20 bolzaninɜ in Ungheria: che musica!

Giulia Basciu — cantante e trombettista, Alice Bonsignori — bassista, Benno Castellan — chitarrista ed Elia Benedetto — sassofonista, quattro musicistɜ della Nameless Band della scuola di musica Vivaldi, ci raccontano la loro preparazione e le loro aspettative per il “MusiColours European Youth Music Festival” che si svolgerà dal 27 al 31 maggio 2023 in Ungheria.

Come vi state preparando in vista del “MusiColours European Youth Music Festival”?

Facciamo spesso concerti e avendo sempre lo stesso repertorio, stiamo utilizzando questi come preparazione e rodaggio in vista del Festival. Il repertorio sarà il solito, ma abbiamo effettuato una scelta più ristretta di brani così da poterli perfezionare. Proviamo una volta a settimana, ma ognuno di noi lavora anche singolarmente. Una novità è il lavoro sulla presenza scenica visto che suoneremo davanti a un grande pubblico internazionale.

Come vi sentite?

Per noi è stata una sorpresa e l’emozione è stata ed è grande. Fa un po’ paura mettersi in gioco davanti a così tante persone diverse, è un’opportunità non da poco, sarà un’avventura. Non vediamo l’ora di poterci confrontare con altrɜ musicistɜ proventientɜ da tutta Europa e di conoscere culture e punti di vista differenti.

I pezzi che porterete sono inediti?

No, sono delle cover riarrangate e adattate dai nostri insegnanti per gli strumenti della nostra band e le tempistiche dell’evento.

È la prima partecipazione a un evento internazionale?

Per la prima volta cci esibiremo in un altro paese davanti a un pubblico internazionale; siamo stati fuori Bolzano ma così lontano non siamo mai andati. Abbiamo già suonato davanti a un grande pubblico, ma non di questo tipo e in questo genere di eventi. Siamo molto emozionati.

Quali sono le vostre aspettative?

Abbiamo delle aspettative molto alte, avremo la possibilità di incontrare molte persone competenti con provenienze disparate. In più siamo un gruppo molto unito, ci capiamo e ci divertiamo moltissimo insieme e per questo crediamo che sarà un’esperienza bellissima.

Avete dei consigli per altrɜ giovanɜ musicistɜ come voi?

Consigliamo di non tirarsi indietro nel momento in cui si presenta un’opportunità simile alla nostra: non ricapita spesso, noi siamo dei ragazzi dei primi anni delle superiori e siamo consapevoli che la possibilità di poter partecipare a questo tipo di eventi è qualcosa di grande e di formativo. È un’esperienza unica, ma ciò non toglie che sarà l’essere lì con il nostro gruppo a renderla ancora più speciale. La musica d’insieme è diversa rispetto al suonare da soli, ti riempie. Se sei unɜ musicistɜ e suoni da solɜ e trovi unɜ amicɜ con cui suonare, non per vincere un grammy, ma per divertirti, è davvero bellissimo. Perché alla fine la musica è questo: stare insieme e stare bene.

Autrice: Anna Michelazzi COOLtour

Il ring dove la diversità è di casa

Una palestra in cui tutti possono esprimersi con i guantoni. Un esempio di integrazione e impegno nel sociale, senza trascurare i risultati sportivi. Nello spirito più nobile del pugilato. 

A Bolzano, Franco Nicotera è sinonimo di boxe. Una vita spesa tra guantoni, ring e medaglie, in Italia e all’estero, Nicotera nella nostra città è una figura di riferimento per tanti ragazzi che scelgono di percorrere un sentiero ripido e faticoso come quello che porta all’agonismo. Per loro, Franco è semplicemente il “maestro”. Questo appellativo risuona non appena si accede alla palestra; marca il rispetto dei più giovani verso chi insegna i segreti di un’arte di combattimento antica come il pugilato ma simboleggia anche la profondità di un rapporto costruito sulla fiducia e sulla dedizione. Per alcuni di loro, l’allenatore è come un secondo padre. “A volte è successo in passato che alcuni miei atleti vivessero situazioni familiari complicate”, racconta l’istruttore, “sono stato chiamato anche nel corso della notte per sedare liti che rischiavano di degenerare. È impegnativo, a volte può anche essere logorante, ma io do il 100% di me stesso e anche gli atleti devono fare lo stesso, senza sconti”.  

