Volontariato in aiuto delle bimbe nepalesi

Prima la Tanzania, poi la Costa d’Avorio ed ora il Nepal. Gli studi di scienze politiche e relazioni internazionali hanno portato Chiara Franchini, giovane universitaria bolzanina, a partecipare a diversi progetti di volontariato in giro per il mondo. Ma non solo, tra gli obiettivi del suo ultimo viaggio c’è l’avvio di una collaborazione tra Bolzano e il Nepal.

Sei passata dall’Africa all’Asia, dove ti trovi precisamente?

Attualmente sono a Lumbini, in Nepal, una località dalle alte temperature estive e meta privilegiata dei pellegrini buddhisti e induisti. La struttura della ONG con cui collaboro è in una città, anche se il lavoro sul campo lo svolgiamo nei paesi vicino dove mancano i servizi e l’acqua corrente.

C’è stato un episodio, in passato, che ti ha fatto capire che aiutare le persone dei Paesi in difficoltà potesse essere la tua strada?

Aver avuto, fin da piccola, la fortuna di poter viaggiare e vedere altre realtà, mi ha certamente condizionata. Solo qualche anno fa non avrei mai pensato di andare in Nepal o in Costa d’Avorio. L’interesse per l’ambito di cooperazione e sviluppo gioca un ruolo importante, ma la differenza la fa la possibilità di partire.

Come hai conosciuto l’associazione con cui sei potuta partire? Ti ha spinto qualcosa in particolare?

Tramite i social media sono entrata in contatto con Atoot, la ONG con cui ho collaborato a distanza da ottobre dell’anno scorso. Essendo una ex calciatrice, quando ho conosciuto l’associazione mi ha colpito molto come questa facesse giocare a calcio le ragazze nepalesi. Utilizzare uno sport che, nell’immaginario comune, è riservato ai maschi ha un forte impatto sociale.

Tra le attività di volontariato, ora, alleni anche la ‘squadra’ femminile di calcio?

L’idea alla base della mia attività è quella di dare l’occasione alle bambine di educarsi, crescendo lontane dall’idea di doversi sposare a meno di 20 anni, che è un fenomeno molto presente qui in Nepal. Come Organizzazione cerchiamo di dare alle ragazze gli strumenti per essere libere di decidere cosa fare, mostrando che possono aspirare ad una realtà diversa da quelle a cui sono abitate, che le vorrebbe in casa a fare i lavori domestici e non a giocare, fare sport e indossare i jeans.
Prendere iniziativa e non litigare sono aspetti che si imparano tramite il gioco. Quindi sì, la dimensione del calcio femminile rientra nel mio programma di volontariato, ma ho in mente anche altri progetti da portare a termine.

Ad esempio?

In questo momento sto tenendo un workshop di fotografia rivolto a un gruppo di bambine. Dopo aver insegnato loro a usare la macchina fotografica, sarebbe bello che stampassero le loro foto e le regalassero agli abitanti dei villaggi.

Aiutate anche alcuni bambini?

Sì, qualcuno, ma proprio per le ragioni culturali di cui parlavo prima, l’associazione ha imposto una regola: ogni bambino deve coinvolgere le proprie sorelle, che, eccetto le ore di scuola, starebbero tutto il giorno a fare lavori domestici. Noi vogliamo essere un punto di riferimento, un luogo sicuro dove le bambine possano soddisfare i propri bisogni.

Autore: Andrea Dalla Serra

I primi cento anni di Livia Zendron, a lungo maestra e direttrice didattica

Una maestra in pensione taglia in questi giorni il traguardo più importante, quello con il secolo di vita. Ad averci segnalato questa importante ricorrenza sono i suoi vicini di casa che ci hanno inviato anche questo ricordo biografico. Siamo certi che molti lettori – amici parenti, ex colleghi ex allievi avranno piacere di rincontrare, anche se solo in maniera virtuale, Livia Zendron.

