Uno sguardo diverso sull’anno passato

Capita anche a tutti, a fine anno, di sentirti appesantiti dagli eventi accaduti e di aspettare l’inizio dell’anno nuovo come fosse una nuova porta che si apre per farti entrare in uno spazio di possibilità.
Tutti noi, familiari e “carepartner” di persone che vivono con demenza, abbiamo lasciato alle spalle 365 giorni in cui la vita ci ha lanciato nuove sfide, ci ha fatto qualche “sgambetto”, lasciandoci forse quella sensazione di vuoto e di stanchezza che rendono le giornate più impegnative da vivere e la tendenza a lamentarci.
L’insieme delle esperienze dell’anno passato assomiglia ad uno stagno pieno di acqua torbida nel quale diventa complesso distinguere cosa pulsa di buono in profondità, perché il fango ne oscura la limpidezza.
Vivere accanto ad una persona con demenza richiede molte energie e la stanchezza davvero a volte può intorpidire il nostro presente e anche il nostro passato.
Alla luce di questo “sentire”, come possiamo filtrare l’acqua di questo stagno per vedere con più chiarezza attraverso essa, per poter riconoscere la natura di ogni momento vissuto e lanciare così uno sguardo diverso all’anno passato?
La gratitudine è il nostro filtro, il setaccio attraverso il quale far scorrere il nostro vissuto depurandolo da ciò che lo rende inafferrabile, incomprensibile, illogico.
Ecco perché in questo articolo ti propongo un paio di occhiali e due paia di scarpe per guardare al tuo 2021 e per spalancare il cuore al 2022: gli occhiali sono rappresentati dalla gratitudine che scientificamente è l’emozione più potente capace di trasformare la biochimica del nostro corpo, mettendo in circolo delle molecole straordinarie che diventano i mattoni per costruire il nostro benessere. Non si tratta di una magia, è la fisiologia stessa del nostro corpo che per “stare bene” ha bisogno di produrre neurotrasmettitori specifici come la serotonina e le endorfine che influiscono sul benessere sia psicofisico che emozionale e sulla creazione di relazioni più profonde e soddisfacenti.
Accompagnare noi stessi a coltivare la gratitudine diventa una strategia per vivere in pienezza le giornate e per leggere gli eventi passati con gli occhiali speciali della riconoscenza.
Da dove iniziare?
Munisciti di quaderno e penna, scrivere ti aiuterà a rischiarare le acque torbide dello stagno facendo sedimentare il fango e brillare l’acqua di rinnovata purezza.
Creati uno spazio: uno luogo fisico ed uno spazio temporale da dedicare ad una “re-visione consapevole” del tuo 2021. Regalati alcuni momenti in cui ri-guardare a quanto accaduto nel corso dell’anno appena trascorso scegliendo di indossare occhiali nuovi.
Ripercorri il tuo anno: con l’aiuto di fotografie che hai scattato o appunti nel tuo diario o sul calendario, vai alla ricerca delle esperienze che hai vissuto. Metti a fuoco ogni momento, i fatti e le emozioni che hai vissuto che forse risuonano ancora dentro di te.
Soffermati sulle esperienze che “senti” essere state più significative per te, lasciandoti sensazioni piacevoli. Rispetto a queste, per che cosa in particolare ti senti grata/o? Quali persone hanno contribuito a rendere “bello” quel momento? Le hai ringraziate esplicitamente per la gioia che ti hanno donato? Qual è stato l’ingrediente speciale che ha reso memorabile l’istante?
Scrivi sul tuo quaderno le tue riflessioni.
Ora dirigi la tua attenzione a ciò che ti ha fatto soffrire, fisicamente o emotivamente. Inforca bene i tuoi occhiali della riconoscenza e impegnati a scorgere in quella particolare situazione alcuni elementi per cui essere grata/o. Lo so, è una sfida, ma se non ti fermi di fronte all’apparente incongruenza di questa richiesta, potrai realmente sperimentare il potere trasformante di ogni lezione che la vita offre. Chiediti. Quale aspetto di quell’esperienza mi ha richiesto di dare il massimo di me stessa/o?
Posso essere riconoscente a me stessa/o di essere riuscita/o a trovare in me le risorse per attraversare quella situazione? Quali aspetti che dipendono da me sono migliorabili? Cosa mi ha insegnato quell’esperienza? Come mi ha fatto crescere? Posso custodire questo dono con cura in modo da avere nel mio bagaglio uno strumento in più per vivere le prossime esperienze facendone tesoro?
Il filtro della gratitudine ripulisce il passato e ci fa guardare al futuro con più chiarezza. La ricerca ha dimostrato nei suoi innumerevoli studi a riguardo, che allenare uno sguardo grato nella vita di tutti i giorni riduce lo stress e ha un ruolo importante nel superare i traumi aumentando la resilienza.
E le scarpe? Ecco due paia di scarpe speciali. Le modalità per allenare il muscolo della gratitudine sono molteplici e se scegli di farla diventare una dei protagonisti della tua vita, ecco un paio di suggerimenti:
Dai un perché al tuo grazie: M. Seligman, principale esponente della psicologia positiva, dice “quando dici grazie dillo con profonda consapevolezza, dillo guardando la persone negli occhi, dillo mantenendo un po’ lo sguardo, fai un piccolo sorriso, ma soprattutto non dire mai solo grazie.
Di anche “ti sto ringraziando perché”, mettendo accanto sempre il tuo perché. Questo scatenerà qualcosa di magico nella relazione tra te e l’altra persona. Ogni grazie senza un perché è un grazie vuoto, è un grazie di buona educazione, ma non è un grazie che arriva al cuore dell’altra persona. Allenati a dire grazie con il tuo perché. Dillo alla cassiera, al barista alle persone di cui hai cura. Allora la gratitudine diventa un atto rivoluzionario di cambiamento, per te e per gli altri.
La pietra della gratitudine: aiuta te stesso a ricordare il proposito di avere uno sguardo grato alla vita, ponendo sul tuo comodino una pietra in modo visibile. Alla sera appoggiala sul palmo della mano e chiudi le dita. Ripensa alla tua giornata e distilla con cura ogni cosa per cui essere grata/o. Ricerca nelle cose più semplici, nel sorriso di riconoscenza del tuo caro quando hai cura di lui, nella telefonata di un’amica, nel sapore speciale del piatto che hai preparato, nella pagina di un libro, nelle comodità che ti offre la tua casa. Tutta la tua giornata ti può suggerire infiniti motivi di gratitudine. Quando mentalmente hai terminato il tuo elenco, porta la mano con la pietra nel tuo cuore accompagnando il gesto con un sorriso.
Giorno dopo giorno, la gratitudine, come un pennello colorato, tingerà le tue giornate di nuovi colori e donerà vivacità alle tue esperienze permettendoti, alla fine del prossimo anno, di guardare al tempo trascorso pronunciando quel “grazie” capace di trasformare ogni evento in una opportunità di crescita.

