Mille chilometri per amore

Un viaggio lungo oltre mille chilometri per celebrare un importante anniversario: è la storia di Peter e Zita Tribus, 63 anni entrambi, che sono partiti zaino in spalla per un pellegrinaggio nel nome del Signore e della fede. Con un importante particolare: tutto il viaggio è stato compiuto completamente a piedi.

Un’avventura durata 45 giorni, dal 16 marzo al 30 aprile, partita da Merano e conclusasi in piazza San Pietro a Roma. Oltre mille chilometri percorsi attraversando l’entroterra italiano in lungo e largo, visitando chiese e piccoli paeselli giungendo fino al Vaticano, per festeggiare e consolidare il loro intenso amore.
Peter e Zita sono due imprenditori in pensione che si sono conosciuti nel lontano 1977 e sposati tre anni dopo, nel 1980. Hanno tre figli – e quattro nipoti – a cui hanno affidato l’azienda di famiglia, e si possono descrivere come due persone piene di vita e con il sorriso sempre addosso. Dopo due anni di pandemia e di restrizioni hanno deciso di intraprendere un viaggio che potessero ricordare per tutta la vita. Una storia che dimostra come l’amore e la fede possano generare momenti incredibili.

Signor Tribus, come vi siete preparati al viaggio?
La preparazione è iniziata inconsapevolmente durante il primo lockdown di marzo 2020. Chiusi in casa abbiamo deciso di metterci alla prova con le challenge sportive che giravano per i social. Facevamo su e giù per le scale, correvamo in giardino e più tardi abbiamo anche percorso Merano-Innsbruck a piedi. Una volta liberi da tutte le restrizioni e raggiunta la pensione abbiamo deciso di andare a Roma, una città bellissima. Mia moglie voleva andarci in bici ma io ho pensato che dopo tutto l’allenamento fatto fossimo pronti per andarci a piedi. Dopo un minimo di programmazione ci siamo chiusi la porta di casa alle spalle e siamo partiti.

“È stato come sposarsi una seconda volta. Stiamo insieme da 45 anni, la fiamma è accesa da tanto tempo e non vogliamo farla spegnere”


Come vi siete organizzati?
La nostra guida era la carta del pellegrino, un itinerario di diverse chiese con tutte le tappe segnate, che in media erano lunghe 25 chilometri, e che siamo riusciti a rispettare alla perfezione. Per fortuna non abbiamo mai riscontrato problemi di alcun tipo, anche il tempo è stato clemente dato che ha piovuto una sola volta. Per dormire ci siamo appoggiati ai B&B che trovavamo lungo la strada, e per qualsiasi necessità utilizzavamo il telefono oppure contattavamo i numeri d’emergenza presenti nel libretto. La nostra strategia è stata quella di alzarci sempre presto al mattino verso le ore 6.30 e arrivare a mezzogiorno con gran parte della tappa già percorsa. Anche per questo ci abbiamo impiegato molto meno di quello che pensavamo. L’unica grande pausa che ci siamo concessi è stata a Greccio, in provincia di Rieti, per visitare il primo presepe della storia e il santuario fondato da San Francesco.

Fisicamente è stato difficile?
Abbiamo scoperto di essere molto più forti di quello che pensavamo. Abbiamo retto molto bene tutte le tappe, e abbiamo sempre svolto un ottimo lavoro di recupero delle forze una volta arrivati in albergo. Ma vorrei anche sottolineare come in un mese e mezzo non abbiamo mai litigato una singola volta. Alla fine del viaggio abbiamo capito di amarci ancora più di prima.

Lungo il percorso avrete sicuramente incontrato molte persone. Come hanno reagito quando avete raccontato del vostro viaggio?
Il primo commento che ci facevano sempre era “Voi siete pazzi!” (ride, ndr). Poi però quando raccontavamo i dettagli del viaggio restavano affascinati e volevano saperne di più. Con molte persone che abbiamo conosciuto siamo rimasti in contatto e ci sentiamo ancora oggi. Abbiamo stretto nuove amicizie in tutta Italia e questo ci ha resi felici. A Piacenza una signora ci ha anche offerto ospitalità, donandoci un letto e un pasto. Molti albergatori quando hanno visto che eravamo pellegrini ci hanno anche fatto un prezzo speciale. Sono piccoli gesti che però rimangono nel cuore.

