Papa Leone

Nei giorni scorsi ancora una volta ho seguito con grande interesse il processo che ha portato all’elezione del nuovo papa. La chiesa cattolica conserva tutt’ora una procedura elettiva in grado di garantire una grandissima suspense fino all’ultimo secondo, ovvero fino all’annuncio del nome del cardinale prescelto, in lingua latina, dopo la famosa fumata bianca.
Normalmente siamo abituati a vivere le elezioni politiche come un’inevitabile scontro tra chi vince e chi perde. Con successiva inevitabile divisione per anni, nei consessi politici, tra maggioranze e opposizioni (chissà per ché non minoranze). In Vaticano abbiamo assistito a qualcosa di molto diverso. Diverse “voci” hanno riferito che il nuovo papa abbia ottenuto in conclave un consenso quasi plebiscitario. Si è parlato di “ben più di 100 voti” su 133, ovvero una maggioranza superiore all’80%.
Al momento dell’elezione poi tutti i cardinali si sono affacciati ai balconi, sorridenti, soddisfatti di aver trovato in breve tempo una quadra che rappresentasse davvero molte delle istanze in gioco.
Interessantissima è stata poi la scel ta fatta dal punto di vista geografico, culturale e linguistico. Dopo la svolta internazionalista data dalla chiesa cattolica dal 1978 con la scelta di papi non italiani, questa volta ad essere eletto è stato un papa che in molti non hanno esitato a definire meticcio, ovvero… un “vero americano”.
Robert Francis Prevost è nato a Chicago negli Usa, ma alla cittadinanza americana affianca quella peruviana, portando con sé con un cognome francese, e soprattutto origini creole, spagnole (catalane) e italiane. Un crogiuolo, dunque, con almeno 5 lingue parlate. Se poi aggiungiamo l’appartenenza ad un ordine religioso, la solida formazione universitaria sia scientifica (matematica) che umanistica (filosofia), non potremmo che aspettarci un impronta internazionalista e moderna nel suo approccio alla guida della chiesa nei prossimi anni. Anche se in realtà non è scontato, perché dal medesimo crogiuolo statunitense recentemente sono giunte spinte forti spinte conservatrici, isolazioniste e protezioniste.
Prevost ha però detto di aver scelto il suo nome da papa volendo sottolineare la nuova “questione sociale” che si fa strada oggi con urgenza, sulla scia di disuguaglianze crescenti che ai più appaiono ahinoi ingovernabili.
Papa Leone XIV citando la parola pace nove volte nel suo primo discorso sembra aver centrato un punto che sta a cuore a una stragrande maggioranza dell’umanità.
Gli auguriamo un buon lavoro.

Autore: Luca Sticcotti

Da Francesco a Leone. La gioia della pace che disarma

Quella tra Francesco e Leone è una staffetta. Persone diverse, stili diversi, ma in relazione e continuità. La “pace disarmata e disarmante, umile e perseverante” è quanto di più francescano ci si possa immaginare. Fa venire in mente la “perfetta letizia” del racconto i cui protagonisti si chiamano, non a caso, Francesco e Leone.

Si narra che frate Francesco (d’Assisi) chiamò l’amico frate Leone e gli disse: “Frate Leone, scrivi che cos’è la vera gioia (nell’originale: perfetta letizia). Metti che un messaggero arrivi e dica che tutti i grandi maestri dell’università di Parigi sono entrati nell’Ordine francescano: non è questa la vera gioia.
Oppure che tutti i vescovi e gli arcivescovi d’Oltralpe, e perfino il re di Francia e quello d’Inghilterra si siano fatti frati: non è nemmeno questa la vera gioia. Anche se sentissi dire che i miei frati sono andati fra i non cristiani e li hanno convertiti tutti, oppure che io ho ricevuto da Dio tanta grazia da compiere miracoli e guarigioni… ti dico che neppure in tutto questo si trova la vera gioia”. Frate Leone allora chiese: “E qual è, allora, la vera gioia?” Francesco rispose: “Immagina che io stia tornando da Perugia in piena notte, con un inverno freddissimo e fangoso. Il mio abito è gelato, i bordi della tonaca ghiacciati mi feriscono le gambe fino a farle sanguinare. Arrivo finalmente alla porta del convento, stanco e infreddolito, busso a lungo e chiedo di entrare. Un frate viene alla porta e mi chiede chi sono. ‘Sono frate Francesco’. E lui: ‘Non è il momento adatto per venire in giro, vattene’. Io insisto e lui risponde: ‘Tu sei un ignorante, un sempliciotto, non c’è più posto per te. Qui dentro siamo abbastanza e non abbiamo bisogno di te’. E io: ‘Per amore di Dio, lasciatemi entrare almeno per stanotte’. Ma lui insiste: ‘No, vai piuttosto dai Crociferi a cercare un riparo’. Ecco, se in quel momento io avrò saputo restare calmo, non mi sarò arrabbiato né turbato e avrò accettato tutto con umiltà e pazienza, allora sì, quella sarà la vera gioia, quella è la vera virtù e la salvezza dell’anima”.
Per (papa) Francesco la vera gioia è “la gioia del Vangelo” che “riempie il cuore e la vita intera”. Per (papa) Leone la vera pace è, come la perfetta letizia, “disarmata e disarmante, umile e perseverante”.