Autrice: Roberta Lenzi Sente-Mente Felicitatrice

La montagna incantata

D’inverno la vita è dura, su questa montagna. I rigori della stagione morta e l’abbandono dei luoghi incutono timore. L’esistenza, dove ne rimane traccia, pare appesa al filo di una speranza sepolta sotto la coltre di neve sonnacchiosa.
Raggiungere questo sito sperduto in cima al Montelargo, la montagna “incantata” dalla caratteristica cupola che sovrasta l’abitato di Laives, non è facile. Quando finalmente ci si arriva – salendo dal fondovalle o scendendo dagli ultimi due masi di Nova Ponente – per prima cosa ci si chiede come abbiano fatto gli “uomini del passato” (dell’età del ferro, si suppone, o forse, ancora prima, antichi cacciatori nomadi che nella bella stagione inseguivano le loro prede tra Corno Bianco e Latemar) a scovarlo e adattarlo alle loro esigenze abitative, religiose o funebri. Una risposta plausibile per ora non c’è, dato che a tutt’oggi non se ne conosce neppure l’esatta destinazione. Insediamento montano protetto (ma da quali pericoli?), come lascerebbe suppore la doppia e massiccia cinta muraria? Appartato luogo di culto affacciato sulla stupenda vallata dell’Adige? Riparo temporaneo di qualche stirpe eletta? Tutte le ipotesi sembrano attendibili e allo stesso tempo insufficienti a chiarire l’enigma. Le domande aperte rimangono molte, anche perché, nonostante sia conosciuto dagli anni trenta del secolo scorso, il sito non è mai stato esplorato a fondo.
Attraversando con passo attento la stretta e accidentata lingua di terra affacciata sulla vertiginosa Vallarsa per raggiungere le mura di cinta e poi il cuore di circa sessanta metri quadri dell’antica cittadella di pietra (dove spicca un singolare “altare” di porfido), si rimane colpiti dall’atmosfera magica del luogo. Ogni pianta, ogni zolla di terra, ogni pietra sembra avere un segreto da preservare. La meraviglia è grande, la solitudine del bosco di pini, querce e sorbi selvatici invulnerabile. Gli enormi accumuli di pietre e i grossi massi che formavano i muri in parte crollati del castelliere non fanno che conferirle un alone di solenne eternità al sito.
Ci si muove in punta di piedi, si parla sottovoce, ogni cosa sembra appartenere agli spiriti che ora aleggiano tra muschi e radici, foglie secche e licheni. Non si andrebbe più via da questo luogo, il cui mistero sembra insondabile. Ti cattura per sempre questa sacralità semplice e profonda, le divinità pagane di tutta la valle sembrano essersi ritirate su questo monte che osservato dal fondovalle nulla tradisce della sua peculiarità.
Ai nostri piedi, lontana e allo stesso tempo vicinissima, la cittadina di Laives. Forse sono scesi da questo monte i suoi primi abitanti, qualche migliaio di anni fa. Al ritorno, andiamo a cercare le poche righe con cui sulla rivista “Der Schlern” Peter Eisenstecken, esploratore bolzanino, descrisse nel 1932 la scoperta di Trens Birg sulla “cupola sacra” sopra Laives. “Il 26 e 27 agosto mi recai con Otto Waldthaler a Nova Ponente (in italiano nel testo, siamo in epoca fascista), presso i masi Prentner e Schadner, per poi raggiungere il sito di Trens-Birg; già nel pomeriggio incominciammo con le ricerche presso il muro orientale.
Lo stesso ha una larghezza di un metro ed è formato da belle pietre squadrate di porfido. Scavammo in profondità, fino alle fondamenta, trovando frammenti di ceramiche e di ossa. Più tardi scavammo presso il muro a meridione, trovammo pochi frammenti di ceramiche. Non c’erano tracce di terra carbonizzata”. Tre anni dopo, anche un altro ricercatore, Georg Innerebner, visitò la Wallburg e ne rimase colpito. Ne disegnò una pianta e la descrisse dettagliatamente. Poi calò il silenzio sul luogo, fino a quando negli anni settanta del secolo scorso fu “riscoperto” dagli archeologi Lunz e Dal Rì. Al di là dell’utilizzo abitativo, confermato anche dalla presenza di varie fosse, sembra ormai certa la presenza di roghi votivi: insomma un luogo di culto dove affidare i propri defunti alle premure del cielo che qui, veramente, si tocca con un dito.

