Stranger things

I Kastelruther Spatzen stanno vivendo un successo planetario senza precedenti. Da quando il loro brano Ich sag’s Dir mit Musik è stato inserito in primo piano nell’ultima stagione di Stranger Things, la band sudtirolese sta macinando un successo dopo l’altro, guadagnando più di 2 milioni di dollari grazie alle royalties derivate dallo streaming. E mentre in tutto il mondo nascono sempre più cover band dei “passeri di Castelrotto”, al prossimo Kastelruther Spatzen Open Air sono già previste più di 500mila persone. “Faremo invidia a Vasco Rossi” hanno dichiarato gli organizzatori.

Autore: Roberto Tubaro

Ciclabile: basta il giro dell’oca all’ospedale

Sul piano teorico, in fin dei conti, si parla di soli 100 metri. Su quello pratico, invece, il peso specifico del nuovo tratto di ciclabile che attraversa il retro del padiglione W dell’ospedale di Bolzano è davvero enorme. Non solo perché permette di non dover più fare quel noioso giro dell’oca di quasi mezzo chilometro attorno all’areale dell’ospedale per raggiungere, appunto, l’entrata del nosocomio, ma anche perché crea un prolungamento diretto con la già esistente ciclabile che collega il quartiere di Prati di Gries e via Resia. Il nuovo passaggio ciclabile sarà accessibile attraverso un cancello elettronico che rimarrà aperto dalle ore 6.30 del mattino fino alle 20 di sera, e da un semaforo che regolerà il passaggio dei mezzi del cantiere di espansione dell’ospedale. Secondo le stime del Comune di Bolzano sono circa 3.500 le persone che ogni giorno potranno sfruttare la nuova variante. Di notte la zona rimarrà chiusa. Si tratta di un bacino di utenti che presumibilmente adesso si allargherà, contando tutte le persone che arrivano dalla zona est di Gries (quartiere più popolato con circa 30mila abitanti che va dall’Ospedale a Castel Roncolo, con il terzo angolo del triangolo che tocca le pendici del Virgolo) e quelli derivanti da Don Bosco (26mila abitanti). Il costo complessivo dell’opera è di circa 30mila euro.
è un’opera che molti cittadini amanti delle due ruote attendevano e che contribuirà a completare il disegno di mobilità sostenibile voluto dal comune per la zona. “Fare tutto il giro del padiglione W e del parcheggio era francamente stancante – ammettono in coro Verena e Rebecca, due dipendenti dell’ospedale che la nuova ciclabile la percorreranno ora tutti i giorni per raggiungere il posto di lavoro -. Soprattutto d’estate non era il massimo perché non c’era riparo dagli alberi e nemmeno zone d’ombra. Siamo contente di avere questo nuovo tratto a disposizione che ci farà risparmiare tempo e fatica”. Ma a esprimere la propria soddisfazione non è solo chi lavora all’ospedale ma anche chi ama farsi una sana pedalata al mattino: “Io abito all’incrocio tra via Milano e via Resia e mi piace spostarmi in bici su via San Maurizio per arrivare verso piazza Gries a comprare il giornale o bere il caffè – racconta Massimiliano, un simpatico pensionato incrociato proprio sulla nuova ciclabile -. Il nuovo tratto ciclabile mi permetterà di accorciare la strada”.
A destare invece ancora malumori tra i ciclisti è la chiusura del cancello di via della Vigna, strada privata in mano ai contadini della zona e accessibile solo a pochi autorizzati tramite telecomando e controllata da una serie di telecamere. Una strada che molti ciclisti e pedoni vorrebbero utilizzare per raggiungere il cuore del quartiere Gries ma che risulta, appunto, inaccessibile. Il Comune di Bolzano ha però pensato a una soluzione alternativa, come spiegato dall’assessore alla mobilità Stefano Fattor: “Entro quest’anno verrà avviato l’appalto per la realizzazione di una ciclabile che dalla fine di via della Vigna porterà all’incrocio tra via Resia e via Druso passando dietro alle caserme Huber”. Una nuova strada che permetterà agli abitanti di Gries e Don Bosco di potersi muovere senza dover sfruttare la trafficata asse di via Druso risparmiando anche una notevole quantità di tempo.