Autore: Paolo Bill Valente

Camaçari – Brasile: dove manca tutto, arriva l’arte

In un angolo del Nord-Est del Brasile – a Camaçari, nello Stato della Bahia, dove povertà, razzismo, violenza e disuguaglianze sembrano aver spento ogni sogno – un progetto educativo ha acceso una scintilla di speranza. Un’iniziativa che, lontano dai riflettori, sta cambiando davvero le cose. Si chiama “Educare con l’arte: i diritti di tutte le bambine, i bambini e gli adolescenti”, ed è il cuore pulsante di una rivoluzione silenziosa, culturale e sociale, che sta restituendo futuro, dignità e bellezza a 183 giovani delle periferie di Camaçari. Il progetto è coordinato dalla meranese Delia Boninsegna, che ormai da 54 anni vive in Brasile.

Questa città, incastonata tra le coste atlantiche e la grande area industriale di Salvador, è una terra di contrasti. Alla ricchezza del polo petrolchimico e del turismo balneare, si contrappongono quartieri in cui mancano servizi essenziali, l’istruzione pubblica è fragile, le famiglie vivono in condizioni di estremo disagio, e molti bambini e adolescenti sono costretti ad abbandonare la scuola per contribuire al sostentamento familiare. Qui, dove lo Stato spesso arretra, sono le associazioni a farsi carico della tutela dei più fragili.

Il progetto, ideato e promosso dall’Associazione Don Paolo Tonucci – Apito (Italia) in collaborazione con la storica sede brasiliana attiva da oltre 25 anni, si è trasformato in pochi mesi in un punto di riferimento educativo e umano. La sua realizzazione è stata possibile grazie al finanziamento della Provincia autonoma di Bolzano, che ha creduto fin da subito nella sua potenza trasformativa, stanziando 41.660,48 euro (di cui il 65,31% coperto dalla Provincia e il restante dall’Associazione).

L’adesione è stata massiccia e immediata: oltre 433 richieste per soli 150 posti disponibili, a testimonianza della sete di cultura, formazione e protezione da parte delle famiglie locali. Alla fine, sono stati selezionati 74 bambini e 109 adolescenti, che oggi frequentano le attività nella sede storica dell’associazione e nella scuola dell’infanzia Apito, riqualificata per l’occasione.

I GIOVANI AL CENTRO DI TUTTO

Ma non si tratta semplicemente di un doposcuola. È una comunità educativa, un luogo in cui arte, scienza, gioco e linguaggio diventano strumenti di emancipazione. I corsi attivati sono tanti e vari: robotica e sviluppo sostenibile, flauto, danza, teatro, percussioni, lettura e scrittura creativa, lingua italiana, giochi interattivi. L’approccio è inclusivo, dinamico, multidisciplinare. Al centro di tutto, la persona: i ragazzi e le ragazze, con la loro unicità e le loro fragilità.

Una psicologa affianca regolarmente le attività, guidando momenti di riflessione collettiva su temi che fanno parte della quotidianità ma che spesso rimangono taciuti: la fame, la violenza domestica, il lutto, il razzismo, la mancanza di lavoro, l’abbandono scolastico, il peso di vivere in comunità marginalizzate. 