Autore: Reinhard Christanell

Canzoni e storie vissute sulla propria pelle

QuiIntervista a Edo Avi, cantautore di Laives, che ha quattro album all’attivo e ha lavorato con personaggi come Max Marcolini, arrangiatore e produttore di Zucchero. Tre suoi singoli si sono piazzati nella classifica radiofonica della Indie Music Like. Quando non scrive musica Avi ama dipingere quadri dalle tinte forti che ritraggono figure malinconiche.

La cosa che più mi piace più di me.
Riesco sempre a rialzarmi.

Il mio principale difetto.
Mi fido troppo di tutti. In alcuni casi ci vorrebbe un po’ di cautela.

La cosa che più mi piace più di me.
Riesco sempre a rialzarmi.

Il mio principale difetto.
Mi fido troppo di tutti. In alcuni casi ci vorrebbe un po’ di cautela.

La volta che sono stato più felice.
Tutte le volte che sono stato innamorato.

Da bambino sognavo di diventare…
Un campione di Motocross.

L’errore che non rifarei.
Credere che i meriti vengano sempre riconosciuti.

La persona che ammiro di più
Quella che sa andare per la propria strada, senza preoccuparsi di dove vanno gli altri.

Un libro da portare sull’isola deserta.
‘Il mondo secondo Garp’ di John Irving, uno dei miei autori preferiti.

La mia occupazione preferita
Scrivere canzoni.

Il Paese/luogo dove vorrei vivere.
Un paese in cui tutte le persone che incroci ti sorridono e ti salutano.

Il colore che preferisco.
Il rosso.

Il mio piatto preferito.
Baccalà alla trentina, cucinato da mia madre.

Il mio musicista preferito.
Neil Young. Ha reso speciale la mia adolescenza e segnato la mia strada.

Il mio pittore preferito.
Modigliani. Potrei stare delle ore davanti ad un suo dipinto.

Non sopporto…
I prepotenti, gli arroganti, i violenti, gli ipocriti, i maleducati, i millantatori… quanto spazio ho? 🙂

Dico bugie solo…
A fin di bene.

La disgrazia più grande.
Non riuscire più a sognare.

Il mio primo ricordo.
Uno sconosciuto che mi ha insegnato ad andare in bicicletta.

Per un giorno vorrei essere.
Un uccello.

Nel mio frigorifero non manca mai…
Lo spazio. è sempre vuoto.

Se fossi un animale sarei…
L’Araba Fenice.

In famiglia mi chiamano.
Edoardo.

Il mio motto.
Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.

Autrice: Caterina Longo

“Asib invecchiare bene” chiude i battenti

Dopo dieci anni di attività, centinaia di iniziative e conferenze pensate e organizzate per aiutare le persone ad invecchiare con consapevolezza e meglio, Asib chiude i battenti. La notizia è giunta come un fulmine a ciel sereno fra gli over della città in riva al Passirio, ma secondo la sua presidente e fondatrice, Maria Luisa Bucella, “c’era troppo stress, troppa burocrazia e nessun successore. Così ho formalmente sciolto l’associazione”.

Presidente Maria Luisa Bucella, cosa è successo? Davvero l’Asib non esiste più?
È così, e me ne dispiaccio. In qualità di presidente ho portato a termine tutte le formalità burocratiche. È un peccato, lo so: in molti negli anni hanno sostenuto l’Associazione, ma ultimamente – soprattutto a causa della pandemia e dei giusti timori che ne derivano – coinvolgere persone in attività sociali è sempre più complesso. Meno pubblico e meno attività comportano meno sovvenzioni, e il gioco si fa sempre più duro. Ma questo non è l’unico problema. Ho lavorato alacremente per Asib – aiutata da preziosi collaboratori, in particolare modo dall’amica Paola Colognesi – e gli anni avanzano per tutti, ma io dall’Associazione ho imparato proprio ad invecchiare bene. Dunque dico basta al troppo lavoro, al troppo stress e alle troppe cose da fare. Tenersi impegnati nella terza età è fondamentale. Ma essere costretti a correre a destra e a sinistra e soprattutto scontrarsi con la burocrazia che ogni anno diventa sempre più digitale e – per quanto mi riguarda contorta – va meno bene, Ne posso tranquillamente fare a meno.