La fede che ruolo gioca nelle vostre vite?
Siamo molto credenti. Dio ci ha dato la possibilità di vivere una vita bellissima e di goderci ogni giorno le cose positive di questo mondo. Durante il viaggio siamo entrati in tutte le chiese per pregare. È un gesto semplice ma di grande ringraziamento verso la vita e necessario nei confronti di tutte le persone che soffrono nel mondo come il popolo ucraino.

Una volta entrati a Roma che sensazioni avete provato?
Per rispondere potrei farle vedere una video dove mia moglie corre verso la Basilica di San Pietro con in sottofondo una musica emozionante. Quando da ponte Sant’Angelo abbiamo cominciato a intravedere la piazza abbiamo realizzato di aver compiuto un’impresa incredibile. Ci siamo sentiti come se stessimo volando. In più siamo stati accolti da alcuni nostri amici che dall’Alto Adige sono venuti a Roma per farci una sorpresa al nostro arrivo. Successivamente abbiamo visitato la Basilica e incontrato da vicino il Papa insieme ad altri pellegrini.

Questo viaggio cosa vi ha lasciato?
È stato come sposarsi una seconda volta. Stiamo insieme da 45 anni, abbiamo una bella famiglia e abbiamo potuto vivere momenti incredibili. Il nostro rapporto si è fortificato ancora di più, il nostro è un sentimento positivo, una fiamma che rimane accesa da tanto tempo e che non vogliamo far spegnere. E in futuro contiamo già di poter rimetterci gli zaini in spalla e partire per nuove avventure.

Autore: Alexander Ginestous

Illuminazione pubblica, si passa al Led

Il Comune di Laives sta convertendo l’intero impianto di illuminazione comunale a Led. Questa tecnologia, già adottata da molte città, offre numerosi vantaggi perchè permette di avere più luce abbassando i consumi. Inoltre la luce Led aumenta la sicurezza sulle strade, sia per chi guida, perchè allarga la percezione visiva, sia per i pedoni. A Laives sono già 800 i lampioni convertiti.

Più luce e meno consumi. È questo, in estrema sintesi, il grande vantaggio che si ottiene installando una illuminazione a Led. Una tecnologia che negli anni è stata abbracciata da migliaia di città e che garantisce elevata efficienza rispetto alle lampade tradizionali, una maggiore sicurezza in strada (perché aumenta la percezione visiva di chi guida e il comfort visivo per i pedoni) e strade sostenibili, dato che si riducono anche le emissioni di anidride carbonica oltre che i consumi energetici.
Motivi nobili che hanno spinto anche il comune di Laives a convertire l’intero impianto d’illuminazione comunale a Led. Un lavoro iniziato già anni fa e che sta proseguendo in maniera ottimale su tutto il territorio. Laives conta poco meno di 2.400 punti luce e ad oggi ne sono stati convertiti circa 800 lungo diverse strade comunali come via Hofer, via De Medici, via Damiano Chiesa, via Brennero, via Galizia e parte di via Kennedy, solo per citarne alcune.

L’assessore Bruno Borin

Un lavoro che verrà potenziato e reso più preciso grazie ad una mappa complessiva di tutti i lampioni e di tutti i punti d’illuminazione. La mappa è redatta da uno studio elettrotecnico di Chiusa, e rappresenta uno strumento importante per capire come e dove muoversi, ma soprattutto è necessaria per poter fare richiesta dei contributi provinciali in materia di risparmio energetico.

Già, perché occorre considerare che oltre al grande lavoro pratico ed operativo che sta dietro alla riconversione dell’intero sistema dell’illuminazione cittadina, c’è anche un notevole sforzo finanziario ed economico da mettere in preventivo da parte dell’amministrazione.

Come spiegato nelle settimane scorse dall’assessore competente Bruno Borin, nella maggior parte dei casi il lavoro da svolgere consiste nella sostituzione delle vecchie lampade con quelle nuove a Led. Un’operazione fatta e finita con un costo ben preciso. In altri casi invece è necessario sostituire anche i pali e i cavi, scavando la terra e reperendo i materiali necessari. Uno scenario che fa ovviamente lievitare i costi. Secondo le stime del Comune negli ultimi tre anni sono stati spesi circa 550mila euro per questi interventi e si conta di spenderne circa 160mila l’anno.