Autore: Alexander Ginestous

La dura vita del commerciante nella zone del cantiere Waltherpark

La zona della stazione ferroviaria di Bolzano e dell’ex stazione delle autocorriere è caratterizzata dalla presenza di un enorme scavo con un cantiere che interessa anche le limitrofe vie Alto Adige e Garibaldi, oltre che piazza Walther. Per spiegare come gli esercenti della zona se la stanno cavando, abbiamo pensato di intervistarne alcuni.

Il cantiere del Waltherpark, il grande centro commerciale che sta sorgendo tra via Alto Adige e la stazione ferroviaria, ormai fa parte del centro cittadino. Sappiamo che la fine dei lavori è prevista per la fine del 2023, tuttavia per chi ha una propria attività vicino allo scavo, i disagi sembrano non avere mai fine.
Le attività più colpite sono quelle di via Alto Adige e di via Perathoner. “Come esercenti ci siamo riuniti in un comitato, che ha cercato di stimare il lavoro prima e dopo il cantiere, e possiamo affermare senza problemi che gli esercizi lavorano meno della metà rispetto a prima dell’inizio dei lavori”, ci spiega Kerim Gul della famiglia di kurdi turchi che gestisce Pizza Pazza in via Alto Adige 24. “La chiusura della via al traffico corrisponde ad un danno in termini economici – il fatto che avessimo i capolinea di qualche linea di bus, portava qualcosa in termini di passaggio. Ma ora non abbiamo né linea, né traffico, solo cantiere”. Un danno notevole per gli affari, che gli esercenti vorrebbero vedersi riconosciuto dal Comune. C’è anche chi è stato costretto a chiudere, come il calzolaio in via Alto Adige, o l’armeria nel Passaggio Don Giorgio Cristofolini (che collega via Alto Alto Adige a Piazza Duomo, dove Pizza Pazza ha i tavoli esterni.)
“Purtroppo oltre alla riduzione del lavoro, dobbiamo confrontarci anche con problemi di sicurezza. Non è un segreto che qui girino persone poco raccomandabili: spesso verso le sei, per evitare visite indesiderate, chiudiamo la serranda del passaggio verso sud (che porta verso il Teatro Comunale, ndr). A mezzogiorno per fortuna riusciamo a lavorare bene, grazie ai buoni pasto e la vicinanza degli uffici della Camera di Commercio.”
Ci spostiamo di un centinaio di metri da Fabio Bazzana, il brattaro che gestisce il chiosco di via Perathoner, “Il cantiere in sé ha ripercussioni sulla viabilità, non tanto sugli affari. Il problema piuttosto è che molta gente normale ormai ha paura a venire in zona stazione, a passare per il parco. C’è un problema di mancata percezione di sicurezza: ritengo che la zona richiederebbe una presenza costante delle Forze dell’Ordine, di agenti con facoltà di intervenire, ma mi rendo conto che non è facile”.
Per capire se sono percepite ripercussioni del cantiere anche in stazione, siamo andati a far visita al giornalaio della stazione FS, l’indiano Kumar Vijay, il quale ci confida che lavora in stazione da 30 anni, prima come barista e da circa 20 anni come giornalaio, attività che porta vanti insieme alla moglie Geeta Malhotra. “Il cantiere in sé, non ci ha causato un danno diretto, come potrebbe essere il caso dei negozi a ridosso del cantiere o al tabaccaio sull’angolo tra via Garibaldi e viale Stazione. A noi dà da pensare che ci siano solo tre posti auto davanti all’edicola, in prossimità dei taxi. Ma per noi è problema solo fino ad un certo punto. Lo è di più per chi porta o viene a prendere qualcuno in stazione. Anche i posti sul lato del Palazzo provinciale sono tutti stati soppressi”. E questo è una conseguenza dello spostamento della stazione delle corriere e di qualche percorso di bus urbano. “Siamo tuttavia fortunati: i distributori ci consegnano in gran numero le riviste difficili da vendere nelle edicole più decentrate, siamo pur sempre l’edicola della stazione. Di questo, ad esempio – ci dice mostrandoci una copia de l’Internazionale – arrivo a venderne fino a 30 copie, una cosa impensabile per un’edicola di quartiere”.

