A Laives c’è una grande voglia di recitare

Nel “viaggio” fra le filodrammatiche della Bassa Atesina questa volta sotto lo scenico occhio di bue è stata inquadrata un’altra importante compagnia teatrale di lingua italiana della Bassa Atesina: la filodrammatica di Laives, attualmente impegnata nello studio del nuovo spettacolo. Anzi, in realtà in più più d’uno, visto che la compagnia ha all’attivo qualcosa come una ventina di attori.

Serve però andare con ordine nell’esposizione dei fatti, e quindi dalla data di nascita, attestata al 1947, quindi subito dopo la guerra. “Una particolarità della nostra compagnia sta nel fatto che non ci sono mai state interruzioni” rivela Bruno Debortoli, attuale presidente della compagnia fondata ai tempi da Gino Coseri, descritto come una persona che ha avuto un’importanza notevole nella vita dell’abitato di Laives. “Noi abbiamo cominciato a fare teatro con lui e siamo sempre andati avanti così – racconta -. Da vent’anni a questa parte la nostra compagnia è cresciuta alla grande, perché proponiamo sessanta spettacoli all’anno in tutta Italia. Ma la nostra forza deriva anche dal fatto che abbiamo partecipato a concorsi nazionali, oltre ad essere come una grande famiglia. Da un po’ di anni a questa parte – aggiunge -, abbiamo integrato anche un gruppo di genitori, che hanno creato il Circo Pizza e lavorano prevalentemente con i bambini, e le FacebookSisters, che prima recitavano con noi mentre adesso sono autonome nel proporre i propri spettacoli pur appoggiandosi a noi”.

Presidente Debortoli, voi recitate in italiano o in dialetto? 

In passato abbiamo recitato in dialetto, oggi sempre meno, perché recitando in italiano possiamo pensare di spostarci sull’intero territorio nazionale, e inoltre riusciamo a coinvolgere meglio i giovani. L’età della nostra compagnia si è abbassata e l’attuale numero di attori ci permette di tenere in piedi i quattro spettacoli che abbiamo al momento in repertori, tendenoli operativi per molto tempo. Al momento stiamo portando in scena degli spettacoli che ci danno molte soddisfazioni.

Quali sono i più apprezzati?

Negli ultimi anni i più gettonati sono stati “La cena dei cretini” e “Il marito di mio figlio”. Ma una nostra chicca sono le “cene con delitto” che portiamo in scena alla cantina di Laimburg.

Insomma siete una compagnia ben nutrita…

Quando ci siamo formati avevamo solo uno stile e c’erano solo uomini, poi siamo riusciti a costruire una bella compagnia. Possiamo stimare che in questi anni si saranno esibite oltre duecento persone. Inoltre proponiamo corsi e iniziative al teatro delle Muse di Pineta, dove ci troviamo a recitare e provare i nostri spettacoli.

C’è qualche nuovo spettacolo, o proposta, che scalpita da dietro il sipario?

Come ultimo lavoro abbiamo “Boing Boing – l’amore vola e va”. Poi stiamo lavorando ad una nuova cena con delitto e stiamo mantenendo alcuni altri spettacoli. In futuro la nostra idea è portare avanti già quanto abbiamo, ma senza perdere di vista le novità.

Autore: Daniele Bebber

Gli affreschi di Albert Stolz sulla facciata est e sud del municipio di Merano

Nel 1929 fervevano i lavori per la costruzione del nuovo municipio. Per le decorazioni pittoriche delle pareti esterne ed interne fu scelto e incaricato l’artista bolzanino Albert Stolz che decorò le facciate con tematiche e tecniche pittoriche differenti. 

Tanto l’edificio che le pitture suscitarono sentimenti contrastanti fra la popolazione del tempo ed è possibile coglierne le voci leggendo gli articoli redatti dal giornalista Albert Ellmenreich che ne diede un giudizio positivo. Ai suoi occhi infatti l’opera pittorica dello Stolz sulla facciata est dell’edificio, appariva intrinsecamente legata alla pittura tradizionale tirolese e specificatamente vicina al tratto tipico del pittore Albin Egger Lienz. 

