Da Berlino a Bolzano, il viaggio di Rikus tra scelte e nuovi inizi

Com’è stato il tuo primo impatto con Bolzano e la sua comunità? Ti sei sentito subito accolto?
Quando mi sono trasferito a Bolzano, ero ancora uno studente della Libera Università di Bolzano e avevo pochi contatti con le persone del posto. All’epoca frequentavo soprattutto circoli di lingua tedesca. Non posso dire di essermi sentito particolarmente benvenuto, ma nemmeno sgradito: Bolzano è una città come tante altre. Se non ti impegni a integrarti, difficilmente cambierà qualcosa. Solo quando ho iniziato a fare volontariato a La Strada – Der Weg ho avuto modo di conoscere meglio la comunità e, da quel momento, mi sono sentito davvero accolto.

Come vivi la dimensione bilingue di Bolzano? È stato difficile ambientarti dal punto di vista linguistico?
All’inizio ho trovato difficile comunicare in questa città e, ancora oggi, incontro qualche difficoltà. Sebbene il tedesco sia molto diffuso a Bolzano, non tutti lo parlano, e l’inglese non rappresenta una vera alternativa, poiché non è così comune. Tuttavia, la gente di Bolzano è generalmente aperta e amichevole, e spesso cerca di comunicare nonostante la barriera linguistica.

Quali differenze culturali hai notato tra Bolzano e Berlino? C’è qualcosa che ti ha sorpreso particolarmente?
Bolzano è senza dubbio una città piccola, e me ne sono reso conto presto. Dopo mezzanotte, non c’è quasi nulla di aperto: nessun chiosco, pochi club, spesso affollati e non sempre operativi, e i bar che chiudono al massimo all’una di notte. In quei momenti, la città sembra quasi deserta. Non posso dire che mi abbia sorpreso del tutto, ma a volte questa mancanza di vita notturna ha un suo peso. Una cosa che invece mi ha colpito positivamente è che qui i supermercati sono aperti anche la domenica, un dettaglio tutt’altro che scontato. Un altro aspetto che apprezzo molto è la forte cultura dell’escursionismo e della natura, qualcosa che Berlino certamente non offre. Non ero abituato alla passione locale per lo sport, il ciclismo e lo sci, e trovo affascinante questa parte dello stile di vita bolzanino. Certo, a volte mi mancano i buoni spettacoli teatrali e i concerti, ma in compenso la qualità del caffè qui è eccezionale e i prezzi sono più accessibili. Dire che il caffè è radicato nella cultura locale sarebbe un eufemismo!

Com’è per te stare lontano da casa? Ti manca qualcosa in particolare della Germania?
È difficile dire che mi manchi qualcosa di specifico di casa. Piuttosto, è l’insieme di piccole cose che, sommandosi, creano quel senso di nostalgia: alcune bevande, certi cibi o ristoranti a cui ero affezionato. Tuttavia, se devo essere sincero, non è poi così male. Basta tenere gli occhi aperti: c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, e questo rende l’esperienza ancora più emozionante.

Come sta andando l’esperienza del servizio civile? Ti ha aiutato a sentirti più parte della comunità qui?
Il servizio funziona benissimo! Mi ha mostrato un lato completamente diverso di Bolzano e dei suoi abitanti. Prima di allora ero attivo principalmente nei circoli studenteschi internazionali e la mia cerchia di conoscenze era limitata a quello. Ora, grazie al servizio civile, ho imparato a conoscere ad apprezzare la gente del posto, la vera popolazione di questa città. Il senso di comunità, un social network con tanti eventi sociali di cui prima non avevo nemmeno preso nota. Da quel momento in poi ho vissuto Bolzano in un modo completamente diverso e ho imparato ad apprezzarla e ad amarla.

Hai già un’idea di cosa farai dopo il servizio civile? Ti piacerebbe restare a Bolzano o tornare in Germania??
Dopo aver completato il mio servizio civile qui, tornerò in Germania e lì inizierò a studiare psicologia. Questo volontariato è stato per me una prova importante per verificare se potevo e sarei stato in grado di lavorare regolarmente con le persone e se potevo immaginare di lavorare nel settore sociale. Il servizio civile ha eliminato molte delle mie paure e ritengo che mi abbia anche preparato molto bene per il mio futuro. Ne sono molto grato.

