra i molti brani del disco, si distinguono per la loro struttura che va molto al di là della semplice definizione di disco music elettronica. Come per le altre composizioni sono stati usati dei campionamenti tratti da composizioni altrui.

“Nei nostri brani – spiega Beggio – i campioni non sono strutturali, il nostro scopo non è quello di cercare e assemblare materiale già suonato per creare qualcosa di nuovo quanto piuttosto di inserire uno o due sample che interagiscono con il resto delle parti. In alcuni casi, come ad esempio in Drive, Alfa Gt Junior e Take Me Out, il campione è lo spunto di partenza; in altri casi, come ad esempio in Danguard e in Deutsche Disco Republik, i campioni sono stati aggiunti a pezzo compiuto, come sfumatura di colore.”

Ovviamente la domanda che nasce spontanea è quella che riguarda chi possano essere i fruitori di questa produzione, il pubblico delle discoteche o anche un pubblico che ascolta la musica a casa, in cuffia.

“La musica è ispirata alla disco elettronica – è sempre Beggio a parlare –, pensiamo che possa essere apprezzata anche al di fuori delle discoteche e attraversare diverse fasce d’età. Oltre alle suggestioni disco c’è anche un po’ di pop e minimal, il che dovrebbe far apprezzare questa musica anche a chi come me, non ha mai messo piede in una discoteca!”

L’uscita di Discodex Greatest Hits ci consente di provare a tirare le somme sulla scena attuale alla luce delle molte esperienze dei due artisti.

“Difficile dire cosa sia cambiato dai Novanta a oggi – è ora Zottino a parlare –, perché ovviamente anche noi siamo cambiati e a giudicare le cose oggi non hai lo stesso atteggiamento che avevi trent’anni fa. Ma mi piace la scena musicale oggi, per quel che conosco, e mi piace molto l’approccio che i giovani hanno alla musica di adesso e alla musica di una volta: sono sicuramente più aperti e liberi di come lo ero io alla loro età! Per quanto riguarda invece il gestire un progetto musicale, quello che trovo faticoso oggi è la sovrabbondanza di comunicazione: se una volta per suonare in giro ti bastava avere qualche contatto telefonico, ora passi molto più tempo sui profili social e ad adottare varie strategie comunicative. Per uno che vorrebbe occuparsi quasi solo di cose creative, questa comunicazione può risultare molto dispendiosa.”

Differente invece il punto di vista di Beggio, comunque interessante e condivisibile: “I Khalmo potevano permettersi di non confrontarsi con la scena locale per girare i locali e i centri sociali e tornare arricchiti di esperienza umana e musicale. Oggi la scena locale mi sembra (come allora) costituita per lo più da gruppi che orbitano a stretto raggio fra i pochi locali che ci sono in provincia. Inoltre sembra che l’idea di suonare in giro non interessi molte le nuove generazioni come invece interessava le vecchie.”

Discodex vi aspetteranno per il concerto inaugurale – “Greatest Hits release party” il 25 maggio prossimo al Sudwerk di Bolzano.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

A ferro e fuoco: un successo

Era previsto un successo, e successo è stato: anche il meteo è stato dalla parte degli organizzatori della prima edizione di “A ferro e fuoco”, al Parco Marconi di Laives. L’area è stata presa d’assalto per tutta la giornata da centinaia di visitatori, che hanno approfittato degli spettacoli di intrattenimento e delle griglie che hanno soddisfatto ogni palato.

La Bassa Atesina tra Romani e Teutisci

La punta sud-occidentale dell’area linguistica tedesca in Bassa Atesina si estende dalla catena della Mendola fino al corso del fiume Adige. Ad eccezione del paese di Cortina, che forma un’isola in mezzo alla valle, gli altri comuni sorgono sui conoidi alluvionali ai piedi della montagna come Termeno, Cortaccia e Magrè oppure su terrazzamenti più o meno estesi come Sella, Ronchi, Corona, Niclara, Penone e le due frazioni di Favogna – località un tempo comprese nella grande parrocchia di Caldaro. 