Livia Zendron, classe 1922, già maestra e poi direttrice didattica di varie scuole della nostra regione e, da ultimo, delle scuole “Don Bosco” e “Longon” di Bolzano, ha vissuto e analizzato da quell’osservatorio privilegiato che è la scuola, con il suo sguardo vigile ed ematico al tempo stesso, per un lungo lasso di tempo, il divenire della nostra comunità.
Nata a Valda, in Val di Cembra, l’11 settembre 1922, durante gli anni Trenta frequenta le scuole a Trento presso L’Istituto Magistrale “Rosmini”.
Consegue il Diploma di maestra elementare proprio allo scoppio della seconda guerra mondiale. Lavora dapprima come applicata nel comune di Trodena ove, operando nei servizi anagrafici, entra in contatto diretto con la difficile realtà delle “opzioni”, conseguenti al patto Hitler-Mussolini, condividendo il disagio delle divisioni laceranti vissute dalle famiglie altoatesine.
Durante la guerra comincia anche la sua esperienza di insegnamento, dapprima a Termeno con gli sfollati dalle città minacciate dalle bombe. Ma non abbandona l’esperienza amministrativa: collabora con l’Ispettorato dell’Agricoltura per il calcolo della consistenza delle proprietà agrarie degli “optanti”. Alla caduta di Mussolini, le truppe tedesche dell’Alpenvorland riuniscono le province di Bolzano, Trento e Belluno. Nell’autunno del ‘43 Livia torna negli uffici del Comune di Trodena, alla cui reggenza è subentrato un segretario di lingua tedesca.
Alla fine della guerra torna finalmente ad insegnare, dapprima ad Aica nei Comune di Sciaves, ove la sua pluriclasse è ospitata nel sottotetto di un albergo dismesso. Il freddo le provocherà una grave forma reumatica cronica che l’accompagnerà sempre. Avrà comunque esperienze di insegnamento sempre più gratificanti, sia nella sua Val di Cembra, sia in terra ladina, a Penia in val di Passa. Cura contemporaneamente la sua formazione pedagogica, in contatto con la biblioteca magistrale di Milano e collaborando con riviste didattiche.
Il riacutizzarsi dei dolori reumatici la induce a cercare una sede in un luogo più mite e così nel 1951 torna ad un lavoro pedagogico-amministrativo nella segreteria del Provveditore agli Studi prof. Biscardo. Consegue la Laurea in pedagogia a Padova e si dedica alla traduzione dal tedesco di alcuni saggi pedagogici per la casa editrice “La Scuola”.
Nel 1959 inizia a Monguelfo in Val Pusteria la sua carriera di Direttrice didattica. Poi passa a Vipiteno. Seguono le sedi di Merano, Maia Alta e Bolzano, “Don Bosco” e” Longon”; per mancanza di titolari, deve talvolta reggere ulteriori sedi.
Nel 1978 decide di ritirarsi dal lavoro nella scuola elementare, ma non cessa il suo contatto con la scuola. In collaborazione con l’Assessorato provinciale alla cultura e formazione della Provincia autonoma di Bolzano e con l’Università di Bologna, contribuisce alla formazione di insegnanti ed assistenti e alla gestione di progetti innovativi in campo educativo.
Pur essendo lontana dalla vita professionale attiva da circa 30 anni, alimenta costantemente con la lettura e con l’uso di computer e smartphone la sua mente, sempre attenta e pronta alla risposta arguta sui più disparati argomenti, spaziando dalla politica, alla storia, ai temi religiosi, educativi ed etici.
è un piacere per chi la conosce e la frequenta, ascoltare il racconto delle sue esperienze passate e le sue valutazioni su temi di attualità, sempre lucide e puntuali, accompagnate da un sorriso sereno ed uno sguardo sempre giovane.

“I miei ricordi della zona industriale”

In questo numero del nostro giornale pubblichiamo la seconda tappa delle “memorie” del nostro anziano lettore Bruno Lazzarini. Questa volta oggetto del passo indietro nel tempo è nella zona industriale, un luogo dove molti bolzanini trascorsero per anni le loro giornate al lavoro potendo “assicurare pane sicuro” alle loro famiglie. Si tratta di ricordi personali, in alcuni casi sfumati, e potrà anche esserci più di una imprecisione dal punto di vista storico. Ma dalle parole del signor Lazzarini traspaiono in maniera chiara quelli che lui chiama “piacevoli momenti di passione”, condivisa insieme a tanti altri bolzanini.

