Deserto

Le poche nevicate invernali e le poche giornate di pioggia hanno cambiato di molto la faccia dell’Alto Adige. I primi segnali, come la secca del Po, non sono stati presi molto in considerazione e, settimana dopo settimana, gli effetti della mancanza dell’acqua sono risultati evidenti anche dalle nostre parti. “Il Sudtirolo rimane comunque una terra meravigliosa” ha dichiarato l’hds. “Tour con i cammelli, passeggiate sulle dune, degustazione di cactus ed escursioni all’oasi di Caldaro sono le esperienze preferite dai nostri ospiti. Oltre, ovviamente, alla discesa sugli sci su sabbia, che ci ha permesso di sfruttare le nostre montagne e gli impianti di risalita tutto l’anno!”

Autore: Roberto Tubaro

Il silenzio in montagna

QuiIntervista a Mauro Marchi, bolzanino con una permanenza a Bologna nel periodo universitario, padre di Sara e Pietro. Di professione bancario, impegnato da sempre nel sociale: dal 2014 presidente del Consultorio Familiare Kolbe ed incaricato a seguire le vicende di Azienda Energetica e successivamente in Alperia spa.

La cosa di me che mi piace di più.
Saper gestire le responsabilità e ascoltare gli interlocutori.

Il mio momento più felice.
Quando nacquero i nostri figli Sara e Pietro.

Da bambino sognavo di diventare…
Un’astronauta…  Ricordo che a Natale mi regalarono l’Apollo 11 in scala, con cui Armstrong & C. atterrarono sulla Luna.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.
Viaggio in Argentina e Terra del Fuoco per ripercorrere il cammino che fecero i mie nonni emigrati.

La mia occupazione preferita.
Trekking in montagna, silenzio, fatica e stupore che accompagnano le camminate in solitaria e/o in compagnia.

Il luogo dove vorrei vivere.
Ogni località a qualsiasi latitudine mi attrae… ma torno poi volentieri in Alto Adige Suedtirol. 

Il mio piatto preferito.
La parmigiana di melanzane ed un piatto tipico marchigiano, i vincisgrassi.

Non sopporto…
I ritardatari cronici.

Per un giorno vorrei essere…
Un’aquila, per ammirare dall’alto ciò che ci circonda e planare.

Nel mio frigorifero non mancano mai…
Formaggi, verdure varie e yogurt.

Se fossi un animale sarei…
Un cavallo.

L’ultima volta che ho perso la calma.
La perdo quando non si riconosce la buona fede.

La prima cosa che faccio al mattino.
Leggere i quotidiani online.

Il mio film preferito.
Faccio fatica a sceglierne uno tra “L’attimo fuggente” e “La grande bellezza”.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?
La natura.

Amo il mio lavoro perché…
Mi ha consentito di crescere professionalmente.

Le persone che ammiro di più sono…
Tutti coloro che donano parte del proprio tempo agli altri.

Il mio motto.
Ama la verità ma perdona l’errore.

Il mio primo ricordo.
In vacanza con i nonni a Tret in Val di Non.

Non è mai troppo tardi

Devo un molteplice ringraziamento ad una nostra affezionata lettrice, che nei giorni scorsi mi ha scritto dandomi riscontro in merito al mio editoriale dello scorso numero dei giorni QuiMedia, dedicato al tragico 3 maggio 1945, ben testimoniato da un recente libro pubblicato dall’archivio storico di Bolzano. Quindi ecco il mio primo grazie, signora Bruna.
Ricevere oggi una lettera scritta a mano, inserita in una busta e spedita per posta, con tanto di francobollo, mi fa pensare che esiste ancora la possibilità di ricorrere, di tanto in tanto, a tempistiche nella comunicazione che per secoli ci sono sembrate normali, nella loro capacità di promuovere sintesi, riflessione e – anche – rispetto e buone maniere.
Devo poi ringraziare la lettrice per aver deciso di scrivermi dall’alto dei suoi 85 anni di età, per raccontarmi i suoi ricordi di bambina, anche se molto tristi. La signora Bruna aveva solo 8 anni in quei giorni immediatamente successivi al 25 aprile della Liberazione ed era sfollata in Val di Non, ma ricorda bene quanto avvenne in quei giorni dai racconti di famigliari e conoscenti. In particolare ricorda il posizionamento su opposte sponde di partigiani e simpatizzanti sudtirolesi degli occupanti nazisti in rotta verso la Germania.
La signora Bruna ricorda anche che nel dopoguerra diversi collaborazionisti, diretti o indiretti responsabili di omicidi, di tali atti ne dovettero rispondere davanti alla giustizia. Ma allo stesso tempo l’affezionata lettrice mi dice: “chiaramente lei questi fatti li conosce già e per amor di pace non ha fatto menzione nel suo editoriale”.
Quel “amor di pace” mi ha colpito molto, a mio avviso proprio cogliendo nel segno. Nel mio editoriale del 2 giugno avevo indirettamente consigliato la lettura di un libro importante dove questi fatti ci sono, ma nello stesso tempo avevo cercato di indicare lo spirito con il quale – oggi – dovrebbe essere affrontata l’analisi storica di quel periodo. La guerra è un abisso dal quale tutti dobbiamo sentire la responsabilità di uscirne. Armati di verità, senz’altro, ma anche consapevoli che – a ben vedere – non esistono lacerazioni insanabili.
La nostra convivenza è nata in quei giorni, nostro compito oggi è proseguire il percorso ancora incompiuto per farla divenire, finalmente, Pace. Non è mai troppo tardi.