Il progetto aiuta a dare un nome al disagio, ma anche a trovare risposte concrete, costruendo reti di sostegno tra pari, famiglie e educatori.

“L’arte qui non è un lusso, ma una via per vivere meglio”, racconta Delia Boninsegna, presidente di Apito Brasile. “Quando vediamo questi bambini sorridere, ballare, suonare, discutere di giustizia e diritti, capiamo che qualcosa sta davvero cambiando. Vogliamo sperare però che tutto ciò sia solo l’inizio, perché trattandosi di un progetto annuale non vorremmo che questo immenso lavoro poi vada svanendo”.

TROVARE LA FORZA INTERIORE

Per questo il progetto vuole lavorare intensamente sull’empowerment giovanile, sulla forza interiore delle ragazze e dei ragazzi che deve trovare lo spazio per emergere affinché l’effetto virtuoso dell’azione possa avere un effetto moltiplicatore tra i giovani. 

È necessario credere nei giovani e dare fiducia che siano loro stessi i protagonisti del cambiamento. 

Rimane fondamentale che le istituzioni, italiane e brasiliane, riconoscano il valore strutturale di questi percorsi e li sostengano nel tempo per raggiungere il maggior numero di giovani.

Il progetto ha avuto anche un impatto occupazionale e professionale: sono stati creati oltre dieci nuovi posti di lavoro tra educatori, operatori e formatori, valorizzando risorse locali e stimolando un’economia solidale fondata sulla cultura e sull’educazione.

A livello istituzionale, Apito si impegna attivamente nei Consigli per i Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza e partecipa alla rete delle scuole comunitarie, promuovendo politiche inclusive, sostenibili e radicate nel territorio. 

È un lavoro complesso, che parte dal basso ma si proietta verso il cambiamento sistemico, in un Brasile che ancora fatica a garantire uguali diritti a tutti i suoi cittadini.

Il merito di questo piccolo grande miracolo sociale è anche della Provincia autonoma di Bolzano, che ha scommesso su una visione educativa integrata e umana. Un gesto concreto che ha superato i confini geografici, culturali e linguistici, per dire che l’infanzia e l’adolescenza vanno protette ovunque, e che l’arte non è solo bellezza, ma giustizia, diritto, futuro.

Autrice: Chiara Caobelli

Il passaggio di imperatori, papi ed elefanti

Nell’anno 799, la Bassa Atesina e il territorio di Bolzano furono testimoni di un evento eccezionale che fece irruzione nella quotidianità dei villaggi rurali: il passaggio quasi contemporaneo di due delle figure più potenti del tempo, Carlo Magno, re dei Franchi e dei Longobardi, e Papa Leone III. Un evento che proiettò questi luoghi di confine al centro della grande politica europea del primo Medioevo.

Papa Leone III era stato vittima di una congiura: accusato da alcune famiglie aristocratiche romane di indegnità morale e amministrativa, fu costretto a fuggire da Roma. Trovò rifugio presso Carlo Magno che lo accolse, lo difese e, dopo aver condotto un’inchiesta che confermò la sua legittimità, decise di scortarlo personalmente nella Città Eterna.

Il viaggio verso Roma seguì probabilmente la via del Brennero, una delle più antiche direttrici nord-sud dell’Europa, già percorsa dai Romani e in uso anche nell’alto Medioevo. È plausibile che l’imperiale corteo passasse per il valico alpino e poi lungo la valle dell’Isarco, attraversando le attuali località di Bressanone, Bolzano e la Bassa Atesina.

All’epoca, la regione era un mosaico amministrativo e culturale: parte era sotto l’influenza del vecchio ducato longobardo di Trento, parte era già inclusa nel comitatus (contea) di Bolzano, istituito dai Franchi come presidio strategico lungo le vie di transito alpine. I territori di Laives, San Quirino, Gries, Settequerce, Cardano, Renon e Weinegg erano inclusi in questa nuova struttura amministrativa che avrebbe dato origine, verso il 1050, alla città di Bolzano, di fatto fondata dal vescovo Udalrico di Trento come sede mercantile. 

