Giorgio Lona: un collezionista a Don Bosco

Giorgio Lona abita nel quartiere Don Bosco ed ha una grande passione che ruota attorno ai francobolli. è interessato infatti anche alle lettere e ai timbri,  ma soprattutto alla “storia postale”. Scopriamo insieme a lui di cosa si tratta.

Come è iniziata la tua collezione?

Ho iniziato con i francobolli, e poi da lì si sono aperti altri mondi. Mi sono dato prima alle lettere, per quanto riguarda l’involucro con il francobollo, poi il timbro e la destinazione della lettera. Dai francobolli sono passato poi alla storia postale, ovvero lo studio il sistema politico e amministrativo di un luogo dell’Alto Adige, secondo le emissioni postali.

Com’è nata la scelta di collezionare francobolli?

Una volta, tanti anni fa, quando ho iniziato io, moltissime persone li collezionavano. Era una collezione che andava di moda. Poi era un oggetto piccolo che si prestava ad essere collezionato. A quel tempo si trovavano ancora molte lettere e cartoline che viaggiavano. I francobolli poi giravano in casa, e quindi notavo le differenze, i diversi colori. Adesso non si notano più certe cose, anche perché si usano le mail. La poca posta che si trova oggi ormai ha anonime etichette adesive. 

Questa passione poi si è evoluta…

Si inizia con il francobollo, poi si nota che sulla busta c’è un timbro, una destinazione, una lettera particolare, e quindi si possono inventare un sacco di collezioni. Io poi mi sono specializzato negli annulli postali che ci sono sulle buste e sulle cartoline dell’Alto Adige, che risalgono al periodo tra il 1919 a il 1945. Questo perché farlo dal periodo prefilatelico, cioè 1780 circa dove ancora i francobolli non esistevano, e andare avanti fino già al periodo dove me ne occupo io, inizia a diventare impegnativo. Sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista dello studio.

Dove recuperi il necessario?

Gli oggetti li recupero tramite internet, oppure alle fiere. Ci sono tantissimi commercianti che offrono le loro merc e una volta, quando il mercato tirava e c’erano più collezionisti con i quali scambiare, andavo anche all’estero: Austria, Germania. Era divertente, perché magari la domenica si partiva in quattro, si faceva la gita, si andava al convegno e si trovava molto.

Di queste informazioni che ricavi, cosa ne fai?

Le si condivide con i soci di un’associazione filatelica alla quale sono iscritto, ma anche con gli amici del circolo, o amici che non necessariamente ne fanno parte. Ho stretto amicizie in tutta Italia, quindi condivido le informazioni, e ce le scambiamo a vicenda. 

Qual è il momento del tuo collezionismo che preferisci particolarmente?

La cosa che più mi piace sono lo studio e la verifica dei materiali che raccolgo. Perché mi consente di prendermi un pacco di roba, mettermi lì e studiarmelo. Tanto è vero che ho comprato materiale doppio, triplo, quadruplo, e ho speso un sacco di soldi per niente, perché poi mi sono trovato quattro lettere con lo stesso timbro. Collezionare è comunque un’attività complessa, che richiede tempo, denaro, materiali e attenzioni. Nell’insieme tutti i materiali dipendono l’uno dall’altro, e io ne apprezzo ogni particolare.

Autrice: Ilaria Talamoni COOLtour

Sanremo

Contro ogni pronostico c’è molto Alto Adige nell’edizione del Festival di Sanremo 2023. Il primo super ospite sarà Ötzi che, in duetto con Eva Klotz, presenterà un brano dal titolo “Vorrei incontrarti fra 5000 anni”. Il duo Achammer/Kompatscher invece canterà il medley “Uomini soli (al comando)-Amici come prima-Zitti e Buoni-Sudtirolesi’s Karma”. Il Sindaco di Bolzano si esibirà con due cover: “Vita prudente” di Vasco Rossi e “Ciao movida ciao” di Luigi Tenco.

