La stagione del traffico

È tornata la stagione del traffico a Bolzano, la città che punta sul turismo dei giorni di pioggia. Ogni volta che il meteo della Provincia segnala brutto tempo, fiumane di turisti in automobile cercano in tutti i modi di raggiungere il centro storico, unendosi ai pendolari abituali e a quelli idrorepellenti, che solitamente si spostano in bicicletta. “Fra vent’anni con l’areale ferroviario sistemeremo tutto” comunicano dal Comune. Da vent’anni. Buone notizie anche dalla Provincia: “abbiamo capito che la situazione è veramente drammatica, per risolverla realizzeremo subito la nuova circonvallazione di Sluderno”.

Autore: Roberto Tubaro

Casa gioco: i bambini diventano “visibili”

Laura e Jasmin, le due responsabili della Spielhaus del VKE in via Parma ci raccontano il grande lavoro che svolgono nel quartiere.

Che cos’è la Spielhaus?
La Casa gioco è uno spazio dell’associazione VKE. Il nostro scopo è rendere visibile la presenza infantile e far comprendere agli adulti che è una presenza che fa bene a tutti noi. Laddove si è verificata la necessità di creare, animare e sostenere l’idea che giocare sia qualcosa di grande valore per le persone che vivono il quartiere, lì siamo riusciti a portare avanti la mission dell’associazione: giocando si impara a conoscere il mondo a tanti livelli, motorio, sensoriale, cognitivo, emozionale; tutto messo assieme con i bambini che si divertono ci ha permesso di entrare in contatto con le famiglie e le persone che vivono qui e rispondere ai loro bisogni.

Quali sono le attività che svolgete con i bambini? 
Ci sono attività che sostengono la mobilità dei bambini e attività manuali. Nessuna è fine a se stessa, lo scopo è spesso creare rete nel quartiere creando oggetti per le altre realtà, come la casa di riposo. C’è sempre l’aspetto della casa gioco che si rivolge al quartiere, alle mamme, alle famiglie per stimolare l’inclusione e la convivenza oltre che imparare sempre qualcosa di nuovo.
D’estate viviamo del materiale che raccogliamo dal giardino, in primis i petali dei fiori con cui facciamo sacchettini profumati. Abbiamo l’orto da circa sette – otto anni, di cui ci prendiamo cura con i bimbi, tutti i prodotti li usiamo poi in cucina qui alla Spielhaus.

Quanto è importante la partecipazione dei bambini?
È importantissima. I bambini hanno voglia di partecipare alla vita, di essere anche orgogliosi e mostrarlo a noi adulti. Il loro contributo per il quartiere ci deve essere. Il fatto che facciano loro aiuta nel tempo: creano un bene comune che continueranno a proteggere.

L’azione verso il quartiere in che direzione va? 
Abbiamo avuto in mano una pubblicazione degli anni 2000 in cui si parlava della sicurezza nel quartiere, oggi lavoriamo a un progetto e ci rendiamo conto che il tema maggiore ora è la convivenza: si è compreso che si può vivere in sicurezza vivendo bene insieme. Vogliamo riuscire ad arginare l’intolleranza del quartiere e di creare pace sociale per vivere bene insieme.
La nostra attività si è concentrata negli ultimi 8 anni sul tema della creatività e della partecipazione per usare in maniera costruttiva e divertente tutto quello che avevamo a disposizione. Abbiamo ad esempio rivalutato i muri del parchetto pulendoli e ridipingendoli.

Autrice: Anna Michelazzi COOltour

Intarsiare l’arte: la passione di Ivo

Ivo Calamari non è solo un ex infermiere in pensione ma anche un artista. La sua passione è fatta di piccolissimi ritagli di legno che uniti creano un mosaico incredibile e unico nel suo genere.

Buongiorno Ivo, ho potuto vedere che Lei realizza opere in legno, come è nata questa sua passione?
Ho iniziato a realizzare le mie opere una volta andato in pensione. Dopo essere stato infermiere durante il servizio militare ho lavorato in ospedale, ma da giovane avevo iniziato come falegname. Sono andato in pensione abbastanza presto e mi sono ritrovato ad avere molto tempo libero. Non amo guardare la televisione o andare al bar, per cui ho iniziato a realizzare dei quadri con il legno come passatempo. Solitamente ascolto della musica mentre lavoro, ho uno scaffale con moltissimi cd di musica classica e opere liriche. Questo mi permette di rilassarmi, trovo che la vita sia troppo frenetica a volte. 

