Si è concluso nei giorni scorsi il concorso “Salorno in fiore”. Premiati gli ingressi delle case, i terrazzi ma anche le finestre e i balconi addobbati con i più bei fiori e piante colorati. Ecco i vincitori divisi per sezioni. Ingressi: Sonia Dallaona Demanega, Bruna Michelon Coller, Maria Barbi Pichler. Balconi: Nicolina Nicolodi, Ines Ceolan, Berta Ceolan Franceschini. Terrazzi: Christine Eccli; Finestre: Renate Kosta. Qui una fotogallery con i migliori scatti dell’associazione Salorno Attiva.
Samantha Endrizzi, Martina Demanega, Maria Albertini, Karin Facchini, Monica Cristofoletti
Durante tutta l’emergenza legata al Covid-19 si è molto discusso in merito alla legittimità delle restrizioni adottate e all’obbligatorietà o meno dei trattamenti sanitari. Ne abbiamo parlato con il costituzionalista ed ex senatore Francesco Palermo.
Francesco Palermo: lei questo momento come lo sta vivendo? Stiamo oscillando tra estremi opposti. Da una parte va molto di moda il termine resilienza con il quale si finisce per accettare tutto, mentre da un’altra prendono piede le reazioni sconsiderate contro tutto e tutti.
Ma cosa dice la nostra Costituzione? Le misure adottate negli ultimi 18 mesi in che modo sono “legittime”? Il grande problema di fondo è stato quello di bilanciare il diritto alla salute pubblica quale bene superiore con i numerosi altri diritti garantiti in Costituzione, che sono stati “compressi”. Lo stato di diritto è una sorta di ring dentro il quale ci si può muovere e dal quale non si può uscire. Negli stati a controllare il perimetro del ring sono normalmente degli attori terzi; nel nostro sistema soprattutto la Corte Costituzionale. E il nostro problema sta nel fatto che per vari motivi in questo periodo la Corte praticamente non è mai intervenuta, suscitando una certa incertezza, a differenza di quanto invece è avvenuto in tanti altri ordinamenti che hanno strumenti di accesso più semplici alla giustizia costituzionale e dove le corti hanno posto dei paletti segnalando superamenti del ring. L’ultimo caso è avvenuto in Francia dove è stato dichiarato legittimo l’obbligo del Green pass in tutta una serie di ambiti. Invece in Austria la corte ha dichiarato addirittura illegittime retroattivamente norme che erano in vigore durante il lockdown, perché considerate non proporzionate.
Qui entrano in campo i famosi principi di “prevenzione, precauzione, proporzionalità e adeguatezza”, fondamentali nell’attività amministrativa sia nelle situazioni ordinarie che nell’emergenza. Si tratta di principi astratti – alcuni presenti in Costituzione ed altri ricavati in via interpretativa – che il legislatore cerca di bilanciare, ma poi può succedere che la Corte Costituzionale intervenga, appunto.
Francesco Palermo
In ogni caso l’effetto del non pronunciamento da parte della Corte Costituzionale in merito alle misure adottate in tempo di pandemia è la legittimità delle procedure stesse. Sì, salvo alcuni casi individuali collegati a pronunce giudiziarie, come ad esempio la recente sentenza del Tar del Lazio che ha giustificato l’esenzione per una bambina dall’obbligo di portare la mascherina a scuola.