Lo sa bene Youssef Al Mourchid. 23 anni, Youssef, italo-marocchino, è uno dei pugili più promettenti della palestra, tra i primi quattro in Italia per la sua categoria (57 Elite). Prima di diventare un atleta e uno studente-lavoratore modello, Youssef ha passato momenti duri, in cui la sua vita poteva deragliare definitivamente e portarlo su una cattiva strada. È stato grazie all’accordo che Boxe Nicotera ha stretto con il Forum Prevenzione che Youssef ha messo i piedi per la prima volta nella palestra al Palamazzali, a quasi 18 anni. Lì ha imparato che, per affermarsi e guadagnare la stima degli altri, bisogna lavorare sodo e comportarsi onestamente. “Non è stato facile, i primi tempi ci sono stati scontri, poi grazie anche alla costanza e alla concentrazione che si imparano in palestra, Youssef è maturato”, ricorda Nicotera. Adesso il ragazzo lavora per Aias, l’associazione di sostegno alle persone diversamente abili, come educatore e impiegato amministrativo, e sta prendendo il diploma da ragioniere alle scuole serali. “Ma il sogno è quello di esordire da professionista. Ce la sto mettendo tutta perché la boxe mi ha cambiato la vita, tenendomi lontano dai guai”, ammette il ragazzo. “Con Streetwork e Forum Prevenzione abbiamo raggiunto un accordo: loro ci segnalano casi di ragazzi con comportamenti problematici che potrebbero trarre vantaggio dagli allenamenti di boxe. Noi li accogliamo e ne seguiamo lo sviluppo come atleti e come persone. Spesso funziona”, sottolinea Paolo Nicotera, fratello di Franco e insostituibile macchina organizzativa della società.  

Anche con l’Aias c’è un sodalizio ormai consolidato perché handicap e pugilato sono mondi che possono comunicare. Attualmente quattro atleti diversamente abili, di età compresa tra i 25 e i 45 anni, si esercitano una volta a settimana con Franco nella Special Boxe. “Contiamo di allargare la partecipazione anche ad altri ragazzi e ragazze seguite da Aias”, afferma l’allenatore che è coadiuvato da validi collaboratori come Alessandro Mazzoni, Paolo Grigis e Mazhar Abbasi. Loro introducono gli iscritti sia alla pratica agonistica che a chi desidera praticare a livello amatoriale, sperimentando con la Gym Boxe e la Boxe Competition, forme di pugilato in cui sono esclusi i contatti.  

Nicotera è uno sportivo che ha raggiunto risultati importanti, sia come atleta che come allenatore. La palestra attualmente è al 47° posto su 850 in Italia, un risultato di eccellenza se si pensa alla posizione periferica di Bolzano rispetto ai centri che contano. Ma il sogno è portare la boxe nelle scuole e far capire che la pratica di questo sport ha poco a che fare con la violenza e molto con il rispetto delle regole e degli avversari. Per questo, la palestra si mette in mostra grazie ad eventi pubblici. Il prossimo sarà il 20 maggio a Laives, Zona Galizia, alla festa dell’Aias. In programma, un’esibizione degli atleti più giovani e 12 incontri di boxe. La partecipazione, ovviamente, sarà aperta a tutti. 

Autore: Nilo Ruggeri

Vinzishower, un nuovo servizio per i bisognosi del capoluogo

In Via Cappuccini 6, di fronte all’ingresso della chiesa dei Cappuccini, c’è una vetrina che segnala, al proprio interno, una nuova attività: il VinziShower, un servizio di igiene e di lavaggio indumenti a cura della San Vincenzo. L’associazione, da noi contattata, ci ha messi in contatto con la dott.ssa Viviana Versace.

