Gastone porta il mondo in mensa

“Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco” recita un antico detto. Ed è proprio facendo, o meglio facendo assaggiare ai bambini cibi e vivande da tutto il mondo che l’iniziativa “In viaggio con Gastone” mira favorire l’integrazione e la conoscenza. Il progetto, che ha preso il via lo scorso mercoledì, proporrà ogni mese agli alunni di elementari e medie che frequentano la mensa scolastica un piatto tipico di un paese del mondo. Ad aprire questo giro del mondo gastronomico sarà la Romania con la ciorba, tipica zuppa di verdure, accompagnata da cevapcic, cappucci brasati e verdura. Seguiranno poi il Pakistan con il riso basmati e il chicken tikka e la chana chat, legumi preparati in un certo modo. E poi via in Cina con alcuni classici : involtini primavera e riso alla cantonese. “Il progetto nasce da un’idea interna al Comune: abbiamo preso un mappamondo e tracciato una rotta virtuale con delle soste, da est a ovest, in diversi paesi. In accordo con i cuochi della mesa abbiamo poi valutato la fattibilità nella realizzazione delle pietanze, perché serviamo centinaia di bambini. Abbiamo poi deciso di estendere il progetto coinvolgendo anche le scuole, che, prendendo spunto dalle particolarità di ogni piatto, potranno raccontare la storia e la vita dei diversi paesi” racconta Paolo Brunini, dirigente dell’ufficio sociale e cultura che ha messo a punto il progetto, con il sostegno di Claudia Furlani, assessora alla scuola e al sociale, che, senza nascondere il suo entusiasmo per l’iniziativa spiega. “Portando sulle tavole dei nostri ragazzi i piatti da tutto il mondo li avviciniamo ad altre culture in maniera giocosa e favoriamo l’integrazione – sarebbe bello se in futuro, viaggiando, i giovani ritrovassero e riconoscessero quei sapori che hanno già assaggiato da noi: ecco questo è uno degli obiettivi che ci sta molto a cuore. Inoltre, a seconda del paese toccato, si coinvolgono gli alunni che provengono da altri paesi, ad esempio il Pakistan”.
Il progetto ha una sua mascotte e simbolo, Gastone, lo chef della refezione. Il simpatico cuoco compare di volta in volta sui menu scolastici con la bandierina del paese di riferimento e “oltre ad essere un marchio ci piacerebbe utilizzarlo come riferimento per consigli e reclami”, spiega Brunini. Il progetto sta piacendo alle scuole – otto classi delle Gandhi hanno aderito e si legheranno ai piatti dal mondo per delle lezioni sui diversi paesi. Intanto c’è molta attesa per i menu dagli Stati Uniti e dal Messico. Siamo in aria di hamburger e patatine, ma niente allarmismi: “Gli hamburger saranno fatti in casa ed il menu è stato discusso con la dietista”, precisa Furlani. “Sarà un’occasione per spiegare il concetto di fast food e sensibilizzare sul tema, perché sappiamo che con i piccoli non ha senso proibire e basta, ma occorre ragionare”.

Autrice: Caterina Longo

La mia vita con il cancro al seno

Il 19 ottobre scorso si è celebrata la “Giornata internazionale contro il cancro al seno” con il proposito di sensibilizzare le donne sul tema della prevenzione e dell’accesso alle cure. Per ripercorrere insieme alcuni aspetti, soprattutto pratici, di questa malattia, Giusy Maestretti ha voluto raccontare la sua vicenda personale per essere di esempio a tutte quelle donne che non eseguono l’autopalpazione: “Toccatevi le tette! A me ha salvato la vita”, racconta Giusy.

Giusy Maestretti , come si è accorta del nodulo al seno?
Ero sotto la doccia e come al solito sono abituata a fare l’autopalpazione. Ho notato subito una pallina dura sulla parte superiore del seno destro. 

Cosa ha pensato in quel momento? 
Nella mia famiglia ci sono alcuni casi di tumore al seno, ho pensato subito di chiamare il mio medico di base il quale mi ha prescritto una visita senologica urgente.  

Che cosa succede dopo la visita senologica? 
Sono stata invitata in clinica a Bolzano, dove mi hanno sottoposta ad una serie di esami medici fino alla diagnosi che è arrivata in tempi brevissimi. Il 15 giugno ho fatto la visita senologica, il 18 la mammografia che ha confermato la presenza di una lesione sospetta; il 25 ho fatto anche una biopsia e il 2 luglio mi hanno dato l’esito tanto temuto: tumore al seno. In termini medico il nome è questo: carcinoma duttale infiltrante.

Ricapitolando: arriva la diagnosi e in poco tempo lei è costretta a rivedere i suoi piani: la famiglia, i figli, il lavoro. Cosa accade nella testa di una donna quando sa di avere un tumore? 
Non mi sono lasciata prendere dal panico e da paure eccessive: mi sono completamente affidata ai medici, i quali mi hanno detto che si trattava di un tumore ormonale  trattabile e che ce l’avrei fatta. Quello che mi ha forse spaventato all’inizio è stata la necessaria riorganizzazione della mia quotidianità in casa e soprattutto dover raccontare ai miei figli che la loro mamma “non stava bene”. 