Questo vuol dire che è stata legittima anche la scelta di procedere quali esclusivamente con i cosiddetti DPCM (decreti ministeriali emanati direttamente dal Presidente del Consiglio dei ministri)? Sì. Anche se si potrebbe discutere sul fatto che il legislatore ha scelto una procedura che rende molto difficile il controllo giudiziario. Di per sé l’autorizzazione alla limitazione dei diritti può avvenire soltanto con una legge, non solo per la salute citata all’articolo 32 della Costituzione, ma anche per altri diritti come quello alla libera circolazione. I decreti legge adottati durante la pandemia sono “atti aventi forza di legge” di natura sufficientemente generica per essere incontestabili, ma poi le concrete misure sono state assunte per mezzo di atti amministrativi (i DCPM) che non possono direttamente passare per la Corte Costituzionale e devono eventualmente transitare per i Tribunali Amministrativi, attraverso una procedura particolarmente complessa…
Sta di fatto che nella cittadinanza le misure adottate hanno assunto le sembianze di decreti d’emergenza e sono state vissute con perplessità e in molti casi come delle ingiuste imposizioni. Ci sono state diverse fasi. In un primo momento la situazione ha colto tutti di sorpresa e c’è stato un forte accentramento di decisioni in capo al governo, con un sostanziale avvallo da parte delle regioni. In quella prima fase il bilanciamento ha privilegiato in modo probabilmente sproporzionato la sicurezza pubblica rispetto alle libertà fondamentali. Lo dico perché nella seconda fase (autunno 2020) il governo, meno impreparato, ha adottato delle misure che conciliavano meglio le cose. Si è tenuto conto di tutta una serie di deroghe che potevano essere accettate per meglio bilanciare i diversi diritti in gioco. Non stati utilizzati strumenti troppo invasivi e alcune limitazioni sono state superate, rispettando una serie di regole, ad esempio utilizzando le mascherine in certe situazioni.
Da un certo momento in poi sono quindi scesi in campo i vaccini, con la grande campagna per la somministrazione alla maggior parte della popolazione… Sì. Da questo punto di vista occorre ricordare il fatto che il nostro sistema prevede da tempo le vaccinazioni obbligatorie. Esiste sempre la possibilità di mettere in dubbio le cose, ma il punto che in questo caso può essere discusso riguarda il fatto che i vaccini contro il Covid sono stati elaborati più in fretta. Ma – a quanto dicono gli esperti – non è che i vaccini siano sbucati dal nulla. Con l’attuale stato di avanzamento della ricerca scientifica è infatti altamente improbabile il fatto di trovarsi all’interno di una mega sperimentazione di massa, per “vedere come va”. Di fatto ci basiamo sullo stato attuale della ricerca ed è stata fatta una valutazione, anche in questo caso bilanciata. Quindi è stata evitata l’obbligatorietà della vaccinazione, salvo che per alcune categorie come ad esempio la mia, quella degli insegnanti. Io ad esempio ho un paio di colleghi all’università che non si sono vaccinati. Non per motivi ideologici, bensì perché hanno paura. Occorre sempre considerare che le scelte non possono che essere collettive, in una società. Anche se questo è un problema, perché nella società che si pluralizza occorrono decisioni che comunque tengano il più possibile conto delle esigenze dei diversi soggetti. Però poi le scelte collettive sono fatte di regole astratte e anche la medicina funziona così, con i protocolli. La medicina non è sufficientemente individualizzata e anche lì come nel diritto esiste il dibattito sulla necessità di individualizzare. In ogni caso va detto che se un sistema va bene nel 90% dei casi, si tratta senz’altro di un sistema buono.
Il 10% rimanente dei casi infatti in questo periodo sta ponendo la questione. Si tratta soprattutto di operatori del mondo della sanità e della scuola, gli unici contesti di lavoro dove l’obbligo di vaccinazione è stato imposto. In merito è stata fatta appunto una valutazione di proporzionalità. Le alternative sarebbero state vaccinazione facoltativa per tutti oppure obbligatoria per tutti. Il paradosso è che si criticano delle disposizioni che sono già più “sfumate” rispetto all’obbligatorietà dei vaccini contro il tetano o il vaiolo, ad esempio. Di per sé la normativa oggi adottata è più sofisticata e quindi migliore rispetto a quelle normalmente in vigore per gli altri vaccini.
Alcuni contrari al vaccino parlano di presunto trattamento sanitario obbligatorio, mentre altri non si fidano e dicono che si tratta di una procedura pericolosa. Sono due diverse argomentazioni. L’idea che il vaccino sia pericoloso di per sé può valere, ma alla luce di quello che ci dice l’odierna ricerca medica, a parte alcune voci decisamente minoritarie, esiste invece la ragionevole aspettativa che i vaccini siano una misura proporzionata e giustificata. Anche per quanto riguarda il discorso del trattamento sanitario obbligatorio in realtà secondo me stiamo nell’ambito del ring. Il governo spinge verso la vaccinazione ma resta in realtà in vigore il diritto a non vaccinarsi, salvo le categorie che vengono considerate di particolare interesse pubblico. Va ricordato che sia il diritto alla salute che quello all’istruzione scuola sono valori costituzionali.
