Fra presente e passato il complesso dell’ex Pascoli-Longon

È aperta fino al 13 novembre 2021 (ingresso libero) presso la galleria Arge Kunst di via Museo la mostra in ricordo dell’architetto Christoph Mayr Fingerle e delle sue opere. Vincitore del concorso del nuovo Polo bibliotecario di Bolzano, un grande plastico in scala 1:50 ci mostra come avverrà la trasformazione del plesso scolastico progettato da Guido Pellizzari nel 1934, secondo il progetto vincitore. Non vogliamo entrare nel merito delle scelte progettuali e nemmeno sulle lentezze giuridiche annesse all’esecuzione del nuovo progetto ideato dallo scomparso architetto. Vogliamo, invece, prendere in considerazione un’altro fattore. Lo stato attuale della struttura è sotto gli occhi di tutti. Il Comune di Bolzano ha recentemente stanziato 100 mila euro per mantenere integra la sua architettura dagli scempi dei “graffittari”, dai danneggiamenti eseguiti da terzi e per provvedere ad un’ordinaria manutenzione. Sono molto lontani nel ricordo gli echi dei bambini che un tempo giocavano nel cortile, oppure in attesa, con ogni stagione climatica, che suonasse la campanella per poter entrare in classe. Ad un’attenta osservazione, a parte i danni esterni e qualche infiltrazione d’acqua, gli infissi sono ancora in buono stato e le normative anticendio sembrerebbero ancora reggere all’usura del tempo.Gli adiacenti plessi scolastici vicini, come l’Itcat Delai, IIS Galilei ed altri istituti, sono in carenza di aule, ora che gli studenti sono tutti di nuovo in presenza. Perché non fare allora dell’ex Pascoli una scuola di “rotazione”, finché non venga sbloccato il suo utilizzo finale ?
Ciò è già successo in altre strutture scolastiche bolzanine. Da un lato si impedirebbe che un capolavoro dell’architettura razionalista andasse completamente in rovina, e dall’altro si darebbe respiro ad alcune strutture scolastiche che sono in sofferenza. Il blocco del Pascoli, in realtà è costituito da due distinte strutture, con accessi ed utilizzi differenti sin dall’ origine. Quello prospiciente l’attuale Corso della Libertà era destinato alla Scuola di avviamento al lavoro, voluta con la riforma del 1928 e del 1932, dove vi trovavano collocazione gli studenti che, terminate le elementari, continuavano la formazione verso il mondo del lavoro. Abolita con l’istituzione della scuola media, vi trovò quindi posto la scuola Magistrale. Il secondo blocco, quello delle Longon, è stato da sempre utilizzato per la scuola primaria. Nel progetto di Fingerle quest’ultimo verrebbe interamente demolito. Intanto la grande struttura giace silente in attesa…

Autore: Flavio Schimenti

Il beato Arrigo

Bolzano-Treviso: c’è un forte legame tra le due città, come tra le due diocesi. Oltre ad avere, Treviso, un altoatesino come vescovo dal 6 ottobre 2019, hanno anche un Beato in comune. Si tratta del Beato Arrigo, o Enrico da Bolzano; a lui è intitolata una via di Bolzano, collegante via Castel Roncolo e via Weggenstein a via S. Antonio; si tratta di “via Beato Arrigo – Selig Heinrichstrasse”, dedica che si trova in due targhe: una in pietra che si nota sul muro di un edificio, l’altra, più recente, dell’odonomastica comunale. Non lontano dalla via vi è un maso, detto “Heinrichshof”, dove Arrigo-Enrico sarebbe nato nel 1250. Di famiglia povera, si guadagnò da vivere come operaio a giornata; pur essendo analfabeta, partecipava con devozione a funzioni religiose. A trent’anni, con la moglie Benvenuta e il figlio Lorenzo si trasferì a Biancade, nel trevigiano. Continuò anche da vedovo a condurre una vita di umile lavoro e a partecipare a varie celebrazioni liturgiche. Trasferitosi a Treviso, quando per l’età avanzata non poté più lavorare, condusse una vita di penitenza, chiedendo l’elemosina, anche per gli altri poveri, e di preghiera, recitando il Rosario in qualche angolo della chiesa, e se la chiesa era chiusa pregando in ginocchio davanti al portale. Morto in fama di santità il 10 giugno 1315 il popolo in massa partecipò alle esequie, durante le quali guarì un paralitico. Arrigo fu sepolto nel duomo di Treviso. Due sue reliquie si trovano dal 1759 nel duomo di Bolzano in una teca di cristallo. Di lui hanno scritto sia Boccaccio che D’Annunzio. Nel 1859 in sua memoria fu costruita una chiesetta sulla destra della strada che porta il suo nome. Al beato Enrico da Bolzano è dedicata una parrocchia della diocesi di Bolzano-Bressanone, quella di Seit-La Costa, presso Laives; la chiesa a lui dedicata fu consacrata nel 1854. Beato Arrigo è compatrono sia di Bolzano (con Maria Assunta) che di Treviso (con San Liberale).