Qual è l’iter che ha seguito dopo la diagnosi? 
Dopo la diagnosi sono stata affidata alle cure dello staff medico della Breast Unit (unità di senologia) dell’ospedale di Bolzano, dove il 5 luglio ho fatto il primo colloquio con l’infermiera e il chirurgo che mi avrebbe operata di lì a breve. Sapevo di essere in buone mani. La Breast Unit è un centro specializzato che offre numerosi servizi per le donne malate di tumore al seno. Presso la  LiLT (lega italiana per la lotta contro i tumori) invece ho trovato altri  servizi utili, dalle diete durante le cure al supporto psicologico.

Dopo l’intervento di rimozione del nodulo al seno, cosa le hanno detto?
Fortunatamente dopo l’intervento, quadrantectomia con asportazione del linfonodo sentinella, il medico mi ha detto che non dovevo fare la chemioterapia, ma 25 sedute di radioterapia. La cosa mi ha reso felice e non poco. L’idea di dover fare la chemioterapia, perdere i capelli e le energie, è stato per me un brutto sogno ricorrente. Non che il post operatorio sia stata una passeggiata: non riuscivo a dormire, la ferita sotto l’ascella tirava, per non parlare delle irritazioni della pelle intorno al capezzolo dopo le sedute di radioterapia.

Come sono oggi le sue giornate? 
Tutti i giorni mi reco a Bolzano per fare le sedute di radioterapia. Le infermiere sono gentili e rispondono a qualsiasi tipo di domanda, poi scambio esperienze con altre donne malate di tumore al seno come me. Con loro è nata una bella frequentazione perché condividiamo più o meno le stesse esperienze e  tutti gli aspetti pratici legati alla malattia. 
A volte mi chiedo: perché proprio a me! La risposta non esiste; ho conosciuto tante donne con storie e trascorsi diversi. Certo: la genetica e l’età incidono, ma il tumore può sorprendere anche donne settantenni in piena salute e senza precedenti in famiglia. Alla fine della giornata si torna a casa un po’ stanche, sono gli effetti della radioterapia. 

Ritornando al “perché proprio a me?”, che chiave di lettura si è data? 
Dopo la biopsia ho pianto tanto. Non ho mai avuto paura della malattia in sé, ma dell’impatto che questa avrebbe avuto sul mio corpo e sulla mia famiglia. Ho pianto da sola, facendo coraggio a chi mi stava intorno. 
Oggi credo di essere diversa, il tumore mi ha imposto uno stop, mi ha fatto capire chiaramente che dovevo occuparmi di me stessa e della mia salute. Ed è quello che faccio, curandomi e seguendo le indicazioni dei medici. Insomma ho fatto la mamma e la paziente oncologica a tempo pieno. 

Perché ha scelto di raccontare apertamente la sua storia? 
Per dire che l’autopalpazione è una pratica importantissima di prevenzione. Noi donne conosciamo bene il nostro corpo Io non avevo sintomi e mi sentivo bene. Solo toccandomi il seno sotto la doccia mi sono accorta che c’era qualcosa di diverso. Molte donne non si toccano il seno  perché hanno paura o si imbarazzano, invece vorrei dire a tutte: “toccatevi le tette! Le prime siamo noi”. 

In questo periodo di grande fragilità emotiva, chi le è stato vicino? 
Mi sono sentita molto coccolata da amici, colleghi e parenti. Ma vorrei approfittare di questo spazio dedicato alla malattia per ringraziare le persone della mia famiglia senza le quali questo percorso verso la guarigione sarebbe stato più difficile. Mio fratello Cosimo, mia cognata Giada che ha saputo ascoltarmi sempre, mio padre Giuseppe – un papà e nonno presente – i miei figli che mi hanno dato la forza di non mollare mai, e la mia mamma, Maria. In quei momenti, anche se adulta e anche se madre, h voluto la mia mamma accanto e lei c’era. Ce l’avrei fatta anche da sola? Per fortuna non ho mai dovuto pormi questa domanda.

Immaginiamo lei voglia fare anche altri ringraziamenti…
Sì, e ci tengo moltissimo. Vorrei fare un ringraziamento speciale agli infermieri e ai medici che si sono presi cura di me. Le infermiere Martina Tetter, Ketty Tollardo, il dottor C. Mayr, chirurgo di oncologia che mi ha operata, tutte le infermiere del reparto di chirurgia di Bolzano, la Lilt di Bolzano per l’assistenza post operatoria, la dottoressa Annalisa Pesavento del reparto di oncologia e la dottoressa radiologa Rosa Michela del reparto di radioterapia insieme a tutto il personale medico e paramedico. 