L’ultimo anno e mezzo è stato all’insegna della straordinarietà e dell’emergenza. Secondo lei necessita anche un adeguamento della Costituzione, per poter governare in maniera più chiara anche questo tipo di situazioni? Assolutamente sì. Su questa cosa – soprattutto a livello della procedura di attivazione dello stato di emergenza – occorrerà lavorare, ma solo una volta conclusa l’emergenza stessa. In secondo luogo si potrà discutere anche in merito alla possibilità di sottrarre uno o più diritti fondamentali alla possibilità di essere limitati. In terzo luogo occorrerà chiarirsi le idee in merito al rapporto stato-regioni, in situazioni di emergenza come quella che ci siamo trovati ad affrontare. In merito al momento non c’è scritto nulla, né in Costituzione né negli statuti di autonomia. E dobbiamo riuscire ad evitare la situazione in cui ci siamo ritrovati in cui con una legge ordinaria, anzi sulla base di atti amministrativi approvati sulla base di un decreto legge molto generico, il riparto delle competenze stabilito in Costituzione tra stato e regioni è saltato completamente. Il tutto con l’avvallo della Corte Costituzionale.
In questa emergenza abbiamo avuto un attore in gioco, la comunità scientifica, che ha avuto un grande peso nell’orientare le decisioni che sono state prese. Non tutti hanno apprezzato. Dal punto di vista del diritto la scienza che ruolo ha? Nella Costituzione la scienza con questo ruolo non è presente, ma è chiaro che nel processo decisionale politico per valutare la proporzionalità e l’adeguatezza delle scelte occorre avere dei parametri che spesso sono di tipo tecnico-scientifico. In ogni caso c’è stata una grande differenza nel peso che la comunità scientifica ha avuto nelle decisioni prese tra la prima e la seconda ondata. Nella prima il peso è stato molto più importante. In ogni caso sono deleteri sia la demonizzazione che la sacralizzazione della scienza.
LA “VIA ALTOATESINA”
“Anche in Alto Adige non è stato facile capire quali erano le decisioni giuste da adottare. In aggiunta rispetto ad altre regioni da noi esiste l’affermazione (e la difesa) dell’autonomia, quale vero e proprio elemento costitutivo. Recentemente si è deciso un ricorso contro il garante per la privacy per quanto riguarda il Corona Pass. Ritengo sia una cosa sacrosanta, vanno messi dei paletti. Poi naturalmente c’è modo e modo di metterli, questi paletti. Le scelte compiute sotto Natale con ogni probabilità si sono rivelate controproducenti, come abbiamo visto. Gli errori si possono fare, ma non va persa la bussola – che per noi è data da Costituzione e Statuto di autonomia – per mantenere in piedi il sistema. La nostra provincia comunque è un ponte, quello del Brennero per noi non è un confine qualunque per cui per noi sono state ancora più importanti le scelte autonome assunte, a più riprese. Va anche ricordato che anche il nostro Statuto necessita di un restyling, anche più della Costituzione.”
A metà giugno è uscita la notizia del cantiere del Waltherpark invaso dall’acqua di falda. Il responsabile della ditta Signa, Heinz Peter Hager, di fronte al rischio di ritardi dei lavori, aveva auspicato una revisione della normativa che vieta il pompaggio dell’acqua. Per capire meglio cosa sia successo e per fare il punto della situazione abbiamo contattato il dott. Thomas Senoner, geologo e direttore dell’ufficio provinciale gestione sostenibile delle risorse idriche.
Dott. Senoner, di cosa si occupa il suo ufficio? Il nostro compito è quello di occuparci dell’emissione delle concessioni per l’utilizzo delle acque pubbliche. Nel caso particolare di Bolzano abbiamo il compito di tutelare la salvaguardia della falda. La quasi totalità delle acque che sgorgano dai rubinetti del capoluogo provengono infatti dal sottosuolo. Tutti gli scavi nel sottosuolo sono regolamentati e, qualora raggiungessero profondità elevate, vengono vagliati dal nostro ufficio.
Può spiegarci cos’è una falda acquifera? La falda è l’accumulo di acqua nel sottosuolo. Nella Val d’Adige c’è una immissione nella parte alta della falda tramite i fiumi: l’acqua percola nel sottosuolo e grava sulla esistente superficie di un lago sotterraneo che si sviluppa negli interstizi delle sabbie e ghiaie.