L’obiettivo della giunta comunale è quello di riuscire entro qualche anno a convertire l’intero sistema a Led, favorendo da una parte la sostenibilità, dato che si andrebbe a ottenere un notevole risparmio di anidride carbonica immessa nell’atmosfera, dall’altra garantendo alle casse del comune un risparmio economico non da poco. Basti pensare che a Laives, nel 2021, la spesa energetica prevista era di circa 700mila euro, che sono diventati 200mila in più a fine anno per coprire i conti. Per il 2022 a bilancio sono già stati stanziati 1.300.000 euro. Le luci a Led garantiscono, mediamente, un risparmio di circa il 95% a confronto con le lampadine a incandescenza, del 90% rispetto alle lampade alogene e del 60% rispetto alle lampadine fluorescenti.

Autore: Alexander Ginestous

Mattarella Astronauta

A sorpresa, all’indomani dell’attuale crisi di governo, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella raggiungerà la Stazione Spaziale Internazionale per una delicata missione in orbita. La missione, denominata “ciao, ciao” forse in onore ai “La rappresentante di lista”, durerà fino al 2029, casualmente proprio quanto la durata del suo mandato. Accusato di abbandonare la nazione in questo delicato momento il Presidente/astronauta ha dichiarato: “dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due, uno…”

Autore: Roberto Tubaro

Fratellanza blues a Vipiteno con Incredible Spolpo Southern Blues Band

L’ARCI di Vipiteno compie quest’anno quarant’anni e per festeggiare una ricorrenza così sontuosa ha deciso di organizzare un evento di quelli da ricordare a lungo: un doppio concerto gratuito nella suggestiva sede di Castel Pietra.
Domenica 14 agosto alle 19, con apertura cancelli a partire dalle 17, si esibiranno due tra le più blasonate e longeve formazioni blues-rock della nostra regione, due formazioni strettamente connesse tra loro, tanto che per l’occasione il cartellone annuncia un unico nome che fonde le credenziali di Incredible Southern Blues Band e Spolpo Blues Band, un po’ nel segno della fratellanza blues tipica delle band d’ispirazione sudista quali le due formazioni sono, due band, tra l’altro particolarmente legate a Vipiteno vista la presenza di musicisti come Gianni Ghiradini, Haifisch Heidegger e Jack Alemanno, tutti e tre oriundi o residenti nella città di confine e tra l’altro titolari insieme di un’ulteriore gruppo chiamato Pangea.
Ghirardini e Heidegger sono da oltre trent’anni parte dell’Incredible Southern Blues Band (ma il gruppo esisteva da prima ed era noto come il Trinciato Forte), di cui fanno parte anche Roland Egger e Markus Linder, tastierista d’Oltrebrennero autentico portavoce del New Orleans sound in Tirolo; Heidegger però – con Alemanno, Agostino Accarrino, Alex Trebo e Erich Siviero – fa parte anche della Spolpo, che in tempi lontani (il gruppo è sulla breccia da oltre quarant’anni) annoverava tra i suoi componenti passati anche Ghirardini ed ha avuto spesso ospite Linder in qualità di maestro di cerimonie. In definitiva, una storia che s’intreccia più e più volte nel segno di una musica che accomuna, anzi affratella, come la locandina dell’evento suggerisce.
Si tratta di un concerto che si preannuncia come una evento davvero unico visto che i due gruppi non si esibiranno singolarmente ma si proporranno come una caleidoscopica band in cui tutti suoneranno con tutti, dando luogo a jam session, gruppi, sottogruppi e quant’altro.
Per l’occasione sarà organizzato un servizio di bus navetta che collegherà il parcheggio nei pressi del ponte di Prati di Vizze con Castel Pietra. In caso di maltempo l’evento sarà ospitato presso il Teatro Comunale di Vipiteno, con lo stesso orario. Ingresso al concerto e bus navetta sono completamente gratuiti, a pagamento invece il servizio di catering a cura dello chef Soufien e dei suoi collaboratori.

2501: un nuovo murales in zona produttiva

“L’arte non può cambiare il mondo, ma può fornire gli strumenti alle persone per saperlo interpretare e leggere”. Parola di Jacopo Ceccarelli, in arte 2501 (venticinque-zerouno), street artist di caratura internazionale – le cui mostre sono visitabili a Los Angeles, Miami, San Paolo, Milano, Roma, Detroit, Chicago e New York -, giunto per la prima volta a Bolzano per lavorare ad un murales sulle pareti che dividono il cortile dalla sottostazione elettrica della sede di Alperia nel quartiere Oltrisarco. Un muro è diventato tela per il suo pennello, 300 metri quadrati di superfice che sono stati riempiti con linee e volumi bianchi e neri che sembrano rincorrersi: una rappresentazione visiva dei campi magnetici e acustici, ma anche di fenomeni naturali in movimento. L’opera di Ceccarelli presenta elementi che si intrecciano in un susseguirsi di frames che compongono una cornice dentro la quale si svolge una narrazione che cambia da sguardo a sguardo. “Come in tutte le mie opere, anche in questo caso sono partito da un’idea di improvvisazione, dipingo in freestyle. Cerco di farmi influenzare dalla località che mi sta intorno, dall’architettura e dagli elementi che possono essere trasportati dentro il murales”, racconta Ceccarelli, che ha impiegato circa due settimane, a partire dal 5 luglio, per completare l’opera.