Autore: Roberto Tubaro

L’associazione Bresadola compie 60 anni 

Oltre 100 soci e un lavoro incessante di divulgazione. L’associazione bolzanina quest’anno celebra i sei decenni di attività con lo sguardo rivolto alle nuove generazioni di appassionati e un occhio ai cambiamenti climatici.  

I funghi sono un mondo; e non è un modo di dire. Lo sono in senso scientifico e gastronomico. Ed è grazie agli appassionati di micologia, oltreché ai ricercatori, che possiamo ampliare le nostre conoscenze al riguardo. Ad esempio, quanti sanno che in Alto Adige sono presenti circa 5.000 specie di funghi? Forse ne è consapevole solo chi frequenta gli incontri del gruppo bolzanino dell’associazione micologica Bresadola – chiamata così in onore del micologo e abate, mons. Giacomo Bresadola – che rappresenta la sezione locale di un’associazione di riferimento per la micologia a livello nazionale. Il gruppo di Bolzano (con sede in via S. Quirino) è stato fondato nel 1963, sei anni dopo la nascita del gruppo originario di Trento. Da allora, grazie ai tanti volontari, ha portato avanti una vasta attività di formazione e divulgazione della scienza dei funghi.   

Tra gli impegni principali dell’associazione rientrano l’organizzazione di mostre e di corsi – sia introduttivi che avanzati – per quanti vogliono cominciare ad avvicinarsi alla micologia oppure vogliono approfondire la loro conoscenza. “Proponiamo ogni anno un corso base articolato su quattro lezioni generali, in parte online e in parte in presenza. Queste servono a introdurre e ad avvicinare i partecipanti agli argomenti più importanti così che riescano ad orientarsi per un primo sguardo sul mondo dei funghi. A queste seguono altre 10 lezioni più specifiche”, spiega Luciano Fracalossi, vicepresidente del gruppo di Bolzano. I corsi, gratuiti, sono aperti a tutti, senza nessun tipo di requisito a parte l’interesse per la materia. “Interpretiamo quest’offerta formativa come un servizio alla cittadinanza”, continua Fracalossi, “infatti non è possibile imparare a distinguere le diverse specie solo avvalendosi di un libro. Il confronto con altri appassionati e con gli studiosi serve anche per evitare situazioni che possono rilevarsi pericolose anche perché i funghi hanno una grande variabilità. Per questa ragione, a chi è alle prime armi consigliamo sempre di fare controllare il raccolto, prima di usarlo in cucina”. Il vicepresidente accenna ai cambiamenti climatici che purtroppo stanno incidendo anche sulle varietà di funghi locali. “Prima si trovavano solo quasi esclusivamente specie di funghi tipici dell’area alpina. Adesso, invece, con la presenza di climi più caldi e secchi anche da noi, in Bassa Atesina abbiamo avvistato specie mediterranee come l’Amanita ovoidea, un fungo tipicamente mediterraneo”, conferma.  

Oltre ai corsi per principianti, il gruppo svolge un’attività di aggiornamento degli ispettori micologi dell’ASL e, sul versante scientifico, è incaricato di effettuare il monitoraggio delle specie presenti sul territorio altoatesino – nelle due stazioni di Renon e Monticolo – oltre a rilevare i livelli di radioattività per mezzo della raccolta di funghi in 21 aree sparse in tutto l’Alto Adige.   

L’associazione, che quest’anno a settembre celebrerà i sessant’anni di vita con una festa a Carezza, al momento conta sull’apporto di oltre 100 soci. Sono molti e attivi da tanti anni e si sente il bisogno di nuova linfa, di ragazzi o giovani  interessati che abbiano voglia di dare una mano a svolgere i compiti collegati alla vita associativa. “Stiamo alla ricerca di nuova generazione di soci”, conclude Fracalossi, “si è un po’ perduta la tradizione di andare a funghi con i genitori. I nonni stanno provando a coinvolgere i nipoti ma siamo aperti a chi volesse saperne di più e darci una mano”.  