Autore: Leone Sticcotti

Monika Callegaro e la bellezza della musica

Calca i palchi da ben cinquant’anni, ma anagraficamente non ne ha molti di più visto che ha cominciato davvero in tenera età: il nome di Monika Callegaro è uno di quelli che chi segue le cronache musicali conosce molto bene, sia come cantante di storiche formazioni come Cela Aguai, S.A.M Session, la Lovetown Band di Benno Simma o le Swingin’ Sisters di fama nazionale (con le sorelle Bertagnolli), sia come insegnante di canto, sia, in tempi recenti, come apprezzata conduttrice radiofonica.

Ha avuto sempre una grande attenzione per la scena musicale della sua (e nostra) città. Ed è naturale quindi che per festeggiare i suoi cinquant’anni di palcoscenico, Monika abbia deciso di mettere online, sul suo canale youtube quattro canzoni registrate per l’occasione, una autografa e tre con le firme di autori locali.
MK, questo il titolo del brano composto per l’occasione, è un biglietto da visita importante, il video ci mostra l’artista in perfetta solitudine e sicurezza, seduta al pianoforte e alle prese con un testo personale, autobiografico, molto convincente.
“MK – ci racconta la Callegaro – è la sigla con cui di solito firmo i messaggi quando ho poco tempo. La K è importante nel mio nome e ho dovuto difenderla sempre perché spesso mi è stata tramutata in C, cosa che toglieva al mio nome l’unica testimonianza della mia parte di radici tedesche. MK è poi un po’ come una contrazione di Monik, che suona come Diabolik o Cattivik… Insomma è una cosa a cui tengo parecchio. Così quando ho cominciato a cercare un titolo per una canzone che parla così intimamente di me, quasi fosse una confessione riguardo al mio rapporto col canto, mi è parso che non ce ne fosse uno migliore”.
L’incipit del brano, “Sono caduta nella bellezza appena ho potuto”, la dice lunga sul rapporto tra la cantante e la musica, la bellezza è la musica e il riferimento è chiaramente alla prima volta in cui il padre l’ha spinta sul palco, in età prescolare, per partecipare ad un concorso (come Monika Leitner, col cognome della mamma) dove si classificò seconda col brano “Un sogno”, che recava la firma insospettabile di Giorgio Dobrilla, che è poi un’altra delle canzoni scelte per l’EP registrato da Monika la scorsa estate sotto la guida artistica di Mattia Mariotti, responsabile anche delle riprese video realizzate in un suggestivo bianco e nero per nulla datato.
“Quell’incipit – ci spiega l’artista – è esattamente quello che sento ogni volta che canto, ogni volta che mi ritrovo in nello stato di grazia in cui mi sento quando canto, ho la consapevolezza di essere immersa in un bagno di bellezza. Quando poi ho cominciato a pensare ai brani da registrare ho scelto queste cover non a caso, dietro ognuna di esse c’ è un legame particolare. Ho sempre desiderato fare un disco in cui cantare gli autori locali, da Jacopo Schiesaro agli Skanners, ad Andrea Maffei, i Morisco, Bobbi Gualtirolo, ce n’è tanta gente bravissima che scrive bellissime canzoni… in realtà per i miei cinquant’anni di palcoscenico avrei voluto fare un concerto, ma poi è successo quel che è successo. Alla fine c’era davvero poco tempo per imbastire il progetto e quindi mi sono appoggiata a Mattia, che è stato importantissimo non solo a livello musicale, ma anche umano, psicologico. Mi ha aiutata a mettere a fuoco il fatto che dovesse essere un lavoro emotivo, e così è stato. Diretto, senza artifizi, a parte il brano originale in cui il pianoforte l’ho suonato io, negli altri tre mi ha accompagnata Marco Facchin.”
Le altre due composizioni interpretate dalla cantante nel suo EP, sono ugualmente importanti: “Pastelli” porta le firme di Andrea Maffei e Sergio Farina (compagno di vita di Monika), un brano che la Spritz Band non ha mai trovato il tempo di inserire in nessun disco ma che non è passato inosservato, “Basta così” viene invece dal repertorio di Benno Simma (ed aveva avuto una prima cover dal vivo da parte dei Morisco in un Live Muse di alcuni anni fa).
“Sono canzoni bellissime – conclude la Callegaro – belle da ascoltare, belle da cantare, al di là della bellezza in sé, dal punto di vista armonico, melodico, del testo; per quel che mi riguarda c’è il contesto, l’importanza che quei brani hanno avuto per me, come è poi descritto anche al termine di ciascuno dei video realizzati per accompagnarli”.