Il dottor Thomas Senoner
La falda da cui si pesca l’acqua potabile è molto più profonda di quella emersa a giugno nel Waltherpark? Si certo, più si scende in profondità, più l’acqua è pura, e meno subisce influenze dalla superficie. Anche quella che ha allegato il cantiere è acqua di falda, ma molto più superficiale. Per intenderci non ha ripercussioni sull’acqua che esce dai rubinetti. Magari tra 20 anni la si pescherà nel pozzo di Laives…
Quindi quando l’acqua di falda si alza fino a bagnare i cantieri non ci sono ripercussioni sull’acqua potabile… Assolutamente no, in quanto le acque potabili vengono emunte da profondità molto maggiori di quelle degli scavi. I pozzi raggiungono delle profondità tra gli 80 ed i 100 metri sotto Bolzano.
Heinz Peter Hager in una intervista rilasciata a giugno alla RAI, cita una delibera della Provincia Autonoma di Bolzano del 1983 di tutela dell’acqua del sottosuolo. E afferma di sperare nella sua revisione per consentire al cantiere del Waltherpark di pompare via l’acqua. è un discorso complesso. Il pompaggio di per sé non è un problema, ma se iniziamo a permettere i pompaggi allora la spinta per fare scavi più profondi diventa chiaramente maggiore. Con questa linea dura quindi si costringono i costruttori a muoversi ad una profondità dove non vanno a riscontrare la falda. A Bolzano è successo che nel mese di giugno la falda si è alzata su di un livello eccezionalmente alto e quindi è andata ad intercettare anche lo scavo del Waltehrpark, che è giusto in corrispondenza di quello che noi normalmente permettiamo come livello massimo di scavo. Loro sapevano che c’era questo rischio. Nel 2021 è andata così: l’anno scorso abbiamo avuto due fenomeni di elevatissima portata d’acqua da parte dei rii e questi hanno alzato in modo eccezionale la falda, poi abbiamo avuto un inverno particolarmente nevoso e con lo scioglimento delle nevi quest’anno l’acqua si è alzata di molto.
Ma non potendo pompare via l’acqua, cosa si può fare? Devono aspettare che l’acqua scenda da sola.
Ma se la falda si alza ancora, a cantiere ultimato, rischiano di avere acqua anche nell’edificio? Tenga presente che le costruzioni vengono fatte in una cosiddetta vasca bianca che è caratterizzata da cementi impermeabili e lì dove ci sono i giunti delle varie gittate viene anche inserita una guaina. Quindi queste strutture sono fatte in materiale inerte (che non ha ripercussioni negative sulla qualità dell’acqua), ovvero materiali neutri ma impermeabili. La vasca bianca è un lavoro in più ed ha dei costi più elevati, ma garantisce che non entri acqua nella costruzione.
La delibera in merito al pompaggio dell’acqua rischia di essere modificata, secondo lei? Assolutamente no: l’acqua potabile è un bene prezioso, e una risorsa inestimabile, tutta Bolzano beve un’acqua eccezionale che non è filtrata e non è trattata. Per quattro garages non è che mettiamo a rischio la falda. Per quanto mi riguarda, darò sempre parere negativo a modificare la delibera.
Il servizio di noleggio rapido delle biciclette è stato introdotto dal Comune di Bolzano a partire da ottobre 2019. Abbiamo voluto approfondire le modalità di utilizzo, la sua convenienza e il suo costo, insieme a Brunella Franchini – ingegnere dell’ufficio mobilità del Comune – facendo il punto della situazione in vista dell’autunno, quando sarà messo in atto un ampliamento delle ciclo-stazioni in città.
Ing. Franchini, partiamo dagli inizi, da dove nasce il progetto? L’idea iniziale era quella di creare una “ciclopolitana telematica” che prevedesse, oltre al bike sharing, altre modalità per incentivare l’utilizzo della bicicletta consentendo alla popolazione di percorre il tratto casa/scuola e casa/lavoro in modo sostenibile.