Ovviamente non sempre in quel lembo di terra vivevano “parlanti teutisci”, come venivano chiamati all’epoca dei Franchi di Carlo Magno. I teutisci (da cui il dialettale todeschi) arrivarono gradualmente e in piccoli gruppi a partire probabilmente dal IX secolo e si stabilirono qui come già nel resto della zona alpina per lavorare la terra o per trovare occupazione nelle miniere. Avvenne allora, anche in Bassa Atesina, quella che oggi, con un termine terribile, qualcuno chiama “sostituzione etnica” – in realtà una naturale alternanza di popoli dovuta a vari fattori quali il clima, le guerre, le carestie, la scarsa natalità eccetera. La vecchia popolazione romano-bizantina, insediata da mezzo millennio, sfiancata e decimata dalle guerre con gli invasori, non era più in grado di affrontare da sola le sfide del tempo. Le prestigiose villae continuarono a esistere ma progressivamente vennero a mancare le “braccia”: i contadini, i soldati, poi anche gli artigiani, i servi e gli schiavi. Un fenomeno molto lento ma inarrestabile, che inevitabilmente attirò popolazioni migranti in cerca di spazio vitale. 

I Longobardi si insediarono massicciamente in questa terra che stava perdendo la propria forza e infatti la tradizione longobarda rimase in vita a lungo ed è ancora oggi riconoscibile. I Longobardi arrivati in Italia nel 568 sotto la guida di Alboino erano un popolo di migranti, partiti nel II secolo dall’Europa settentrionale per approdare in Pannonia nel VI secolo. Erano un piccolo popolo di qualche migliaio o decina di migliaia di persone. Trovarono una situazione dissestata e favorevole all’invasione in quanto le guerre tra Bizantini, eredi dei Romani, e Ostrogoti, a loro volta un popolo germanico insediatosi nell’Italia settentrionale, aveva dissanguato il paese. Insomma, quella che oggi viene chiamata “denatalità”, contribuì anche allora all’arrivo massiccio di popoli migranti, quasi tutti provenienti dalla zona scandinava o dell’Europa orientale.

Conosciamo pochi dettagli documentati sull’epoca ostrogoto-longobarda, ma certamente per quanto riguarda il territorio della Bassa Atesina occidentale la presenza dei Longobardi fu un fattore di grande rilievo – tanto che successivamente – dopo l’anno 1000 – anche i principi-vescovi di Trento mantennero in vita il sistema amministrativo e giurisdizionale dei loro predecessori. Insomma, in questa parte dell’Unterland si continuò a lungo a vivere secondo le leggi longobarde. La gastaldia di Termeno-Cortaccia-Magrè era retta da un gastaldo nominato dal vescovo di Trento con il compito di amministrare la giustizia e, soprattutto, riscuotere le tasse.  Si trovavano in quel territorio gli stessi paesi di oggi, fondati molti secoli prima, ma la loro dimensione era ridottissima, in molti casi non più di alcuni masi direttamente derivati dalle antiche villae romane. C’era quindi l’estremo bisogno di ripopolare la zona e probabilmente per questa ragione i Longobardi del nascente ducato di Trento favorirono lo stanziamento massiccio di migranti proprio tra la vecchia Metz (poi Kronmetz / Mezza Corona) nella Piana Rotaliana e la punta meridionale del Monte di Mezzo, sulla riva destra dell’Adige. 

Al posto delle vecchie ville romane lentamente arrivarono le curtes longobarde. Non a caso qui abbiamo i paesi di Cortina e Cortaccia, che ricordano proprio questo tipo di insediamento. Le curtes longobarde occupavano e amministravano vasti territori presidiati da arimanni, contadini liberi armati. Non erano semplici tenute agricole ma complessi sistemi di insediamenti agricoli e residenziali che costituivano l’unità di base dell’organizzazione sociale ed economica del territorio. 