“A metà tra pittura e plastica le figure, che ricordano i tratti di quelle di Albin Egger Lienz, rappresentano nell’odine, il Diritto, la Giustizia e il Governo, la Concordia il Lavoro, l’Agricoltura e il Commercio e, infine, il Turismo. Tali personificazioni sono affidate a figure piene di forza, dei quali lo stato può andare fiero.” 

Di fattura completamente diversa appare invece l’affresco raffigurante il Sant’Urbano e posto proprio sotto la torre dell’orologio del municipio. 

Il santo caro ai vignaiuoli si presenta in primo piano e, come in una istantanea, nell’atto di incedere: il braccio discosto dal corpo che apre ed amplifica le volumetrie della preziosa veste liturgica, la mano guantata salda sul vincastro. Il suo corpo è creato dagli ampi volumi del pregiato tessuto chiaro e cangiante del vestito, le cui ricche bordure decorate a ricamo e il razionale ne sottolineano i confini lasciando intravedere il biancore della sopraveste liturgica, col suo pizzo raffinato. Grappoli d’uva, i suoi attributi, ritornano più volte, sia in mano al santo che a decorare il pastorale, sia in primo piano a destra e a sinistra ai piedi del santo. Sullo sfondo uno scorcio della città circondata dalle sue vette innevate, con la sua parrocchiale, Monte Benedetto e la torre di Castel Ortenstein coi vigneti e, più in lontananza, Castel Tirolo. 

Sulla facciata sud, proprio a coronare la prima arcata dei portici, campeggia il terzo affresco di Albert Stolz. 

Esso si presenta suddiviso in riquadri, quasi l’insieme di fotografie giustapposte in un album dei ricordi. Al centro infatti spicca il monocromo con il palazzo rinascimentale demolito per far posto all’attuale edificio municipale. Sotto vi compaiono le date precise: 1317 – 1930. Le altre sono invece istantanee, tenuemente policrome, che rappresentano momenti diversi della sua costruzione.  Nella prima un ingegnere studia la nuova e dettagliata planimetria aperta dinnanzi a lui. Più sotto, un muratore è armato degli strumenti necessari per intonacare la parete. Sul lato opposto un carpentiere seduto su un’asse ma con una gamba già spinta nel vuoto sembra far leva sull’ascia col braccio muscoloso per spiccare il salto. Sotto di lui un muratore, piegato dal peso del sacco che porta in spalla, sta salendo una ripida scala. Sotto la scala si trova la firma dell’artista. Si legge: “Alb. Stolz Bolzano 1931”.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Obiettivo Italia: anche Merano partecipa

Sono stati ben 82 i cittadini volontari che nel fine settimana del 6 e 7 maggio sono stati ritratti dai professionisti del FotoClub Immagine Merano Bfi nell’ambito del progetto Obiettivo Italia – Censimento Fotografico organizzato in tutta la Penisola. Gli scatti dedicati a questi 82 meranesi saranno esposti a Torino alle Gallerie d’Italia a partire dall’8 dicembre.

Il compito non era facilissimo, eppure i fotografi meranesi sono riusciti a riscuotere un buon successo in termine di adesioni. Il Fotoclub ha partecipato al nuovo progetto fotografico collettivo nazionale organizzato da Fiaf, Federazione Italiana Associazioni Fotografiche, in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Statistica in occasione del 75° anno di attività. In contemporanea con gli oltre 550 Circoli Fotografici affiliati Fiaf, è stato allestito un set fotografico presso la sede in Via Vigneti 3 a Merano per raccogliere i ritratti degli Italiani e realizzare così il più ampio affresco corale della popolazione nazionale. 

Ogni cittadino è stato fotografato secondo uno schema iterato con metodo e rigore: inquadratura frontale, profondità di campo ridotta e ambientazione essenziale, affinché, in assenza di altre distrazioni visive, ciascun soggetto possa essere collocato con precisione nel tessuto sociale, diventando un tassello del mosaico finale.

L’ampio corpus di immagini che saranno raccolte, intatti, fornirà un ritratto dell’odierna società italiana e della sua composizione, con preziosi risvolti culturali, sociali e di costume.