Autore: Nilo Ruggeri

Lo psichiatra, lo scrittore e… la ballerina di tango

Vincenzo Florio, di professione psichiatra, in realtà coltiva la passione della scrittura. Lo abbiamo incontrato per chiedergli come ad un certo punto è affiorata la scrittura tra le sue passioni e come la sua attività di psichiatra si interfaccia con la dimensione di romanziere.

Vincenzo Florio, possiamo definirla uno psichiatra scrittore?

Mi ritrovo molto in questa definizione, perché io di mestiere sono psichiatra, questo significa che dopo il liceo ho seguito il percorso accademico e, dopo la laurea in medicina, ho fatto la specializzazione in psichiatria. Di tutte le specializzazioni della medicina, forse è l’unica che riconosce un certo spirito umanistico. 
Le mie passioni sono state dapprima il basket, poi la musica, il teatro e poi mi sono appassionato al cinema. È chiaro che, man mano che passavano gli anni, tutte queste attività non potevano certo diventare un mestiere. Ad un certo punto ho cominciato a scrivere, e da lì tutto il mio spirito artistico si è riversato nella scrittura, finché ho trovato anche l’editore giusto, Edizioni del Faro a Trento, che ha accettato di pubblicare i miei racconti.
Due anni fa è uscito il mio libro, dal titolo L’Étoile a altri racconti. L’Étoile è il titolo del primo racconto e si riferisce alla prima ballerina di un grande teatro, che accetta l’invito ad imparare il tango. Deve sapere che il tango argentino è un’altra mia passione, che pratico da diversi anni, sempre chiaramente a livello amatoriale. In questo racconto mi sono immaginato la prima ballerina di un grande teatro, che cambia scarpe, accetta di indossare quelle da ballerina di tango e lo impara in pochissimo tempo, diventando più brava dell’insegnante. E poi c’è tutto un retroscena psichiatrico…

Quanto del Suo lavoro entra nella Sua scrittura?

È chiaro che la mia ispirazione arriva dalla mia pratica quotidiana. Ogni giorno ascolto storie di vite intensamente vissute, per cui ad un certo punto della mia carriera professionale mi sono detto: “Ma perché non raccontare il disagio, la sofferenza, ma anche aneddoti divertenti, che mi vengono raccontati e di cui sono testimone, che rischiano di perdersi, se non vengono poi fermati, nero su bianco? E questo è un po’ lo spirito di qualsiasi scrittore, che ad un certo punto decide di raccontare delle storie perché pensa che questo sia un modo per poter – come dire –  riflettere sui casi della vita. Le storie sono ovviamente camuffate per non correre il rischio di violare la privacy di persone che hanno subito in prima persona certe esperienze drammatiche o divertenti.

Lasciamo per un attimo da parte la Sua passione per la scrittura. Lei si cimenta anche in conferenze in cui parla di psichiatria nel mondo dei personaggi famosi…

Ho iniziato già qualche anno fa, prima che uscisse il libro, a documentarmi sulla psichiatria nel mondo dei personaggi famosi. Le storie sono tantissime, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Uno dei casi più eclatanti riguarda la morte di John Lennon per mano di un folle che, ad un certo punto, si era convinto di essere lui il vero John Lennon e di meritare la carriera del più grande, a quei tempi, protagonista del rock.  Poi, pensi che l’assassino è partito da Honolulu con una pistola e l’intenzione di sostituirsi al vero John Lennon…
Oppure c’è la storia di Marilyn Monroe, una delle più grandi attrici, rimasta ormai nella storia quasi come una icona. Nell’immaginario collettivo Marilyn è, o era, la dea della seduzione, a cui molti associavano l’idea di una vita privilegiata. In realtà, nella vita di tutti i giorni, Marilyn era una donna che soffriva molto. Aveva avuto una infanzia terribile, andava dallo psichiatra, anzi ne ha cambiati diversi, fino all’ultimo, che ha tentato invano di scongiurare il peggio (Marilyn morì suicida, la versione ufficiale fu sempre quella dell’overdose di barbiturici).