Autore: Till Antonio Mola

Tutti i colori del mare

Qui Intervista a Daniela Giuriato, mamma di due figlie, istruttrice certificata di pilates, nuoto e acquaticità neonatale. Ha praticato sport fin da piccolissima, passando dalla danza classica al nuoto e all’atletica. Successivamente ha trasformato le sue passioni nel suo lavoro, fondando nel 2000 Arca Wellness. Sempre alla ricerca di nuovi stimoli e nuove conoscenza dice di essere sempre in evoluzione, per migliorarsi e offrire il meglio a chi sceglie di stare bene con lei.

La cosa di me che mi piace di più.
Sapermi mettere dal punto di vista degli altri, guardando le situazioni dall’esterno e cercando di essere più obiettiva possibile.

Il mio principale difetto.
Rimandare sempre quello che potrei fare oggi.

Da bambina sognavo di diventare…
Era il classico sogno della ballerina che calca i palcoscenici più importanti del mondo. Ma sono ancora in tempo per realizzare tutti gli altri sogni.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.
Una borsa costosa, perché alla fine mi dico sempre che con quei soldi preferisco andare in vacanza.

Non sopporto…
Le bugie e tutti coloro che hanno il potere di decidere della mia vita.

Per un giorno vorresti essere…
Mi piacerebbe essere un’aquila per volare altissimo nel cielo e godere dei suoni della natura.

Nel mio frigorifero non manca…
Mancano spesso molte cose.

Sono stata orgogliosa di me stessa quella volta che…
Sono riuscita a dire di no.

Dove mi vedo fra dieci anni.
In un mondo migliore.

L’ultima volta che ho perso la calma.
La rabbia è la punizione che infliggiamo a noi stessi per colpa di qualcun altro, quindi ho imparato a recuperare la calma subito quando la perdo.

La prima cosa che faccio al mattino.
Portare fuori la mia meravigliosa cagnolona Neha, un vizsla di 2 anni che mi ha cambiato la vita.

Il mio film preferito.
21 grammi.

Il mio attore preferito.
Sean Penn.

Il mio sogno ricorrente.
Sogno spesso il mare, in burrasca, calmo, limpido e dai colori meravigliosi, insomma in tutte le salse.

L’errore che non rifarei.
Raccontare troppo di me.

La massima stravaganza della mia vita.
Andare controcorrente è una stravaganza?

L’oggetto a cui sono più legata.
Gli oggetti non sono importanti, le persone sì.

La mia maggiore paura.
Deludere le mie figlie.

Caldo

Abbiamo scelto una sola parola per il titolo per questa riflessione ed è inutile che vi diciamo perché. Il medesimo termine però funge da vero e proprio caleidoscopio di significati, se cominciamo a considerare quelli che sembrano essere gli effetti della rivoluzione climatica che stiamo vivendo.
Ormai ne siamo certi: è più caldo di sempre. Lo dice il termometro e lo dice anche il nostro corpo, che ci lancia i suoi messaggi, per abituarci alle nuove temperature, diurne e notturne, ma anche – e soprattutto – ai pericoli legati alle rare precipitazioni rimaste che quando giungono spesso sono piuttosto violente.
Le nuove temperature estive mettono a dura prova soprattutto le persone anziane che vivono nei fondovalle meno in quota e che hanno meno occasioni per “scappare” in montagna dove – per altro – pure si registrano temperature sorprendenti.
A bene vedere quella che stiamo passando è un’estate “calda” anche per politica ed economia, oltre che per la nostra società che arranca. Alle difficoltà legate a pandemia (ancora non superata, attenzione) e guerra in Ucraina, si è aggiunta negli ultimi tempi anche la siccità che impone di escogitare a breve termine correttivi per le mancanze croniche del passato. Stiamo parlando delle perdite nella rete idrica, che non vedono l’Alto Adige brillare rispetto al resto del territorio nazionale. Ma anche alla carenza di invasi per la raccolta dell’acqua piovana. C’è poi il confronto sulla gestione delle risorse idriche legate al fiume Adige, che sembra essere privo della necessaria regia per bilanciare le esigenze delle varie regioni del Nordest. In questo periodo abbiamo bisogno di tutto meno che di “teste calde” e quindi ci affidiamo al buone senso e ad una efficace concertazione tra i governatori coinvolti.
Agricoltura e turismo vanno a braccetto, com’è logico che sia. E l’estate torrida non può che accelerare il necessario ripensamento su questi due comparti della nostra economia, i loro obiettivi e la loro sostenibilità. Anche questi sono temi… “caldi”. Insieme ai punti interrogativi che nello specifico sono stati posti, di recente, su alcune questioni. Ricettività turistica senza limiti? Monocoltura della mela nel fondovalle come unica risorsa?
Se non vogliamo ritrovarci, presto, a piangere “calde” lacrime, è senz’altro meglio non reagire a “caldo” e invece prendersi il tempo per riflettere. Potremmo farlo magari in uno dei pomeriggi assolati della nuova estate altoatesina. In cui forse poi sarebbe meglio adottare prima possibile orari d’apertura più consoni, mutuando l’idea da altre regioni del Sud (del quale ormai metaforicamente facciamo parte anche noi). Che senso ha riaprire gli esercizi alle 15, quando ci sono ancora 35° gradi all’ombra?