“Mi presento, sono un medico neurologo, lavoro al reparto di neuro riabilitazione dell’ospedale di Vipiteno. Premetto che parlo a nome della San Vincenzo pur non essendo un membro attivo e regolare. Vivo in Alto Adige da nove anni e da quasi uno mi sono trasferita a Bolzano. Ho conosciuto il direttore della San Vincenzo, Josef Haspinger quasi per caso e lui mi ha proposto di collaborare alla creazione di un punto di igiene nel centro storico, che avrebbe offerto un servizio di docce e lavatrici nel quale, ci sarebbe stato anche un ambulatorio medico di prima assistenza.”

Cos’è la San Vincenzo?

Parliamo di una comunità presente in 153 paesi del mondo, con centinaia di migliaia di volontari che collaborano a un progetto di assistenza ai bisognosi sullo spirito del loro fondatore che è San Vincenzo de Paoli, un sacerdote vissuto nel Cinquecento che aveva insegnato a tutti i suoi discepoli ad aiutare le persone in qualsiasi situazione di difficoltà, di emergenza, di bisogno in cui si trovassero. Della San Vincenzo mi piace che è una associazione molto ben organizzata con dei membri fissi, qui in Alto Adige prevalentemente di lingua tedesca, che aiuta le persone lì dove c’è bisogno.
Nasce in questa ottica anche il VinziShower, il nuovo centro di igiene, che sorge nel centro storico, dove è molto più facile che, per esempio, una persona con background migratorio si trovi a passare o a stazionare per molti motivi. 
Il servizio fa parte di una rete di altre iniziative che sono note alla popolazione, come VinziMarkt o VinziKleider, che sono il supermercato solidale e il banco dei vestiti usati, in Via Andreas Hofer. Un altro servizio è quello delle colazioni, che viene offerto nel chiostro dei Cappuccini. I bolzanini ricorderanno anche il Vinzibus, un camper che offriva dei pasti caldi a mezzogiorno.

In cosa consiste il VinziShower?

Si tratta di uno spazio ristrutturato di circa 200 metri quadrati al piano terra di via Cappuccini: c’è una zona di ingresso con una reception, un percorso con degli armadietti dove lasciare i propri vestiti in cui è presente una lavasciuga, due bagni con docce, di cui una per disabili. 
Al VinziShower chiunque viene accolto, indipendentemente dal proprio status sociale o giuridico; non avrà bisogno di giustificare la propria necessità di usare delle docce, né entrare nel merito della propria situazione economica e nemmeno di dare delle generalità. Si può stare fino a 30 minuti per fare una doccia con calma e cambiarsi. Quindi c’è proprio il senso di dare dignità a una persona che ha bisogno di lavarsi e di cambiarsi, che è un bisogno primario di tutti.

Qual è il suo ruolo in tutto questo?

Come accennavo, il progetto prevede anche l’istituzione di un punto di prima assistenza medica. È una idea venuta al dottor Oswald Mayr, che è stato direttore sanitario dell’Azienda Sanitaria per molti anni. Il mio ruolo è stato quello di aiutare a creare una rete di sanitari, anche grazie all’uso dei social media. In relativamente poco tempo abbiamo avuto l’adesione di circa 15 infermieri e altri cinque medici e proprio in questi giorni stiamo allestendo la stanza che all’interno del centro di igiene sarà deputata all’assistenza sanitaria.  Speriamo di poter partire con almeno 1 o 2 pomeriggi al mese. L’idea è quella di offrire un primo approccio a un problema di salute che chiaramente non dovrà essere né grave né acuto. Per quello c’è l’ambulatorio STP, ovvero per stranieri temporaneamente presenti all’interno dell’ospedale.

VinziShower è in Via Cappuccini 6 a Bolzano, tel. 377 3860058.