Negli ultimi anni sono aumentati i posti dove prelevare e riconsegnare le biciclette, si pensa ora a creare una migliore rete di collegamenti tra i quartieri? Ad oggi, abbiamo a disposizione 11 ciclo-stazioni e circa 100 biciclette, tra quelle tradizionali e con pedalata assistita. Vorremmo permettere alle persone di muoversi con facilità dalle periferie al centro, collegando tra loro anche i diversi quartieri. Per l’autunno è atteso un ulteriore ampliamento che prevede l’installazione di altre ciclo-stazioni presso la Stazione Casanova, viale Europa, via Roma, ponte Talvera e il parcheggio della funivia del Colle.”
Si punta, quindi, a incentivare l’utilizzo del bike sharing anche a coloro che provengono da fuori città? Esattamente. Con questo servizio proponiamo una valida alternativa all’utilizzo dell’auto anche ai pendolari. Il noleggio consente di avere una mobilità fluida; ad esempio, si potrebbe spostarsi utilizzando prima il treno o il bus, e subito dopo la bicicletta. La facilità di questo rapido cambiamento tra i mezzi agevola sicuramente chi lavora o studia a Bolzano, ma abita distante dal capoluogo.”
Quali sono i costi e le modalità per utilizzare le biciclette disponibili? L’iscrizione al servizio avviene tramite il portale bolzano.ecospazio.it; dopo essersi registrati ed aver caricato i soldi sul proprio account, si può prelevare la bicicletta da qualsiasi ciclo-stazione direttamente con il proprio cellulare. Per maggiore comodità si può unire l’Alto Adige Pass al proprio account e, al momento del prelievo del mezzo, basterà semplicemente passare il pass vicino alla colonnina. La tessera serve solo per il riconoscimento, l’importo sarà invece prelevato dal conto personale del portale. Possiamo dire, però, di essere in trattativa con STA per l’inserimento del bike sharing nel circuito Alto Adige Pass anche per quanto riguarda il pagamento. Il costo è di 1 Euro ogni ora – o 50 cent ogni mezz’ora – per un massimo di tre ore di utilizzo; questo per garantire la rotazione delle bici. I punti del bike sharing sono integrati anche in Google Maps, e quindi facilmente identificabili. Il fatto di non avere un operatore sul luogo fisico permette di utilizzare il servizio 24/24h, completamente in autonomia; è ugualmente disponibile un servizio clienti per ricevere un supporto.”
Il codice civile italiano prevede che, alla morte di un soggetto, una parte del suo patrimonio debba forzatamente essere trasferito ad alcuni eredi; di qui la nota differenziazione tra quota disponibile, ossia che può essere lasciata a chiunque, anche non erede, e quota di legittima, ossia “riservata” ad alcune categorie di eredi, detti legittimari (ossia, il coniuge, i figli e gli ascendenti, se in vita). Quali tutele vi sono se uno di questi soggetti riceve meno di quanto previsto dalla legge? Una di queste è la cosiddetta azione di riduzione, riconosciuta ai legittimari per ottenere giudizialmente la quota di legittima, così come determinata dall’articolo 556 del codice civile. L’azione di riduzione spetta anche agli eredi ed agli aventi causa dei legittimari. Essa costituisce un’azione giudiziale che trova compiuta disciplina agli articoli 554 e seguenti del codice civile. Nel caso di successione senza testamento, l’art. 553 stabilisce un automatismo in base al quale, le quote di eredità si espandono per fare spazio ai diritti di legittima; non si può quindi parlare di vera e propria azione di riduzione. Diversa è la circostanza in cui il defunto abbia fatto testamento, e quest’ultimo sia lesivo dei diritti di legittima. In quest’ultimo caso trovano applicazione gli articoli 554 e 558 del codice civile. Il legittimario leso potrà in questo caso agire in riduzione contro le disposizioni testamentarie lesive dei propri diritti di legittima. Quando l’azione di riduzione avente ad oggetto le disposizioni testamentarie lesive non sia sufficiente ad integrare i diritti dei legittimari, gli stessi potranno agire in riduzione contro le donazioni effettuate in vita dal defunto (che vengono dalla legge considerate, in sostanza, come anticipi di eredità). L’articolo 559 stabilisce in particolare come le donazioni si riducano a partire dall’ultima per poi andare alle anteriori. L’azione di riduzione delle donazioni è dunque subordinata all’incapienza del patrimonio ereditario.