Quale tecnica utilizza nella realizzazione delle sue opere?
La tecnica è quella dell’intarsio e l’ho conosciuta durante l’apprendistato come falegname. Nessuno mi ha mai veramente insegnato, ho imparato osservando cosa faceva il proprietario. Realizzare un quadro con questa tecnica non è per niente facile e può tenermi occupato più mesi lavorando una o due ore al giorno. È un lavoro estremamente minuzioso in cui ogni particolare deve essere curato. 
Il processo consiste nell’iniziare scegliendo una fotografia o un dipinto e per poi assemblare su un foglio i vari pezzi di legno unendoli con il nastro adesivo. Una volta finito questo passaggio giro il quadro in modo da riuscire a vederlo nell’insieme e individuare eventuali difetti. È in questo momento che risultano essenziali gli scarti di legno non utilizzati precedentemente: ogni singolo pezzo è unico e non ce ne sarà mai uno uguale. Dopo aver finito l’assemblaggio incollo il risultato su un pannello e il quadro è pronto. 

Tra i suoi soggetti sono presenti masi, ma anche quadri famosi: su cosa basa la sua scelta?
Non ho una vera e proprio preferenza, ricreo con il legno tutto quello che mi sembra possibile. Ho a disposizione come colori l’azzurro, il rosa e il grigio, oltre a moltissime sfumature di marrone ovviamente. Questi purtroppo non sono indicati per la realizzazione di tutti i tipi di paesaggio, mi mancherebbero il verde e il blu, per cui devo trovare un modo per adattare i soggetti. Per quanto riguarda i masi avevo pensato di rappresentare tutti gli 82 masi sotto la protezione delle belle arti presenti sul territorio altoatesino, ma poi mi sono concentrato anche su altri soggetti come quadri, in particolare quelli del Segantini.  La cosa incredibile è che sono tutte opere uniche, non ce ne saranno mai due uguali e questo le rende ancora più belle. Non sono quadri facili, bisogna capirli, ma una volta che lo si ha fatto si rimane incantati. 

Autrice: Anna Cavallari COOLtour

Hermann, l’artista del centro storico

Oggi vi presentiamo un artista che da anni ritrae le persone che incontra per le strade di Bolzano. Si chiama Hermann Perkmann ed ha una interessante storia da raccontare.

Quando ho cominciato a scrivere per QuiBolzano, volevo raccontare anche alcune storie di personaggi tipici del centro di Bolzano. L’idea era di intervistare quel signore di cui non sapevo il nome, che da anni gira in centro con in mano un libro grande, dei fogli e delle matite da disegno. Ho idea di conoscerlo da quando ero ragazzo. Ogni volta che ci si incontrava, ci scambiavamo alcune impressioni. Ricordo di averlo incontrato qualche tempo prima dei lockdown, era seduto vicino alla fontanella di Piazza Walther e stava disegnando. Il tutto avveniva mentre in piazza andava in scena una edizione di Art May Sound, il festival dedicato ai fumetti e al disegno urbano (graffiti & Co). Ricordo che abbiamo parlato della differenza tra la profondità, anche emozionale, che lui cerca di raggiungere con i suoi disegni e l’arte urbana, tanto lontana dai suoi canoni.
Non lo vedevo da quella volta. Un giorno di maggio – stavo per andare a provare la postazione di Bike Sharing in viale Stazione – lo ho visto seduto ai tavolini esterni del Café am Dom, all’inizio di Via Alto Adige. Dopo i primi convenevoli, ho preso posto accanto a lui, spiegandogli di essere veramente contento di averlo finalmente incontrato; sul tavolino, oltre ad un voluminoso libro d’arte dal grande formato, alcuni fogli con degli studi di persone, e le matite da disegno, c’era un bicchiere di vino bianco.
Si chiama Hermann Perkmann (“una volta che ti dico il mio nome, non lo dimentichi”). Mi fa vedere i suoi schizzi, spiegandomi che gli piace cogliere gli elementi caratteriali delle persone. E capisci subito che conosce molto bene le vie del centro e la popolazione che vive la strada, uno che sa come rapportarsi a chi è meno fortunato, anche disperato. Mi sono trovato di fronte un uomo semplice, modesto, di cui ho percepito subito la sensibilità di chi coglie l’essenza delle persone. Lo vedi dai suoi schizzi e lo intuisci dal modo appassionato con cui parla di arte e di storia, per la cultura che sfoggia, anche quando parla delle opere di altri artisti locali, soprattutto pittori e disegnatori. Scopro che possiede una enorme biblioteca di quasi 2000 volumi e apprendo, non senza stupore, che i libri voluminosi che porta in giro, servono non tanto per il loro contenuto, quanto come supporto su cui disegnare.
Quando gli ho chiesto di fargli una foto, ha esitato. “preferirei me la facessi quando non me ne accorgo. Le foto inscenate sono senz’anima, fammela pure un giorno che mi vedi.” Ma nel frattempo gli avevo scattato “di nascosto” la foto che vedete: “si, questa mi piace molto, la puoi usare. Mi piace la mano destra in primo piano, più grande, con le matite… ritengo che simboleggi molto ciò che sono.”
Al termine della chiacchierata mi invita a guardare le pareti all’interno del bar, moltissimi quadri, di cui molti ritratti, sono opera sua; si percepisce anche il rapporto speciale che lo lega ai gestori del locale. Prima che mi congedassi, mi ha accennato alla possibilità di ricevere una committenza per un affresco in una casa. L’uomo non smette di stupire. Glielo auguro, di cuore.