“Si parla sempre dello sviluppo e della crescita della nostra città e della nostra provincia. Lo trovo giusto e credo che questo sentimento sia condiviso da tutti i cittadini, perché è segno di orgoglio. Non trovo giusto però che siano dimenticati i ricordi della vecchia zona industriale, nata e cresciuta insieme alla città. Anche la zona industriale ha contribuito alla crescita e allo sviluppo di Bolzano. Ed ha subito, negli ultimi tempi, un cambiamento totale diventando anche commerciale ed artigianale.
In realtà la “zona” custodisce ancora in sé il ricordo di diverse vittime del lavoro e anche del nazifascismo. E i ricordi – come sappiano – aiutano a vivere e considerare il vero valore della vita.
Partiamo da Ponte Resia. Dove c’era il complesso Lama Bolzano, filiale delle Acciaierie, in origine vi era una fabbrica di calzature. Vi lavoravano parecchie ragazze e donne e sopra questo complesso vennero ricavati degli alloggi, destinati ai dipendenti delle Acciaierie. Sul lato destro si trovava invece un’azienda che fabbricava fiammiferi, divenuta poi costruttrice di serramenti.
Si tratta della stessa ditta che, all’epoca, fornì i serramenti delle casette Semirurali. Successivamente l’azienda cambiò ancora produzione e il nome (Cellsa), fornendo pannelli truciolari per le ditte di mobili.
Presso lo stabilimento Magnesio veniva quindi realizzata la lega usata dalle industrie che producevano aerei. Si trattava di un materiale leggero e resistente agli attriti dell’aria. Anche alla Magnesio lavoravano diverse donne.
L’industria Viberti, che invece fabbricava la carrozzeria e i cassoni per i camion, ad un certo punto chiuse i battenti e si trasferì a Torino.
C’era poi la Montecatini, parte del gruppo Montedison; ad essa faceva capo anche la piccola centrale elettrica adiacente al cimitero, ora passata ad Alperia.
Lo stabilimento “Montecatini” era basato tutto sui forni di colata della produzione dell’alluminio, considerato uno dei migliori prodotti a livello nazionale e internazionale. Con l’alluminio si producevano anche gavette e borracce, perché come sappiamo si tratta di un materiale che ha la qualità di mantenere fresche le vivande.
Lo stabilimento Lancia fabbricava camion e praticava il collaudo di detti mezzi su strada. Ad occuparsene erano operai specializzati, uno dei quali – abitante alle Semirurali – ad un certo punto perse la vita. Ora lo stabilimento Lancia occupa meno operai rispetto ad una volta e produce mezzi militari.
Lo stabilimento Acciaierie apparteneva al gruppo Falk e quindi è stato ridenominato Valbruna. Produce il miglior acciaio a livello nazionale e internazionale, ma per ragioni ambientali è stato costretto a calare la produzione e di conseguenza è diminuito anche il personale.
La ditta Schiavoni, adiacente al sottopassaggio che congiunge la zona con Oltrisarco, eseguiva dal canto suo lavori di carpenteria metallica e forgia. Ad un certo punto sperimentò anche la costruzione di carrelli sollevatori.
La ditta Augusto Delaiti iniziò la sua attività in un piccolo fabbricato adiacente il retro dello stabilimento Lancia, divenuto ora deposito della ditta Thaler. La ditta Delaiti – acquisito un nuovo terreno – si sviluppò come ampiezza in due capannoni. Anch’essa eseguiva lavorazioni in alluminio. La direzione della ditta era affidata al figlio Franco, mentre la figlia Franca si occupava dell’ambito amministrativo. Guido, fratello di Augusto, si occupava poi del controllo degli operai, mentre l’altro fratello Mario faceva l’autista e con un camion trasportava i lavori eseguiti.
La ditta Delaiti realizzò anche un monumento dedicato a Pietro Badoglio. La stessa ditta si occupava anche della manutenzione e della funzionalità dei forni dello stabilimento Montecatini.
Sul suolo che all’epoca ospitava la ditta Delaiti e la Cellsa oggi si trova la Metro, supermercato all’ingrosso.
Nella mente è ancora vivo il ricordo dei binari e dei carri merci ferroviari trainati dalle motrici che entravano e uscivano carichi da Montecatini e Acciaierie, con il personale addetto contrassegnato da bandierine rosse. Nella zona industriale ancora oggi sono visibili spezzoni di binari, tra essi anche alcuni da cui partirono i carri merci che trasportarono i deportati a Dachau e Auschwitz.
Per concludere – non so in quale anno perché ero ragazzino – mi ricordo che lo stabilimento Montecatini a carnevale organizzava spaghettate con musica e balli per i propri dipendenti, all’aperto.
In zona industriale – anche qui non mi ricordo più in quale anno – ci fu anche una visita del presidente Gronchi o del ministro Scelba. Si trattò di un grande evento.
Merita di essere ricordato anche il grande sindaco Giorgio Pasquali. Egli aveva a cuore il progredire e lo sviluppo della nostra città. Pasquali aveva il suo studio di ingegneria in Via Stazione, a pochi passi dallo scalo ferroviario. Voglio ringraziare anche l’attuale sindaco Renzo Caramaschi che ci tiene a far grande la nostra città con opere di pregio, dimostrando la stessa passione e amore che ebbe l’ing. Pasquali.”