“L’idea della Federazione è che la fotografia sia principalmente un fatto sociale, un eccellente strumento per raccontare la contemporaneità dove tutti siano protagonisti, come fruitori ma anche come parte integrante della rappresentazione – ha dichiarato Roberto Rossi, presidente Fiaf – Per questo, per festeggiare i 75 anni della nostra storia, con Obiettivo Italia vogliamo restituire alla collettività un mosaico fotografico della popolazione residente in Italia oggi realizzato da tutti noi, con decine di migliaia di volti per guardarci allo specchio come Paese, grazie alla Fotografia”.

Autore: Luca Masiello

Musica e tanta cultura

Qui Intervista a Max Carbone. Pubblicista, copywriter, autore televisivo, musicista non professionista, Max Carbone è stato direttore artistico per 8 edizioni di AlpsKlang. Dal 2023 è direttore artistico di “ur-klang/music comes from everywhere”. è membro fondatore della piattaforma online OSKOWEBTV, per la quale cura la rubrica “linee aeree”. Vive con Delia e ha due figli, Alice e Tommaso.

La cosa che mi piace di me.

Le mani, le ho prese da mia madre. Poi riesco a ridere delle mie battute surreali. Sono creativo in cucina, con ottimi risultati. Potrei anche definirmi un soggetto con alta capacità di rimozione, ma è un’attività molto pericolosa perché quello che butti fuori dalla porta rientra dalla finestra.

Il mio principale difetto.

Questo lo lascio dire a chi mi conosce. Potrei dire di essere scarsamente empatico.

Il mio momento più felice.

La nascita dei miei figli. Meno poetica fu quella volta che, sui 15 anni, riuscii, prima del mio amico Fabio, a buttarmi di testa dal terzo trampolino del lido di Merano. Il coraggio me lo feci venire perché passava la ragazzina che mi piaceva.

Le persone che ammiro di più.

Tutte le persone capaci di disciplina, cosa che a me difetta. Anche coloro che hanno la capacità di dire di no.

Un libro sull’isola deserta.

La trilogia del potere di Juenger, Le scogliere di marmo, Heliopolis e Eumeswil  e la trilogia di Valis di Dick. 

La mia occupazione preferita.

Leggere libri e ascoltare musica. Ma più di tutto suonare il mio Fender Jazz con i miei amici musicisti.

Il paese dove vorrei vivere.

Sei mesi a Lizard, in Cornovaglia, e sei mesi a Napoli.

Il mio piatto preferito.

Tutto il pesce, a colazione compreso. Ho un amico che fa i canederli con le sarde, in questo caso resto perplesso e non li ho ancora provati.

Non sopporto…

Tutti i fanatismi. Poi, di sicuro, il fegato e la trippa. 

Per un giorno vorrei essere… 

Colui che è in grado di decidere la sorte di tutti i dittatori. 

La mia paura maggiore.

Le grandi navi, in altre vite sono certamente deceduto in un disastro navale.

Se fossi un animale sarei…

Una rondine, lassù a far casino d’estate con tutte le altre. E poi migrare. 

Mi sono sentito orgoglioso quando…

Forse quando alle elementari la maestra Riva decise di affidarmi il compito di andare col marito a consegnare i regali di Natale alle famiglie dei loro amici. Tornai a casa con una bella mancia, tante monete.

Il mio motto.

è assegnato a Pulcinella: dove c’è una catastrofe c’è sempre una via di uscita.

Il dono di natura che vorrei avere 

L’orecchio assoluto.

La Dante premia160 nuovi e giovani “linguisti”

È stata una serata all’insegna della sostenibilità e della cultura italiana quella tenuta martedì 9 maggio all’auditorium Haydn di Bolzano in occasione della “Giornata della Dante”. Quest’anno sono stati 160 gli alunni delle scuole di tutti i gradi e di tutti e tre i gruppi linguistici della Provincia premiati dalla Società Dante Alighieri. Due le principali tematiche affrontate dalle scuole durante l’anno scolastico che si sta per concludere: gli obiettivi dell’Agenda ONU 2030 e Alessandro Manzoni, per l’anniversario dei 150 anni dalla morte.