Autrice: Salma, COOLtour

Da Bolzano all’Irlanda: un anno di studio all’estero per crescere

Cosa ti ha spinto a scegliere proprio Dublino per il tuo anno all’estero? È stata una scelta casuale o avevi già un interesse per l’Irlanda?
In realtà, l’Irlanda non è stata la mia prima scelta per l’anno all’estero. Fin dall’inizio, il mio obiettivo principale era il Canada, un paese che, per diversi motivi, mi ha sempre affascinato. Il suo sistema scolastico è molto simile a quello americano, ma con standard generalmente più elevati. Questo lo rendeva interessante per me, sia per migliorare il mio inglese, sia per ricevere un’istruzione di qualità. Tuttavia, dopo essermi informato meglio, mi sono reso conto che il costo di un intero anno in Canada era decisamente troppo alto.
Anche considerando la possibilità di ottenere una borsa di studio, l’investimento complessivo sarebbe stato comunque molto impegnativo. Per questo motivo, ho dovuto valutare alternative più accessibili, anche dal punto di vista amministrativo.
A quel punto l’Irlanda è diventata la mia seconda opzione e mi sono reso conto che aveva alcuni elementi di interesse. Innanzitutto, è un Paese anglofono; in secondo luogo, il fatto che faccia parte dell’Unione Europea semplifica notevolmente tutti gli aspetti burocratici. Un altro aspetto che ha influenzato la mia scelta è stato il tipo di programma offerto dalle agenzie di scambio: l’Irlanda è molto flessibile e consente di tornare in Italia per le festività e anche i genitori possono venire a trovarti. Sapere di poter rivedere la mia famiglia durante l’anno mi dava maggior sicurezza.

Com’è stato il tuo primo impatto con la scuola e il sistema scolastico irlandese? Ci sono grandi differenze rispetto all’Italia?
Sì, il sistema scolastico irlandese è molto diverso da quello italiano. Prima di tutto, in Irlanda sono gli studenti a scegliere le proprie materie di studio (come accade in università) e nel caso di studenti d fuori la scelta si basa solitamente sulle materie del proprio indirizzo scolastico. Frequentando il Liceo Scientifico Torricelli, infatti, ho potuto selezionare biologia, fisica, chimica e geografia (che in realtà per come è affrontato è più simile alla nostra Scienze della Terra). Un’altra grande differenza è il rapporto tra studenti e insegnanti: in Irlanda non esiste il formalismo italiano del “professor” e del “lei”, tutti si chiamano per nome.
Inoltre, il loro percorso scolastico è strutturato diversamente: non hanno la scuola media, ma fanno sei anni di elementari e sei anni di superiori. C’è anche il cosiddetto Transition Year, un anno “di transizione” tra il Junior Certificate e il Senior Certificate, in cui gli studenti non devono sostenere esami e si dedicano a esperienze pratiche e attività extrascolastiche. È facoltativo, e infatti alcuni scelgono di saltarlo e terminare la scuola prima.

Vivere lontano da casa per così tanto tempo è una sfida. Qual è stata la cosa più difficile da affrontare e cosa, invece, ti ha sorpreso in positivo?
Sì, è sicuramente una sfida, anche se io mi sono adattato abbastanza in fretta, preso dall’entusiasmo per la novità. Però so che per molte persone il distacco può essere difficile da superare. Per me è stata più complicata la socializzazione. Prima di partire pensavo che, essendo “l’italiano nuovo della scuola”, tutti sarebbero stati curiosi di conoscermi. In realtà non è stato così. Gli studenti hanno già i loro gruppi consolidati e non è facile inserirsi. Inoltre, ho notato che qui in Irlanda i ragazzi escono meno rispetto all’Italia: molti preferiscono stare a casa e comunicare online.
Per quanto riguarda gli aspetti positivi, invece, sono rimasto sorpreso da quanto rapidamente sia migliorata la mia comprensione della lingua. Dopo poche settimane riuscivo già a capire quasi tutto, cosa che mi ha dato molta sicurezza. Un altro aspetto che ho apprezzato molto sono i paesaggi. Le scogliere, le spiagge immense e il mare al tramonto sono uno spettacolo unico, diverso da quello a cui ero abituato.