Autore: Till Antonio Mola

Buonanotte Fiorellino

Qui Intervista a Andrea Pizzini, nato a Salorno nel 1977 e diplomato alla scuola di cinema ZELIG di Bolzano. Dal 2001 al 2010 ha lavorato come documentarista realizzando vari lavori in Sudamerica, Africa e Australia. Dal 2011 al 2020 ha vissuto ad Anversa lavorando come fotografo. Nel 2021 è tornato a vivere in Alto Adige. Durante la pandemia ha realizzato il progetto “Wellenbrecher” all’interno della terapia intensiva di Bolzano.

La cosa di me che mi piace di più.
Non mollare mai.

Il mio principale difetto.
Non mollare le cose che dovrei mollare 🙂

Il mio momento più felice.
La prima volta che i miei due bimbi hanno giocato assieme.

Da bambino sognavo di diventare…
Astronauta. 

Il capriccio che non mi sono mai tolto.
Mangiare la cioccolata.

Per un giorno vorrei essere…
Uno scienziato di fisica quantistica.

Sono stato fiero di me quella volta che…
… a 29 anni ho mollato tutto e tutti per ricostruire la mia vita da zero.

La prima cosa che faccio al mattino.
Mi faccio un cappuccino.

I miei film preferiti.
Interstellar, Arrival e Contact.

Il superpotere che vorrei avere.
Viaggiare attraverso l’universo. 

Il mio sogno ricorrente.
Una volta all’anno rivivo gli esami a scuola. Un orrore!

La mia occupazione preferita.
Leggere, leggere e leggere.

Il mio ultimo acquisto.
Una mountain bike. 

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?
Che ogni stagione è bella. 

Amo il mio lavoro perché…
… mi permette di conoscere mondi nuovi.

L’errore che non rifarei.
Comunicare troppo sui social network.

L’ultima volta che ho pianto.
Quando ho avuto un burn-out tremendo.

Il mio motto.
Non credere in nulla, ma provare tutto!

La massima stravaganza della mia vita.
Licenziarmi da un lavoro ben pagato per andare a camminare in Amazzonia.

L’oggetto a cui sono più legato.
Nessuno, non ho niente a cui sono legato.

Il mio primo ricordo.
La canzone “Buonanotte Fiorellino” sentita in una stanza d’albergo a Venezia.