Autore: Luca Sticcotti

Cinquant’anni dall’occupazione della Montedison

Per chi ci lavorava il ricordo è ancora nitido, come fosse successo ieri. Ma sono trascorsi già 50 anni da quel 7 luglio 1972, quando la Montedison di Sinigo minacciò di chiudere i battenti. E la fabbrica venne occupata.


“Assolutamente no. Durante tutto il periodo di occupazione non ho mai sentito questo sentimento di paura, di perdere il posto di lavoro. Non potevamo decidere noi quando riaprire, però la nostra attività era così frenetica e così bella che ci aspettavamo soltanto delle buone soluzioni.” Esordisce così, Carlo Baldi, quando gli si chiede se durante l’occupazione della Montedison – la storica fabbrica di Sinigo – ha avuto paura.
Di quella storia, di quella occupazione, quest’anno si ricordano i 50 anni. è la vicenda di quei 220 operai impiegati a lavorare in fabbrica in una Sinigo tedescofona, votata all’agricoltura e al turismo. In una fabbrica che nasce tra il 1925 e il 1926, ricercando in Alto Adige un mercato interessante per il fertilizzante chimico che non troverà, costretta quindi a passare ai materiali speciali: carbonato di litio, silicio iperpuro per elettronica, in policristallo e monocristallo, ma anche titanio e plasma. Un mercato promettente sul quale scommettere, con le porte dell’elettronica che si stavano spalancando, in cui tuttavia Montedison stessa non credette, investendo nel suo laboratorio poco denaro ed energia, ed arrivando ad un deficit annuo di un miliardo di lire. Così, si giunse al 7 luglio 1972: fabbrica chiusa, tutti a casa.
E non solo a Sinigo, ma anche in altri punti di produzione dello stivale.
Sono stati molti, tra sindacalisti, operai, contadini e cittadini, ad animare questa storia. E sono proprio le loro voci che ripercorrono e ricostruiscono le tappe di un vissuto così decisivo per il territorio.

CARLO BALDI
A partire dallo stesso Carlo Baldi, che quel giorno si trovava in vacanza con la famiglia e che senza pensarci su troppo è tornato a Sinigo: “È stata una decisione di coscienza – racconta quasi ridendo – non potevo starmene in ferie mentre gli altri occupavano la fabbrica”.
Ricorda che vi trovò una situazione paradossalmente tranquilla: “Ci hanno ceduto le chiavi, lasciandoci corrente e acqua. Noi abbiamo cercato per tutto il tempo di fare la minima manutenzione per non mandare tutto in malora”.
In queste condizioni, con turni di presidio della fabbrica e giri di ronda per controllare i dintorni, l’occupazione andava avanti. Da sfondo, un clima non propriamente roseo: gli anni delle bombe dei separatisti in Alto Adige e un capoluogo se non contrario, quantomeno sfavorevole, per una questione politica e, sicuramente, etnico – linguistica. Ma erano anche gli anni del lungo ’68, dei movimenti sindacali nel loro massimo fermento, degli operai nelle piazze per reclamare diritti, salari stabili, sicurezze e welfare.
In questo grande quadro si inserivano gli operai resistenti della Montedison di Sinigo, trascinando con loro anche contadini e cittadini, artisti, civili e sindacalisti.