Autore: Bruno Lazzarini

Dove riempire le borracce? Ecco la guida

Si chiama Refill (riempire, in inglese), il progetto ideato e realizzato dalla Federazione Ambientalisti Alto Adige, che si pone l’obiettivo di mappare, attraverso una piattaforma consultabile gratuitamente online, tutte le fontane e i punti di prelievo di acqua potabile dell’intera Provincia.

Quando l’impegno giovanile si sposa con progetti utili all’intera comunità e dal forte impatto ambientale, il risultato non può che essere vincente. Da qualche anno a questa parte le nuove generazioni sono diventate portatrici di buon esempio per quanto concerne le tematiche della sostenibilità e del cambiamento climatico. E anche a Bolzano – e in Alto Adige in generale – le iniziative in questa direzione sono diverse. Come Refill (riempire, in inglese), progetto ideato e realizzato dalla Federazione Ambientalisti Alto Adige, e che si pone l’obiettivo di mappare, attraverso una piattaforma consultabile gratuitamente online, tutte le fontane e i punti di prelievo di acqua potabile dell’intera Provincia. Un progetto avviato già da qualche mese sulla falsariga dei modelli nati in altre grandi città europee come Bristol e Amburgo, e che oggi riceve nuovo slancio grazie al supporto dei ragazzi di YouDo!BZ, un progetto costola del Jugenddienst Bozen, che aiuteranno d’ora in poi nell’aggiornamento della banca dati.
In Alto Adige, d’altronde, abbiamo la grande fortuna di poter bere fuori casa acqua buonissima senza doverla comprare al supermercato. Basta prendere la propria borraccia e riempirla in una delle numerose fontane dislocate sul territorio da cui zampilla acqua pura e freschissima. È questo il senso di Refill: far accedere facilmente le persone ad un bene primario come l’acqua senza inquinare. Appoggiandosi alle fontane pubbliche sarà possibile evitare la produzione di rifiuti in plastica, riducendo al tempo stesso le spese personali e della collettività. Parallelamente si ridurranno anche i trasporti del materiale e le emissioni di CO2.
Ad oggi la piattaforma Refill conta già 1.700 punti di prelievo d’acqua, di cui circa un centinaio a Bolzano. E con l’aiuto dei ragazzi di YouDo!BZ si punta a incrementare velocemente questo numero. A inserire i nuovi hotspot di acqua potabile saranno Igor Danzi e Ripudaman Singh, due giovanissimi che si sono sin da subito interessati al progetto. “Non posso nascondere che siamo molto contenti di poter contare sul loro aiuto. Avere delle forze fresche così rappresenta per noi un’autentica boccata d’aria fresca”, spiega Josef Oberhofer, presidente della Federazione. E anche il funzionamento della piattaforma, che ricordiamo essere aperta e accessibile a tutti i cittadini, è semplice e intuibile: “Per fare una segnalazione è necessario registrarsi. Così facendo si potrà scegliere tra due opzioni: aggiornare i punti preesistenti con informazioni rilevanti, offrendo così un valore aggiunto per tutti, oppure inserire dati completamente nuovi, registrando nuove fonti e fornire le informazioni correlate”, continua Oberhofer. La piattaforma Refill (www.refill.bz.it/it) è quindi alimentata dalla conoscenza e dall’impegno di molte persone che vogliono contribuire alla riduzione dei rifiuti in plastica. Una volta entrati sul sito ci si imbatte nella mappa della Provincia di Bolzano. Basterà scegliere la zona di nostro interesse e zoommare selezionando la fontana più vicina a noi. Con un semplice click sarà possibile ottenere molte informazioni tra cui la via in cui è localizzata, le fotografie, la qualità dell’acqua e i dettagli sull’accesso alla fontana.