Foto principale: Carmelo Giacchino

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Castelfeder, l’Arcadia nell’Unterland

Nel cuore della Bassa Atesina si trova la collina di Castelfeder, per molti aspetti il territorio più rilevante e seducente di questo tratto della valle dell’Adige. Definita l’Arcadia del Tirolo, il suo paesaggio è caratterizzato da roccia porfirica arrotondata al termine dell’ultima era glaciale, prato arido, numerosi stagni e, soprattutto, maestose querce. Insomma, un ambiente bucolico che corrisponde perfettamente al “paesaggio ideale” che portiamo nell’anima.
Certo, non basterebbero le pagine di un libro per descrivere Castelfeder e la sua storia millenaria: dal neolitico alle culture del rame, del bronzo e del ferro fino al tardo medioevo. Siti preistorici, villaggi retici, il castrum romano (da qui passava la vecchia strada romana – ancora visibile – diretta a Pons Drusi e Tridentum), la roccaforte longobarda (ne parla F. Brandis nel 1678, mentre v. Wolkenstein accenna alla “popolazione antichissima di Castelfeder”) e castelli medievali hanno ospitato, nei secoli, genti di varie origini: italiche, retiche, etrusche, latine e germaniche. Tracce di templi, roghi votivi, chiese (splendide le rovine della cappella gotica del VI secolo di Santa Barbara e già dedicata a S. Vigilio), necropoli, vasche misteriose scavate nella pietra, levigate rocce della fertilità (si potrebbe approfittarne in questi tempi di scarsa natalità), mura di varie epoche (come le bizantine “Kuchelen” erette per proteggere il luogo dalle incursioni dei Bavari “bolzanini”) offrono al visitatore, insieme alle centinaia di reperti (domestici, bellici e religiosi) portati alla luce dal lavoro certosino degli archeologi, uno spaccato straordinario del passato di questa terra di confine con lo sguardo perennemente rivolto ai quattro punti cardinali: attitudine fortunatamente conservata fino ai giorni nostri.

Kuchelen e roccia della fertilità
foto servizio: David Kruk


Castelfeder, ai cui piedi sorse Endidae mansio (poi Ennemase), mercato e porto di rilievo, rappresentava uno snodo viario di vitale importanza: non solo tra Alpi e pianura padana, ma anche verso la Val di Fiemme e Feltre. La sua posizione a 200 metri di altezza consentiva di sorvegliare bene anche il fiume Adige e lo storico attraversamento di Gmund. Deve il suo nome attuale (quello antico, ahimè, è andato perduto) ad un patto (castrum foederis) tra Longobardi e Bavari che all’epoca si contendevano la Bassa Atesina o, forse, ad un castrum vetus eretto dai signori di Enn nel XIII secolo e poi distrutto.
Il tempo scorre lento, a Castelfeder, a volte sembra addirittura svanire. Allora, tra lo scampanellio monotono di qualche mucca e il fugace ronzio delle automobili sulla strada delle Dolomiti, è facile abbandonarsi alla sinuosa armonia dei prati solitari che si aprono inattesi sui terrazzamenti che sboccano nei vigneti del fondovalle, delle maestose querce millenarie o al saliscendi di sentieri incuneati nella pietra che non conducono più in nessun luogo. Anche se non dimentichiamo mai che tutto ciò è stato plasmato dalla mano degli uomini antichi, per il breve tempo di un mattino ci illudiamo di essere capitati nell’ultimo angolo di giardino dell’Eden rimasto come nostro Signore l’ha creato.

Foto principale: Santa Barbara

Autore: Reinhard Christanell

La Skarozzata, per le vie di Ora

Domenica 2 ottobre scorso è arrivata a Ora “La Skarrozzata”, un’iniziativa nazionale nata nel 2011. Con l’intento di sensibilizzare ed educare alla diversità, i cittadini percorrono le strade delle città con sedie a rotelle, per testare le barriere architettoniche presenti sul territorio. Ad Ora in tanti hanno girato per le vie del paese in una passeggiata collettiva e inclusiva, sperimentando cosa significa muoversi in carrozzina. Ce lo racconta Mirko Caputo, organizzatore dell’evento.