Nel dicembre dell’anno successivo, il 25 dicembre dell’800, Carlo fu incoronato da Leone III nella basilica di San Pietro a Roma come Imperator Romanorum. Questo gesto segnò la rinascita dell’Impero romano in Occidente e la definitiva rottura della Chiesa di Roma con Costantinopoli, che non poteva più garantire protezione militare. Fu l’inizio del Sacro Romano Impero, durato mille anni fino all’arrivo di Napoleone.

Ma il frequente passaggio di imperatori e papi, per quanto glorioso, non era sempre e soltanto una benedizione. Le comunità locali, se da un lato accoglievano con curiosità e devozione tali personaggi, dall’altro dovevano sopportarne l’impatto: uomini, cavalli, carri trainati da buoni e rifornimenti rappresentavano un peso notevole, e le razzie di viveri non erano rare. Tuttavia, questi eventi restavano incisi nella memoria collettiva per generazioni, tanto erano straordinari.

Un curioso aneddoto riguarda la presenza di un elefante nel seguito di Carlo Magno in uno dei suoi viaggi italiani. L’animale, chiamato Abul Abbas, era un dono del califfo di Bagdad Harun al-Rashid, lo stesso reso celebre nelle “Mille e una notte”. Il pachiderma fu trasportato via mare e poi oltre le Alpi fino ad Aquisgrana, dove divenne parte del simbolico apparato imperiale. Non sappiamo se Abul Abbas accompagnò Carlo anche nei viaggi di quegli anni, ma non è da escludere: l’elefante fu avvistato in varie occasioni lungo l’arco alpino. Se davvero attraversò la Bassa Atesina, sarebbe stato il primo elefante mai visto in quelle terre.

Più certa è invece la vicenda dell’elefante Soliman, donato nel 1551 al futuro imperatore Massimiliano II e proveniente dalle Indie portoghesi. L’animale attraversò anch’esso la valle dell’Adige, soggiornando presso la locanda “Hylbe” di Ora, che da allora porta il nome di “Elefante”. Anche a Bressanone, l’Hotel Elefante ricorda il passaggio dell’insolito ospite, trasformando un aneddoto storico in eredità toponomastica duratura.

Il passaggio di Carlo Magno nella Bassa Atesina non fu quindi soltanto un momento di effimera gloria, ma un frammento della grande storia d’Europa calato nel cuore dell’arco alpino. Un episodio che ci ricorda come anche le valli più remote siano state, nei secoli, crocevia di potere, fede e leggenda.

Autore: Reinhard Christanell

Nel cimitero il monumento a Theodor Christomannos 

Theodor Christomannos è una di quelle figure che hanno caratterizzato la storia di Merano, dello sviluppo turistico in città e nel territorio. Un personaggio che va conosciuto e ricordato e non solo per ciò che di lui scrisse Arthur Schnitzer: “in ogni paese del Tirolo ha lasciato almeno un figlio”.


La vita di Christomannos e le avventure che di lui si narravano furono infatti rielaborate dallo scrittore viennese che ne trasse ispirazione per il personaggio del signor Aigner nella sua opera teatrale Terra Sconosciuta (Das weite Land). La fama di sciupafemmine se l’era guadagnata già a vent’anni quando ebbe un breve relazione con l’ereditiera Vincentia de Mérode, da cui ebbe anche una figlia, che diventerà la famosa ballerina Cleo de Merode. Quando poi, nel 1909 decise di sposarsi con la nobildonna Franziska Lutz, egli aveva già avuto già avuto cinque figli da cinque donne diverse. Greco di origine era nato a Vienna nel 1854 da una ricca famiglia greco-macedone di religione greco-ortodossa. A diciotto anni aveva accompagnato la madre alle cure a Gries ma decise di fermarsi a Bolzano e frequentare il ginnasio dei Francescani. Finiti gli studi iniziò la facoltà di Medicina ma ferito gravemente alla mano destra durante un duello, dovette cambiare il suo orientamento universitario ed iscriversi a giurisprudenza. Una volta laureato di trasferì a Merano e iniziò a lavorare come giudice e avvocato. Ereditato l’ingente patrimonio familiare Theodor decise di abbandonare l’avvocatura per dedicarsi completamente alla sua grande passione: sviluppare il turismo d’alta quota. Alpinista appassionato fu anche presidente dell’Alpenverein meranese e insieme all’architetto viennese Otto Schmid progettò il primo albergo di montagna a Solda che fu inaugurato nel 1893. I suoi progetti non sempre trovarono il favore dei cittadini anche a causa del suo credo religioso poiché di certo il suo impegno avrebbe fatto giungere in regione schiere di turisti assai ricchi e di altri usi e costumi. Nonostante le polemiche egli riuscì a fondare il “Verein für Alpenhotels in Tirol” l’Associazione per gli alberghi alpini nel Tirolo che si sarebbe occupata sia della costruzione che della manutenzione delle starde di montagne e della costruzione di alberghi in quota. Fu Christomannos a costruire l’albergo di Trafoi e quello del lago di Carezza. E al passo del Falzarego. Oltre agli alberghi, fece aprire anche il rifugio “Cima Fiammante” sulla Giogaia del Tessa e il rifugio Coronelle. Morì il 30 gennaio 1911, a soli 56 anni di età, per le conseguenze di un’influenza aggravata da una pleurite. Grande fu il cordoglio e solenni furono i funerali. È sepolto nel cimitero di Merano. Christomannos è inoltre onorato da un monumento in bronzo raffigurante un’aquila alta 2,50 metri, situato vicino al rifugio Roda di Vaèl, sul Catinaccio; eretto nel 1912, l’anno dopo la sua morte, venne ricostruito nel 1959 dopo la parziale distruzione. Porta il suo nome anche la Torre Christomannos, una vetta di 2800 metri nel gruppo del Latemar.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Marco Stagni: creatività notturna