3 maggio 1945

Recentemente è stato presentato un bel volume, scritto da Carlo Romeo e Mario Rizza, dedicato al 3 maggio 1945 a Bolzano. Si trattò di una giornata tragica che fece 36 morti e quasi 60 feriti tra partigiani e civili, donne e bambini compresi. Molti anziani se lo ricordano ancora oggi, quel terribile giorno. In particolare la mattinata di sparatorie, rappresaglie e rastrellamenti, quartiere per quartiere, strada per strada, in alcuni momenti anche casa per casa. Tra i numerosi episodi che insanguinarono la nostra regione nei giorni di fine guerra, tra mobilitazione partigiana e aggressiva ritirata tedesca, quello del Tre Maggio a Bolzano (e in parte Merano) fu poi da subito uno dei più controversi. E il libro edito dall’Archivio Storico del Comune di Bolzano – la cui direttrice intervistiamo su QuiBolzano e QuiBassaAtesina (ndr per il lettori di QuiMerano l’articolo è visibile su quimedia.it) – mira a ricostruirlo, presentandolo nei suoi vari aspetti. Dopo l’8 settembre 1943 a confrontarsi spesso in maniera violenta furono le due diverse anime della nostra terra. Ma nella lettura del libro di Romeo e Rizza a colpire oggi sono altri aspetti.
Innanzitutto i nomi delle vittime, dei feriti, dei partigiani. Tra essi molti di noi scorgono successivi volti noti della città come il futuro sindaco Luciano Bonvicini, Cesare Lettieri, Bruno Zanoni, ma sono anche identificabili cognomi noti come vicini di casa, amici di famiglia, in alcuni casi anche parenti. Insomma: quelli eravamo noi, non altri. La nostra vita, vita reale.
In secondo luogo nel libro colpisce la descrizione della guerriglia urbana e dei rastrellamenti compiuti dall’esercito tedesco in ritirata, con tanto di carri armati, riguardante le strade e le vie dove noi normalmente oggi abitiamo, lavoriamo, andiamo a fare la spesa. Particolare impressione a me in particolare ha suscitato leggere e ricordare che uno dei principali teatri degli scontri fu l’asse di Via Volta in zona industriale a Bolzano, il luogo dove si trovano gli uffici di questo giornale. A 80 metri da dove sono state scritte queste righe ad un certo punto di quel tragico 3 maggio vennero fucilate (dal mitragliatore di un’autoblindo) 20 persone, di cui ne morirono 11. Leggendo di quei fatti inevitabilmente il pensiero va alle città ucraine che in questi giorni stanno vivendo lo stesso destino, non per un giorno ma per mesi interi.
Furono anni a dir poco intensi, quelli. 13 mesi dopo era il 2 giugno e di nuovo finalmente si poté votare, ma non in Alto Adige il cui destino non era stato ancora definito. Le prime elezioni politiche nazionali che ci videro protagonisti furono il 18 e 19 aprile del 1948. E da lì a poco arrivarono le prime elezioni comunali e provinciali.

Autore: Luca Sticcotti

Giovani, termometro della società

Oliver Schrott ha vinto il Premio Solidarietà del Comune di Merano per il suo impegno nel mondo del sociale e dell’associazionismo. Direttore dello Jugenddienst, lavora a contatto con i ragazzi tutti i giorni dando vita a numerosi progetti e attività. Ci ha raccontato il suo punto di vista sul rapporto tra i giovani e la città.

“Ha dedicato la sua vita ai bisogni e alle preoccupazioni dei bambini e dei giovani, svolgendo il suo lavoro con cuore, convinzione e anima, prestando servizio anche come volontario. È sempre in prima linea per reagire alle ingiustizie sociali, cercando non solo di parlarne, ma anche di dare segnali visibili o di incoraggiare nuovi progetti. Con il suo impegno ha contribuito in modo significativo alla prosperità della nostra comunità”. 

È con queste parole di elogio che il sindaco di Merano Dario Dal Medico ha consegnato, lo scorso 29 marzo, il Premio Solidarietà 2020 a Oliver Schrott, direttore dello Jugenddienst e importante figura nel panorama sociale e associazionistico del Burgraviato. Schrott, meranese classe ‘74, lavora da più di vent’anni a contatto con bambini e ragazzi, e nessuno meglio di lui ha potuto osservare la trasformazione delle nuove generazioni e i nuovi approcci al mondo che gli circonda. “I ragazzi sono il termometro della nostra società: se loro stanno bene, il futuro sarà radioso per tutti”.

Oliver Schrott, quanta emozione c’è stata nel ricevere questo premio?
Tanta, ero sorpreso ed emozionato, non me lo aspettavo affatto. Sono rimasto contento perché non ne avevo mai ricevuto uno ed è stato un bel riconoscimento che ripaga per tutti questi anni d’impegno nel campo sociale. 