Cos’è La Skarrozzata?
È un’associazione nazionale che non ha scopo di lucro né fini politici, cosa che mi è piaciuta molto, perché risolvere dei problemi, che sono le barriere architettoniche, senza obiettivi economico-politici è molto importante. Di solito invece quando si insidia la politica nascono anche dei dissidi, com’è noto. La mia iniziativa è nata soprattutto per sensibilizzare. Secondo me è la parola chiave per risolvere tante problematiche, o meglio, per fare in modo che non si creino: se andiamo a sensibilizzare chi decide le costruzioni della viabilità stradale, pedonale e ciclabile, riusciremo ad ottenere anche meno barriere architettoniche – e soprattutto potremo smantellare quelle mentali, che spesso ostacolano di più.

Perché la volontà di organizzare questa iniziativa?
Soprattutto per aiutare gli anziani. Spesso non si pensa che devono affrontare parte della loro vita con una sedia a rotelle con cui non hanno mai convissuto – rispetto a un disabile che la conosce a memoria – o con un semplice bastone. A Ora sono nato e vissuto e secondo me è un fiore all’occhiello per le barriere architettoniche, che bisogna proprio andare a cercare. Questa iniziativa mostra che si può sempre fare qualcosa per migliorare, ad esempio abbiamo notato che ci sono dei marciapiedi che potrebbero essere prolungati per evitare che si cammini sulla strada o sull’erba.

L’iniziativa come è arrivata a Ora?
Faccio parte della Commissione Anziani, la mia proposta è stata fatta in quella sede. Con la complicità di Sabine Bertagnolli, un’esperta in tematiche di inclusione sociale e sostegno alle persone con disabilità di Bolzano, mi sono informato e, parlandone insieme, siamo arrivati a questa Skarrozzata. Importante è stata anche la dott.ssa Barbara Avesani, Responsabile dell’Assistenza Protesica presso l’Azienda Sanitaria di Bolzano: non appena l’ho contattata si è interessata molto e ci siamo mossi in fretta per ottenere dieci carrozzelle da far utilizzare ai normodotati, così che potessero vedere le difficoltà presenti sulle strade.

Se dovesse fare un riassunto della giornata?
L’unica Skarozzata che è stata organizzata in regione risale al 2016, a Bolzano; tutto sommato era un’iniziativa nuova che ho dovuto spiegare a tutti. Le persone hanno cominciato ad avvicinarsi, soprattutto le signore, per farmi vedere dove c’erano difetti, dove sarebbe stato buono intervenire, cosa ci sarebbe da fare nel paese per migliorarlo. Inoltre, ho ricevuto molte chiamate anche sulle difficoltà nella viabilità: un attraversamento ciclabile non segnalato che potrebbe essere pericoloso, oppure dei marciapiedi che magari sono difficilmente percorribili, perché inclinati. Alla fine, il traguardo – la sensibilizzazione – è stato raggiunto: in tanti mi hanno chiesto dell’iniziativa e mi hanno contattato da altri paesi della Bassa Atesina per poterla sviluppare.

Ci sono altre iniziative legate a questa giornata?
L’iniziativa non finisce con il giorno dell’evento: adesso con sindaco e vicesindaco, che si sono messi a disposizione, bisognerà sviluppare dei progetti per poter intervenire su quelle piccole barriere architettoniche che abbiamo notato, e anche nelle nuove costruzioni, per evitare che ci siano problemi futuri. È stato bello vedere che la politica, unendosi, probabilmente riuscirà a fare qualcosa di buono. Poi domenica era la festa dei nonni, ci piacerebbe fare loro un bel regalo e risolvere alcune problematiche; infatti, legata alla Skarozzata, c’è sempre l’attenzione all’anziano.