Fa un piacere immenso constatare il livello artistico raggiunto da alcuni ex ragazzi (anagraficamente parlando) che già una ventina d’anni fa promettevano davvero bene e che oggi continuano a far parlare – bene – della propria musica, quale che sia il progetto che vi è dietro. È il caso di Marco Stagni, bassista e contrabbassista.

I progetti di Marco Stagni sono davvero moltissimi, e tutti di qualità superiore. Per i più distratti ricorderemo che Marco, ancora agli esordi aveva per un breve momento ricoperto il ruolo che fu di Sergio Farina – che aveva cominciato a dedicarsi esclusivamente all’attività di fonico – nella Spritzband di Andrea Maffei; poi a distanza ravvicinata erano arrivate le collaborazioni con il JEMM Project, di cui fa tutt’ora attivamente parte, con la formazione del cantautore britannico Ed Laurie, con i Kolzano, col trio di Manuel Randi, fino alla Italo Connection, la banda da sold out messa insieme da Herbert Pixner per suonare musica elettrica quando non è impegnato col suo gruppo abituale.

Insomma Marco Stagni ha un curriculum visibile, tangibile e soprattutto ascoltabile che in ogni sua forma ne ribadisce la statura musicale.

E proprio nelle scorse settimane, ha visto la luce un disco in vinile dedicato ad un progetto tutto suo, denominato Animali Notturni, progetto in cui è autore di metà dei brani e di tutti gli arrangiamenti e in cui è accompagnato dall’amico e compare di sempre Matteo Cuzzolin, dal chitarrista Philipp Ossanna e dal batterista Max Plattner, entrambi austriaci.

“Animali notturni – ci spiega Stagni – deriva da alcune scritture nate durante dei viaggi di notte, viaggi in senso generico ma in particolare ritorni da concerti. Proprio da qui proviene il titolo dell’album, Sunday, 4:30 A.M., perché spesso i concerti si svolgono di sabato, e la domenica intorno alle quattro e mezza, si è in viaggio per tornare a casa. Durante questi viaggi, più o meno lunghi, capita che ci si ritrovi immersi nella natura, una natura addormentata in cui si muovono solo quegli animali cosiddetti notturni a cui fa riferimento il nome del gruppo. Matteo Cuzzolin, sassofonista della formazione, lo conosco praticamente da sempre e siamo cresciuti anche musicalmente insieme, è un amico e compagno di musica formidabile, gli altri due ragazzi sono austriaci e li ho incontrati tramite dei progetti musicali legati all’Euregio.”