JACOB DE CHIRICO
Tra questi, il ricordo di Jacob De Chirico: “L’occupazione della Montedison di Sinigo era stata per me una scuola di vita frenetica. Dirigevo in quegli anni la rivista “Arte e lavoro/ Kunst und Arbeit”, interessata a fare interagire l’arte con il mondo del lavoro e le sue grandi lotte in difesa delle lavoratrici e dei lavoratori dipendenti. Avevo capito che il mio ruolo poteva essere davvero al servizio della classe operaia. I lavoratori della Montedison rappresentavano un’avanguardia, sindacalizzata, competente, consapevole dei propri diritti ma anche profonda conoscitrice della sofisticata produzione del silicio iperpuro. Pensavo che andassero coinvolti intellettuali, insegnanti, studentesse e studenti di lingua italiana e tedesca, senza steccati etno – linguistici. Ritenevo indispensabile coinvolgere anche i contadini del Burgraviato e infatti alle grandi manifestazioni in città partecipavano addirittura con i loro trattori! Ci fu una grande solidarietà. Mai una lotta di fabbrica aveva coinvolto in modo massiccio tutta la città. Accanto alla tenda della Montedison installata in pieno centro città, accanto ai grandi murali scritti e dipinti da me, capitò che la polizia volesse cancellare quell’avamposto operaio. Io dipingevo ogni giorno un murale colorato nuovo, un vero e proprio diario che aggiornava lo stato della lotta!”.
E fu proprio così: una mobilitazione generale e senza eguali. Una scuola di resistenza, collaborazione e solidarietà per il territorio intero. Ma anche una scuola di vita, personale, che ha contribuito a formare le coscienze: “Io non ero sindacalizzato, non avevo neanche tante idee politiche, però credo che si debba sempre battersi per qualcosa in cui si crede e ne è valsa la pena. È quello che ti lascia la coscienza tranquilla”.

GIUSY GIARRIZZO
Ed ecco, vince, il ricordo di Giusi Giarrizzo della Cgil. “Sono passati 50 anni da questa vertenza sindacale di grande respiro, ma nella memoria dei giovani lavoratori di oggi non c’è più traccia di un avvenimento sindacale che allora coinvolse i duecento dipendenti della ex Montedison, la comunità di Sinigo e i lavoratori e le lavoratrici non solo del meranese, ma anche di tutta la Provincia. Quando invece, oggi, ho l’occasione d’incontrare qualche ex lavoratore che allora era attivo nel sindacato, non faccio il tempo di salutarlo che subito in lui affiorano i ricordi di questa battaglia in difesa dei posti di lavoro nell’industria”.

LUCA FELLIN
Anche Luca Fellin ricorda: “Negli anni ’80 noi giovani rampanti che arrivammo alla Smiel poco sapevamo di quanto era accaduto solo pochi anni prima. Nel 72 eravamo ancora alle scuole medie. Per noi la fabbrica rappresentava una buona opportunità di lavoro in attesa di tempi migliori. Siamo arrivati in un momento di transizione politica e sociale ed anche di prospettive di mercato.l n quegli anni sono iniziati i primi cambiamenti significativi dal punto di vista dell’espansione dell’azienda e del mercato del silicio. La storia dell’occupazione l’abbiamo imparata assieme alle storie delle persone che l’avevano fatta. Abbiamo avuto il privilegio di ascoltare dall’interno, e dalle persone dalle quali stavamo imparando a lavorare, che significato ha avuto per la fabbrica, per la comunità e per noi stessi, quell’atto coraggioso. Ci sembra quasi di avervi partecipato. Quell’occupazione è stata la svolta, ha permesso la continuità produttiva e la sicurezza economica dei suoi addetti e di parte della comunità.”
Si trattò di un’occupazione tenace, conclusa il maggio dell’anno successivo. Occorre dunque celebrare il ricordo di coloro che si sono caricati sulle spalle la responsabilità di non far fallire per sempre un’opportunità di lavoro industriale, riconoscendo loro la capacità di visione prospettica, di amore per il lavoro. Celebrare l’intransigenza e la tenacia degli operai che hanno fatto sì che ancora oggi lo stabilimento di Merano abbia oltre 200 dipendenti, e quello satellite, di Novara, più di 600.