Cosa ti è mancato di più di Bolzano? Cosa di meno?
La cosa che mi manca di più sono sicuramente gli amici e la famiglia. Anche se l’esperienza all’estero è entusiasmante, ci sono momenti in cui ci si sente soli, ed è normale che questo porti a pensare a casa con nostalgia. Mi manca anche il modo in cui in Italia si vive la socialità. Da noi è normale uscire per un caffè, incontrarsi al bar, studiare insieme in un locale. In Irlanda, invece, questa abitudine non esiste molto. Il cibo italiano è inimitabile, e devo dire che è una delle cose di cui sento più la mancanza. Qui il cibo è molto diverso, e anche quando si trova qualcosa di italiano, il sapore non è mai lo stesso. Per questo molti studenti italiani all’estero si fanno spedire prodotti tipici da casa. Quello che invece non mi manca per niente è il tedesco! A Bolzano è una lingua indispensabile, ma io non l’ho mai amata particolarmente. Passare un anno senza doverla studiare è stata una sorta di liberazione. So che il prossimo anno dovrò riprendere in mano il tedesco, ma per ora mi sto godendo questa pausa.

Cosa hai imparato fino ad ora da questa esperienza? Senti di essere cambiato rispetto a quando sei partito?
Sì, mi sento molto cambiato e maturato. La cosa più importante che ho imparato è come adattarmi. Vivere in un altro paese significa dover trovare il proprio posto in un ambiente completamente nuovo, affrontare nuove abitudini, una lingua e una cultura diverse. All’inizio può sembrare difficile, ma poi ci si adatta in modo naturale. Ho anche sviluppato maggiore indipendenza e capacità di gestione del tempo. Qui ho dovuto organizzare la mia routine da solo, imparare a muovermi tra scuola e casa (che distano un’ora e mezza l’una dall’altra), gestire gli spostamenti e risolvere piccoli problemi quotidiani senza poter contare sempre sull’aiuto altrui. Un altro aspetto che mi ha fatto crescere è stato il rapporto con la famiglia ospitante. Inizialmente vivevo con una famiglia, ma dopo un mese ho capito che la situazione non era adatta a me e ho deciso di cambiare. Credo che un’esperienza come questa debba essere vissuta nel miglior modo possibile, e se ciò significa cambiare famiglia ospitante, è importante avere il coraggio di farlo. Infine, ho acquisito molta più sicurezza in me stesso. Prima di partire ero una persona piuttosto timida e ansiosa, mentre adesso mi sento più aperto, socievole e pronto ad affrontare nuove sfide senza paura.

Autrice: Salma, COOLtour

HCB dal 1933 a oggi, una lunga storia

Luca Tommasini, responsabile stampa e comunicazione per l’Hockey Club Bolzano e la nazionale italiana di hockey su ghiaccio, racconta la storia, gli highlights e i traguardi dei Foxes.

Com’è stato fondato il club? Esiste una connessione con il regime fascista?
L’Hockey Club Bolzano non è nato in relazione al regime, anzi. Nel 1933 è sorto come un club formato da un semplice gruppo di giocatori sia di madrelingua italiana che tedesca che si ritrovava per giocare in zona Campiglio. A causa della guerra il Bolzano dovette interrompere le attività che ripresero all’interno della Polisportiva Alto Adige, ma solo per un breve periodo di tre anni, fino al 1948, quando la squadra riprese il nome di Hockey Club Bolzano. 

Il club ha avuto tanti successi sul territorio italiano, mentre ora gioca in una lega mitteleuropea. Perchè questo cambiamento?
La storia dell’hockey italiano è molto travagliata: tra gli anni Sessanta e Ottanta e soprattutto negli anni Novanta il campionato italiano era un torneo di spicco nel panorama europeo. Con gli anni 2010 il livello è calato visibilmente. Bolzano è sempre stata una delle squadre di punta, ma nel 2013 ci siamo ritrovati di fronte a una scelta: il fuoco si era un po’ spento in città, pochissimi spettatori erano presenti alle partite e abbiamo iniziato ad arrancare. L’amministratore delegato ha deciso allora di chiedere l’iscrizione alla lega mitteleuropea per riportare a Bolzano un hockey di livello con la speranza di richiamare anche i tifosi. I buoni risultati del primo anno hanno aiutato a risvegliare la passione di chi era già tifoso. E adesso stiamo lavorando molto per creare una tradizione solida anche tra i più giovani. Un altro cambiamento importante è stato lo spostamento del palaghiaccio, da via Roma a una nuova area fuori città con la costruzione del Palaonda nel 1993, una scelta che allontanò l’hockey dai quartieri popolari. Per questo motivo, stiamo collaborando con la Provincia e il Comune per migliorare i trasporti in occasione delle partite, con l’obiettivo di ricollegare la squadra con la città e far tornare più gente allo stadio.