Autore: Alexander Ginestous

Mummie

Più di mille mummie, provenienti da ogni angolo del pianeta e richiamate dal 10° congresso mondiale a loro dedicato, hanno sfilato per le vie del capoluogo altoatesino al grido di “We love Bolzano/Bozen”, provocando qualche disagio alla circolazione. “Quando Ötzi ci ha invitate eravamo tutte un po’ scettiche perché fa troppo caldo d’estate e troppo freddo d’inverno e non è il massimo per la nostra conservazione” ha affermato Tutankhamon “ma una volta arrivate in città abbiamo capito subito il potenziale e siamo sicure che Bolzano possa meritarsi il titolo di capitale mondiale delle mummie”.

Autore: Roberto Tubaro

Manutenzione degli alberi: come funziona?

Nei giorni scorsi in pieno giorno un grande albero è caduto a Bolzano in Via Laurino e per fortuna non ci sono stati feriti gravi. Tutti ci siamo chiesti a chi spetta la manutenzione delle migliaia di arbusti che rendono il capoluogo una città verde. Ecco cosa ci ha detto la direttrice della Giardineria Comunale Ulrike Buratti.

Ha fatto decisamente notizia il crollo, il 31 agosto scorso, dell’albero all’interno del Laurin Parking nel centro di Bolzano. È stata una di quelle situazioni in cui sarebbe potuta accadere una tragedia. Il video delle telecamere di sicurezza che mostrano, da varie angolazioni, la caduta dell’albero, un Aliantus, e come questo vada letteralmente in pezzi con l’impatto, fanno presumere che il dramma sia stato davvero sfiorato.

Il fatto che l’albero sia caduto non durante la tempesta della sera prima, ma in un frangente di una mattina soleggiata, ci porta a porci la domanda: potrebbe succedere di nuovo? E, come si prevengono certe situazioni? Come ci si tutela?

Abbiamo posto queste domande a Ulrike Buratti, la responsabile del Servizio Giardineria del comune di Bolzano.

“Come giardineria abbiamo un catasto dove sono segnati tutti gli alberi sulle nostre proprietà, ad ognuno abbiamo assegnato un codice. Ci sono dei colleghi che periodicamente fanno dei controlli visivi dei nostri alberi a seconda della grandezza della pianta; quando abbiamo a che fare con piante grandi, anche tutelate, in posizioni delicate, le facciamo controllare da esperti esterni con determinate cadenze.”

Quindi non vi occupate di tutti gli alberi in città?

“Ogni proprietario, così come deve tutelare la sua casa, ecc. deve aver cura delle altre cose di sua competenza. Noi da anni siamo in contatto con gli amministratori, quelli che sono coinvolti con la ANACI (l’associazione degli amministratori immobiliari italiani) e questi hanno anche sviluppato un libretto su come si mantengono le piante. Perciò, sono cose di cui gli amministratori sono a conoscenza, e sono loro che devono fare i controlli. Noi non abbiamo una visione su questi controlli.
Il nostro contatto con ANACI, l’associazione che raggruppa tanti amministratori condominiali, risale a qualche anno fa, quando dopo un forte temporale si erano spezzati tanti rami di cedri privati. In quella occasione abbiamo ricordato, tramite l’ANACI, che le piante, così come tutte le altre cose all’interno di una proprietà, hanno bisogno di controllo. E da lì in poi, certi amministratori si sono attivati, si sono dati da fare.”

Ne approfittiamo per un’altra domanda che riguarda i lavori fatti recentemente dal comune in via Renon, nel tratto di marciapiede che collega la stazione FS alla stazione dei bus. Abbiamo notato che nel perimetro intorno agli alberi, sul marciapiede, è stato inserito uno strato di materiale insolito.  

“È un materiale che stiamo utilizzando da qualche anno, adatto a far passare sia l’acqua che l’aria permettendo alla radice di respirare; viene steso a freddo, perciò non causa alcun danno alla pianta, e questo ci permette di recuperare un po’ di spazio per i pedoni.
Abbiamo fatto interventi analoghi in piazza Domenicani e anche in Piazza Gries, in prossimità delle fermate dell’autobus, anche per evitare che la gente possa inciampare in prossimità delle piante.”