Lei è la fondatrice dell’associazione, giusto? 
Sì, Asib è figlia mia! Avevo un’anziana zia che ha trascorso gli ultimi dieci anni della sua vita in una casa di riposo; andavo ogni giorno a trovarla, con lei ho vissuto la quotidianità degli anziani, accompagnandola spesso in ospedale. Un giorno, parlando con il primario dottor Christian Wenter, l’ho sentito dire “Ci piacerebbe avere del tempo per insegnare alla gente come invecchiare bene”. Una frase che mi ha colpito e che mi è rimasta in testa. Ho pensato: bisogna darci una mossa prima di arrivare alla fine. Così, due mesi dopo la scomparsa della zia, ho depositato l’atto di costituzione di Asib – Associazione di promozione sociale “Invecchiare bene”. Non sapevo bene cosa e come l’avrei fatto, ma sapevo che volevo organizzare conferenze di tipo medico / preventivo e attività motorie per anziani. Ho coinvolto moltissime persone: esperti, medici e luminari. La missione di Asib aveva colpito tutti e il cento per cento dei relatori che negli anni hanno tenuto conferenze e mediato tavole rotonde ha sempre dato la propria disponibilità in forma gratuita. 

E il successo non si è fatto attendere…
Abbiamo avuto un gran successo fra i soci, è vero. L’ultima conferenza che abbiamo organizzato, ad esempio, riguardava i disturbi dell’ansia. In sala civica c’erano oltre settanta persone: numeri davvero importanti, soprattutto in periodo di Covid.

E adesso che cosa farà? 
Non mi piace stare con le mani in mano, lo sanno tutti. Adesso mai dedico un po’ a me stessa e poi ci penserò. 
Certo, nell’ultimo anno ho sperato che qualcuno si facesse avanti per subentrarmi in questo progetto che tanto ho amato, ma non è successo. Asib non esiste più, ma mi auguro che i suoi valori le sopravvivano.
E se un domani una nuova associazione volesse attingere all’eredità di “Invecchiare bene”, ai suoi valori, alla sua storia e all’esperienza della sua presidente, sapete dove trovarmi!

Autore: Luca Masiello

Un territorio a più velocità

Anche quest’anno vi offriamo il nostro sguardo retrospettivo sugli ultimi 12 mesi, vissuti attraverso le notizie più importanti rilanciate dai media e che hanno calamitato in un modo o nell’altro la nostra attenzione. In questo caso il nostro interlocutore è Luca Barbieri, un giornalista di origini venete esperto di innovazione, che da 10 anni ha scelto di risiedere nella nostra terra e ci aiuta a leggere il nostro mondo anche un po’… “da fuori”.

Il 2021 in realtà aveva preso il via con la tragica vicenda che vide protagonista la famiglia Neumair Perselli.
Già. Negli ultimi giorni però mi hanno colpito le dichiarazioni da parte della famiglia che dice di essere stata “curata” dall’affetto della città. Devo dire che rispetto ad altri contesti, a livello altoatesino c’è stato un miglior rispetto della privacy e il senso di comunità è emerso. 

Nel 2021 la realtà altoatesina come ha reagito al secondo anno di pandemia?
Si è evidenziata una frattura all’interno della società che prima era rimasta sotto traccia. Ai vertici della Provincia ci sono figure dell’ambito scientifico e politico che sono ancora sotto shock; si erano illuse che l’Alto Adige fosse molto più “moderno” di quanto invece è stato appurato. Anche a chi viene da fuori risulta evidente che quello altoatesino è un territorio a due velocità: c’è infatti una parte della popolazione che ha solide tradizioni e ottimi principi, ma vive in una sorta di “pensiero magico”. Faticano molto, queste persone, a credere nell’oggettività della scienza e al valore del metodo scientifico in particolare. Hanno creato scorciatoie che le portano a decisioni che in realtà non hanno nessun fondamento, ma sono ancorate ad un immaginario identitario. Occorrerà valutare attentamente gli effetti che questo meccanismo produrrà in futuro sulla società altoatesina. La ritrosia rispetto alla vaccinazione penso lascerà il segno nelle famiglie, nei contesti sociali e anche nei luoghi turistici che hanno maggiormente sofferto. Negli ultimi mesi l’immagine tradizionale di un Alto Adige perfetto e super organizzato ha dovuto fare i conti con una certa dose di indisciplina rispetto alle norme stabilite man mano. La comunicazione verso l’esterno deve quindi ora fare i conti con questa novità e il contraccolpo sta portando comunque anche gli altoatesini a rielaborare l’immagine che hanno di loro stessi. La cosa andrà metabolizzata anche a livello politico e non solo in una prospettiva a breve termine.

Per la società e la politica altoatesina in realtà è risultato drammatico soprattutto il muro che si è alzato rispetto ad Austria e Germania. Il Tirolo del Nord e l’Austria hanno spesso agito in direzione ostinata e contraria, mentre da parte della Germania c’è stato quasi un blocco completo del turismo. Sono cambiamenti epocali, che hanno ripercussioni importantissime specie su alcune zone del nostro territorio come la Venosta, il Burgraviato e la Passiria. 
E’ vero, ma devo dire che l’Alto Adige ha passato praticamente indenne la crisi del 2008 e anche durante la prima parte della pandemia tutto sommato ha retto. Se il Covid 19 non durerà ancora tantissimo secondo me la provincia di Bolzano dal punto di vista economico ce la farà a superare l’emergenza. Un’altra questione, come dicevo, è quella culturale e d’immagine. Lì sarà più difficile venirne fuori. In ogni caso la Provincia nel 2021 ha cambiato di molto il suo atteggiamento nei confronti del governo italiano, anche perché con Draghi ci sono stati molti meno margini di manovra per differenziazioni territoriali.