Il disco è convincente fin dal primo ascolto, la musica spinge per uscire dai solchi e nella prima facciata troviamo proprio quei brani che fanno riferimento in particolare ai viaggi di notte, partendo da The Owl (la civetta) scritta da Ossanna, passando per Foxy (la volpe) di Cuzzolin per finire col brano di Stagni che è anche il nome del gruppo e chiude la prima parte. Grazie all’unitarietà di suono collaudata dal quartetto e al lavoro di Luca Tacconi nello studio veronese Sotto il mare, l’impressione è di trovarsi al cospetto di un affresco sonoro in cui di volta in volta si mette in evidenza lo strumento di chi ha firmato il brano, senza mai sopraffare gli altri e andando a costituire quasi una colonna sonora calzante ai viaggi di notte, una colonna sonora che sfugge a qualsivoglia definizione, citando il jazz, il blues, talvolta anche elargendo momenti puramente pop d’alto livello.

“Oltre ai brani strumentali – prosegue Stagni – c’è Appartenenza, quello che chiude la seconda parte, una composizione che ho scritto in due momenti. La parte strumentale risale ad un po’ di tempo fa, poi durante la pandemia, trovandomi in isolamento praticamente totale, è venuto fuori un testo, però non un testo da cantare, un testo che ho cercato di immaginare su un tema che già avevo composto, un testo da leggere in maniera anti-musicale, così ho deciso di affidarlo al lettore vocale di google. Adesso, coi passi da gigante della tecnologia si potrebbe fare di meglio, ma mi piaceva quella voce quasi robotica, mono tono e senza espressione che il lettore aveva nel 2020. Una cosa riconducibile a quel momento. In un altro frangente forse non mi sarebbe venuta in mente unica cosa del genere.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Margit Klammer, dialogo tra arte e natura

Nata a San Candido, Margit Klammer da anni vive e lavora a Merano. Formatasi all’Università di Arti Applicate di Vienna Margit Margit Klammer è una artista poliedrica assai nota e affermata. Le sue opere e i suoi progetti spaziano dalla scultura alla pittura alle installazioni. Il suo interesse però si è ampliato all’architettura studiando con importanti maestri come Matteo Tun e Wilhelm Holzbauer, così sono diventati assai numerosi i progetti eseguiti al fianco di architetti. Molteplici e fra loro assai diversi sono i luoghi in cui è possibile godere delle sue opere. Numerosissime le mostre personali e collettive a cui ha preso parte nel corso degli anni. Le sue opere sono caratterizzate dall’interazione tra arte e natura. Tra le sue opere più note sono da ricordare i cinque padiglioni e la voliera nei giardini di Castel Trauttmansdorff, il progetto di un livello del parcheggio Art Drive-in delle Terme di Merano, il progetto artistico “Terra Acqua Luce” presso la scuola secondaria di primo grado per l’agricoltura, Castel Baumgarten a Ora, il progetto della piazza davanti alla sede della Salewa a Bolzano, per il quale ha ricevuto anche un premio internazionale a New York, e il grande cubo sulla rotatoria all’ingresso nord-ovest della MeBo di Merano. Visto il suo forte legame con la natura si è dedicata anche alla progettazione di parchi gioco e giardini sia pubblici che privati. Sona davvero numerosi i concorsi pubblici in regione e all’estero cui Margit Klammer ha partecipato ed è molto affascinante leggere le relazioni accompagnatorie alle sue diverse proposte artistiche. È il caso dell’opera proposta al concorso della Clinica femminile e dermatologica di Heidelberg: “Le cellule si dividono, si fondono in formazioni più grandi e si mantengono separate l’una dall’altra da membrane. Riunirsi e dividersi… Il processo biologico di divisione cellulare per consentire la crescita è un prerequisito fondamentale per ogni vita. Per la Clinica di Heidelberg questo fatto diventa l’oggetto della progettazione artistica. Riguarda quindi non solo la clinica dermatologica o femminile, ma l’intero complesso e cresce al di là di esso. È un collegamento con la vita in generale”.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Palazzo Menz, un gioiello storico e artistico nel centro di Bolzano

Palazzo Menz è situato nel cuore di Bolzano. È uno degli edifici più significativi della città, testimone di secoli di storia e trasformazioni culturali. La sua architettura e le decorazioni interne riflettono l’evoluzione del gusto e delle influenze artistiche che hanno attraversato la regione nel XVIII secolo.