Ceccarelli ha iniziato a dipingere graffiti già a 14 anni e ha sviluppato uno stile artistico che si ispira alla street art sudamericana. Oggi è considerato uno degli artisti più interessanti a livello mondiale, e punta molto sulla gestualità e sul movimento della sua mano in superfice utilizzando anche una strumentazione particolare come pennelli su misura per le sue creazioni. “Io l’arte la intendo anche come una cura personale: attraverso determinate pratiche è possibile conoscersi meglio e capire quello che ci sta intorno – prosegue l’artista -. In questo senso l’urban art svolge un ruolo di prim’ordine. Il primo passo per raggiungere una pace mondiale e con l’ambiente deve essere far trovare una pace interiore in tutte le persone. E l’arte può indicare la via per riuscirci”.

Autore: Alexander Ginestous

Tristi bus…

Sono da sempre un utente del trasporto pubblico urbano, che alterno alla bici e alle gambe – nei miei spostamenti. Ho deciso di scrivere queste righe per manifestare la mia piena solidarietà agli autisti, soprattutto quelli di Sasa, che martedì scorso 12 luglio hanno deciso di scioperare per protestare contro le condizioni lavorative che si trovano a sopportare ormai da anni. A mio avviso è veramente incredibile che solo negli ultimi giorni gli amministratori locali si siano finalmente decisi ad aumentare gli stipendi di questi lavoratori, che per ore e ore si fanno carico di portarci a destinazione, immersi nel traffico spesso congestionato dei nostri centri urbani. Si tratta di un traffico reso molto più faticoso, ultimamente, oltre che da scelte sciagurate nella pianificazione urbana anche dall’assenza pressoché completa di controlli da parte di polizia municipale e forze dell’ordine a fronte di comportamenti sempre meno ligi alle regole da parte di tutte le categorie di utenti della strada: automobilisti, motociclisti, ciclisti, pedoni.
Vi offro una testimonianza personale. Negli ultimi anni viaggiando in autobus nel capoluogo mi è capitato di essere testimone e vittima di ben due situazioni incresciose. Nella prima si è trattato di un incidente – due signore sono rovinate a terra durante una frenata, facendosi male – che ha visto protagonista un autista in evidente stato di ebbrezza. Nella seconda io stesso ho rischiato di rompermi il naso e gli occhiali durante una frenata questa volta causata da un ciclista che ha tagliato la strada al bus. Ero ero seduto nel senso di marcia e sono andato a sbattere contro il pannello in plexiglas che si trova a fianco dell’uscita del mezzo. Un consiglio: sedetevi sempre in direzione opposta al senso di marcia. è l’unico modo per “salvarsi” in occasione di brusche frenate, credetemi.
Insomma: essere utenti dei bus Sasa a Bolzano recentemente è diventato veramente faticoso. A causa della mancanza di autisti spesso le corse saltano e ciò è particolarmente grave specialmente la domenica. Di tali disservizi naturalmente non c’è traccia, specifica, né sui pannelli elettronici alle fermate (dove ci sono) né sulla App “sudtirol mobil”. A ciò si aggiunge il nervoso per la presenza di molti utenti che con ogni evidenza salgono sprovvisti del titolo di viaggio e – ultimamente – della mascherina FFP-2 tutt’ora obbligatoria. I controlli? Già erano molto rari prima della pandemia…, l’ultimo controllore mi pare di averlo visto nel 2019, oramai.
Dulcis in fundo il cruccio del giornalista, ovvero gli annunci vocali che a Bolzano – di frequente – sbagliano (in italiano) le pronunce dei luoghi o dei personaggi a cui sono intitolate le fermate. Voci elettroniche, sì, ma gestite da gestori trascurati che sottovalutano pure questo. Purtroppo.