Autrice: Francesca Morrone

I Piduni di Felice

INGREDIENTI

Per 8 persone:
1 Kg farina 00
110 g strutto
270 ml acqua
80 ml vino bianco secco
10 g sale
1 cucchiaino zucchero

Per il ripieno “tradizionale”
250 g tuma fresca o primo sale siciliano
Acciughe sott’olio
2 cespi di scarola riccia
Sale
Pepe nero
Olio di oliva
10 pomodorini

PREPARAZIONE

Versate su un piano da lavoro farina, sale e zucchero.
Unite a poco a poco a poco l’acqua e il vino e iniziate a impastare. Verrà fuori un impasto grossolano.
Aggiungete lo strutto e impastate per circa 15 minuti. L’impasto diventerà liscio ed elastico.
Avvolgete il panetto per l’impasto in uno strofinaccio e fatelo riposare, a temperatura ambiente, per circa 60 minuti. Mentre l’impasto lievita, preparate il ripieno.
Lavate la scarola, eliminate le foglie rovinate e staccate le altre. Asciugatele con un panno o una centrifuga.
Tagliate la scarola in pezzettini piccoli.
Conditela con olio di oliva abbondante (deve diventare lucida), sale, pepe nero e qualche pomodorino tagliato a cubetti.
Tagliate il formaggio a dadini.
Prendete il panetto e piegatelo su se stesso (questo passaggio, se fatto bene, darà una sfogliatura al pitone/pidone). Mettetelo su un piano da lavoro infarinato e appiattitelo con il matterello, ricavando un rettangolo.Ripiegate la pasta verso l’interno, e poi su se stessa. Ripetete questi passaggi per almeno 3 volte.
Tagliate la pasta a pezzi e appiattiteli con il matterello. Dovete preparare delle sfoglie sottili.
Adagiate al centro della pasta un po’ del ripieno a base di scarola, acciughe a pezzetti e tuma/formaggio.
Ripiegate la pasta, richiudendo il ripieno. Sigillate bene, pressando con il dito sull’impasto, e tagliate la pasta in eccesso con una rotella. Si dovranno ottenere dei ravioli giganti.
Chi vuole, può farcire i piduni con prosciutto cotto e formaggio, piacciono di più ai bambini.
Riscaldate abbondante olio di semi in una padella e friggete i piduni preparati, facendoli dorare da entrambi i lati. Li vedrete subito gonfiarsi e diventare pieni di bolle.
Fateli riposare su carta assorbente.
Serviteli ancora caldi e filanti.

Accompagnateli con Birra Messina o Birra dello Stretto, ideali per i cibi dello street food messinese.

I magnifici vincitori del fair play

Massimo Antonino, educatore dell’associazione La Strada – Der Weg Onlus, fondatore della squadra calcistica “Excelsior” nel 2001 e della società sportiva dilettantistica Gs Excelsior nel 2017, ci racconta come nasce il progetto e quali sono i principi su cui si fonda.

Com’è nata l’idea di fondare una squadra di calcio de La Strada?
L’idea è scaturita all’interno del centro giovani Charlie Brown e nasce non dagli educatori, ma proprio dai ragazzi. Ovvero giovani tra i 16 e i 20 anni che frequentavano assiduamente il centro ed erano uniti da una grande amicizia e da una forte passione per il calcio.
Gli operatori del centro hanno accolto quest’idea a braccia aperte e hanno aiutato i ragazzi a realizzarla. Da qui parte un progetto che vuole utilizzare lo sport come strumento educativo. Insieme ai ragazzi sono state stabilite poche ma importanti regole che sono servite a caratterizzare il progetto e a renderlo visibile all’opinione pubblica.

Quali sono queste regole?
La prima regola importantissima è l’equità di trattamento. Secondo i ragazzi la squadra deve unire il gruppo e non dividerlo, infatti ad Excelsior non esistono selezioni. Tutti i tesserati sono trattati allo stesso modo, a prescindere dalle loro capacità tecniche. Nessuno viene escluso, nessuno resta in panchina. È compito dell’allenatore assicurarsi che ogni giocatore alla fine del campionato abbia giocato lo stesso numero di minuti.
Un’altra regola fondamentale su cui si basa la squadra è il rispetto delle regole e sopratutto delle persone, per questo Excelsior è diventato famoso per il così detto fair play e cioè la correttezza sul campo e fuori dal campo.
La terza regola riguarda il divertimento. Bisogna sempre ricordarsi che il nome di questo sport è “il gioco del calcio” e non esiste gioco senza divertimento.
Tutti questi aspetti servono a creare un gruppo in cui i principi di amicizia e solidarietà sono molto forti.

Questi valori sono molto visibili nel documentario girato su di voi “I magnifici perdenti”.
Il documentario è nato per una strana coincidenza. Un’articolo della stampa nazionale è rimbalzato sulla rivista “Le Monde”, un quotidiano parigino. Un trafiletto che ha attirato l’attenzione di un regista italo-francese, il quale si è preso il tempo per comprendere la squadra e per creare un prodotto che, oltre a cogliere bene l’essenza del progetto, ha un che di poetico.
Si comprende quanto nella squadra sia centrale il ruolo di ogni persona. Nella vita di tutti i giorni veniamo misurati non tanto per ciò che siamo, ma per le nostre capacità. Qui invece è “tu mi piaci così perché esisti così”.