Autore: Luca Sticcotti

Edith Méra, la Vamp con Merano nel sangue

Era nata a Bolzano nel 1905 con il nome di Edith Claire Zeibert ed è morta a Parigi, a soli trent’anni, il 24 febbraio 1935 con il nome di Edith Méra, quello con cui era diventata famosa nel mondo del cinema francese. Ma per raccontarne la vita breve e tormentata, è meglio partire dalla fine. Le ceneri di Edith Méra sono conservate da quasi novant’anni al cimitero parigino di Père-Lachaise, quello noto per ospitare le tombe di Oscar Wilde, Marcel Proust, Jim Morrison, Molière, Maria Callas e molte altre celebrità.

L’urna di Edith Méra è la prima in alto a sinistra di un colombario in cui è ospitata anche quella del pittore Max Ernst. Il certificato di morte precisa che “Edith Claire Zeibert, detta Edith Méra nata a Bolzano il 7 gennaio 1905 è deceduta il 24 febbraio 1935 alle ore 16.30 in Boulevard Montmorency 27”. A quell’indirizzo, aveva sede l’Ospedale Italiano di Parigi dove era stata ricoverata a causa di una setticemia poco tempo prima. L’attrice sudtirolese abitava a circa tre chilometri di distanza, in rue Greffulhe, al numero 7, in una palazzina bianca di quattro piani poco lontana dall’Eliseo.
I dettagli sulla morte della giovane attrice, invece, ci vengono dalla stampa francese dell’epoca che sottolinea come Edith Méra si fosse ritrovata sulle labbra: “Una piccola pustola che sembrava insignificante. Tuttavia decise di farsi operare in una clinica e qualche ora dopo, una crisi setticemica l’ha uccisa”. Quasi tutti i giornali sottolinearono la grande malinconia che la caratterizzava, un sentimento che l’attrice provava a nascondere dietro a un aspetto, se non gioioso, almeno esuberante.
Considerazioni non casuali, figlie di un episodio accaduto un anno prima, nel maggio 1934, anche questo dettagliatamente descritto dalla stampa francese. Come scriveva “L’Oeuvre” del 15 maggio 1934: “Mademoiselle Edith Méra, l’artista così ammirata dai parigini che l’avevano soprannominata la vamp francese ha voluto darsi la morte per motivi che s’ignorano. Uscendo sabato sera dal teatro dove sta recitando l’operetta Les Sœurs Hortensia, è rientrata direttamente a casa e nella notte ha ingoiato un sonnifero (il Verenol Ndr) e ha aperto il rubinetto del gas. Domenica mattina la sua governante l’ha ritrovata priva di sensi. Immediatamente trasportata all’ospedale di Beaujon è stata sottoposta a terapie che le hanno salvato la vita”. Tragedie che sappiamo non essere così in contrasto con una vita fatta di successi cinematografici, copertine e prime pagine. Edith Méra, infatti, in soli cinque anni aveva interpretato venticinque film, quattro con la direzione di René Guissart.
Pellicole che l’avevano trasformata in una vera e propria diva, come sottolineato dall’articolo de “L’Image” uscito nel gennaio del 1933: “Edith Méra è una vamp nel senso più assoluto dell’espressione americana e lei è una delle nostre femmes fatales più complete. Tutto in lei, la sua taglia, la sua aria civettuola, il suo viso insensibile, i suoi occhi distanti, la sua bocca graziosa giustificano la scelta dei registi che hanno trovato in lei la giustificazione perfetta, l’ideale del modello di vamp imposto al cinema”. Per concludere la ricostruzione, manca solo l’inizio, le sue origini altoatesine. Edith Méra le descrisse in un’intervista rilasciata a “La Liberté” del 27 gennaio 1935, un mese prima della sua morte: “Il mio primo pseudonimo era Mérane. L’avevo scelto perché è a Merano che venni concepita, ma un’artista Geneviève Mérane, che aveva già questo cognome, mi chiese di cambiarlo e io l’ho accontentata, accorciando il cognome”.