Autrice: Ana Andros COOLtour

Demenza, trovare altre parole

“Oltre lo stigma, con parole e azioni nuove”: è stato questo il tema dell’incontro che, il 24 settembre scorso, in occasione della giornata internazionale dell’Alzheimer, è stato proposto ai cittadini dalle Sente-mente Comunità Amiche delle persone che vivono con demenza di Bronzolo e Vadena nel piazzale della scuola di Vadena. Tutti i presenti sono stati condotti a riflettere sulla potenza del linguaggio e a percepirne gli effetti sul proprio “sentire”. Le parole possono costruire muri o essere porte spalancate all’accoglienza, possono alimentare pregiudizi o diventare messaggere di possibilità. “Le parole che usiamo ogni giorno possono ferire, ma possono anche essere scialuppe in un mare in tempesta, ponti invisibili verso destini comuni” ci ricorda Eugenio Borgna, saggista e psichiatra. Le parole, come “esseri viventi”, hanno la capacità di trasformare il nostro “sentire”. Sono potenti perché se le scegliamo con accuratezza possono indurre in noi e in chi ci ascolta, un senso di benessere o viceversa, generare malumori e stress. Le parole non sono astratte e la ricerca scientifica, sempre più, sta dimostrando come esse abbiano un impatto sulla nostra biologia e, modificando la biochimica del nostro corpo, fanno si che esso produca molecole che possono farci provare sensazioni piacevoli o spiacevoli. Le parole evocano delle immagini che si traducono in emozioni che a loro volta condizionano i comportamenti.
Ti invito a pronunciare, ad alta voce, la parola DEMENTE, e pensare ad una persona che conosci che vive con questa diagnosi, e ora ascolta cosa accade dentro di te? Quali emozioni si sono messe in movimento? Parole come: demente, malattia devastante, mostro terribile, morto vivente, l’ombra di quello che era, che cosa suscitano dentro di te? Cosa provi? Non senti anche tu una sorta di irrequietezza o paura impastata con tristezza? Sono parole senza speranza che rappresentano la malattia in termini drammatici. Paolo Borzacchiello, massimo esperto di intelligenza linguistica e di interazioni umane, in un’intervista dichiara: “stiamo attenti a quello che diciamo, perché in un modo o nell’altro diventa vero, menzionare qualcosa ne rafforza la presenza. Parlare di una cosa, la fa diventare vera nel nostro cervello”. Nel momento quindi che parli di demenza utilizzando questo linguaggio, quell’idea drammatica diventa vera per te, esiste, cancellando ogni spiraglio di possibilità e spingendo la tua attenzione verso tutto ciò che la malattia porta via. Non si vuole negare la sfida che la demenza rappresenta per coloro che ne fanno esperienza diretta e per le famiglie che stanno loro accanto condividendone la vita. Difronte a questo dolore puoi imparare ad utilizzare le parole come strumento capace di aprire alla speranza. Sarà un piccolo passo per accompagnare te stesso e la persona di cui hai cura, in questa esperienza di malattia, senza farti travolgere dalle emozioni depotenzianti che un linguaggio tragico scatena. Sarà necessario prendere consapevolezza degli effetti delle parole su di te. Ascolta delle persone che dialogano tra di loro, la televisione o la radio e senti, percepisci…utilizzano parole che ti donano benessere? Allenati a riempire il tuo vocabolario di parole ricche di gentilezza, di calore, di vicinanza. Parole accoglienti che costruiscano ponti e non erigano muri e ascolta quanto ti fanno stare bene. Cambiare il linguaggio diventa quindi il primo passo in direzione di una trasformazione culturale, sia personale che sociale, al fine di restituire dignità alle persone che convivono con la malattia. Ti invito, da oggi, a sostituire la parola “demente” e utilizzare il termine “Persona che vive con la demenza”. Sembra una piccola cosa, ma aiuterai te stesso ad indirizzare l’ attenzione anziché verso la malattia, verso la persona che ancora desidera continuare ad essere vista come un essere umano e che, aldilà della diagnosi, continua a sperimentare la vita con tutto il caleidoscopio di emozioni che essa racchiude. L’incontro si è concluso con la consegna della relazione del Progetto Sente-mente® Comunità Amiche, ad entrambi i sindaci dei due comuni che erano presenti e che hanno rinnovato il loro interesse a proseguire in questa direzione con l’intento di creare all’interno dei due territori, una cultura di accoglienza e rispetto verso che vive con la demenza e le loro famiglie.