Autore: Reinhard Christanell

Il sogno della ferrovia in paese

Un tempo, Laives era nota in tutta la Regione soprattutto per il clima insalubre. Nei mesi estivi i cittadini della vicina Bolzano evitavano accuratamente il paesino ai piedi del Montelargo e gli stessi Laivesotti non disdegnavano i “freschi” in luoghi di montagna come Nova Ponente e Monte San Pietro. Non tutti se li potevano permettere ma erano comunque molte le famiglie che portavano in altura la famiglia e bestiame. In autunno, il rischio di ammalarsi di malaria diminuiva e allora si riscendeva a valle. 

Anche i collegamenti viari tra Laives e Bolzano erano pessimi se non disastrosi. Prima dell’arrivo della ferrovia, non c’erano che i carri o i “postali”: ma la strada era talmente dissestata e pericolosa che solo chi doveva urgentemente spostarsi la percorreva. Certo, ogni giorno si sentiva il frastuono delle ruote dei carri trainati da buio che svolgevano il servizio di trasporto merci tra il porto fluviale sull’Adige e i mercati bolzanini ma questi, con i loro carichi pesanti, non facevano che peggiorare lo stato della strada.

Oltre all’arrivo della ferrovia a metà 800, fu la regolazione del corso dell’Adige a migliorare considerevolmente la situazione. A tal proposito, il 5 febbraio 1896 il giornale “Bozner Nachrichten pubblicò una lunga “Correspondenz” da Laives, che ben ci illustra la situazione in paese. Sorprendente la scoperta che in quel periodo ci si illudesse veramente che la linea ferroviaria appena inaugurata potesse essere spostata verso il paese per consentire in tal modo a Laives di ottenere collegamenti migliore e, addirittura, di diventare un centro sciistico.

“Il nostro paese – scrive il giornale – era malfamato tanto che chiunque ha certamente sentito parlare della temuta “morte di Laives” ovvero della febbre malarica che ha infestato per secoli il paese. Fino a quarant’anni fa, questa grave malattia era temutissima in Bassa Atesina ma oggi, grazie a Dio, la situazione è radicalmente cambiata grazie alla regolazione del fiume Adige. I terreni paludosi attraversati dalle lente acque del fiume sono stati trasformati in suolo fertile in cui cresce la vite di uva fragola che consente agli agricoltori di godere di un reddito sicuro. Anche la situazione del traffico è migliorata di molto: fino a dieci anni fa, nessuno avrebbe intrapreso una gita da Bolzano a Laives ma oggi la situazione è cambiata anche in questo senso. Nei giorni festivi e nelle belle domeniche primaverili e estive centinaia di escursionisti di entrambi i sessi visitano Laives, alcuni giungono in ferrovia, altri in sella ai cavalli e altri ancora per pedes apostolorum. Musicisti, sportivi, pittori e letterati si dirigono con piacere verso l’albergo Pfleg del signor Ebner. È un vero peccato che invece non si realizzino i sogni degli sciatori, sport che viene praticato anche dai giovani bolzanini. Il fatto che la Südbahn attraversi la valle e la stazione si trovi ad una notevole distanza dall’imbocco della Vallarsa, impedisce a questi sportivi di raggiungere comodamente le pendici montane. E purtroppo bisogna aggiungere, che il sogno dei cittadini di Laives di vedere spostata la linea ferroviaria sotto la montagna, in modo da avere finalmente la stazione in centro o addirittura ai piedi del Montelargo, pare definitamente spento. Anche i 3000 pellegrini che annualmente partono da Laives per raggiungere Pietralba dovranno continuare a recarsi dalla lontana stazione ferroviaria fino all’imbocco della Vallarsa a piedi. Siamo convinti che una fermata all’imbocco della Vallarsa sarebbe una vera e propria fortuna non solo per Laives e i turisti che la visitano ma anche per la vicina Bronzolo.”

Autore: Reinhard Christanell