Autore: Massimiliano Boschi

L’intelligenza artificiale non è ancora tra noi

Stiamo assistendo ad una nuova ondata di articoli sensazionalistici sul tema dell’intelligenza artificiale generale (in inglese AGI: “ artificial general intelligence”), con cui si descrivono sistemi informatici capaci di mostrare intelligenza a livello umano in campi diversi. Il termine “generale” indica proprio la capacità di questi sistemi di competere con gli umani non su uno specifico compito (come ad esempio giocare a scacchi o a Go, dove i computer sono ormai campioni indiscussi), ma su un qualunque compito che, in termini umani, richiede di esibire una qualche forma di intelligenza. Una delle più complesse palestre per l’AGI è quella del linguaggio naturale. È proprio sul tema del linguaggio naturale (in inglese NLP: “natural language processing”) che si concentrano molti articoli sensazionalistici, principalmente focalizzandosi sul fatto che una recente generazione di algoritmi per reti neurali (in termini tecnici, chiamate “transformer”) mostra incredibili capacità di generazione del testo, anche in risposta a domande formulate da umani. Famosissime ormai sono le reti transformer BERT e GPT-3, ma nei quotidiani di questi giorni l’enfasi è il loro successore LaMDA, di Google, che avrebbe addirittura portato al licenziamento di un ingegnere di Google. Il motivo? L’ingegnere avrebbe violato le politiche di privatezza dell’azienda, dichiarando che LaMDA è a tutti gli effetti una intelligenza senziente. Al di là degli aspetti di marketing e pubblicità che ormai permeano l’intelligenza artificiale, è importante ricordare come funzionano questi sistemi: secondo principi statistici, applicati all’immensa quantità di testi disponibili su web. Vengono infatti allenati su una moltitudine di testi imparando, data una frase incompleta, distribuzioni di probabilità su quale parola successiva aggiungere per continuare la frase in modo compiuto. I risultati sono stupefacenti e in molti casi rendono queste reti capaci di generare testi complessi, di senso compiuto, e diversi da quelli su cui si sono allenate, ma altrettanto spesso li portano a generare testi senza senso. Queste reti falliscono, ad esempio, quando il tema del discorso è quello del “ragionamento di senso comune”. Questo non dovrebbe stupire: imparare distribuzioni di probabilità non ha nulla a che fare con imparare come funziona il mondo che ci circonda e quali leggi lo governano (ad esempio, banalmente, che se un oggetto viene messo in una scatola non può magicamente sparire da essa a meno che non succeda qualcosa). Riconoscere la differenza tra un essere in grado di utilizzare il linguaggio per parlare del mondo, e questi sistemi che sono a tutti gli effetti dei “pappagalli stocastici”, richiede arguzia, mentre superficialmente si può essere in effetti ingannati. Meglio ricordarcelo ancora una volta, in questo mondo di fuochi (più che di intelligenze) artificiali.

Autore: Marco Montali

Come la brace sotto la cenere

In questi giorni trent’anni fa si concludeva una delle fasi di sviluppo della (pacifica) convivenza tra i gruppi linguistici dell’Alto Adige. Il Governo austriaco (l’11 giugno del 1992) rilasciava la cosiddetta “quietanza liberatoria” con la quale prendeva atto dell’attuazione dell’Accordo di Parigi da parte dello Stato italiano.

L’autonomia altoatesina si fonda su due pilastri giuridici importanti quasi contemporanei. Il primo è l’Accordo di Parigi del 1946, che impegna l’Italia a garantire i diritti culturali delle minoranze linguistiche altoatesine, in modo specifico di quella di lingua tedesca. Il secondo è l’articolo 6 della Costituzione (approvato nel 1947): “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”.
Quando nel 1960 l’Austria ritenne che lo Statuto di autonomia del 1948 e in particolare la sua attuazione avessero tradito lo spirito dell’Accordo di Parigi, la questione fu portata davanti alle Nazioni Unite, le quali esortarono i due Stati a trovare una soluzione condivisa. Il percorso fu irto di ostacoli poiché si confrontavano due nazionalismi con i loro pregiudizi e le loro riserve mentali (che sussistono ancora oggi). Però nel 1969 fu raggiunto il consenso che portò al secondo Statuto di autonomia, la cui attuazione non fu breve. Da quel 1960 passarono dunque 32 anni finché i due Governi poterono dichiarare chiusa la vertenza.
A trent’anni di distanza da quella stretta di mano la “via altoatesina” è indicata come modello per analoghe situazioni. Michelle Bachelet, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, nel suo intervento di qualche giorno fa ha detto che l’Alto Adige è “un esempio di come la tutela del patrimonio linguistico e culturale e la pacifica convivenza tra le minoranze siano traguardi possibili per risolvere i conflitti”, sottolineando “l’importanza di un’azione politica tempestiva per individuare i problemi nel contesto dei diritti umani”.
Chi vive l’Alto Adige sa che la pacifica convivenza nel rispetto dei diritti di tutti non è affatto un dato acquisito una volta per tutte. Pensare e affermare che il problema sia definitivamente risolto è il modo più sicuro per tenerlo vivo come la brace sotto la cenere.