Chi desideri collaborare come volontario o sostenere l’iniziativa, può scrivere a info@vinzenzgemeinschaft.it 

Autore: Till Antonio Mola

La voglia di socializzare

Qui Intervista a Matteo Groppo. Nato a Bolzano nel 1978, è fotografo professionista da circa quindici anni. Dopo la scuola superiore si è trasferito a Bologna e successivamente a Torino, dove ha avuto un incontro che lo ha spinto a iniziare a lavorare per la televisione austriaca “ORF”. Passati cinque anni ha deciso dedicarsi alla fotografia. Ha all’attivo tre mostre a livello nazionale, di cui due fisse, a Lisbona e a Ginevra. è stato premiato nel 2020 tra i primi cinquanta fotografi per il “Sony photography awards”.

La cosa di me che mi piace di più… 

La voglia ed il bisogno di socializzare.

Il mio momento più felice…

Ovviamente è stato quando quasi nove anni fa è nata mia figlia Matilde.

Da bambino sognavo di diventare… 

Un musicista affermato e un campione di basket (…)

Il capriccio che non mi sono mai tolto. 

Purtroppo è il tabagismo.

Il luogo dove vorrei vivere.

Dopo essere vissuto quarant’anni tra le montagne, vorrei stare al mare. Probabilmente mi piacerebbe Vieste.

Il mio piatto preferito.

Sicuramente lo spiegeleier mit speck.

Non sopporto… 

Quando le persone generalizzano su questioni sociali. Ad esempio sui migranti.

Per un giorno vorrei essere…

Spensierato come lo ero da ragazzino.

Tre aggettivi per definirmi. 

Basso, pelato e creativo.

Il mio film preferito.

“I sogni segreti di Walter Mitty”.

Il mio attore preferito.

Alessandro Gassman, sia in teatro che al cinema, ma ne amo tanti soprattutto nella cricca di attori di Salvatores.

Il superpotere che vorrei avere.

La pazienza, e far passare il dolore alle persone a me care.

Il mio sogno ricorrente.

Un incubo: l’esame di maturità. Ne avevo una paura terribile e lo sogno ancora spesso, dopo venticinque anni

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo? 

Di Bolzano apprezzo la facilità di uscire dalla città per trovarmi in posti meravigliosi. C’è l’ imbarazzo della scelta qui!!

Amo il mio lavoro perché… 

Mi permette di rapportarmi con persone eterogeneamente differenti e mi fa scoprire cose che non conosco. Lasciamo però perdere la cronaca nera però, eh!!!

Le persone che ammiro di più sono… 

Sicuramente mia madre e mia moglie, che riescono a supportarmi praticamente sempre.

“Interessiamoci anche ai mondi digitali dei nostri figli”

Uso scorretto dei social media e disturbi del comportamento alimentare in età adolescenziale. Un connubio sempre più evidente per chi – come Raffaela Vanzetta, pedagogista e psicoterapeuta, coordinatrice di Infes, il Centro per i Disturbi del Comportamento Alimentare del Forum Prevenzione – da molti anni è attivo nella riabilitazione e prevenzione di patologie come l’anoressia o la bulimia. Il libro “Social Fame”, curato assieme a Laura della Ragione, ha l’intento di fare luce su un fenomeno preoccupante e che, troppo spesso, coglie impreparate le famiglie.

// Di Nilo Ruggeri

Partiamo dal titolo. A cosa si riferisce “Social Fame”? 

È un gioco di parole che ci sembrava racchiudesse l’essenza del nostro lavoro di ricerca su un fenomeno che è estremamente attuale, ovvero dei disturbi alimentari che sono alimentati e, a volte, incoraggiati da messaggi distorti che viaggiano sui canali dei social media. “Fame”, oltre al significato italiano, in inglese significa fama, notorietà, cui tendono, consapevolmente o meno, gli adolescenti che cadono vittime di una ricerca di affermazione di sé legata al loro corpo e a quello che mangiano o non mangiano per avvicinarsi ai modelli – o influencers – con cui vengono a contatto nelle loro relazioni virtuali. 

Come è nato il libro e per chi è pensato? 