L’edificio originario risale al periodo tra il 1666 e il 1682, quando la famiglia Wettin-Rafenstein decise di demolire le case preesistenti per costruire una residenza di prestigio. Il progetto prevedeva un grande salone a doppia altezza e una facciata caratterizzata da erker con affaccio su via della Mostra. Nel 1753, il palazzo fu acquisito da Georg Paul Menz, un mercante di tessuti di origine tedesca, che ne commissionò una ristrutturazione significativa.

A partire dal 1771 l’artista Karl Henrici (Schweidnitz 1737 – Bolzano 1823) fu incaricato di decorare gli interni del palazzo. Henrici aveva studiato a Venezia e a Verona era stato allievo del Cignaroli. Frescante molto stimato nella zona di Bolzano era richiestissimo sia dai nobili che dal clero. A palazzo Menz egli realizzò affreschi che trasformarono il salone principale in un’opera d’arte di gusto veneziano. Il soffitto fu ornato con il “Trionfo dell’Amore”, mentre le pareti furono decorate con scene di una festa in maschera ambientata in un giardino, creando un effetto trompe l’œil che dava l’illusione di un ambiente esterno. La vicina “sala cinese” presentava invece decorazioni ispirate all’Oriente, con paesaggi esotici e motivi orientaleggianti.

Nel 1784, Anton Melchior von Menz organizzò a Palazzo Menz una serie di rappresentazioni teatrali durante il Carnevale, portando in scena opere italiane con libretti in tedesco. Questi eventi divennero un appuntamento culturale di rilievo per la città, attirando l’élite locale e straniera.

Nel corso dei secoli, il palazzo subì diverse trasformazioni. Nel 1952, fu acquistato dalla Banca Commerciale Italiana, che nel 1971-72 avviò un restauro volto a valorizzare le caratteristiche storiche e artistiche dell’edificio. Tra il 1996 e il 1999, un ulteriore intervento ha restituito al pubblico la bellezza originale degli affreschi, consentendo ai visitatori di ammirare questo tesoro artistico.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La strada dedicata a Giuseppe Di Vittorio

Importante via della zona industriale, è dedicata a un protagonista del sindacalismo italiano. Nato a Cerignola (Foggia) l’11 agosto 1892 da genitori braccianti agricoli, nel 1902, morto il padre sul lavoro, “Peppino” dovette abbandonare la scuola per fare pure lui il bracciante; fece subito l’esperienza dello sfruttamento del lavoro bracciantile; già a 12 anni aderì al sindacato dei contadini; nel 1910 fu eletto segretario della federazione giovanile del PS pugliese; arrestato nel maggio 1912 durante una manifestazione bracciantile, passò alcuni mesi nel carcere di Lucera. Riparato in Svizzera, tornò in Pu-
glia a seguito dell’amnistia del gennaio 1915. Come bersagliere fu gravemente ferito all’offensiva del 1916 sull’altopiano dei sette Comuni. Rimase sotto le armi come sorvegliato speciale, prima a Roma, poi in Sardegna, a Palermo, infine in Cirenaica. Nell’inverno 1919 riprese il posto di segretario della Camera del
lavoro di Cerignola, poi anche di quella di Bari. Nell’aprile 1921 finì nuovamente in carcere; ne uscì quando fu eletto alla Camera. Con lo scioglimento di partiti e sindacati, tra i provvedimenti nei suoi confronti fu condannato a 12 anni di carcere, ma riuscì a fuggire in Francia. Dal 1928 al 1930 fu in Unione Sovietica. Tornato a Parigi, entrò nel gruppo dirigente del PCI clandestino; fu ferito nella battaglia di Guadalajara (8-23 marzo 1933). Nel 1941 fu arrestato dai tedeschi a Parigi e rinchiuso nel carcere di La Santé; fu poi confinato a Ventotene, isola da cui fu liberato con l’avvento del governo Badoglio; fu di nuovo clandestino con l’occupazione tedesca di Roma. Partecipò alla Resistenza tra le file delle Brigate Garibaldi. Nel 1945 fu eletto segretario della CGIL, nel 1946 deputato all’Assemblea Costituente. nel 1953 presidente della Federazione Sindacale Mondiale. Era alla guida della CGIL quando fu colpito da infarto (il terzo). Morto a Lecco il 3 novembre 1957, fu sepolto a Roma nel Cimitero del Verano.

Autore: Leone Sticcotti