Di che cosa si occupa lo Jugenddienst?
L’associazione compirà l’anno prossimo 40 anni e si occupa di accompagnare e supportare diverse iniziative dedicate al mondo giovanile. Cerchiamo di essere presenti a 360 gradi al fianco dei ragazzi e il nostro lavoro quotidiano spazia su più frangenti. Passiamo dall’occuparci di tutto quello che concerne la burocrazia con i Comuni, alle attività sociali di integrazione dei giovani nel mondo dello studio e del lavoro, con progetti come la cura del giardino Soulgarden o quello della “Tenda di Abramo”, con cui consegniamo alimenti a persone bisognose. Siamo attivi anche nel volontariato e in diversi progetti dedicati alla sostenibilità, mentre con la Kija svolgiamo attività ecclesiastiche. Negli anni abbiamo creato anche una rete forte con i centri giovanili e con gli streetworker, figure chiave che scendono in strada a cercare di aiutare i ragazzi più difficili. Infine, abbiamo una serie di attività estive, tra cui camp e gite.

Merano è stata al centro della cronaca per diversi episodi di bullismo e baby-gang. Da dove nascono questi fenomeni?
Purtroppo sono sempre esistiti, ma internet, i social e la pandemia hanno contribuito a farli degenerare. Lavoriamo ogni giorno con ragazzi che vivono situazioni difficili e molti di loro reputano tali azioni come un vanto, un qualcosa per cui farsi notare e finire sui giornali. Hanno bisogno di sentirsi qualcuno, emulando atteggiamenti che vedono sui social. Gran parte di loro se presi singolarmente sono molto bravi e intelligenti, mentre in gruppo si trasformano e si fanno trascinare. 

Che soluzioni ci sono per arginare il problema?
Bisogna continuare a lavorare con loro, investendo su tempo e persone che stiano al loro fianco e facciano capire loro cosa è bene e cosa è male. Bisogna guidarli lungo nuove vie alternative, mostrando che c’è altro oltre alla violenza. In tal senso gli streetworker stanno facendo un lavoro enorme, sia d’ascolto che di consiglio. Molti psicologi ci hanno avvertito che in futuro il fenomeno potrebbe peggiorare, perciò è necessario intervenire il prima possibile su tutti i fronti per non farci trovare impreparati un domani.

Merano è una città a misura di giovane?
Non ancora, bisogna lavorarci. Offre possibilità sia dal punto di vista lavorativo che di svago, ma entrambe non sono abbastanza valorizzate. In primis bisognerebbe smettere di creare distinzioni tra i gruppi linguistici. Bisogna poi individuare i luoghi adatti in cui far sfogare i ragazzi, senza il rischio di scontri con i residenti che cercano solo quiete. Ma per questo serve anche una mano dalla politica. 

Il rischio non è quello di una ghettizzazione dei giovani?
Certo, ne siamo consapevoli. I ragazzi dovrebbero rappresentare un valore aggiunto per la comunità ed essere integrati al suo interno. Spesso si dà più attenzione alle esigenze dei turisti che vengono da fuori, confinando i gruppi di ragazzi fuori dal centro storico. È un problema diffuso, i tavoli di confronto potrebbe aiutare per cercare nuove soluzioni.

Nell’ultimo periodo avete avuto a che fare anche con giovani ucraini?
Sì, e non è facile perché sono fragili psicologicamente e segnati dal conflitto. Alcuni hanno esternato il desiderio di tornare in patria per combattere, altri non vogliono dividersi dalla madre.Vivono in uno stato di paura ed è una situazione delicata, per questo stiamo cercando di capire quali sono le attività adatte per loro. Ma abbiamo riscontrato anche una forte solidarietà da parte di chi si è già integrato: alcuni ragazzi ucraini già residenti a Merano ci hanno aiutato a mediare con i nuovi arrivati, superando le barriere linguistiche.

Qual è l’aspetto che preferisce del suo lavoro?
Amo la vivacità del mio lavoro, il non essere costretto a rimanere ancorato ad un punto fermo. I giovani sono attivi, hanno tanta energia e da loro si può imparare tanto. È un arricchimento personale. Creare progetti e vederli concretizzati è una gioia perché capisci che i ragazzi che hai di fronte si stanno impegnando per diventare cittadini migliori in futuro.