Il vescovo Ivo Muser nella sua lettera di Ferragosto (“In anima e corpo”) prende nuovamente posizione a favore dellavaccinazione, che fino ad ora si è dimostrata l’unico modo efficace – oltre alle misure di protezione e distanziamento – per combattere il coronavirus o per ridurne drasticamente le conseguenze.
La lettera è dedicata alla “corporeità” che “è molto più che fisicità”. Essa è “il corpo-vissuto, è la nostra vita nello spazio e nel tempo, la nostra sessualità, il nostro volto, la stretta di mano, il sorriso e il pianto, le nostre esperienze, gli atteggiamenti e le relazioni, il nostro agire, il nostro evolverci e la nostra inevitabile fine”. Non c’è dubbio che la pandemia ha messo a dura prova il nostro corpo e la nostra psiche. Il vescovo, come aveva fatto anche papa Francesco (“Io credo che eticamente tutti debbano prendere il vaccino, è un’opzione etica, perché tu ti giochi la salute, la vita, ma ti giochi anche la vita di altri”), si inserisce in modo indiretto ma deciso nella querelle sulla vaccinazione. “Il Covid”, scrive, “è ancora un tema molto presente, in quanto strettamente legato alla salute, un ambito che riguarda l’intera società e quindi di carattere prioritario”. Ed ecco: “Senza dubbio la protezione della salute fisica, anche attraverso una vaccinazione, è necessaria, buona e importante – e anche espressione di responsabilità, solidarietà e rispetto”. Vero anche che il virus ci mette “di fronte a una verità che la nostra società trova particolarmente difficile da accettare: la vita umana è e rimane vulnerabile, in pericolo, fragile e mortale – prima e dopo la pandemia”. Riconoscere i propri limiti, i limiti della vita e della natura umana è una sorta di vaccinazione per la nostra anima e sarebbe un buon antidoto a certi atteggiamenti fanatici e negazionisti. “Quando ricominceremo a capire che l’essere è più importante di ogni avere e di ogni cupidigia, ci avvicineremo al dono e al mistero della vita”.
Nella faticosa bagarre legata al green pass, in molti hanno per la prima volta avuto a che fare con un QR Code: un’immagine quadrata contenente quadratini neri e bianchi, che viene letta da dispositivi (come i cellulari equipaggiati di un’opportuna app) per decifrarne il contenuto. Ma da dove vengono questi QR code? E che cosa sono? I QR Code nascono nel 1994 in Giappone: un’invenzione della DENSO Wave, divisione della DENSO Corporation, multinazionale produttrice di componenti per l’industria automobilistica. Il modo più semplice per capire cosa sia un QR Code è di pensarlo come una forma più sofisticate di “codice a barre”. I codici a barre codificano in modo compatto informazioni utili, come le principali informazioni di un prodotto o di un biglietto del treno, i dati di una persona, l’indirizzo web di un’azienda, ecc. Si prestano ad essere stampati e applicati su contenitori e manifesti pubblicitari, oppure ad essere mostrati in un cellulare, grazie alla loro semplicità e ridotte dimensioni. I codici a barre codificano informazione lungo una singola dimensione nello spazio: guardandoli in senso perpendicolare alle linee, si può immaginare che una linea nera rappresenti un “1”, e una linea bianca rappresenti uno “0”. Questo pone dei limiti su quanta informazione si può in effetti codificare in un codice a barre… si narra che fin dagli anni ‘60 in Giappone ci fosse un dibattito aperto su come superare questo limite, per poter aumentare l’informazione da associare ai prodotti nei supermercati. Il QR Code affronta questo problema codificando l’informazione lungo due dimensioni: non più linee, bensì quadratini, dando quindi “significato” sia alla larghezza che all’altezza del codice. Per poter leggere il contenuto di un QR Code, così come di un codice a barre, serve un dispositivo (o un software associato a una fotocamera) che sia capace di leggere l’informazione ivi nascosta, e decifrarlo. Questo ci porta ad un problema centrale, ovvero: quanto è facile per un lettore leggere il codice e decifrarlo? Si tratta di un problema molto complesso, perché il codice potrebbe essere inquadrato con qualunque orientamento. Il QR Code risolve questo problema introducendo degli “elementi di controllo” che permettono di ricostruire molto velocemente come riorientare l’immagine per poterla poi decifrare. è proprio da questa “velocità di decodifica” che viene il nome stesso: QR sta per “Quick Response” – “risposta veloce”. I cellulari di ultima generazione sono capaci di decifrare i QR code semplicemente usando la fotocamera del telefono. Per creare dei QR code che nascondano un’informazione voluta servono invece delle app dedicate – ce ne sono moltissime disponibili per iOS e Android.