Autore: Paolo Bill Valente

La “schmutzige Laives” e “Großbolzano”

Se le vie del Signore sono – a quanto si dice – infinite, quelle del duce erano quantomeno lastricate. E non di buone intenzioni ma, per quanto riguarda la sopravvivenza del comune di Laives, di tinte fosche. Ci salvò, in un certo senso, la sciagura bellica.
Ma andiamo con ordine. “Systemierung der Straßen” titola un articolo dell'”Alpenzeitung” (giornale fascista in lingua tedesca) del 29 agosto 1941 – anno XIX della “nuova era”. Laives era un paesino rurale di antiche tradizioni ma, da sempre, aveva nelle strade il suo punto debole: perfino la gloriosa “imperial-regia strada postale” era tutta una buca, polverosa e, soprattutto, pericolosa per via della gentaglia che vi trovava rifugio. Non parliamo delle altre vie, che con questa formavano la nota “crosara”: quella verso Pietralba e quella verso la stazione. Tutte strade colabrodo, imbiancate di polvere, spesso intransitabili. Laives, “das schmutzige Dorf di una volta”, scrive l’articolista”, “avvertì l’impellente bisogno di sistemare le proprie vie comunali.” E fin qui nessuna obiezione. Prosegue poi il pezzo: “La sua (di Laives – NdR) pessima fama non è un mistero per nessuno, le centinaia di migliaia di pellegrini che ogni anno si recano a Pietralba sono testimoni involontari dell’arretratezza di questo villaggio ai piedi della montagna sacra, su cui la Madonna da quattro secoli ha eretto il proprio trono”. Madonna o non Madonna, qui il colpo mira dritto al cuore. Infatti, poche righe dopo, il cronista arriva al punto: “Basta parlare di schmutziges Laives – ora Laives sarà una bella cittadina, anche se questo nome non gli è certo stampato in fronte e non appare in nessun documento ufficiale.” Che vorrà dire? Ce lo spiega subito, l’ispirato autore: “Siamo convinti che Laives non sarà mai una città autonoma. Le toccherà la sorte della rinomata località di cura Gries, con la quale formerà la Grossbolzano del futuro”.
Hai capito! Un futuro che, a ben vedere, riporta al passato, quando Laives, Dodiciville e Gries facevano parte del “grande” municipio di Bolzano. E in attesa del “trapasso”, ci si era rimboccati le maniche per tirare a lucido il paesino. “Vorremmo che Laives, villaggio immerso nei suoi vigenti e nei frutteti in fiore, si preparasse in modo adeguato a questo appuntamento con la storia!” Giusto. Ad ogni cerimonia il suo abito. All’appuntamento con la storia non si va certo in “grembial” e scarpe impolverate. Neanche nella schmutzige Laives.
Detto questo – e non ci pare poco – il cronista torna al suo selciato. “La sistemazione delle strade non è stata eseguita per ragioni estetiche (e ci mancherebbe altro) ma per ragioni di pubblica utilità. Nessuno poteva immaginare che i lavori sarebbero stati eseguiti con questa celerità in un periodo bellico come questo, in cui il raggiungimento di traguardi ben più elevati assorbe tutti i nostri sforzi. Ma con gioia abbiamo potuto assistere alla posa dei cubetti di porfido sullo sfondo sabbioso, e sembrava che i cubetti stessi volessero a loro volta rendersi utili al progresso e al raggiungimento di traguardi storici della nostra nazione”.
Conclude infine il giornale: “Chi ora percorre via Damiano Chiesa, o via Roma (oggi Kennedy), non può che ammirare lo splendore dell’opera eseguita. E la via Pietralba, che ora sale maestosa fino al “Grüner Baum? Ora le migliaia di visitatori del nostro paese potranno finalmente esclamare: “Laives ist nicht wieder zu erkennen – Laives non è più la stessa”. Considerazione, questa, che peraltro facciamo nostra, ogni volta che torniamo nel nostro paese.

Autore: Reinhard Christanell