È un’opera collettiva di persone che, a vario titolo, si occupano di adolescenti, mezzi di comunicazione e disturbi alimentari e che è nata riflettendo insieme a Laura Della Ragione – una luminare nel campo della cura dei disturbi dell’alimentazione – sullo sviluppo recente dei disturbi di questo genere. In particolare, abbiamo tentato di sistematizzare gli interventi di tanti colleghi con cui sono in contatto nel resto d’Italia che, ai convegni, segnalano come la rete in cui i ragazzi e le ragazze vivono e si incontrano sia diventata una piattaforma per la diffusione di modelli nocivi del rapporto col proprio corpo e con il cibo. Il libro non è solo per specialisti ma, al contrario, punta a portare a conoscenza di famiglie, insegnanti, educatori il rischio che molti adolescenti stanno correndo. 

I social vanno evitati? Sembra difficile poter proibire quello che per molti giovani è uno spazio di intimità e socialità irrinunciabile… 

No, sia chiaro che i social non vanno demonizzati. Non sono negativi di per sé se, ad esempio, se qualcuno posta una fotografia di un piatto o un alimento. Quello che è importante è insegnare ai ragazzi e alle ragazze a farsi delle domande sia rispetto al proprio comportamento che rispetto a quello degli influencer che seguono. Perché si pubblica una foto? Qual è il messaggio che ci manda? L’immagine del cibo e del corpo che viene trasmessa è vera e reale oppure è artificiale e costruita per venderci qualcosa? Dobbiamo incominciare, come genitori, ad interessarci di più a chi i nostri giovani frequentano online, allo stesso modo in cui il genitore responsabile vuole sapere con chi esce e chi incontra il figlio o la figlia nella vita reale. Teniamo presente che la media di ore trascorse in rete da un adolescente ogni giorno è di cinque o sei.  

Cosa manca per contenere questo fenomeno? 

Certamente avvertiamo la necessità di un intervento regolativo, normativo, a livello europeo, direi. Le piattaforme social sono enormi aziende con grandi interessi economici e gli stessi influencer sono mossi dall’obiettivo di monetizzare i loro contenuti. Come si sono regolamentate sostanze come il tabacco, il gioco d’azzardo o l’alcol, lo stesso si può fare con l’uso di internet e dei social, per spingere verso un uso consapevole della rete. 

Come Infes, quali sono le attività che proponete? 

I miei colleghi ed io lavoriamo proponendo attività di sensibilizzazione nelle scuole. Stiamo lavorando anche all’idea di una sorta di “patentino” per l’uso di internet che consista in una formazione all’uso consapevole. Il coinvolgimento sia della scuola che delle famiglie è fondamentale.  

Se un genitore sospetta che il figlio o la figlia abbia problemi alimentari, cosa deve fare?  

Può rivolgersi a noi per una consulenza gratuita. Se nota una perdita o un aumento di peso consistente, un’attenzione esagerata alle forme del corpo e all’alimentazione, prendiamo appuntamento e analizziamo insieme la situazione.  

Il Covid ha aggravato questi fenomeni? 

Sì, si calcola che i disturbi alimentari siano aumentati del 30% nell’epoca della pandemia. Adesso i numeri si stanno normalizzando ma quello che osserviamo è un’età più giovane di chi si rivolge ai servizi. Ci sono bambine di 11 o 12 anni che arrivano a perdere anche 10 chili nel giro di poco tempo. Si tratta di una grande sfida per chi si occupa di adolescenti e bisogna attrezzarsi. Speriamo di dare un contributo concreto anche con questo volume.

Il libro “Social Fame. Adolescenza, social media e disturbi alimentari” verrà presentato a Bolzano il giorno 2 maggio nella floricoltura Schullian di via Merano a Bolzano. Maggiori informazioni su www.infes.it oppure 0471 970039. 