Quali sono le personalità più significative nella storia della squadra?
Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta abbiamo iniziato ad avere giocatori veramente forti che hanno lasciato il segno, da meteore come Kent Nilson, giocatore NHL, a giocatori che hanno iniziato a far parte fissa della squadra come i due russi Maslennikov e Vostrikov — il Volga Express. Nel 1994 Jaromir Jagr – che è uno dei giocatori più leggendari di sempre nella storia – è passato dall’HCB. Poi ci sono stati Gino Pasqualotto, simbolo di Bolzano, Martin Pavlu, uno dei migliori giocatori italiani di sempre, Robert Oberrauch e tanti altri.

E il rapporto con la città?
Bolzano è sempre stata una città legata a questo sport. Sin da quando si è diffuso in Nord Italia negli anni venti del Novecento, infatti moltissimi giovani sceglievano l’hockey più che il calcio come prima esperienza sportiva e questo è sempre stato un fattore fondamentale anche per la promozione di questo sport nel Nord Italia. Bolzano ha una storia particolare avendo diversi gruppi linguistici: l’hockey è sempre stato lo sport che ha abbattuto le barriere, probabilmente l’unico qui. Soprattutto negli anni in cui i gruppi non convivevano come ora, è sempre stato lo sport che ha riunito tutti. I tifosi, che condividevano la stessa passione e dopo la partita uscivano insieme, e i giocatori, di madrelingua italiana e tedesca.

Autrice: Anna Michelazzi

Incontri in biblioteca per celebrare i 50 anni del nuovo diritto di famiglia

Nel 2025 ricorrono i 50 anni del Nuovo diritto di famiglia in quanto il 19 maggio 1975 veniva promulgata dopo nove anni di acceso dibattito, la legge 151, che riformava il diritto di famiglia in Italia.
La Biblioteca Civica di Bolzano ha organizzato, in collaborazione con il consultorio AIED, un ciclo di conferenze, cercando di ricostruire il percorso storico e il clima di grande fermento sociale che portò alla promulgazione della legge, con uno sguardo anche al presente e ai nuovi modelli di famiglia che sempre più popolano la nostra società.

Il primo incontro avrà luogo il 22 aprile in Biblioteca Civica alle ore 18. Raffaella Sarti, docente di Storia Moderna e Storia dei generi presso l’Università di Urbino, socia fondatrice e Presidente dal 2020 al 2024 della Società Italiana delle Storiche, racconterà al pubblico la storia del diritto di famiglia in Italia, dall’unificazione del Regno d’Italia, passando attraverso il Ventennio e l’approvazione della carta costituzionale, fino all’approvazione della legge del 1975.
Si tratta di una storia che implica diversi aspetti -dalla storia di genere, con il modificarsi dell’immagine dei generi, dei loro rapporti e ruoli – alla storia del lavoro, soprattutto domestico e di cura.
È una storia di diritti. Ed è sicuramente una storia in fieri, ma conoscerne i punti salienti è importante per orientarsi nel presente e costruire il futuro.
A seguire, il 24 maggio alle 10 il consultorio AIED ha organizzato, presso le panchine “Gocce–Tropfen” al Parco Petrarca – Talvera, la presentazione del libro Clandestine (Bompiani, 2024) con l’autrice Marta Stella, giornalista professionista e consulente editoriale, che narra la formidabile epopea dei movimenti femministi in Italia.