Autore: Till Antonio Mola

La bandiera dei pirati

Qui Intervista ad Alessandro Huber, 36 anni, bolzanino, laureato in storia e filosofia (Trieste, Berlino, Padova) e insegnante al Liceo Toniolo di Bolzano. Dal 2012 organizza il “treno della memoria – Promemoria Auschwitz” che ha fino ad oggi portato migliaia di giovani ad approfondire la storia della Shoah e ad attivarsi nella cittadinanza attiva e consapevole. è consigliere comunale a Bolzano. Da sempre appassionato dei colori bianconeri, è tifosissimo della Juve e ha un cane dalmata di nome Indy.

La cosa che più mi piace di me.

In generale mi sto molto simpatico, quindi devo dire che mi piaccio tutto. Però ho delle caviglie bellissime.

Il mio principale difetto.

Cerco sempre di trovare un compromesso, mi hanno detto che si dice che sono poco assertivo. Ci sto lavorando. Ah… e sono arrogante! Ma non lo vedo come un difetto, se contestualizzato.

Da bambino sognavo di diventare….

Adulto. Ci sono riuscito. 

La mia occupazione preferita.

Passeggiare con il cane al sole. E guardare gli alberghi su internet.

Il mio piatto preferito.

Le polpette e la pizza. Quindi la pizza con le polpette.

Non sopporto…

La pioggia. Lo so che è utile, ma proprio mi mette di cattivo umore. E poi chi salta la fila. Pensa se uno salta la fila in un giorno di pioggia…

Per un giorno vorresti essere…

Libero. Solo a Berlino mi sono sentito libero, e non sono rimasto là. Ma mi piacerebbe sperimentare di nuovo quella sensazione.

Nel mio frigorifero non manca mai….

Il succo di frutta.

Sono stato orgoglioso di me stesso quella volta che…

Ultimamente a fine anno scolastico quando uno studente mi ha scritto che sono stato per lui un esempio di uomo. Son soddisfazioni.

L’ultima volta che ho perso la calma.

La perdo ogni volta che una riunione che potrebbe finire in 35 minuti dura invece 4 ore.

Tre aggettivi per definirmi.

Riflessivo, sorridente, entusiasta.

Il mio attore preferito.

Leonardo Di Caprio.

La disgrazia più grande.

La morte del mio amico Andrea Simone Lerussi.

La massima stravaganza della mia vita.

In Erasmus avevo la cresta, da punk proprio. Ne vado ancora molto orgoglioso.

L’oggetto a cui sono più legato.

Una bandiera dei pirati, sono particolarmente legato ai pirati.

Memoria

Com’è noto ai più, il Giorno della Memoria è una ricorrenza internazionale, celebrata il 27 gennaio di ogni anno come momento per commemorare le vittime dell’Olocausto. Per l’occasione fioccano le iniziative, come sempre, ma quest’anno mi ha colpito molto la scelta di alcuni ragazzi di realizzare, divenendone protagonisti, uno spettacolo teatrale incentrato sugli atti del processo a Michael Seifert, uno degli aguzzini del lager di Bolzano. La forza insita nella creatività artistica, nella rappresentazione e nell’interpretazione, può essere davvero un grande aiuto nel difficile compito di fare memoria di uno degli eventi più tragici della storia umana, in realtà così vicina nel tempo al nostro presente. 

Il fatto che si sia deciso di dedicare il Giorno della Memoria (storica) ad un evento specifico è molto significativo. A tutti infatti deve sempre risultare chiara la differenza di fondo che esiste tra due concetti imparentati ma assolutamente non sovrapponibili. Possiamo infatti dire, semplificando, che la memoria storica è il ricordo del passato che si sedimenta negli individui e nei gruppi sociali di un Paese. Anche se parente della storia, la memoria storica è meno intellettuale, precisa e sistematica e più carica di mito, affetti e passioni politiche.