Un altro tema importante del 2021 è stato quello dello sviluppo turistico in montagna e della sua sostenibilità ambientale…
La pandemia ha senz’altro riportato in primo piano il tema della sostenibilità e del ritorno alla natura. Fermando le attività umane la natura ha cercato subito di riprendere il suo spazio, lo abbiamo visto tutti, anche nelle città. Così abbiamo potuto appurare qual è la misura del nostro impatto. Per quanto riguarda la montagna è importante che la gente ci viva e che quindi se ne prenda cura. In Alto Adige il fatto che una parte della produzione industriale sia nelle valli, senz’altro aiuta. Quello che succede nelle province vicine ne è la controprova. Personalmente sono un escursionista amante della natura selvaggia e non amo la montagna luna park e iperservita. Però è anche vero che ci sono dei comprensori vocati ad una specifica attività turistica che devono essere dotati di impianti moderni in grado di garantire una serie di servizi, pur in equilibrio con la natura. Molto più pericoloso è ampliare troppo e spargere tanti microimpianti in giro per il territorio. In ogni caso oggi gli sportivi della montagna sono sempre più propensi a fare esperienze al di fuori degli impianti: lo sci alpinismo dovrà avere più spazi, in futuro. 

Ci vorrebbe un assessorato provinciale alla transizione ecologica…
Sì. Di fatto c’è ed è l’assessore ai trasporti dove sono stati fatti molti investimenti. Il trasporto pubblico in provincia è di serie A+++ rispetto ad altri territori limitrofi. 

Sì, ma la cosa vale solo in parte per la città di Bolzano… A proposito: la sfida della mobilità nel capoluogo sembra essere sempre più una “mission impossible”.
Da questo punto di vista la provincia ha tre distinte dimensioni: Bolzano, il resto del territorio e la A22. L’autostrada, soprattutto a nord di Bolzano, è davvero un terno al lotto. Le aziende sanno che al 90% non possono rispettare un impegno, se questo è legato ad uno spostamento in autostrada a nord del capoluogo. Poi è incredibile la disattenzione quasi “scientifica” che è stata riservata finora nei confronti della mobilità a Bolzano. Le circonvallazioni in provincia sono pazzesche, mentre a Bolzano è esattamente il contrario. Siamo già da tempo ad un livello di non sopportazione, tutti ora vogliono risolvere il problema ma l’ingorgo infrastrutturale che si è creato è talmente grave che sarà davvero difficile trovare una via per risolverlo.

A Bolzano il cantiere per il Waltherpark riuscirà a ripartire?
La tempesta è perfetta, al contrario dei precedenti rendering. Queste sono le cose che succedono quando la politica urbanistica la fanno i privati e non le amministrazioni comunali. Il Waltherpark poi è una doppia scommessa, perché è stato pensato prima della pandemia. è tutto da vedere se la società post Covid avrà ancora quel tipo di esigenze. L’incubo è che rimanga la voragine o che si costruisca, ma poi gli immobili restino in gran parte inutilizzati.

A proposito di altri temi… fondamentali. Per anni abbiamo discusso di toponomastica. Oggi invece si discute della possibile nuova collocazione di Ötzi.
Tra la terrazza di Benko in stile Star Trek sulla città e le altre ipotesi, quella che mi convince meno è quella dell’ex Enel, che dal punto di vista viabilistico mi sembra molto problematica. Mi domando se non abbia più senso lasciarlo lì dove sta.

Aeroporto di Bolzano. Qual è il suo futuro?
Altra scommessa, questa, da considerare alla luce della pandemia. L’impatto sui residenti è tutto da valutare, ma c’è. Una cosa è certa: sulla base dei voli previsti mi sembra che l’aeroporto avrà pochissimo impatto sul tema della mobilità in Alto Adige. Stiamo infatti parlando di microflussi turistici: l’aeroporto non è collegato con hub internazionali in grado di dare un approccio competitivo. In più da Bressanone in su è sempre più vicino Innsbruck. L’aeroporto di Bolzano resterà poco interessante per il sistema produttivo, insomma. 

Le recenti elezioni comunali a Merano: Che tipo di cambiamento si è verificato?
La SVP è riuscita a vincere perdendo. Da non meranese mi dispiace che si sia interrotto quell’esperimento, perché anche in ottica provinciale teneva aperta una strada anche per il futuro. 

Era di fatto una Große Koalition con uno spazio importante riservato all’ottica ambientalista… Ora a Merano resta molto interessante il fatto che in consiglio comunale di fatto le principali forze politiche nazionali in pratica oggi non esistano, o quasi. 
Infatti. Le dinamiche sono comunque altre, anche rispetto al Comune di Bolzano e la Provincia. 

Nella gestione della pandemia l’Euregio ha manifestato la sua inconsistenza. Bolzano, Innsbruck e Trento si sono mossi sempre in ordine sparso. 
Non ci potevamo attendere di più da un progetto che di fatto non è molto di più di un cartello messo lungo l’autostrada. Si tratta solo di un branding amministrativo per il Tirolo antico, ma non ha nessun’altra aspirazione, al di là delle tariffe della mobilità e di qualche altra iniziativa di comunicazione. 