Badanti per la politica

Nei giorni scorsi i responsabili dell’Associazione Alzheimer Alto Adige hanno lanciato un grido d’allarme, portando allo scoperto un problema che meriterebbe senz’altro una maggiore attenzione da parte dell’opinione pubblica. In sintesi: le famiglie altoatesine che hanno nel proprio nucleo un malato di demenza – più di 13mila – sono oggi in grande difficoltà. Il motivo? In realtà sono tanti. In primo luogo c’è l’erogazione dell’assegno di cura che negli ultimi anni spesso non è stato sufficiente a coprire le spese o è arrivato in ritardo a causa di carenze di personale per effettuare gli accertamenti preliminari. Mentre quest’ultimo problema recentemente è stato parzialmente risolto, permane per le famiglie il problema del reperimento delle badanti. Come sappiamo molte di loro sono ucraine e – durante la pandemia e poi il successivo scoppio della guerra – l’apporto di molte di queste signore è venuto a mancare, con una sostituzione solo parziale da parte di altre signore moldave, rumene, e provenienti da altri paesi del mondo.
L’associazione Alzheimer Alto Adige dunque è tornata, con grande forza, a richiedere la formazione di un registro provinciale, un albo a cui fare riferimento per il reperimento di questa forza lavoro e, anche, per ufficializzare una volta per tutte il ruolo sociale di queste figure professionali, cruciali nell’Alto Adige del terzo millennio, sempre più caratterizzato da un’età media elevata della popolazione.
A proposito delle badanti in quanto lavoratrici – e anche per tutelare le numerose donne che oggi lasciano il lavoro per restare a casa ad occuparsi dei “loro” anziani, con il rischio di finire successivamente in povertà una volta divenute anziane anche loro – sono intervenuti anche i sindacati. Fornendo altre cifre che indicano come priorità assoluta un piano per riorganizzare i servizi e i sostegni per gli anziani che, in provincia di Bolzano, sono ora 100mila e che nel prossimo 2030 saranno 140mila, su una popolazione di mezzo milione di abitanti.
Urge anche una responsabilizzazione nei confronti delle badanti che, si apprende, oggi in provincia di Bolzano sono completamente “in regola” solo nel 50% dei casi, sulle ben 11mila (undicimila!) attive, con un “nero” che riguarda quasi 3mila di loro, secondo le stime.
Le elezioni provinciali sono alle porte e ci aspettiamo che i candidati mettano questi temi ai primi posti nei loro programmi. E’ chiedere troppo?

Autore: Luca Sticcotti

Delia, una vita per il Brasile

Delia Boninsegna – nata a Merano ma ormai da 52 anni in Brasile – si racconta: la sua passione per la scuola dell’infanzia, la scelta radicale di cambiare vita, la missione in Brasile e l’associazione Paolo Tonucci, oggi conosciuta come Apito.

// Di Chiara Caobelli

Oggi Delia ha 77 anni ed è molto attiva nella comunità della città di Camaçari, nello Stato della Bahia. In Brasile non è solo presidente di associazione, ma svolge varie attività, come corsi di macramé e di lingua italiana, organizzando e partecipando ad eventi culturali e sociali, battendosi ogni giorno per cercare di superare le molte ingiustizie di cui il popolo brasiliano è vittima.

Delia, tua hai una grande passione per la scuola dell’infanzia: come è iniziato tutto?

Sin da piccola il mio sogno era quello di diventare una maestra d’asilo, così dopo un anno di corso a Trento ho conseguito il diploma in puericultura. Successivamente ho avuto l’opportunità di trasferirmi in Svizzera, nella periferia di Berna, per lavorare in un asilo dedicato ai figli degli immigrati italiani che lavoravano durante il giorno. Dopo alcuni anni sono tornata in Italia e mi sono diplomata a Verona diventando maestra d’asilo. È iniziata così la mia avventura, dando il via a una serie di tirocini in varie scuole dell’infanzia di Merano e Gargazzone.

Come mai il Brasile?

In quegli anni frequentavo gruppi di giovani e durante un campo estivo a Spello ho conosciuto un sacerdote di Firenze che si stava preparando per andare in Brasile per una missione. Mi ha invitato a seguirlo e io senza dubitare ho deciso di frequentare un corso preparatorio di tre mesi e in seguito sono partita.