È davvero singolare il destino dei toponimi: alcuni attraversano indenni – o con trasformazioni minime che, al pari di certe creature camaleontiche, ne favoriscono l’adattamento alle mutate condizioni ambientali – varie epoche e lingue, acquisendo con il tempo un alto grado di autonomia dai contesti storici; altri invece scompaiono nel nulla dopo una breve esistenza come suoni caduti nel vuoto della memoria. Il nome e il luogo preistorico di cui ci occupiamo oggi è forse il più distante dall’odierna realtà cittadina di Laives. Se alziamo gli occhi al cielo e lasciamo vagare lo sguardo sulla sommità arrotondata del Montelargo, rimaniamo inevitabilmente delusi. Nulla si scorge sopra le ampie pietraie o l’ultimo maso incastonato sul versante scosceso del monte; la fitta coltre di alberi nasconde la vista di quello che, forse, per la sua lontananza dal fondovalle e per l’incredibile vista offerta su tutta la valle dell’Adige, è stato il primo e più importante insediamento o luogo di culto della popolazione preromana di questo territorio oltre 2500 anni fa. Infatti lì si nasconde uno dei più grandi tesori storico-archeologici dell’intera Bassa Atesina: il sito di Enzbirch. Un insediamento ancora tutto da esplorare, circondato da una poderosa cinta muraria ancora visibile, una sorta di inaccessibile Machu Picchu nostrana. Molte le domande che attendono risposta. Chi l’ha creato? Chi vi abitava? In quale epoca? Perché quassù, a precipizio sulla Vallarsa? Era un luogo di culto? Un riparo? E, infine, perché è stato abbandonato? Oltre mille metri sotto i nostri piedi sorge il paese di Laives. La stretta gola del Vallarsa incute rispetto e vista da quassù anche timore con le sue pareti perpendicolari, il silenzio sepolcrale del passato. Tornando ai nostri toponimi, per quanto riguarda la l’arcana “Wallburg” (come vengono chiamati gli insediamenti fortificati caratteristici di questa zona alpina) ovvero castelliere sopra Laives denominato Enz-birch o Trens-birg, scoperta per caso negli anni ‘20 del 900, è facile indovinare, data la vetustà del sito e anche del suo nome, che siamo di fronte ad una storia antica e non facilmente decifrabile. Va ricordato, in questo contesto, che i nostri antenati privilegiavano soluzioni semplici ai loro problemi quotidiani – anche nel campo della toponomastica. Il nome – che non è un elemento esclusivamente locale in quanto compare anche in altre località come per esempio nella regione tedesca del Baden-Wurttemberg, dove esiste un “Enzberg”, mentre in Alto Adige è diffuso il cognome Enzenberg – esiste in varie varianti. Ciò non ci deve stupire perché il fatto che un nome subisca lievi correzioni è del tutto naturale. Ogni cultura cerca di adeguare i nomi alle proprie esigenze e alle proprie competenze linguistiche. In casi estremi può accadere che non rimanga nulla del nome originario e perciò resta ingrato il compito dei ricercatori di asportare, strato dopo strato, i suoni sovrapposti per ritrovarne la forma originale.