L’ultimo incontro sarà il 28 maggio in Biblioteca Civica alle 18. Chiara Bertone – che insegna Sociologia della famiglia e Studi di genere all’Università del Piemonte Orientale ed è tra le pioniere degli studi critici sull’eterosessualità e sulle famiglie LGBT in Italia – dialogherà con l’avvocata Lorna Ciacci, esperta di diritto di famiglia e collaboratrice del consultorio AIED di Bolzano. Le relatrici metteranno in evidenza come la società italiana arrivò al nuovo diritto di famiglia e quali profonde trasformazioni sociali e culturali legate al concetto di famiglia ed ai ruoli di genere, abbiano avuto luogo dal dopoguerra ad oggi, con uno sguardo critico sulla realtà e rivolto alle prospettive future.

Un premio per Gustav Thöni

I Rotary Club del Trentino Alto Adige hanno scelto Gustav Thöni, la leggenda dello sci mondiale, per l’ambito “Premio Rotary” che viene conferito ogni due anni per la carriera e le azioni che il premiato ha intrapreso a favore della sua comunità o addirittura per tutto il territorio.
Gustav Thöni è stato un modello per generazioni di sportivi, è stata una figura di raccordo fra le comunità residenti in Alto Adige in un periodo in cui le tensioni etniche erano palpabili. Per il suo paese natale e il comprensorio la sua personalità semplice e la sua lungimiranza nel portare avanti l’albergo ereditato dal nonno Friedrich Ortler, proprietario dell’Hotel Bellavista, ha fatto giungere in valle numerosi turisti. L’albergo, da lui e dalla sua famiglia ancora oggi gestito, è un angolo di armonia ed elegante semplucità dove poter respirare un clima di famiglia, rispettoso della tranquillità, con ottimi cibi di qualità. La giornata di premiazione ha chiamato a Trafoi 120 rotariani rappresentanti i 12 club della regione che, in un clima di felicità, hanno onorato il campione, ricordato le sue vittorie e visitato il piccolo museo dei cimeli, ricordo delle trecento competizioni cui Gustav Thöni ha preso parte, talora vincendo e talora piazzandosi fra i primi tre. A questa cerimonia hanno contribuito gli studenti del Kunstgymnasium che, guidati dalla professoressa Elisabeth Hölzl, hanno realizzato il libretto del Premio Rotary.
Un effetto corale, un incontro intergenerazionale per onorare un campione, ma soprattutto un uomo semplice e di gran cuore. Il premio in denaro sarà devoluto da Gustav Thöni al Kinderdorf di Bressanone e al Summer Camp di Caldonazzo, affinchè bambini meno fortunati possano avere occasioni di crescita personale e un futuro migliore.

Autrice: R. P.

Rispetto per i diritti

Sandra Durnwalder, originaria di Merano, è educatrice sociale e sessuale. Lavora da quasi 12 anni come streetworker e, da due anni, coordina anche l’area di riferimento. È attiva nel volontariato presso il canile di Naturno, dove si prende cura degli animali con la stessa dedizione che riserva alle persone. Si impegna inoltre per i diritti per le donne e per le persone queer, promuovendo l’uguaglianza e il rispetto per tutte le identità.

La cosa di me che mi piace di più.
La mia empatia.

Il mio principale difetto.
La mia impuntualità.

Il mio momento più felice.
Lo sono ogni volta che torno a casa e la mia gatta mi viene incontro.

Da bambina sognavo di diventare…
Una cantante.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.
Un viaggio in Egitto.

Il luogo dove vorrei vivere.
Al mare.

Il mio piatto preferito.
Patate in ogni variante.

Non sopporto…
Le bugie e la disonestà.

Per un giorno vorrei essere…
Un uomo.

Nel mio frigorifero non mancano mai…
I pomodorini.

Se fossi un animale sarei…
Una tigre.

Sono stata orgogliosa di me stessa quella volta che…
Lo sono stata quando ho conseguito la mia seconda laurea.

Tre aggettivi per definirmi.
Socievole, spiritosa, testarda.

La prima cosa che faccio al mattino.
Mi oriento…

Il mio film preferito
Hachiko e la mummia (parte 1).

Il mio attore preferito.
Johnny Depp.

Il superpotere che vorrei avere.
Poter leggere nel pensiero.

Il mio ultimo acquisto.
Un regalo per qualcun altro.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?
La natura a due passi da casa.

Amo il mio lavoro perché…
Mi dà la possibilità di aiutare i giovani a cui gli altri hanno smesso di credere.

L’errore che non rifarei.
Dare troppa confidenza alle persone sbagliate.