Autore: Luca Sticcotti

La cuscuta

La cuscuta è una pianta erbacea di origine nordamericana, parente del convolvolo e ormai presente in quasi in tutto il globo con oltre 200 specie. Gli antichi Arabi la chiamavano kúshuth e la usavano per le proprietà colagoghe, lassative, diuretiche e di maturazione dei foruncoli; essa era conosciuta dai Romani e dal Medioevo prese il nome di “rete del diavolo” e di “ragno malefico”; in Italia, in relazione ai luoghi, si può riconoscere dagli epiteti comuni quali strozzalino, epitimo, granchiarella e pittima.
Si presenta come un ammasso filiforme di colore giallo paglierino/arancio/rosso, è priva – se non allo stadio primordiale – di clorofilla e si sviluppa da maggio a settembre con l’unico intento di parassitare le altre piante. Predilige i climi caldi e umidi. Il suo seme, interrato o in balia degli agenti atmosferici, resiste anche dieci anni prima di germinare e non appena la cuscuta è in grado, per così dire, di mantenersi a sbafo da sola la piccola radice muore e la pianta abbandona il terreno per iniziare la sua storia di opportunismo. La sua ragnatela filosa è composta da austori, veri e propri organi sensoriali, che si avvinghiano a spirale grazie a chemorecettori, che “annusano” le piante vicine e sanno precisamente dove orientarsi per penetrare tessuti e floemi e succhiare dunque linfa e acqua. La si potrebbe paragonare al vischio, ma la cuscuta è una fuoriclasse. è talmente intelligente, anche senza foglie ricordiamocelo, che dalle vittime percepisce persino le proteine delle fioritura e le sottrae al momento giusto per portare a termine la sua fioritura e produrre i semi che le garantiranno la sopravvivenza.
Ha però un tallone d’Achille pure lei: le piante attaccate comunicano tra loro e possono mettere in atto processi chimici di difesa per contrastarla.
Si trova negli incolti, negli orti, ma non è rara nel BalconORTO, visto che i semi sono trasportati dal vento.
Ha uno sviluppo antiorario e di circa quattro/cinque metri all’anno, ma dipende da quanta clorofilla intercetterà lungo il suo percorso. Attacca tutte le piante senza distinzioni; le uniche indenni sono i gigli.
Eliminarla è difficile, non esistono macerati o alchimie magiche, se non prodotti altamente tossici per la natura e per l’uomo: l’unico rimedio è la rimozione manuale sradicando tutte le piante colpite dalla sue spire e stando molto attenti a non dimenticarne parti sulle piante o adagiati sul terreno, perché la cuscuta si rigenererebbe ricominciando il suo ciclo vitale. Gli scarti poi non dovranno essere conferiti nell’umido o nel compost, bensì nell’indifferenziato.

Autore: Donatello Vallotta

Più donne in politica. Rimuovere gli ostacoli

La Commissione provinciale per le pari opportunità, in collaborazione con l’Eurac, ha realizzato e presentato una guida dal titolo “Più donne in politica… prospettive e soluzioni”. “La partecipazione delle donne in politica – dice la presidente Ulrike Oberhammer – è un presupposto per una democrazia vitale, anche in Alto Adige”.

La presenza femminile in posizione di vertice, in politica come in tanti altri settori, rappresenta a tutt’oggi un’eccezione o comunque un fenomeno minoritario. Tacendo qui di quei contesti in cui le donne sono addirittura escluse in linea di principio.
Questa situazione ha diverse cause. In generale le donne hanno la necessità di conciliare la loro presenza nel mondo del lavoro e nella società con gli impegni legati all’essere madri (quando fanno questa scelta). Ma certamente pesa, a determinare una presenza ridotta delle donne, il fatto che gli uomini non cedono volentieri spazi di potere. E giustificano questa loro pretesa nei modi più vari, fino a quel sessismo che considera – spesso senza dirlo – la donna inadatta a questo o a quell’incarico.
Donne in politica. Ma che cosa è la politica?
Ci possono essere visioni diverse.
C’è chi considera la politica l’arte della costruzione del Bene comune. Chi vi si impegna, si mette al servizio della comunità (tutta e non solo una parte, non solo il proprio elettorato). C’è chi invece vive la politica come l’ambito in cui si lotta per il potere. Un potere, in definitiva, fine a se stesso. Allora diventa un gioco, in cui tutto è lecito e in cui le persone sono solo strumenti. È quella politica che a volte, come vediamo, degenera nella guerra.
Quando prevale la seconda visione le donne (e i gruppi minoritari o più deboli) tendono ad essere escluse.
Quando c’è di mezzo il potere, la situazione non si risolve in modo spontaneo perché il più forte tende a ignorare (o escludere) il più debole.
Per questo sono necessari dei correttivi (come le quote, ma non solo).
Lo prevede già la Costituzione: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti”.