Autore: Alexander Ginestous

La zeolite

La zeolite o zeolite cubana è un minerale, una roccia sedimentaria, formatosi milioni di anni fa e di origine vulcanica. La zeolite è dotata di una struttura cristallina e microporosa a base di alluminosilicato e può essere sia di origine naturale che sintetica. Essa si presenta come una polvere sottilissima di colore bianco. Grazie alla sua versatilità trova largo impiego in molti settori, dall’industria petrolchimica alla produzione di detergenti (contro il calcare), all’addolcimento delle acque e alla depurazione delle acqua nere, dall’asfaltatura a freddo alla medicina (ghiaccio secco) e alla zootecnia (mangimi e lettiere per animali); è stata impiegata, inoltre, per estrarre sostanze radioattive dopo il disastro di Fukushima in Giappone.
Da qualche anno la zeolite naturale (clinoptilolite) spopola anche nel BalconORTO e più in generale in agricoltura come corroborante e potenziatore delle difese delle piante. Miscelata alla terra nei vasi in primavera e aggiunta nell’innaffiatoio aumenta la ritenzione idrica, rivitalizza e combina i microelementi del terriccio e riduce sensibilmente la frequenza delle annaffiature. La zeolite nebulizzata per via fogliare ha l’effetto di asciugare l’umidità sulle foglie, di prevenire le malattie fungine – oidio e peronospora in primis – di creare una barriera contro i parassiti (afidi e acari), di cicatrizzare ferite da taglio o dovute alle intemperie, di stimolare la fotosintesi, di proteggere le piante dalla luce solare e dalle scottature, di abbassarne la temperatura, e, di far assorbire, grazie alle sue qualità di ottimo scambiatore di ioni, elementi minerali secondari indispensabili, come il calcio; nel caso dei pomodori di evitarci il famoso marciume apicale dei frutti. Abbinata al bokashi liquido ed al guano ci libererà finalmente dall’uso abitudinario dei noti concimi NPK (azoto/fosforo e potassio) che così tanto bene alla natura non fanno. La zeolite è un’ottima strategia anche per abbandonare il verderame o poltiglia bordolese per gli stessi motivi.
NB: questa farina di roccia vulcanica dalle molteplici proprietà è basica! Quindi per chi ha grandi superfici coltivabili è essenziale, prima di farne uso, richiedere un’analisi del terreno per capire se esso tenda all’acido o al calcareo per orientarsi nelle dosi. Lo stesso discorso vale anche per chi ama le piante acidofile. Come tutte le cose che fanno bene è opportuno non eccedere ed in caso di vaporizzazione tramite soffietti si consiglia l’uso di una mascherina a protezione delle vie respiratorie.

Autore: Donatello Vallotta

“La mafia non è solo un affare siciliano”

Una Festa della Repubblica all’insegna del trentesimo anniversario delle stragi di mafia a Palermo (maggio e luglio 1992). L’occasione giusta per riflettere sul ruolo delle Istituzioni democratiche delle quali Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e le donne e gli uomini che morirono con loro furono fedelmente al servizio.

“Nel 1992”, ha ricordato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, “Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vennero colpiti perché, con professionalità e determinazione, avevano inferto colpi durissimi alla mafia, con prospettive di ulteriori seguiti di grande efficacia, attraverso una rigorosa strategia investigativa capace di portarne allo scoperto l’organizzazione. La mafia li temeva per questo: perché capaci di dimostrare che non era imbattibile e che lo Stato era in grado di sconfiggerla attraverso la forza del diritto”.
Il diritto – che non è semplicemente l’insieme di leggi e regolamenti, con tutte le lacune del caso – è ciò che i cittadini, soprattutto quelli più deboli, hanno a disposizione per veder riconosciuti e difesi i propri diritti. Il diritto è l’unico modo per opporsi in modo legittimo ed efficace alla violenza, alla prevaricazione, all’arroganza di chi usa e abusa del potere per i propri interessi o per gli interessi della propria parte.
“La mafia non è solo un affare siciliano”, ha ricordato a Palermo il presidente Arno Kompatscher. E non si tratta solo di criminalità organizzata, ma di uno stile, di una cultura: o con noi (sottomessi e in silenzio) o contro di noi (da isolare, da eliminare). Il diritto ha una sua forza intrinseca, ma ha bisogno, per divenire effettivo, di istituzioni sane, di cittadini consapevoli del proprio ruolo, di una cultura della legalità.
Falcone, sottolinea Mattarella, ebbe “la determinazione di fare giustizia, facendo prevalere il diritto, ripristinandolo. Per consentire alle persone pienezza di libertà e maggiori opportunità di futuro contro la presenza delle mafie che ne ostacola e talvolta ne impedisce l’effettiva libertà”.
“La fermezza del suo operato nasceva dalla radicata convinzione che non vi fossero alternative al rispetto della legge, a qualunque costo, anche a quello della vita”.