Oltre ai giovani “linguisti” che hanno ottenuto il premio Dante, sono stati premiati anche i due vincitori a livello provinciale delle Olimpiadi di italiano, Alex Beato e Sophia Crivellaro, provenienti da scuole di lingua tedesca. Premiati pure i 4 vincitori, su 96 partecipanti, del “Progetto Minecraft” che hanno utilizzato il celebre videogioco per raccontare il viaggio del Sommo Poeta all’inferno.

Un riconoscimento speciale, infine, è stato riservato a Zaccaria Dellai, insignito del titolo di Alfiere della Repubblica dal Presidente Mattarella per i suoi progetti culturali in favore degli anziani.

“Quest’anno è stato un ritorno alla normalità, sono riprese le certificazioni linguistiche Plida e le attività dei nostri giovani. Credo sia veramente importante che le scuole abbiano dedicato le proprie energie al tema della sostenibilità”, dice la Presidente Raffaella De Rosa. “Dante è amato da tutte le fasce d’età – prosegue Damiano Visentin – e il nostro compito, come gruppo Giovani dell’associazione, è quello di allargare le proposte riservate agli adulti a tutti i giovani interessati”.

Tra questi ultimi, c’è proprio Alex Beato, classificato al diciassettesimo posto tra i 40 finalisti alle Olimpiadi di italiano. “Come mai l’interesse per questa materia? Nonostante io frequenti la scuola in lingua tedesca, l’italiano rimane la lingua del cuore. Penso sia importante che proprio qui in Alto Adige continui ad essere coltivata. Le prove che mi sono state sottoposte le ho trovate stimolanti: è un’occasione che non capita tutti i giorni. Inoltre, non scrivo molti temi in classe, per cui questa è stata anche un’opportunità per esercitare la forma scritta”, racconta Beato.

Tra gli alunni saliti sul palco, anche una giovanissima studentessa delle scuole primarie che ha espresso così il suo rapporto con la lingua italiana: “Sono davvero contenta di essere arrivata fin qui. Mi è sempre piaciuto scrivere storie e, come a me, anche a molti miei compagni di classe”.

La premiazione è stata arricchita da 3 intervalli musicali che hanno visto Greta Marcolongo e Michele Giro esibirsi insieme al coro degli scolari delle Longon, nonché in duetto. 

La cerimonia ha testimoniato come la cultura italiana possa essere declinata in varie forme: dal mondo digitale a quello musicale fino alle maniere più classiche. L’evento è sicuramente destinato a ripetersi; la platea e i partecipanti, invece, ad essere sempre più numerosi.

Autore: Andrea Dalla Serra

Alloggi per gli universitari

Consapevole dell’alto costo degli affitti e delle difficoltà che gli studenti affrontano nel trovare alloggi adeguati, la Provincia di Bolzano ha sviluppato la StuTent. L’affitto sarà di soli 1175€ al mese e comprende una serie di servizi in grado di garantire un ambiente confortevole e rilassante dopo una giornata di studio intenso. Questi servizi tengono conto ovviamente degli standard abitativi basilari del nostro territorio: aria condizionata, Jacuzzi, letto matrimoniale, birra Forst, abbonamento al Dolomiten, televisore di ultima generazione, sauna e bagno turco. A breve le graduatorie per la loro assegnazione!

Autore: Roberto Tubaro

“Il privilegio del mio lavoro? Il lato umano dei campioni” 

Uno dei decani del giornalismo sportivo italiano è un cittadino di Bolzano. Per quasi  due decenni, Ezio Zermiani è stata la voce e il volto delle telecronache delle competizioni motociclistiche e automobilistiche sulla RAI. Ha interpretato il suo ruolo di inviato in pista con estro e inventiva, guadagnandosi sul campo la stima e l’amicizia dei tanti fuoriclasse raccontati in una carriera ricca di soddisfazioni. La nostra intervista.

Zermiani, come nasce la Sua passione per il giornalismo? 