La nostra ricetta

Per motivi di spazio purtroppo nelle tre edizioni del nostro giornale (Qui Bolzano, Qui Merano e Qui Bassa Atesina) in questo numero non trovate la rubrica Qui Food, dove offriamo le nostre proposte invitandovi a sperimentare primi, pietanze e dolci.
Abbiamo pensato allora di sostituirla, virtualmente ed eccezionalmente, con la descrizione sintetica della “ricetta” che seguiamo, ogni due settimane, per comporre i nostri bisettimanali.
Il primo approccio nei vostri confronti – che è anche sintesi dei contenuti più importanti – è costituito dalla copertina dove normalmente trovano spazio il titolo e la foto della nostra “storia” principale, ovvero il primo articolo di approfondimento, e quindi i richiami ad alcune delle altre notizie più importanti.
Già dalla prima pagina gli articoli giornalistici e quelli legati ai nostri inserzionisti sono chiaramente identificabili attraverso ausili grafici e testuali, mentre sfogliando la rivista naturalmente ci accompagnano anche le grafiche pubblicitarie. In terza pagina trovate invece la Qui Intervista, dove compiliamo una sorta di simpatica carta d’identità di personaggi più o meno noti della nostra realtà locale, e l’Editoriale che state leggendo.
Nel prosieguo del giornale si alternano quindi gli articoli giornalistici che vi possiamo proporre anche grazie ad una folta schiera di collaboratori, di ogni età ed estrazione culturale. A Bolzano ci focalizziamo sui cinque quartieri, a Merano sul capoluogo del Burgraviato e sul circondario, mentre in Bassa Atesina tocchiamo i vari centri della Valle dell’Adige, scendendo da Laives a Salorno.
Gli articoli si alternano con le rubriche tematiche, che possono essere a sfondo storico culturale (Scorci del capoluogo per Bolzano e Te ricordet Laives per la Bassa Atesina), di opinione / commento (Senza Confini). Oppure umoristiche (La Satira, non perdetevi quella di questo numero!).
La seconda parte del giornale è quindi dedicata ai nostri “speciali” tematici che vengono realizzati in collaborazione con gli inserzionisti e dove molto spesso vi forniamo ottimi consigli per le vostre escursioni nel nostro bellissimo territorio.
La terza parte del giornale dà quindi spazio ad altre rubriche come QuiFood appunto, i Libri, le “dritte” per orientarsi nella Città digitale e poi i consigli per il giardinaggio (Balconorto).
Dulcis in fundo: la cultura e lo spettacolo con la rubrica “La scena musicale”, i box con gli spettacoli segnalati e quindi i vostri annunci e le inserzioni immobiliari.
Ogni numero del nostro giornale poi ha una storia a sé, come voi cari e affezionati lettori sapete bene.
Buona fine d’agosto!

Autore: Luca Sticcotti

Messo a tacere per aver avuto il coraggio della verità

Si può conservare la vita (o il proprio ruolo) avendo pagato il prezzo del silenzio oppure morire nella certezza che la propria vita, e la stessa morte, abbiano avuto un senso compiuto. Si può vivere mandando altri a morire o morire per alimentare la vita di tutti. È quanto ha fatto Franz Reinisch, esattamente ottant’anni fa.

Franz Reinisch nacque a Feldkirch (a quel tempo diocesi di Bressanone) e crebbe a Bolzano, Brunico e Innsbruck. A 22 anni entrò nel seminario di Bressanone e fu lì che conobbe la congregazione dei padri Pallottini. Dopo l’ordinazione sacerdotale, avvenuta a Innsbruck nel 1928, entrò in un convento presso Bamberga.
Nel 1933 Adolph Hitler salì al potere. Reinisch, in quegli anni, fu attivo soprattutto a Schönstatt. Le sue prediche, con le quali denunciava l’inconciliabilità tra cristianesimo e nazionalsocialismo, attirarono presto l’attenzione delle autorità naziste. Il 12 settembre 1940 la Gestapo gli vietò di tenere conferenze e di predicare in tutto il territorio del Reich.
Quando fu richiamato al servizio militare nella Wehrmacht dichiarò subito che non avrebbe prestato il giuramento di obbedienza a Hitler. “Per quanto io verifichi la mia coscienza, non riesco a giungere ad altra conclusione. E contro la mia coscienza non posso e non voglio agire”. “Come cristiano e come austriaco non potrei mai prestare il giuramento di fedeltà a un uomo come Hitler”. Già nel 1939 aveva affermato: “Il giuramento militare sulla bandiera nazionalsocialista, sul Führer, non lo si può prestare. È un atto peccaminoso. In questo modo si darebbe il giuramento a un criminale”.
Il “no” gli costò l’arresto, il carcere a Berlino e il processo, nel luglio 1942, che si concluse con la condanna alla decapitazione, eseguita il 21 agosto nel carcere di Brandenburgo sulla Havel.
Reinisch è una di quelle persone che, come Josef Mayr-Nusser, aveva capito che l’omertà di fronte agli abusi di potere rende complici di chi mortifica l’uomo e la sua dignità. Disse (sapendo, per questo, di dover pagare di persona): “Bisogna che ci siano persone che protestino contro l’abuso dell’autorità; e io mi sento chiamato a questa protesta”.