Voi siete comunque riusciti a conseguire quattro vittorie.
Excelsior scende sempre in campo con l’obbiettivo di vincere, ma non essendoci una selezione delle capacità tecniche parte già in svantaggio. Ogni tanto però succede qualcosa, le carte si rimescolano, i ragazzi giocano al massimo delle loro possibilità ed Excelsior vince. Questo è successo solo quattro volte in vent’anni e ogni volta io mi soffermo ad osservare lo sguardo negli occhi dei ragazzi e ci vedo una gioia immensa.

Come si fa ad entrare in squadra?
Non serve nemmeno bussare, perché la porta di Excelsior è sempre aperta.

Autrice: Sarah Sartoretto COOLtour

Santa Luis is coming to town

Cosa ci fa Luis Durnwalder travestito da Babbo Natale? “In una vera democrazia,” ha dichiarato “dove si fa il volere del popolo, io sarei ancora presidente, tipo la Russia. Tutti mi chiedono di tornare in campo e risolvere una volta per tutte la situazione. Per questo ho deciso di giocare le mie carte e diventare Santa Luis, sostituendo per sempre il Babbo Natale commerciale in Sudtirolo. Chi mi conosce sa che io mantengo sempre le promesse, quindi chi farà il buono riceverà grandi doni! Chi farà il cattivo, tipo chi non si vaccina, chi non rispetta le regole e chi vuole la scuola bilingue, non riceverà niente!

Se la casa è un diritto, dev’esserlo per tutti

INSERZIONE PUBBLICITARIA

Secondo le ultime rilevazioni Astat, si stima che in Alto Adige il 56% degli alloggi non occupati siano vuoti (circa 15.000 abitazioni). Eppure sono numerose le persone che non hanno una casa, che faticano a trovarne una o che rischiano di perderla. Per questo motivo la Caritas ha deciso di mettere il tema dell’abitare al centro della campagna “La povertà è più vicina di quanto pensi”, con il duplice obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sui bisogni delle persone con problemi abitativi, e di raccogliere donazioni in vista del 14 novembre: Giornata Mondiale dei Poveri e domenica della Carità.

In questo periodo dell’anno, con l’arrivo dei primi freddi vengono allestiti piccoli e grandi dormitori temporanei, che rimangano aperti generalmente fino alla primavera, per fornire protezione notturna a chi non ha un posto caldo dove andare. È la cosiddetta “emergenza freddo”, ma di improvviso e imprevedibile ha ben poco: la realtà di chi dorme per strada è un fenomeno noto in Alto Adige, d’estate come d’inverno, e costituisce solo uno dei molti volti della povertà abitativa.

Da anni la Caritas chiede di uscire da questa logica emergenziale, promuovendo interventi più strutturali, capaci di incidere sulle dinamiche economiche e sociali che generano e riproducono disuguaglianze. Ma questo impone di farsi carico di un problema più ampio e sfaccettato.
Alle situazioni di persone senza dimora, andrebbero aggiunte quelle di chi non ha una casa perché vive in strutture residenziali temporanee come i richiedenti asilo, di chi vive in sistemazioni insicure e non garantite spesso teatro di violenza domestica, e anche chi vive in edifici non a norma, sovraffollati, non aderenti ai minimi standard abitativi.
“Secondo la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (articolo 25), ogni persona ha diritto ad avere un alloggio adeguato. Ma per molti è difficile trovare una sistemazione dignitosa o accessibile. La povertà abitativa è un fenomeno in aumento e ha un impatto maggiore sulle persone più vulnerabili, con problemi di dipendenza, senza un lavoro, sui genitori single, gli anziani o le persone con disabilità o con un passato di migrazione. In assenza di una sistemazione adeguata, sono minacciati anche molti altri diritti umani, come il diritto alla salute e alla vita, il diritto alla partecipazione e il diritto alla famiglia”, dice il direttore della Caritas Paolo Valente.

L’AIUTO DELLA CARITAS
La Caritas lavora da tempo per contrastare povertà ed esclusione, gestendo 11 strutture per senzatetto e senza dimora in grado di ospitare circa 600 persone all’anno.
Ma solo un letto e un pasto caldo non sono sufficienti. Tutti hanno bisogno di un luogo da chiamare ‘casa’, che offra protezione e sicurezza, dove trovare spazio per gli oggetti personali e i ricordi, in cui poter vivere una vita dignitosa. Come racconta Danilo Tucconi, responsabile dell’area “Abitare” della Caritas, per raggiungere questo scopo bisogna adottare un approccio “Housing First” in cui l’abitazione è il punto di partenza e non di arrivo. Puntando sulla capacità della persona di vivere nella propria casa come membro di una comunità, vengono quindi attivati interventi per migliorarne le relazioni sociali, il livello di salute e benessere, l’autonomia.
Con questo spirito è stato lanciato il progetto “Domus” che comprende uno sportello di ricerca casa e lavoro e mette a disposizione di singoli e famiglie degli alloggi a Merano, Bressanone e Caldaro. “In queste abitazioni sviluppiamo progetti di ‘training abitativo’ con l’obiettivo di reinserire gli ospiti nella società, rafforzando le competenze in vista di una vita autonoma” spiega Tucconi.