Nel 1859 l’architetto civico Sebastian Altmann realizzò la stazione ferroviaria di Bolzano-Gries-Dodiciville. Il territorio bolzanino all’epoca era ancora diviso in tre Comuni. Bolzano contava 7388 abitanti, Dodiciville 2221 e Gries 1769. La linea ferroviaria Bolzano-Verona era stata inaugurata in quello stesso anno e la città, divisa in tre frazioni , si proiettava verso il nuovo secolo con tutta la forza motrice della locomotiva. Altmann edificò il complesso edilizio della stazione ferroviaria sul terreno comunale di Dodiciville, in quella che è la collocazione della stazione di Bolzano. Sorta in aperta campagna, lontana dal centro storico, la stazione verrà collegata solo l’anno successivo con il viale della Stazione in direzione del Duomo. Il blocco edilizio principale – con la hall, la biglietteria ed i servizi per i viaggiatori – era costituito da un manufatto di forma trapezoidale, con tre frontoni, metaforicamente rivolti nelle tre direzioni della città (Dodiciville, Bolzano, Gries). Un’agile pensilina in ferro battuto, ingentilita da lampioni pensili, accoglieva i viaggiatori del primo binario. Caduto l’impero Austro-ungarico, il 24 maggio del 1928, la prima stazione subì un’opera di completo “restyling”. Di per sè l’architetto Angiolo Mazzoni, incaricato della sua trasformazione, non modificò di molto l’impronta originaria di Sebastian Altmann, confermando in toto il blocco edilizio precedente, ma applicando alle superfici un nuovo linguaggio architettonico.
Il primo binario ad inizio ‘900
Il prospetto principale, quello rivolto verso il centro storico, venne arricchito da otto semicolonne di ordine gigante. Un’imponente trabeazione superiore con fregio e cornice rimarcò quindi le cinque porte d’accesso principale della stazione, mentre ai due lati opposti del prospetto vennero collocate due composizioni scultoree, opere di Franz Ehrenhofer. La prima figura, allegorica , rappresentava “la trazione a vapore”, mentre la seconda faceva riferimento alla “trazione elettrica”. Le figure sono volutamente fortemente caratterizzate. Il gesto è tutto rivolto nell’azione fisica di muovere e fare azionare i meccanismi e gli ingranaggi delle due forme di energia. Sul lato rivolto a nord venne collocata una torre di forma quadrangolare e, sotto di essa, una composizione scultorea realizzata sempre da Ehrenhofer raffigurante simbolicamente i quattro maggiori fiumi che attraversano l’Alto Adige. Personaggi illustri o poco conosciuti, vicende storiche tragiche e felici vedranno poi il loro succedersi, nel corso del tempo, in quello che è stato e resta uno dei più importanti manufatti architettonici della nostra città.
Scriveva Tomas Maldonado in “La speranza progettuale” nel 1970: “Da sempre abbiamo vissuto in un ambiente costruito in parte da noi stessi. Tuttavia la consapevolezza di un tale ambiente, d’essere circondati e condizionati da un territorio specificamente nostro, da un intorno fisico e socioculturale che oggi definiamo ‘ambiente umano, è paradossalmente una conquista recente”. Per la città di Merano, ciò cosa implica? Per secoli, per millenni, chi ha detenuto il potere ed i progettisti che si sono succeduti hanno immaginato un insediamento urbano che fosse conseguente alla loro concezione spaziale. I conti di Tirolo hanno immaginato un borgo commerciale che fosse direttamente soddisfacente ai propri interessi territoriali. Nel corso dell’Ottocento e Novecento la città ha scoperto la propria vocazione turistica. Sono nate quindi le grandi strutture alberghiere e tutti i manufatti urbani ed architettonici di supporto: ponti, stazioni, passeggiate, luoghi di divertimento e di svago (quali il teatro Civico o il Kursaal). Ogni progettista ha immaginato un concetto di città che fosse direttamente conseguente alla propria idea di spazio, con una declinazione del gusto di una specifica epoca. I magnifici disegni del Kursaal del viennese Fr. Ohmann del 1912 o i grandi alberghi disegnati dagli architetti Munsch & Lun, ci testimoniano tutto il gusto di un’epoca, ma anche una ricca immagine che la città del Passirio poteva essere. La sua vocazione di “città giardino”, con i suoi viali alberati e le belle villette immerse nel verde concepita nel corso del XIX secolo e portata avanti anche nel secolo successivo, sono state in parte stravolte dalle speculazioni edilizie del XX e XXI secolo. Merano rappresentata una stratificazione storica tutta da rileggere: essa è il frutto, oggi, di una concezione di diversi spazi urbani che si sono sovrapposti. Tornando al professor Tomas Maldonado, egli ci ricorda come bisogna necessariamente tornare al nostro sistema biotico: l’acqua, l’aria ed il suolo. Solo così si potrà tornare ad immaginare una città vivibile, ecologicamente sostenibile e socialmente più umana senza che essa rinneghi il proprio passato o che venga stravolta la propria struttura urbana.