Parte tutto dalla mia città, Bolzano. All’epoca degli studi universitari – studiavo Ingegneria a Bologna – avevo cominciato a collaborare come esterno con la sede Rai di piazza Mazzini. In quegli anni collaborai anche a programmi radiofonici famosi come “Chiamate Roma 3131”. Quando venni assunto in pianta stabile, nel ’75, cominciai ad occuparmi di cronaca nera e giudiziaria ed ebbi la possibilità di affrontare alcuni casi di cronaca che ebbero eco mediatica nazionale. 

Ci aiuta a ricordare quali?

Ad esempio, il delitto della perpetua della Val d’Ultimo, il cui processo venne rifatto tre volte. Poi mi interessai dei delitti di Marco Bergamo. Grazie alle mie inchieste, venne scagionato un portiere di notte che era stato inizialmente accusato di essere il responsabile dell’uccisione di una prostituta che in realtà era stata vittima di Bergamo. In seguito a questi casi, nel ’78 venni chiamato a Milano da Sergio Zavoli che aveva fondato il GR1. Non ci pensai due volte a trasferirmi in Lombardia.  

Lì ebbe inizio la sua seconda carriera, quella che la rese il giornalista per eccellenza del mondo dei motori.

In precedenza, ovviamente, avevo già fatto incursioni nel territorio del giornalismo sportivo. Ero appassionato di moto e macchine e chiesi se interessavano contributi per la Domenica sportiva. Iniziai con servizi sulla sicurezza nel mondo delle gare di motociclismo: un aspetto del tutto trascurato all’epoca, i piloti morivano come mosche. Quando cominciai, a fine anni ’70, era l’epoca dominata da Niki Lauda. Dai primi anni ’80 in avanti, ero sempre in trasferta per fare le telecronache di moto e F1. Posso affermare tranquillamente di aver fatto almeno una volta il giro del mondo. 

Qual è lo sportivo che più l’ha colpita?

Ho avuto modo di entrare in confidenza con grandi campioni come Prost, Piquet, Nannini, Alboreto, anche Alonso, tra i tanti. Ma il più grande per me rimane Ayrton Senna che purtroppo non è più tra noi.  

Chi era Senna, una volta smessi i panni del pilota di Formula Uno?

Era un uomo a tutto tondo. Non era solo il grande campione dell’automobilismo che tutti conosciamo. Dava una mano ai bambini di strada brasiliani, pagando loro cibo e istruzione, come oggi continua fare la fondazione che porta il nome. Era un pilota dall’animo nobile che faceva un lavoro pericoloso non per i soldi o la fama ma per aiutare chi ne aveva bisogno. Altri bei ricordi mi legano all’amico Michele Alboreto, purtroppo prematuramente scomparso, con cui facevamo una trasmissione insieme. Una volta, tra Natale e Capodanno dell’87, ci incontrammo a Maranello a provare in pista la nuova Ferrari da strada, la F40. Poi si decise di usare la macchina, non ancora omologata, per andare dalla famiglia di Michele e facemmo un servizio su quel folle viaggio da Modena a Milano. Il grande vecchio, Enzo Ferrari, si infuriò. Poi vide il servizio e mi mandò una nota per complimentarsi.  

Com’era il mondo del giornalismo sportivo, a quei tempi?

Era completamente diverso da oggi. Allora si viveva in simbiosi con i campioni sportivi, si riusciva a coglierne il lato umano, a conoscere le loro famiglie e le loro storie. Ti affidavano segreti e confidenze e tu dovevi scegliere di non raccontare alcune cose perché era un rapporto basato sulla correttezza, la fiducia e l’amicizia. A volte, con le loro famiglie e le nostre, facevamo le ferie insieme. Io ero solito intervistare i piloti sulle griglie di partenza, pochi secondi prima che schiacciassero l’acceleratore. Adesso è inimmaginabile. Ora ci sono conferenze stampa e interviste uguali per tutti, anche perché una parola di troppo, pronunciata nel momento sbagliato, può causare disastri finanziari. Noi abbiamo consumato tante suole delle scarpe per scovare le notizie e raccontarle. Oggi il pc e internet, che sono molto utili, forse ci hanno reso un po’ più pigri. Io rimango convinto però che il giornalismo vada fatto recandosi sui luoghi degli avvenimenti in prima persona, per vedere con i propri occhi e ascoltare i testimoni, come mi ha insegnato Sergio Zavoli.  