“LA LOGICA DEL FARE”
Insomma: è una grande storia di comunità, che Carlo Baldi riassume in modo lucido. “La storia di questa comunità di lavoratori che copre più di mezzo secolo della nostra vita, ha bisogno di una riflessione conclusiva: molti sono gli eventi importanti che l’hanno segnata, scelte politiche o mancate scelte, scelte imprenditoriali, variazioni repentine e incontrollabili dei mercati globali. Tutto questo sta dentro la logica del fare. E sono gli uomini che decidono: i prestatori d’opera e i datori di lavoro e per ognuno di questi si potrebbe tentare un giudizio: bravo, impegnato, determinante, generoso, preparato, essenziale in questa o in quell’altra occasione, eroico persino, inadeguato, e non ti meravigli di questo perché gli uomini e le istituzioni fanno la storia, sono dentro la storia, però ad un certo punto la storia subisce uno scarto decisivo, impensabile persino.
Perché non era nella logica delle cose, anzi era al di fuori delle regole scritte, di quelle ammissibili per convenzione o per legge. È necessario che l’imprenditore si faccia da parte, non necessariamente per i suoi demeriti. Perché tutti insieme noi, con i nostri bisogni e diritti, in questa particolare occasione, per un’etica superiore e per un tempo che sarà breve o lungo, si provi a cambiare il corso delle cose. E in quel 1972, 220 lavoratori, con qualche eccezione più o meno giustificata, l’hanno fatto e oggi fra Sinigo e Novara oltre 1000 lavoratori hanno uno stipendio a fronte di una prestazione e il datore di lavoro un rendimento per il suo capitale di rischio”

Autrice: Ana Andros

Serve un’autorità credibile che faccia rispettare il diritto

Mentre si avvicina l’anniversario della morte di Alex Langer (3 luglio), vien da chiedersi che cosa avrebbe detto, lui, della guerra in Ucraina e dei modi scelti per affrontarla e portarla a soluzione. Ciò che manca, allora come oggi, è una forza internazionale capace di far valere il diritto e i diritti della parte più debole.

Quasi trent’anni fa (luglio 1993), Alexander Langer, guardando al conflitto balcanico, disse che “occorre una credibile autorità internazionale che sappia minacciare ed anche impiegare – accanto agli strumenti assai più importanti della diplomazia, della mediazione, della conciliazione democratica, dell’incoraggiamento civile, dell’integrazione economica, dell’informazione veritiera… – la forza militare, esattamente come avviene con la polizia sul piano interno degli Stati.
Se qualcuno spadroneggia con la forza delle armi nel suo quartiere o nella sua valle, e nessuno si muove per fermarlo, in poco tempo scoppia una generale guerra per bande, in cui tutti sono obbligati ad armarsi ed a cercare di farsi valere con la forza”.
Dunque sì, secondo Langer – per quanto egli fosse un costruttore di pace e un autentico nonviolento – in quella situazione l’ONU sarebbe dovuta intervenire in modo più deciso, per bloccare il conflitto e salvaguardare la popolazione inerme dalle mire di conquista degli eserciti in campo.
Se oggi nessuno propone seriamente un intervento di “polizia internazionale” è solo perché la parte forte, quella che spadroneggia, è una potenza nucleare. Come tale è capace di tenere in scacco il mondo intero.
E tuttavia non è ammissibile che un qualsiasi Stato annetta territori di un altro Stato con la violenza o con altri mezzi illegittimi.
Al di là dei diritti lesi, ciò rappresenta un pericolo per tutto il mondo e un messaggio per i despoti che assomiglia a una licenza di uccidere.
Non possiamo ridurci a chiedere al più debole di rinunciare a qualcosa, solo per far star buono il più forte. Ciò vale anche in altre forme di relazione.
La Comunità internazionale deve trovare il modo per fermare i più forti che schiacciano i più deboli, in ogni situazione.
Con la diplomazia, la mediazione, la conciliazione democratica, l’incoraggiamento civile, l’integrazione economica, l’informazione e anche, se necessario, con la forza.

Autore: Paolo Bill Valente