Autrice: Roberta Lenzi

Videogiochi e gaming in biblioteca

“Se invece di stare davanti a quel telefonino/tablet leggessi un bel libro…”, si tratta di un pensiero – o una esortazione – che ronza spesso nella testa dei genitori di adolescenti. Nell’immaginario comune, almeno quello di una certa età, lettura e gioco, dimensione analogica e digitale, sono due universi ben distinti, spesso in contraddizione. E invece per i ragazzi non è così: una realtà che è ben presente alla direttrice della Biblioteca Don Bosco di Laives, Luisella Raveane, che da questo autunno ha dotato la biblioteca di una apposita sezione con le tre famose consolle di gioco (Playstation, Xbox e Nintendo switch), numerosi videogiochi, due tablet e il moderno racconta storie FAB. è un’apertura alle tecnologie che prenderà forma anche nel progetto “Bibliogames: gioca con noi”, per stimolare, attraverso il gioco, la socialità e il fairplay. Mentre il l’iniziativa “Scopri Biblioweb” guarda a un pubblico adulto e intende istruire all’uso in autonomia della piattaforma provinciale Biblioweb per la ricerca bibliografica, riducendo il gap tecnologico che molti sentono rispetto al digitale. Ne abbiamo parlato con la direttrice.

Cosa l’ha spinta a portare consolle e videogiochi in biblioteca?
Si è trattato di un processo molto naturale. I videogiochi non sono una novità per la biblioteca Don Bosco di Laives. Questo particolare materiale è presente in biblioteca già da diversi anni con una piccola sezione di videogiochi per personal computer. In fase di controllo del patrimonio abbiamo valutato questa sezione e deciso di implementarla e svilupparla attraverso uno specifico progetto, sostenuto dall’Ufficio educazione permanente, biblioteche e audiovisivi della Provincia Autonoma di Bolzano.
Negli ultimi anni le risorse ed i mezzi informatici sono cambiati, le biblioteche offrono oramai da molto tempo tipologie di materiale differente dal libro (dai cd musicali ai dvd) e le risorse non sono più solo cartacee e analogiche ma anche digital; nel frattempo anche in Italia, diverse biblioteche avviavano progetti di gaming.

In genere pensiamo ai ragazzi davanti a una consolle o al cellulare a giocare isolati per ore. Come vuole agire il progetto per ritrovare, anche nell’utilizzo del videogioco, una situazione di socializzazione?
Le potenzialità educative ed aggregative del gioco sono note e alla base di numerosi studi e ricerche. Tramite il divertimento è possibile esercitare il cervello, migliorare le competenze e far incontrare nuove persone in un ambiente sicuro e piacevole, senza dimenticare la valenza educativa del gioco: quando si gioca è necessario apprendere delle regole e rispettarle, inventare strategie e imparare a perdere.
Il nostro intento è quello di promuovere l’utilizzo responsabile del videogioco attraverso momenti speciali di gaming e iniziative da svolgersi in biblioteca che passano anche attraverso tornei strutturati, gestiti dal personale di biblioteca e con materiale appositamente selezionato.
Ci saranno dei momenti specifici di gioco, di confronto e di sfida, sempre nel rispetto delle regole del gioco, dei compagni e delle attrezzature messe a disposizione.
Pensiamo a tornei dove i ragazzi e le ragazze si possano dare appuntamento, ritrovarsi, sfidarsi e poi commentare l’esperienza.
Il gioco deve essere uno stimolo, uno svago, deve favorire la socializzazione e il confronto e non l’alienazione o l’isolamento.

Cosa vi aspettate dal progetto? Avete già riscontri?
Speriamo di raggiungere un nuovo pubblico, entusiasmarlo e farlo tornare! E di far scoprire o riscoprire la biblioteca come luogo di socializzazione, di aggregazione e ovviamente di cultura. Un mondo dove poter vivere mille avventure, dove poter sognare, ma anche informarsi, approfondire e studiare attraverso libri, riviste, dvd, cd, opere d’arte e anche videogiochi. Le iniziative di gaming ed i tornei sono invece la vera sfida sia per i partecipanti che per noi.

Come ha trovato, che sensazioni ha avuto rispetto al pubblico giovane della biblioteca dopo due stagioni di pandemia? E gli adulti/anziani? Ci sono stati cambiamenti nel modo di fruire la biblioteca?
La pandemia con le inevitabili chiusure delle biblioteche e le successive aperture con servizi ridotti ha ovviamente penalizzato le nostre attività e devo dire che ci sono stati momenti difficili, sia per noi che per gli utenti. I primi a tornare in biblioteca sono stati gli adulti, ora, dopo il periodo estivo e con la ripresa delle scuole notiamo il ritorno dei più giovani e gli accessi giornalieri stanno tornando alla normalità.
E da quando è nuovamente concesso il fermarsi in biblioteca (con green pass) sono tornati gli studenti e i frequentatori della sezione dei periodici, per la lettura dei giornali e delle riviste.

Autrice: Caterina Longo