Purtroppo però anche dopo questi percorsi, trovare un alloggio non è facile, e spesso i privati preferiscono lasciare vuoti i propri appartamenti piuttosto che affittarli a persone in apparenza problematiche o con un passato migratorio. Questo diventa un problema di difficile soluzione anche per le famiglie che faticano a trovare alloggi dalle dimensioni adeguate. “Col passare del tempo, si rivolgono alla Caritas anche persone che non fanno parte del bacino di utenti già assistiti – racconta Gertrud Rungaldier che si occupa del servizio di Accompagnamento abitativo della Caritas – Il nostro obiettivo è quello di evitare che le persone sperimentino la condizione di senza tetto o che trovino rifugio solo in alloggi d’emergenza”. Con l’accompagnamento abitativo la Caritas agisce come un mediatore per risolvere le controversie di vicinato, e come un punto di riferimento per i proprietari di casa e per i loro inquilini, seguendo le persone anche dopo la firma di un contratto di locazione. “Dal 2020 a oggi, abbiamo accompagnato con successo 10 famiglie e 55 persone singole nella ricerca di un alloggio e di una sistemazione” conclude Rungaldier.

Il disagio abitativo non ha a che fare solo con la mancanza di alloggi. In alcuni casi le persone vivono crisi finanziarie dovute alle conseguenze della pandemia o per motivi di salute o altro ancora. In queste situazioni diventa difficile pagare l’affitto, visti i canoni elevati in Alto Adige, ma anche sostenere spese accessorie come le bollette. Di conseguenza molte persone ricevono provvedimenti di sfratto (200-300 ogni anno).
A testimonianza di ciò, i servizi di Consulenza per debitori e il Centro d’ascolto della Caritas hanno visto aumentare i propri interventi di sostegno e aiuto, anche finanziario, svolgendo un importante ruolo di “ammortizzatori sociali”. Tali consulenze inoltre fungono da “antenne” dei diversi bisogni del territorio, rilevando le diverse sfumature del disagio alloggiativo.

“Per portare avanti tutto questo, naturalmente, abbiamo bisogno del sostegno della popolazione”, dice il direttore della Caritas Paolo Valente, “sia in termini di fornitura di alloggi per le persone che vivono un disagio abitativo, sia attraverso donazioni per consentire ai nostri servizi di aiutare le persone in difficoltà, rendendo effettivo il diritto fondamentale alla ‘casa’. Ma abbiamo bisogno soprattutto di persone capaci di mettersi al servizio degli altri, contribuendo con la propria attenzione a prendersi cura di tutta la comunità, a partire dai più bisognosi”.

La Caritas aiuta le persone in difficoltà a trovare una casa. Aiutaci anche tu!

Con la causale “Caritas” è possibile sostenere il lavoro della Caritas. Per far sì che il diritto all’abitazione diventi una realtà per tutti. In occasione della campagna “La povertà è più vicina di quanto pensi”, dedicata alle persone che vivono un disagio abitativo, aiutaci ad aiutare! Ogni piccola donazione è preziosa.

Conti correnti
Raiffeisen Cassa Centrale, IBAN: IT42F0349311600000300200018
Cassa di Risparmio di Bolzano, IBAN: IT17X0604511601000000110801
Banca Popolare dell’Alto Adige, IBAN: IT12R0585611601050571000032
Intesa Sanpaolo, IBAN: IT18B0306911619000006000065

Vivere per aiutare il prossimo: volontariato nella Croce Rossa

Quando è nato il volontariato della Croce Rossa in Alto Adige, come funzionava? E oggi qual è l’iter per diventare volontari dell’associazione internazionale di soccorso più famosa al mondo?

La Croce Rossa nella storia
La storia della Croce Rossa di Bolzano si intreccia con quella della Croce Rossa Austriaca. Quando, infatti, nella seconda metà del 1800 iniziarono a formarsi le società nazionali di Croce Rossa, la provincia di Bolzano faceva ancora parte dell’Impero austro-ungarico. Fu solo in seguito alla prima guerra mondiale, dopo l’annessione dell’Alto Adige all’Italia, che la sezione locale della Croce Rossa venne incorporata all’Associazione Italiana di Croce Rossa.
Lo scopo principale con cui il medico svizzero Jean Henry Dunant aveva fondato, nel 1863, la prima “Croce Rossa” era quello di migliorare la sanità militare, mettendo insieme un gruppo di infermieri volontari che fossero preparati a prestare soccorso in tempi di guerra. Durante entrambe le guerre mondiali la sezione di Bolzano si mostrò all’altezza di quell’ideale, e il suo impegno si estese anche oltre all’assistenza dei feriti, con l’istituzione di un ufficio ricerche che aiutasse i parenti dei prigionieri ad ottenere informazioni sui familiari.
A partire dalla seconda metà del 1900 l’impegno Croce Rossa altoatesina ha iniziato ad espandersi anche oltre i confini provinciali. Molti sono i volontari che hanno prestato soccorso in missioni di pace nell’Ex Jugoslavia, in Eritrea, in Somalia, in Israele. Allo stesso modo, si sono dimostrati pronti ad aiutare il prossimo anche quando c’è stato bisogno di assistere le migliaia di profughi che negli anni sono arrivati in Alto Adige per fuggire da situazioni di conflitto.
Se inizialmente la Croce Rossa era nata per intervenire in caso di guerra, dopo il mio primo conflitto mondiale iniziò a venire impiegata anche in tempi di pace. Il terremoto del Friuli del 1976, l’alluvione di Salorno del 1981, lo tsunami dello Sri Lanka del 2004 e i terremoti de l’Aquila del 2009 e di Haiti nel 2010 sono solo alcune delle catastrofi naturali a seguito delle quali i volontari della Croce Rossa di Bolzano hanno offerto il loro aiuto.
La Croce Rossa, quindi, è un’associazione caratterizzata da valori forti e azioni concrete, volte ad aiutare il prossimo senza distinzioni di sesso, nazionalità, religione.
Umanità, imparzialità, neutralità, indipendenza, volontarietà, unità, universalità sono i sette “Principi Fondamentali del Movimento Internazionale di Croce Rossa”, che, adottati nel 1965, ogni volontario rispetta e ritrova nell’impegno della Croce Rossa. Ecco perché chi ne entra a far parte si sente parte di una collettività unita da valori e scopi comuni.