Autore: Paolo Bill Valente

Le liti dei carrettieri di Laives

Grazie alla presenza dell’approdo di Bronzolo all’altezza dell’attuale ponte di Vadena, dove si trovava la Dogana e da dove partivano le zattere in direzione di Verona, Laives godette per secoli di una sorta di privilegio sul trasporto delle merci imballate da e per Bolzano. 

Bolzano, si sa, era centro fieristico dal XIII secolo e i grandi mercati annuali erano ben quattro. I carrettieri ammessi alla “Rod” o “Rott” (così si chiamava la corporazione regolamentata da un apposito statuto) che dovevano presentarsi con i loro carri trainati da buoi o cavalli ogni mattina presso la Pesa in piazza del Grano, erano complessivamente 32. Insomma: quasi tutti i masi di Laives con esclusione di quelli di Montelargo e Seit. La “Rodfuhr”, ossia il trasporto mediante carrettieri locali (oggi li chiameremmo padroncini) che trasportavano la merce da un deposito (denominato Ballhaus, in quanto i colli erano “imballati” – ne esisteva uno anche a Laives presso il maso Pallmann o Thurner) a quello successivo, era un’organizzazione transalpina che gestiva il trasporto delle merci da Augsburg / Augusta a Venezia e viceversa. 

Il nome derivava dal latino “rota”, in quanto i carrettieri si disponevano in fila o cerchio – proprio come gli odierni taxi – in attesa del proprio turno. Il privilegio dei “Rottleute” terminò nel 1806 con l’arrivo dei Franco-Bavaresi.

Come si sa, il legname della Val d’Ega transitava attraverso la Vallarsa e finiva in una delle tre Reif (i veronesi le chiamavano “vodi”) presenti sul territorio: la maggiore, del Principe-Vescovo di Trento (in mano ai Lichtenstein), si trovava sotto la Pfleg, a suo tempo vero e proprio castello fortificato al pari del castello sul Peterköfele. Accanto a loro, nacquero altre due Reif: quella dei contadini di Nova Ponente, che mal sopportavano il dominio dei Lichtenstein, si trovava in fondo a via Marconi, la terza, forse più piccola ma anche l’ultima a chiudere nel XX secolo, presso il maso Goldegg, sopra il vecchio cimitero.

Il legname doveva arrivare al “Domm dell’Ades” attraverso la “Liefergasse” (vicolo degli spedizionieri, odierna via Vadena) e vi erano quattro masi che avevano acquisito una sorta di privilegio in questo settore: il Pflegerbaumann, lo Stampfler, l’Aichner e il Kirchmayr o Kalcher. Ovviamente non mancavano le liti con i contadini che “di strafugo” (o “in nero”, come si direbbe oggi) prestavano lo stesso servizio a un prezzo inferiore. 

Quando le parole non bastavano, si passava alle vie di fatto e non erano rare le zuffe che a volte finivano anche nel sangue. Questi carrettieri erano chiamati Reif-Tschanderer, termine per il quale non esiste un corrispettivo italiano. Il verbo “tschandern” significa più o meno trascinare rumorosamente, per cui si potrebbe tradurre con “strozzegar”.

I Rottleute e i Tschanderer erano in lite perenne per la manutenzione della strada d’accesso al porto. Infatti, i primi accusavano i secondi di utilizzarla abusivamente e di danneggiarla con lo strascinamento dei pesanti tronchi. Perciò pretendevano che partecipassero alla sua manutenzione e intentarono varie cause per difendere le proprie ragioni.

Autore: Reinhard Christanell