Dei giovani invece di solito si parla solo se disturbano la quiete pubblica, a parte qualche riconoscimento pubblico per i meriti sociali o scolastici…
Parlare di movida a Bolzano fa abbastanza ridere. I problemi vanno relativizzati e comunque manca ancora un’università forte. Insomma: un problema giovani non c’è. Il problema è piuttosto quello di riuscire a valorizzarli come risorse, dando loro la possibilità di esprimersi a livello creativo, attraverso spazi di libertà vera e non “ammaestrata” ovvero finanziata. Giusto è che si facciano un’esperienza del mondo più vasta, riuscendo poi magari a riportarli qui dopo le importanti esperienze compiute all’estero. 

SIAMO INNOVATIVI?
Per Luca Barbieri in provincia di Bolzano sono presenti diverse aziende estremamente innovative e che hanno ulteriori potenzialità di crescita, ma non sono ancora sufficientemente conosciute. Non si tratta solo di ditte nel campo dell’artigianato ma più in generale di realtà industriali che sono riuscite a mettere “a terra” conoscenze tecniche legate alla montagna, ma non solo. In Alto Adige è anche presente un bel sistema di start up, anche se forse un po’ troppo sovvenzionato, dove sono attivi giovani davvero molto in gamba con forti legami internazionali e in alcuni casi anche provenienti “da fuori”. Secondo Barbieri nel prossimo futuro occorrerà riuscire a contaminare un po’ di più queste realtà con il nostro sistema sociale, scolastico e politico. Per il giornalista occorrerà spingere sul concetto dell’imprenditorialità, evitando che i giovani si adagino in un’ottica di assistenza, meccanismo che Barbieri definisce “il male assoluto”. I giovani altoatesini sono spesso in gamba, svegli e internazionali, parlano più di tre lingue e devono poter seguire la loro strada con coraggio, senza condizionamenti, insomma.

Luca Barbieri

CHI E’ LUCA BARBIERI
Consulente per la comunicazione di centri di ricerca, pmi innovative e startup, Luca Barbieri è imprenditore e giornalista. Dopo 13 anni in RCS, dove ha collaborato alla nascita e al lancio di Corriere Innovazione, ha co-fondato Blum, società di consulenza che aiuta imprese innovative e centri di ricerca a crescere attraverso comunicazione, media relation ed eventi. In Alto Adige, dove risiede dal 2012, ha fondato Alto Adige Innovazione e conduce, per RAI Alto Adige, la trasmissione Master Up. Investitore e mentor di numerose startup, insegna Linguaggio Giornalistico all’Università di Padova e Comunicazione dell’Innovazione al MOIM, Master in Open Innovation Management dello stesso ateneo. Il suo nuovo libro, in uscita a febbraio, si intitola “Comunicare Innovazione e Impresa” (Ayros editore).

Autore: Luca Sticcotti

Un’esperienza di teatro sensoriale, racchiusa in una scatola

Andrea Bernard, regista e teatrante, e Salvatore Cutrì, attore formatosi a Napoli, ci raccontano il progetto “Insieme/Zusammen”, ideato in collaborazione con Elena Beccaro e sostenuto nella sua seconda edizione dal teatro Cristallo di Via Dalmazia.

In cosa consiste il progetto?
Il progetto nasce dall’idea di stimolare il pubblico in modo diverso. Volevamo andare oltre al teatro tradizionale e quindi siamo partiti da una domanda: “quando abbiamo smesso di vivere insieme?”. Ci siamo chiesti se il motivo del nostro allontanamento dagli altri fosse solo causa del lockdown o se ci fossero altri motivi più intimi. Questa domanda l’abbiamo racchiusa in una scatola interattiva e l’abbiamo proposta al pubblico. La voce narrante di Sebastian guida lo spettatore, che diventa in qualche modo attore, a compiere un’esperienza unica. 

Com’è nata l’idea?
L’esperienza che abbiamo voluto ricreare è quella di un teatro sensoriale in cui, attraverso l’olfatto e il tatto, viene risvegliata la memoria. Le vicende personali vengono destate attraverso il racconto di una storia che invita lo spettatore ad utilizzare gli oggetti contenuti nella scatola e a rispondere alla domanda posta all’inizio. La scatola nasce quindi da una necessità di arrivare nell’intimità delle persone. Nella sfortuna del lockdown, la fortuna è stata che a Bolzano si sono aperti molti bandi riguardanti il teatro e, grazie alla vincita del bando di Weigh Station, siamo riusciti a realizzare il nostro progetto. 

A quale pubblico vi siete rivolti? 
Il progetto si rivolge a tutti, l’unica parte di pubblico che abbiamo escluso sono i bambini, poiché non sono ancora entrati nella fase di crisi che riguarda l’età adulta e di conseguenza non potrebbero comprendere la performance. In qualche modo quest’esperienza serve per fare tornare bambini gli adulti e per scaturire degli stimoli profondamente ingenui e infantili.

Qual è l’obiettivo del progetto? 
L’obiettivo è lo stesso che ci poniamo ad ogni spettacolo, e cioè smuovere lo spettatore e cercare di provocarlo. La vera arte è quella che muove qualcosa in chi la guarda e che risveglia anche gli animi più assopiti, altrimenti non è arte.