Pionieri del volontariato
Ce lo conferma il signor Franco Parrella, volontario della Croce Rossa di Bolzano dal 1963 al 1968, che dopo anni ricorda ancora quel periodo con grande emozione e con un po’ di sano orgoglio. Aveva solo 16 anni quando iniziò la sua esperienza di volontario. Era sempre stato curioso di scoprire dove andassero tutti i giorni quelle ambulanze che vedeva parcheggiate a pochi metri dal bar in cui lavorava, quando un giorno gli si presentò l’opportunità di conoscere più da vicino quel mondo, e scoprì così il lavoro che svolgeva la Croce Rossa. Da allora, per 5 anni, quando finiva il suo turno al bar, andava a prestare soccorso a chi ne aveva bisogno. Capitava di avere turni nei fine settimana o durante le festività, ma la curiosità, l’adrenalina e la sensazione di potere essere d’aiuto erano più forti di qualsiasi altra emozione.
A quei tempi non era semplice raggiungere i luoghi in cui veniva richiesto l’intervento della Croce Rossa: a volte ci volevano diverse ore di macchina per arrivare sul luogo, guidando anche su strade di difficile percorrenza. I volontari apprendevano il mestiere sul campo, da quelli che tra loro avevano più esperienza e da brevi corsi di formazione offerti dalla Rote Kreuz di Monaco.

Il volontariato oggi
Molte cose sono cambiate da allora. Innanzitutto, grazie anche alla cooperazione tra Croce Rossa, azienda sanitaria e Croce Bianca, il servizio di emergenza si è ampliato e i tempi di intervento si sono di conseguenza ridotti. Anche la formazione del personale nel tempo si è sviluppata. “Per diventare volontario della Croce Rossa oggi è necessario frequentare prima di tutto un corso base, di “reclutamento”, che prevede diversi incontri di avvicinamento alle attività della Croce Rossa e l’apprendimento di alcuni concetti tecnici basilari” ci spiega l’attuale presidente del Comitato di Bolzano della Croce Rossa, Monika Schivari. “In seguito, il volontario frequenta corsi di approfondimento in base alle sue attitudini e alle attività in cui desidera dare il suo aiuto”.
Sono infatti tante le aree in cui oggigiorno si può prestare servizio. Già solo i servizi di primo soccorso e urgenza offrono diversi campi di specializzazione in provincia. I numerosi corsi d’acqua e montagne che caratterizzano la conformazione geografica dell’Alto Adige richiedono, ad esempio, che ci sia una squadra di soccorritori specializzati nell’assistenza lungo le coste e in acque vive, così come operatori specializzati ed esperti nel soccorso in montagna.
Oltre ai servizi di urgenza, si può però anche scegliere di aiutare nel sociale, tramite la distribuzione di viveri o vestendo i panni del clown in quanto operatore del sorriso. La Croce Rossa di Bolzano offre inoltre servizi psicosociali e preventivi, attività di sensibilizzazione, di formazione, e si fanno anche promotori di una corretta educazione alimentare, di educazione stradale e sessuale.
La storia della Croce Rossa percorre diversi secoli, ma i suoi valori e principi sono rimasti gli stessi. Diventare volontari della Croce Rossa significa mettersi a disposizione di chi ne ha bisogno per il bene del prossimo. Il progresso della tecnologia oggi ha poi agevolato la possibilità di avvicinarsi alle attività della Croce Rossa: basta registrarsi al portale GAIA inserendo la propria anagrafica per scoprire subito i corsi erogati sul territorio. Maggiori informazioni su come diventare volontario sono disponibili sul sito della Croce Rossa di Bolzano
www.cribolzano.it

Autrice: Giulia Martinelli COOLtour

I momenti in cui la città racconta storie

“La città racconta storie”, un progetto interculturale pensato per chi abbia la curiosità di lasciarsi condurre negli spazi meno conosciuti del Museo Civico Bolzano ascoltandone la storia, ma anche per chi le proprie storie ha il piacere di ricordale e raccontarle.