Salvador, la capitale dello stato di Bahia, è stata la tua meta: quando e come è iniziata questa avventura?

Nel gennaio del 1971 sono partita: un viaggio in nave fino a Rio De Janeiro e poi 28 ore di autobus fino a Salvador, nel nord-est del paese. Avevo poche informazioni, non sapevo a cosa sarei andata incontro e soprattutto non avrei mai pensato di rimanerci per sempre. Ho iniziato così a lavorare nella parrocchia della comunità tenendo corsi di alfabetizzazione, occupandomi della catechesi e prestando servizio sociale. Intanto gli anni passavano e diventava per me sempre più difficile tornare in Italia: la mia vita ormai era lì.

Poi è arrivato il tuo incontro con don Paolo Tonucci…

Sì, nentre ero a Salvador ho incontrato questo  prete diocesano di Fano, venuto in missione in Brasile convinto di dedicarsi agli ultimi, mettendosi a disposizione per cercare di risolvere le esigenze del popolo. Realizzò una scuola professionale per operai, la scuola Primo Maggio, sede non solo della formazione di molti bambini e ragazzi, ma anche centro di incontri e di dibattiti politici, luogo di solidarietà e resistenza. Condividevo molto le idee e i valori di Paolo: avevamo la stessa missione, quella di lavorare affinché la gente locale prendesse coscienza, conquistandosi autonomia, libertà e i diritti fondamentali che ogni essere umano dovrebbe aver garantiti. Ricordo che il Brasile in quegli anni era sotto una forte dittatura, il popolo era oppresso e c’erano grandi disuguaglianze sociali.

Perché da Salvador a Camaçari?

Nel 1981 volevamo cambiare e così abbiamo deciso di spostarci nella città di Camaçari, a 40 km dalla capitale dello stato di Bahia. Si tratta di una città sorta negli anni Settanta in funzione della costruzione del polo petrolchimico. Considerata una città dormitorio, è stata costruita dai lavoratori che prestavano servizio nella realizzazione del polo. Una volta terminata la costruzione del polo, le uniche professionali ad essere richieste erano quelle relative a persone altamente specializzate, e quindi tutti coloro che avevano lasciato le loro terre per cercare fortuna in città, si trovarono senza lavoro e a vivere in condizioni pietose. Da qui l’inizio di una grande crisi, fame e povertà.
Il nostro lavoro dunque era quello di cercare di aiutare le famiglie in difficoltà. Avevamo istituito un gruppo di donne all’interno della comunità che si impegnavano a visitare le famiglie e a indicarci quelle più bisognose, le quali ricevevano beni di prima necessità, ma soprattutto un’educazione alla vita. Ci impegnavamo ad insegnare l’importanza dell’igiene, di una sana alimentazione, del valore della scuola e della formazione: il tutto con l’obiettivo di formare cittadini brasiliani più consapevoli, responsabili e autonomi in un futuro prossimo.

Nel 1994 scompare Paolo Tonucci. Negli anni seguenti però nasce la scuola dell’infanzia Apito dedicata proprio a lui.

Grazie al suo operato Paolo era conosciuto in tutto il Brasile e in gran parte dell’America Latina, e proprio per tener vivo il suo animo abbiamo voluto realizzare un qualcosa in suo nome. A quel tempo davamo assistenza a più di 400 famiglie e l’aiuto era principalmente rivolto alle donne, le quali non solo si occupavano dei figli, ma al tempo stesso lavoravano. Il problema maggiore dunque, era dove lasciare i bambini durante il giorno. Gli asili pubblici erano rari ed erano più che altro dei depositi di bambini e non delle scuole. Abbiamo realizzato così nel centro di Camaçari la scuola dell’infanzia Apito, grazie al contributo della Provincia Autonoma di Bolzano, del Comune di Merano, della parrocchia di Santa Maria Assunta e tutti gli amici di Paolo di Fano. Si tratta di una scuola gratuita, su misura di bambino, sicura, bella, e che non solo garantisce un’educazione di qualità, ma anche una sana alimentazione e una buona formazione alle famiglie dei bambini. Un grande successo di cui andiamo molto fieri e di cui il prossimo anno festeggeremo i 25 anni.