Autrice: Sarah Sartoretto COOLtour

Gabriele Antinarella: artigiano e artista

Gabriele Antinarella, in arte Lele, classe 1938, è un barbiere, un artigiano, ma soprattutto un artista. Si è diplomato al liceo artistico di Carrara e con le sue opere ha allestito diverse mostre. Parallelamente alla sua passione per l’arte ha portato avanti la sua abilità da artigiano aprendo un salone in via Milano nel ’58. Ora che è in pensione ci racconta la sua vita e cosa lo ha ispirato nella realizzazione delle sue opere.

Da dove nasce la passione per l’arte?
Quando ero piccolo andavo a scuola solo a fine anno per farmi dare la pagella. D’inverno non riuscivo a frequentare le lezioni a causa di un problema alla gamba che mi faceva zoppicare, quindi, se nessuno mi accompagnava, era difficile per me arrivare a scuola da solo a piedi. A fine anno, quando riuscivo ad andare, non ci capivo molto delle lezioni e per questo i professori non mi interrogavano. Per passare il tempo mi mettevo a ritrarre sui banchi i profili dei miei compagni di banco, oppure guardavo fuori dalla finestra della scuola e disegnavo la campagna e gli alberi. Mi facevo ispirare da ciò che vedevo.

Cos’è che ti ha portato a riprendere le Semirurali nelle tue opere d’arte?
Quando ho aperto il mio salone stavano iniziando a buttare giù le casette delle Semirurali, il quartiere in cui ero cresciuto, partendo da via Sassari e andando verso via Milano. Io, vedendo questo smantellamento, mi resi conto che i luoghi della mia infanzia stavano sparendo per sempre. Per questo nel mio salone, quando non c’erano clienti, spostavo la tendina e mi mettevo a disegnare. Malgrado le casette fossero tutte simili, il bello era scoprire che ognuno era diversa per la sua posizione e emanavano svariate personalità. Le ho viste crollare tutte, una dopo l’altra fino all’ultima. Fortunatamente questa sono riuscito a filmarla. Quel giorno in cui l’hanno demolita eravamo circa una decina, ma c’era un silenzio di tomba, sembrava un funerale: l’unico suono che si sentiva era il rumore delle gru. Sapevamo tutti che dovevano buttarle giù per forza, occupavano troppo spazio e a quei tempi c’era una grande fame di case.

Quando comincia invece la passione per la cinematografia?
La passione per il cinema inizia sempre dalle casette Semirurali. Il fotografo Gatti mi disse che nel suo negozio gli erano arrivate delle cineprese molto belle e nel 1988, grazie al ricavato del salone, riuscii a comprare la mia prima cinepresa. Mia mamma ha sofferto tanto quando è dovuta andare via dalla sua casetta in via Parma e quindi, armato della mia prima videocamera, chiesi il permesso al geometra del cantiere di entrare a fare delle riprese. Fu la prima cosa che filmai e da lì non ho più smesso.

Avresti mai pensato che tutti i tuoi lavori sarebbero diventati dei documenti così importanti?
In realtà mentre li realizzavo no, l’ho capito solo dopo. Ho compreso anche un’altra cosa: quando le persone vedranno le mie opere e i miei documentari, anche tra venti, trenta o quarant’anni, penseranno a me. Io vivrò finché vivranno i miei lavori, è questo il fascino dell’arte.

Autrice: Sarah Sartoretto COOLtour

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Dall’osservatorio astronomico Max Valier di San Valentino, una coppia di astronomi si accorge dell’esistenza di un meteorite che colpirà in pieno Bolzano in circa sei mesi e che distruggerà completamente l’intero territorio euroregionale. La notizia però non sembra interessare la politica e tantomeno la popolazione, concentrata al momento su problemi più importanti, come la toponomastica e il concerto di Vasco Rossi per 120mila persone che si terrà a maggio nella Trentino Music Arena. Nel dubbio però si sta organizzando un mega-raduno degli Schützen, pronti a colpire il corpo celeste con i loro fucili caricati a salve!

Autore: Roberto Tubaro

Barbieri di quartiere, da tre generazioni

C’è un’attività che, in Viale Druso 88b, si trasmette ormai da tre generazioni. Tutto ebbe inizio quando, nel 1957, Marco Prearo aprì il suo salone di barbieri che oggi, a distanza di 65 anni, porta avanti il figlio Paolo. Anche lui, a sua volta, ha insegnato il mestiere ai propri figli Luca, 16 anni, e Marco, 21 anni; non manca però anche l’aiuto di un terzo apprendista, Filippo. Abbiamo parlato insieme a Paolo Prearo che ci ha fatto luce sul mestiere del parrucchiere, sulla formazione professionale dei giovani che si avviano a questa attività e sul rapporto del salone con il quartiere e i suoi abitanti.

Paolo Prearo, quando ha iniziato a lavorare e dove ha potuto apprendere il suo mestiere? 
Ho iniziato all’età di 15 anni sotto la guida di mio padre; avere un salone di riferimento è essenziale tutt’oggi per avviarsi alla formazione.

E perché? 
Prima ancora di iniziare il percorso professionale bisogna trovare un salone in cerca di apprendisti, solo così si può abbinare la formazione alla pratica.