Il progetto è nato dalla convinzione che creando all’interno del museo occasioni di incontro confidenziale tra persone con origini straniere e di cultura italiana, si possano avviare momenti di prezioso dialogo interculturale.
Come già successo in occasione di un analogo ciclo di incontri presso il Museo di Scienze, i partecipanti, provenienti dai diversi angoli del mondo e dalla nostra terra, potranno essere protagonisti di un percorso partecipato di workshop di scrittura, racconto, conoscenza, in cui la storia personale di ognuno si intreccia con la specificità di quanto esposto nelle sale del museo.

Il progetto si sviluppa in una serie di incontri che si definiranno anche in funzione dei partecipanti: indicativamente da dicembre per qualche mese.
Gli iscritti – è bene sottolineare che la partecipazione al ciclo di incontri è gratuita – si incontreranno la prima volta nel museo nel corso di una visita arricchita da soste riservate in alcune delle sale più rappresentative con un approfondimento che sarà a cura di attori e attrici di Sagapò Teatro.
Gli incontri proseguiranno anche nella sede dell’agenzia, che con questo progetto intende dare testimonianza al fatto che, grazie alla spontaneità dello scambio personale, rafforzato dal potenziamento del veicolo linguistico, è possibile favorire la nascita di “nuovi pubblici” – in questo caso per il museo civico – e al contempo valorizzare la diversità, parte integrante di una coesione sociale consapevole. Grazie a questo progetto il museo assumerà un nuovo ruolo di ascolto nei confronti dei visitatori, concependo come proprio “patrimonio” non solamente quanto internamente conservato, ma anche le persone che vi si avvicineranno con le proprie emozioni, le proprie opinioni e proiezioni.
“La città racconta storie” intende favorire un reale processo di avvicinamento e conoscenza tra diversità, così come un generale percorso di inclusione sociale, per cui l’accesso alla cultura diviene mezzo di apprendimento permanente.
Per informazioni:
voltaire@voltaire-bz.it,
tel. 0471 1894210

Autore: tam

Arte collaborativa e attivismo femminile

Lo scorso ottobre Nadia Groff, street artist trentina, ha realizzato un fantasioso e vivace murale in Viale Druso a Bolzano, portando un po’ di colore nella trafficata strada del capoluogo altoatesino. L’opera fa parte del progetto “Il mondo è donna”, nato nel 2020 e sostenuto dal Centro per la Pace, l’Ufficio Donna del Comune di Bolzano e il progetto Artemisia di COOLtour.

Lo scopo dell’iniziativa è quello di esplorare ogni anno, per 6 anni consecutivi, un continente diverso. Il tutto attuato tramite conferenze ed eventi che trattano tematiche di genere e storie di donne che si sono battute per i diritti civili.
Quest’anno il focus delle manifestazioni è stato posto sull’Africa e sulle storie, testimonianze e rappresentazioni di alcune delle numerose donne provenienti da tali luoghi e attive socialmente.
Per la realizzazione della sua opera Nadia ha deciso di partire proprio da una delle figure di tali incontri ovvero Agitu Ideo Gudeta, assistendo alla conferenza su questa coraggiosa e intraprendente donna.
Agitu, allevatrice etiope di capre, nel 2010 fu costretta a fuggire dal proprio paese per le minacce di arresto ricevute dal governo a causa della sua lotta contro il “land grabbing”, ovvero la sottrazione di terre agli agricoltori locali da parte delle multinazionali.
L’allevatrice etiope aveva trovato rifugio in Italia, più precisamente nella Valle dei Mocheni in Trentino, dove nel dicembre del 2020 è tragicamente scomparsa vittima di femminicidio.
Nadia, artista molto legata al territorio così come Agitu, inizia il suo processo artistico assistendo alla conferenza sull’attivista etiope e chiedendo ai partecipanti di condividere i propri pensieri ed emozioni rispetto all’evento. Dai feedback l’artista prende coscienza che le parole più ricorrenti erano energia, partecipazione e dinamismo. Ecco quindi che Nadia comincia la progettazione dell’opera con l’obiettivo di trasmettere tramite forme e colori tali concetti.

La street artist confessa inoltre che una frase molto toccante per lei e che l’ha condizionata nella fase di realizzazione del murale, è quella utilizzata spesso da Agitu per descriversi:” Essere una nomade legata al territorio”.
Tutti questi elementi sono ben visibili nell’opera finale che rappresenta Agitu su un’altalena, seguita da un fluire dinamico di figure e colori che riproducono il territorio a cui era molto legata, ovvero la Valle dei Mocheni, anche se non era il suo luogo natale.
Un altro particolare molto curioso e forte che emerge da una prima osservazione del murale è la presenza del detto africano “Dove passi lascia una storia”. Queste parole descrivono molto bene la preziosa testimonianza che l’attivista etiope ha lasciato tramite la sua determinazione e le sue lotte. Storia che viene espressa in maniera molto diretta dai disegni di Nadia, che scorrono alle spalle di Agitu.
Ma trasmettere il grande impegno sociale di questa donna non era l’unico scopo della giovane street artisti trentina. Nadia afferma infatti che un elemento fondamentale per la sua creazione era anche la volontà di fare in modo che il murale fosse un’opportunità per dare vita a un progetto collaborativo, in cui la comunità fosse interpellata concretamente.
Ecco infatti che durante le giornate di realizzazione si è visto il coinvolgimento attivo delle ragazze del progetto Artemisia, arrivando così a un momento concreto di creazione di legami, reti e ponti tra le persone. Questa però non è stata l’unica occasione di scambio, perché così come afferma Nadia soddisfatta: “Sono felice di aver trovato una grandissima partecipazione tra passanti che ringraziavano o facevano complimenti. Alla fine lo scopo del murale è anche strappare un sorriso a chi vede quell’esplosione di colori”.