Ne sappiamo qualcosa, in provincia di Bolzano, visto che a proposito della spinta verso la convivenza tra le diverse sfaccettature della nostra popolazione, che tra l’altro deve essere costantemente alimentata, ci ritroviamo spesso a parlare della necessità o meno di una memoria condivisa. Una memoria comune che rappresenti ciò che ci unisce, al di là di ciò che ci divide. E che deve partire dalle nostre vicende personali, uniche e irripetibili, fatte di ricordi. 

A proposito: ecco un’altra differenza fondamentale, quella tra ricordo e memoria. Anche in questo caso si tratta di concetti strettamente collegati ma non sovrapponibili. è un ulteriore esempio del fatto che l’uso corretto dei termini della nostra lingua ci può consentire di gestire meglio anche i nostri pensieri, i nostri ragionamenti e le nostre opinioni. Il ricordo infatti è un singolo frammento di memoria legato ad un avvenimento, ad una persona o ad un contesto, mentre la memoria è l’insieme dei ricordi, delle esperienze e delle informazioni raccolte da una persona nel corso della sua vita.

Ciò che siamo dipende anche dalla coraggiosa sincerità che dobbiamo coltivare per essere davvero maturi nel nostro approccio a ricordi, memoria individuale e memoria storica. Vale per tutti noi, nessuno escluso. Individualmente e come collettività.

Autore: Luca Sticcotti

L’emergenza non è il freddo ma la mancanza di casa e cura

È quasi un nuovo rito dell’inverno. Tutti gli anni tornano Babbo Natale e la Befana, la neve (poca) e i saldi di fine stagione. E con essi l’emergenza freddo, la scomoda figura della persona senza dimora e le polemiche senza costrutto. Nei giorni attorno all’Immacolata un ragazzo, a Bolzano, è morto assiderato.

L’esperienza di chi lavora nel settore dell’accompagnamento alle persone senza abitazione è duplice. Da un lato è chiaro che il freddo invernale non è una “emergenza” ma una situazione costante, ricorrente in modo regolare, come sanno anche i bambini. Chiamare il freddo “emergenza” dà solo la misura della miopia – o della disattenzione – di chi dovrebbe affrontare le cose per tempo e non lo fa. Poi all’improvviso arriva il freddo, si temono i morti ed è “emergenza”.

Il secondo dato che affiora in particolare dal monitoraggio svolto dalla Fio.PSD (la Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora) è che normalmente non si muore per il freddo, ma per la mancanza di casa. Ciò che uccide non è la bassa temperatura ma la vita di strada.

La Fio.PSD conta in tempo reale i morti tra le persone senza dimora (la “strage invisibile”). Nel 2022 sono state 388. Nelle prime settimane del 2023 già oltre 25. Un morto al giorno. Non solo in inverno (circa un terzo), ma in tutte le stagioni (i restanti due terzi). Secondo i dati raccolti dalla rete Fio.PSD, il 92 per cento delle persone morte erano uomini, per due terzi stranieri, età media 49 anni.

“Il luogo di ritrovamento racconta che la causa principale non è il freddo. Non è stato sempre facile, infatti, risalire alle ragioni primarie, ma sempre, grazie alla ricostruzione di chi conosceva le persone, è stato possibile riscontrare come il 60 per cento dei decessi è avvenuto per incidente, violenza, suicidio e il 40 per cento per motivi di salute”. “La salute delle persone senza dimora è uno degli aspetti più importanti su cui da anni i servizi del lavoro sociale provano a lavorare. Eppure, l’accesso ai servizi di cura o l’avvio di percorsi di prevenzione sono ad oggi difficilissimi da realizzare”. La causa della “strage invisibile” non è dunque il freddo, ma la mancanza di casa, di cure e di relazioni. E questa è la vera emergenza.

Autore: Paolo Bill Valente