Oggigiorno il numero di iscritti nelle scuole professionali per barbieri è sempre più basso, com’è la situazione nelle classi dei suoi tre ‘apprendisti’? 
Mio figlio Marco ha finito l’anno scorso mentre Luca è al primo anno, in classe sua gli studenti sono solamente 8; Filippo invece sta frequentando l’ultimo anno insieme ad altre 5 persone. Se a questo dato si aggiunge che la formazione è ‘unisex’, per garantire in futuro più possibilità di trovare lavoro e venire incontro a tutte le esigenze dei clienti, si nota la scarsa affluenza di iscritti ai corsi. È vero che non è facile trovare dei saloni in cerca di giovani apprendisti, ma anche a livello locale c’è sempre qualche posto di lavoro che si muove…

Quali sono, per voi, le maggiori difficoltà di questo periodo? 
Ora non ci sono grandi difficoltà, all’interno del salone tutto avviene su appuntamento, questo favorisce l’organizzazione e impedisce l’affollamento. Anche la clientela è sempre attenta a rispettare le norme di sicurezza. Subito dopo il lockdown abbiamo introdotto l’utilizzo di diverse attrezzature usa e getta – dalla mantellina al misuratore di temperatura per la febbre – e questo ha, di conseguenza, fatto aumentare di 1 euro la tariffa, ma nessuno si è lamentato e non ci sono state polemiche.

Intorno alla sua attività ha notato chiusure di negozi ed esercizi commerciali? 
Ha chiuso solo qualche piccolo negozio, ma fortunatamente non ci sono state grandi chiusure conseguenti al lockdown.

Essendo legato al quartiere, quali sono i problemi che più si percepiscono?
Noi siamo proprio in Viale Druso, una strada trafficata e spesso bloccata, specie la mattina e la sera quando gli abitanti percorrono il tratto casa-lavoro; questo è senz’altro uno dei problemi principali.

All’interno del salone passano periodicamente gli abitanti della zona, quali sono gli argomenti più diffusi con la clientela? 
Purtroppo in questo periodo di pandemia si parla principalmente di Covid-19, solitamente si spaziava dallo sport alla politica.

Autore: Andrea Dalla Serra

Ora misure concrete per i giovani

Come nel resto d’Italia, anche in Alto Adige gli studenti e le studentesse di ogni ordine e grado hanno concluso il 2021 con la scuola in presenza. Tra gioie e dolori, abbiamo analizzato quest’ultimo periodo con Daniela Höller, Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Provincia di Bolzano.

Dottoressa Höller, l’anno scolastico è iniziato con quattro mesi di scuola in presenza, un dato positivo… ma com’è stato percepito questo periodo da studenti e famiglie?
Bisogna innanzi tutto ricordarsi del ruolo centrale che la scuola ha sul percorso formativo e di crescita di ogni singolo studente: il valore del ‘gruppo’ è importante per tutti, specie per i bambini, e gli sviluppi che si porta con sé non sono attuabili con le scuole chiuse.
La scuola in presenza ha garantito un costante confronto con gli studenti, ma è sempre stata accompagnata da sentimenti di incertezza e insicurezza dettati dalla possibilità di un ritorno in DaD completo o parziale, dovuto da casi di positività in classe. In questo nuovo anno bisogna ricordarsi che la scuola in presenza è una risorsa per tutti, permette anche di prevenire e monitorare situazioni famigliare complesse conseguenti alla situazione pandemica

Si parla spesso, ma non abbastanza, di abbandono scolastico e salute mentale, cosa si può fare nel piccolo per migliorare questi fenomeni?
Temo che siano sempre di più gli adolescenti che si ritirano socialmente. Sono numerosi anche gli studenti affetti da stress e ansia da prestazione, anche nel nostro ufficio giungono lamentele riguardanti la pressione dovuta da verifiche e interrogazioni a scuola.
All’inizio della pandemia, nel 2020, abbiamo fatto un progetto con i bambini chiedendo loro come stavano; i risultati mostrano quanta voglia di ritornare ad aggregarsi e voglia di fare avevano. Questo per dire che manca spesso un dialogo aperto con i bambini e gli adolescenti, bisogna parlare con loro e chiedere a loro quali siano i problemi che più sentono vicini. Per il resto è compito di tutti noi garantire una formazione e un’istruzione completa e in presenza, e per far ciò serve responsabilità da parte degli adulti. Serve anche rispettare le misure di prevenzione da Covid-19 dando così anche l’esempio ai più piccoli. E – naturalmente – serve mantenere aperta la scuola.

Propositi per questo nuovo anno in tema infanzia e adolescenza?
L’Unione Europea ha voluto dedicare il 2022 alla gioventù, questo è sicuramente un dato positivo, ma bisogna stare attenti: queste iniziative vanno bene, ma non devono rimanere cose astratte e, anzi, devono trovare in fretta un’applicazione concreta. La chiave dev’essere la parola ‘partecipazione’, i progetti che si portano avanti devono essere coinvolgenti e interessanti per i giovani e, perché no, magari devono partire proprio da loro. Esistono delle leggi provinciali che sanciscono tutto questo e sono applicabili anche nel piccolo, ad esempio a livello comunale. La partecipazione dei giovani non è una scelta, è una risorsa che dev’essere applicata.

Autore: Andrea Dalla Serra