Autore: Paolo Bill Valente

Il segretario sbadato

È risaputo che in nessun luogo del mondo la pubblica amministrazione goda di buona fama. Viene descritta come lenta, inefficiente, non di rado “kafkiana”. Un’eccezione rappresentò, agli occhi della pubblica opinione, la burocrazia asburgica, ritenuta “di un’efficienza severa ma quasi perfetta”. Sarà. Certo è che nel 1873 scoppiò un scandalo senza precedenti nel paesino asburgico di Laives.
Vi erano coinvolti l’amministrazione e il segretario comunale in prima persona. Era allora Vorsteher ovvero primo cittadino Anton Kurzel, personaggio di primo piano del luogo. L’anno dopo lo sostituì l’oste Josef Ebner. Il municipio, eretto nel 1840, si trovava in via Pietralba, nella casa che dopo il 1930, quando fu inaugurato il comune nuovo, diventò la scuola elementare in lingua italiana. Li accanto si trovava anche la casa del segretario comunale.
Segretario comunale era tale Anton von Anderlan, subentrato nel 1856 a Johann Plunger, di professione chirurgo. Gli incredibili misfatti portati alla luce dagli investigatori sconvolsero padri di famiglia e rappresentanti comunali. La stampa ne parlò diffusamente.
Lo “sbadato” segretario, in carica da un ventennio, fu costretto a dimettersi seduta stante dall’incarico e finì diritto filato davanti alla corte. Il povero sindaco Kurzel non sapeva più cosa fare per rassicurare i suoi concittadini e spergiurava che lui, del grande pasticcio, non ne aveva mai saputo niente.
Il grande pasticcio ce lo descrive nei dettagli il “Tiroler Tagblatt” del 14 dicembre 1874. Una corrispondenza dettagliata dall’aula del tribunale di Bolzano sotto il titolo “Verurteilter Gemeindekassier” (tesoriere comunale condannato).
Il segretario nonché tesoriere comunale Anton von Anderlan doveva rispondere dei reati di malversazione, abuso d’ufficio e altri reati minori. Il funzionario si era dimesso dall’incarico nel giugno dell’anno precedente proprio in seguito al crac delle casse comunali. In particolare emerse dalle indagini che il von Anderlan, nel corso dei 17 anni del suo incarico, non aveva mai tenuto i prescritti libri contabili; non furono trovati né un giornale-cassa con la registrazione di entrate e uscite né tantomeno i registri relativi alle imposte erariali sugli immobili (una sorte di IMU) e alla gestione del consorzio dell’Etschleeg che gestiva le acque pubbliche. Il von Anderlan si era limitato a conservare il denaro incassato in un cassetto e a pagare le occorrenze attingendo allo stesso.
In seguito ai controlli effettuati e al deficit riscontrato, von Anderlan fu accusato di essersi appropriato della somma di 1.804 fiorini austrungarici (Florin = fl). e di aver trattenuto per uso personale un importo di 132 fl. dei complessivi 492 consegnategli dal presidente della Leeg Anton Martinelli e, infine, di aver preteso dai proprietari immobiliari di Laives negli anni dal 1871 al 1873 una tassa erariale superiore a quella effettivamente dovuta, ottenendo un illecito profitto di 44 fl.
Il von Anderlan si difese affermando di aver agito secondo coscienza e di non essersi accorto delle indebite appropriazioni. Attribuiva l’illecita condotta alla sua scarsa preparazione, all’eccessivo carico di lavoro e… all’incompetenza dei vari Vorsteher, nessuno dei quali si era mai interessato alle vicende comunali. I sindaci interpellati ammisero di non aver mai controllato il segretario o il bilancio comunale ma solo… per un eccesso di fiducia nei suoi confronti.
In sostanza, von Anderlan, tenuto conto anche della superficialità dei vari Vorsteher, fu condannato a una pena detentiva abbastanza mite di 8 mesi, che scontò interamente nel carcere di Bolzano.

Autore: Reinhard Christanell