Autore: Paolo Bill Valente

Pietralba, Laives e i miracoli

In questo e nel prossimo numero vi presentiamo – suddiviso in due “puntate” – un singolare racconto del 1847 dello scrittore e giurista tedesco Ludwig Steub (1812-1888), da cui emerge in modo colorito ed efficace la Laives dell’epoca e la vivace vita dei suoi abitanti. La traduzione italiana è dell’autore di questa rubrica, ovvero Reinhard Christanell.

Molto tempo fa, su un vicino monte alto cinquemila piedi, dal quale si gode di una meravigliosa vista, sorse il santuario della nostra amata Signora di Pietralba. Un devoto contadino, ispirato da un segno divino, aveva infatti scavato nel terreno e trovato in un luogo indicatogli dalla stessa Vergine, una immagine di Maria di marmo bianco. Chi l’avesse precedentemente sepolta non è dato a sapere, e pensiamo che non sarà più possibile accertarlo, dato che nel frattempo sono trascorsi più di trecento anni. Il miracolo colpì assai il popolo, nacque una chiesa, la devozione crebbe di giorno in giorno e il santuario assurse a grande notorietà. Le ricche offerte tributate dai pellegrini infine convinsero anche il clero dello straordinario dono elargito dal cielo a questa ventosa altura; gli edifici inizialmente piccoli vennero successivamente ingranditi e finalmente nell’anno 1718 il nuovo, maestoso convento fu consegnato all’ordine dei Serviti.
In tal modo i “Servitori di Maria” vissero diversi decenni in lieta devozione sul loro monte della grazia (…) L’onorata casa progredì viepiù e l’immagine marmorea non smise di produrre i suoi quotidiani e reiterati miracoli fino all’anno 1787, quando l’imperatore Giuseppe sciolse la devota associazione, vendette gli edifici e dislocò la Sacra Immagine nella chiesa di Laives per sostenere una devozione meno sfarzosa. Da quel tempo però ci turba l’incertezza sul luogo esatto dove si trovi l’autentica Immagine Sacra.
I Servitori di Maria, infatti, continuarono segretamente a sostenere di aver consegnato solo una copia dell’immagine e di aver trattenuto il miracoloso idolo a Pietralba, luogo che essa stessa avrebbe eletto quale proprio domicilio. Questa credenza continuò a vivere anche tra il popolo, poco incline a credere alle esternazioni dell’imperatore Giuseppe e propenso a percorrere come sempre la pietrosa via verso il luogo sacro sul monte, tuttavia – per ovvie ragioni di opportunità – continuando a riverire anche l’immagine nella chiesa di Laives. È evidente che i pellegrini non erano poi in grado di specificare a quale delle due immagini fosse da attribuire la grazia ottenuta.
Fu così che per molti anni coesistette questo vivace, doppio culto, finché i Serviti di Innsbruck non tornarono a occuparsi del venerato luogo, un tempo loro orgoglio e gaudio.(dal 1833 i Serviti tornano a Pietralba ndr).
Ora avvenne che all’occhio vigile dei devoti padri non sfuggì che, favoriti dalla radicata tradizione e da un’inammissibile sciatteria, nel santuario di Laives proseguiva la celebrazione di riti sacri, ragion per cui ritennero opportuno convogliare anche questi ultimi verso l’unica vera e autentica immagine di Maria sul monte (…) Era dunque opportuno levare all’immagine di Laives, che nel frattempo continuava non senza successo nella sua riprovevole operosità, la sua potenza miracolosa (…)
Poiché tutti i tentativi in tal senso rimasero infruttuosi, non rimase ai rispettabili padri Serviti che la scelta di ribaltare la tradizione e di riconoscere, a esclusivo vantaggio della Madonna stessa, l’autenticità dell’Immagine di Laives, vera e fedele riproduzione dell’incorporea Vergine celeste, nello stesso tempo però facendole esprimere di tutto cuore il desiderio quasi umano di tornare al più presto lassù, in altura, per godere… della impareggiabile compagnia dei devoti Serviti, cosa del tutto comprensibile poiché nel nostro paese è circondata soprattutto da… gretti zatterieri e facchini.

(fine prima parte)

Autore: Reinhard Christanell