Autrice: Alessandra Pini COOLtour

Star bene in un mondo diseguale

La giornata internazionale della salute mentale si celebra ogni 10 ottobre dal 1992 per informare e sensibilizzare la popolazione sulle problematiche legate ai disturbi mentali e sulla necessità di promuovere il benessere non solo fisico della persona, ma anche quello psicologico. Quest’anno ,complice i disagi e le incertezze dovuti alla pandemia, non è stato possibile organizzare il consueto salotto informativo sulla passeggiata della Wandelhalle; ed è per questo che abbiamo interpellato la dottoressa Verena Perwanger, psichiatra e primaria del Servizio di Salute Mentale di Merano, che ha spiegato i temi dell’edizione 2021.


Dottoressa Perwanger, qual è il tema della giornata della salute mentale del 2021?
“Salute mentale in un mondo diseguale”. Il mondo è sempre più polarizzato, con i ricchi che diventano più ricchi e il numero di persone che vivono in povertà ancora troppo alto. La pandemia da Covid-19 ha evidenziato ancora di più certe differenze; le categorie economicamente fragili o socialmente al margine, così come tutte quelle persone che vengono discriminate per il loro orientamento sessuale, vivono spesso problemi di salute mentale.

Secondo i dati ufficiali tra il 75% e il 95% della popolazione mondiale di persone con disturbi mentali non possono accedere ai servizi di salute mentale nei paesi a basso e medio reddito. Com’è in vece la situazione in Alto Adige?
C’è chiaramente una maggiore distribuzione dei servizi, però anche qui abbiamo alcuni gruppi che conoscono poco la tematica della salute mentale e dove fattori culturali, sociali e di provenienza possono limitare l’accesso alle strutture o alle consulenze.
La popolazione anziana, ad esempio, vive in casa situazioni di solitudine, isolamento o depressione e non entra facilmente in contatto i servizi presenti sul territorio.

Come stiamo quest’anno in Alto Adige dal punto di vista del benessere mentale?
Quello che posso dire è che le richieste di aiuto sono aumentate di molto. Si è aggiunta una notevole fascia della popolazione che soffre di disturbi mentali dovuti al precarizzarsi della loro situazione economica. E poi ci sono persone che soffrono della sindrome da long Covid (sindrome post virale). Si tratta di un insieme di problematiche fisiche e psicologiche riconducibili al Covid che le persone guarite si trascinano anche dopo molto tempo: fanno fatica a respirare, hanno problemi di concentrazione, dimenticano frequentemente i nomi, si dicono disorientate e così via…

Verena Perwanger

Che cosa è rimasto di questa pandemia?
La distanza sociale e fisica. La situazione nelle case di riposo è ancora drammatica: gli anziani non possono ancora ricevere quel calore e quegli abbracci di cui hanno bisogno per superare il loro stato di solitudine. I bambini invece soffrono di meno e superano più velocemente questo periodo, mentre gli adolescenti invece hanno bisogno di sperimentarsi in gruppo e scambiare esperienze con i loro pari. L’esperienza della solitudine e dell’isolamento inibisce in molti casi lo sviluppo stesso.

Quali sono le strategie e le sfide future da mettere in campo per arginare i danni causati dalla pandemia?
Al momento in Alto Adige abbiamo un problema di risorse umane: manca personale specializzato, si va dai medici agli infermieri e agli educatori. È necessario uscire sul territorio e rivolgerci ai nostri pazienti, entrando nello loro case. Successivamente è necessario lavorare sulla destigmatizzazione del problema mentale, trattandolo come tema culturale e generazionale dei nostri tempi.

Cioè? Che cosa intende dire?
Voglio dire che quello della salute mentale deve essere come il collaudo per la nostra macchina, come il cambio dell’armadio che facciamo ogni anno; deve essere un momento in cui tutti noi dobbiamo chiederci come stiamo e se non è il caso di ricorrere all’aiuto di un esperto per risolvere i nostri problemi mentali e per tornare a stare meglio.
Dobbiamo imparare seriamente a prenderci cura di noi stessi e a non sottovalutare i segnali del nostro corpo.
Viviamo una vita stressante, siamo costantemente bombardati da messaggi e da stili di vita che spesso non si addicono a noi e ci mettono ansia. Ogni tanto allora è il caso di rinunciare a qualche orpello superfluo, privilegiando il valore delle relazioni, della socialità, dello stare bene con gli altri.

Autrice: Francesca Morrone