Dopo la scuola è nata l’Associazione Paolo Tonucci, oggi conosciuta come Apito. Cosa significa “apito” in portoghese?

Apito vuol dire fischietto, un oggetto simbolico che vuole richiamare l’attenzione sui problemi che il Brasile sta affrontando. Vuole dunque farsi sentire e urlare al mondo che oggi questo paese si trova in grande difficoltà. Più della metà della popolazione non ha garantiti i tre pasti al giorno e più di 33 milioni di persone ne possono consumare solamente uno. La violenza è ai massimi livelli, il traffico di droga regna, la miseria è alle stelle e il tutto in un clima di paura e incertezza. I giovani, ormai senza sogni, vivono la giornata senza sapere cosa succederà domani, senza avere il diritto di pensare a prospettive per il futuro, umiliati e abbandonati dalle istituzioni. Pregiudizi, razzismo e violenza sulle donne e sulle persone di colore sono all’ordine del giorno. Come può un paese vivere così?

Qual è la missione di Apito oggi?

Garantire i diritti umani incoraggiando la collettività attraverso l’educazione e la cultura, mirando sempre a far prevalere la giustizia. Per fare ciò la scuola dell’infanzia non è sufficiente, perché una volta terminati i tre anni, ci siamo resi conto che i bambini escono dalla scuola e le prospettive di vita offerte dalla realtà sono tutt’altro che buone. Abbiamo organizzato così attività extra curricolari, come ad esempio attività sportive, corsi di lingua, di robotica, di percussioni, nei quali non vengono solo insegnate varie discipline, ma soprattutto vengono coltivati i valori del rispetto, della libertà, della giustizia, offrendo luoghi protetti, sicuri, in cui crescere per diventare cittadini di domani migliori. Il nostro obiettivo non è quello di mantenere il Brasile un paese che chiede l’elemosina; noi vogliamo che sia un paese formato, capace, autonomo per potersi riscattare e creare un futuro migliore.

Dov’è Apito in Italia?

La sede dell’associazione Paolo Tonucci è a Merano, ma ha una filiale anche nella città di Fano, nelle Marche. Quando torno a Merano il mio collegamento principale è la comunità del Cenacolo. A Fano l’associazione opera con diversi progetti sul territorio, lavorando con i migranti, i poveri, con la clownterapia negli ospedali e con la scuola dell’infanzia Collodi di Fano. L’associazione permette di sostenere gran parte dei progetti e la scuola dell’infanzia qui in Brasile e nonostante gli alti e i bassi avuti negli anni, siamo molto orgogliosi di quello che siamo diventati. Una delle nostre pecche però, è che negli anni l’associazione non si è rinnovata molto e quello che ci manca sono le cosiddette “nuove leve”: giovani volenterosi, determinati e formati che credono nei nostri valori e che ci aiutino a portare avanti la nostra missione.

Quale messaggio ti senti di lanciare ai tuoi amici meranesi?

Vorrei far loro una domanda: avete mai conosciuto dei ricchi felici? Beh, io no, ma in 52 anni qui in Brasile ho conosciuto centinaia e centinaia di poveri felici. Vorrei farvi riflettere che oggi viviamo in un mondo sempre più connesso e non solo grazie alle nuove tecnologie, ma anche tra di noi come esseri umani: le sorti di uno dipendono dalle coscienze di tutti. Con questo voglio dire che ognuno di noi può fare la differenza per rispettare meglio il nostro pianeta, per superare le disuguaglianze, per far sentire la propria voce di fronte alle ingiustizie senza nascondersi dietro allo scudo dell’indifferenza. Dobbiamo apprezzare quello che abbiamo rendendoci conto di quanto siamo fortunati, ma se non proviamo tutti insieme a cambiare la coscienza a livello mondiale, prima o poi tutti andremo a fondo.

Autrice: Chiara Caobelli