Autore: Nilo Ruggeri

Arte e creatività, espresse con il vetro

Terminata l’esperienza della scuola internazionale, Alessandra Piazza e Alessandro Cuccato non hanno mai smesso di plasmare vetro, realizzando opere proprie, ma soprattutto collaborando con grandi artisti internazionali. Oggi Vetroricerca è un laboratorio di lavorazione del vetro ubicato nei locali di una ex carrozzeria  in via Claudia Augusta.

“Vetroricerca nasce nel 1997, dopo, diciamo, un periodo di artigianato in autonomia. Il 1997 è l’anno in cui il Fondo Sociale Europeo approva un progetto di formazione che è durato 18 anni e ha portato a Bolzano artisti, tecnici e insegnanti provenienti da tutto il mondo. Questo progetto di scuola è stato operativo fino al 2018, dopodiché abbiamo deciso di dedicarci al mondo della produzione artistica del vetro contemporaneo e da allora realizziamo opere per artisti che vivono in tutto il mondo e desiderano tradurre in vetro quello che pensano in altri materiali.”

Come funziona questo dialogo?

Normalmente gli artisti ci contattano perché sanno che qui è possibile realizzare opere in vetro. Non siamo dissimili da una fonderia dove in realtà si fonde in bronzo, le tecniche sono simili. L’artista ci propone il suo lavoro e noi cerchiamo di capire se siamo in grado di interpretare bene il suo pensiero artistico e soprattutto se siamo capaci di tradurre in vetro quello che normalmente lui o lei realizza con altri materiali.

Nel vostro atelier/officina si vedono lavori imponenti. Qual è il processo che porta alla realizzazione di un’opera?

Quando arriva un artista con una richiesta, normalmente ci confrontiamo per capire quale potrebbe essere una modalità adeguata per la sua realizzazione. Molto spesso tutto passa per l’accettazione di una sorta di compromesso tra noi e l’artista, perché ovviamente noi dobbiamo sottostare a quelli che sono i limiti tecnici del materiale. Anche la gestazione tecnica per realizzare il lavoro normalmente richiede molto tempo. Si tratta infatti di un processo molto lungo, con moltissimi passaggi successivi al lavoro che ci porta l’artista, per esempio un positivo in cera. Da lì in poi è tutto un passaggio di positivi e negativi fino ad arrivare al negativo in gesso refrattario da mettere nel forno, riempire di vetro per poi procedere con la sua fusione, che avviene in due giorni, ma poi il raffreddamento, ottenuto abbassando gradualmente le temperature del forno, dura più o meno una quarantina di giorni.

Quanti centri come il vostro ci sono? Perché un artista dovrebbe venire a Bolzano?

In Italia i centri sono fondamentalmente due: uno è Murano, la galleria Berengo, l’altro siamo noi. C’è poi qualche centro in Europa, ma constatiamo che ultimamente ci sono parecchi artisti che vengono dall’estero e che scelgono di venire da noi, per cui evidentemente siamo quelli più accomodanti.

Lavorate molto con artisti affermati, che espongono in realtà importanti…

Abbiamo lavorato con Diego Perrone e Marinella Senatore. Ad esempio l’artista nigeriana Otobong Nkanga ci ha commissionato un lavoro lungo 26 metri in vetro di Murano, inizialmente non previsto per la Biennale di Venezia 2019, ma che poi è stato scelto e premiato con una menzione speciale. Per noi è stata una bella soddisfazione.

Negli anni avete sicuramente sviluppato una certa esperienza…

In 25 anni di lavoro con gli artisti, abbiamo avuto la possibilità di sperimentare tantissimo e, diciamo, di andare oltre i limiti tecnici del materiale stesso.

Per concludere, quali sono alcune delle vostre opere visibili a Bolzano?

C’è il Muro della Memoria all’ex lager di via Resia, ci sono le vetrate sulla parete Ovest della chiesa dei Domenicani, le vetrate dell’auditorium delle scuole professionali in via Santa Geltrude che sono state disegnate da Robert Scherer. E quelle sono veramente delle bellissime vetrate.

Autore: Till Antonio Mola