Autore: Marco Valente

Una folla al Mercatino delle mamme

L’edizione primaverile 2025 del Mercatino delle Mamme si conferma nuovamente un punto di riferimento per tutta la provincia per la compravendita di articoli per l’infanzia e i ragazzi, trasformandosi in un circolo virtuoso che rimette in pista articoli di ogni genere ancora in buono stato, con il doppio obiettivo di venire incontro alle famiglie e di riciclare oggetti altrimenti destinati alla discarica.

Sono stati ben più di 180 i venditori di questa edizione – che si è tenuta nel week end del 29 e 30 marzo come sempre presso il Centro Don Bosco di Laives, che ha collaborato fin dalla prima edizione.
Migliaia gli articoli in vendita, dall’abbigliamento 0 -14 anni a seggiolini bicicletta e auto, monopattini e biciclette, caschetti, libri, giocattoli e molto altro, con visitatori e acquirenti ormai provenienti perfino dal vicino Trentino. L’instancabile lavoro dei volontari – ben 40 questa volta – garantisce un’organizzazione impeccabile e la vendita di oggetti solo in buonissimo stato.
Dalla squadra dedicata all’accettazione e distribuzione della merce, alla squadra “braccia forti”, che si occupa di predisporre tavoli e panche così come di smantellarli a fine evento, l’istancabile lavoro e coordinazione di tutti ha garantito il successo, arricchito questa volta anche da una novità: lo spazio dedicato ai bambini, molto apprezzato dai visitatori che hanno così potuto dedicarsi con calma agli acquisti mentre i bambini non avevano tempo di annoiarsi.
Un ringraziamento da parte di tutti, organizzatori, venditori e acquirenti, va alla giunta comunale, all’Elki e al Centro Don Bosco, come sempre sostenitori a vario titolo di questa preziosa iniziativa a sostegno delle famiglie e della preziosa cultura del recupero.
Il prossimo mercatino, dedicato all’abbigliamento e oggettistica prettamente invernali, si terrà nel week end dell’11 e 12 ottobre.

Autrice: R. T.

Record di iscritti al torneo di Burraco

Ennesimo successo per il consueto torneo di burraco dell’Oratorio Santiago: la 16esima edizione ha registrato un record di iscritti: ben 36 coppie si sono sfidate in questo tradizionale gioco di carte, che ha visto vincitrice – per la seconda volta di seguito – la coppia formata da Julia Visintainer e Angela Mosca. Al secondo posto la coppia Luigina Dorigoni e Rosanna Merighi e medaglia di bronzo per Maria Carla Antolini ed Ernesto Milea.

Ultimi classificati, al 36esimo posto, Ivan Lazzarin insieme ad Anna Maria Peralta, che non si sono certo lasciati scoraggiare dal risultato, anzi: il torneo è infatti un’occasione soprattutto per godere di una giornata in piacevole e ricca compagnia, fare nuove amicizie e – in questa edizione – venire deliziati dai premi messi in palio per tutti i partecipanti dalla ditta Gramm.
Il Burraco è un gioco di carte della famiglia della Pinnacola, nato probabilmente in Uruguay intorno agli anni Quaranta come variante della Canasta, e dagli anni Ottanta si è diffuso enormemente anche in Italia ottenendo sempre più seguaci.
I motivi sono semplici: permette di riunire al tavolo un buon numero di persone e, una volta compreso il meccanismo e il sistema di punteggio, dà sempre vita a partite entusiasmanti.
La giornata all’Oratorio Santiago si è poi conclusa con la cena di chiusura torneo, organizzata dalle volontarie dell’Oratorio con il sempre prezioso aiuto degli amici alpini della locale sezione dell’Ana.
A chiudere in trionfo una giornata ricca di emozioni, un evento davvero speciale per la comunità: il concerto dell’Istituto di Promozione Musicale Claudio Monteverdi, insieme alla Corale Claudio Monteverdi di Cles, al “Coro laboratorio musicale” di Ravina, al coro del liceo musicale G. Pascoli e ai cantori del ginnasio bolzanino “Walther von der Vogelweide”, che hanno eseguito in maniera magistrale la solenne Messa da requiem di Giuseppe Verdi: un evento dal sapore particolare, che ha letteralmente gremito la chiesa parrocchiale, con la presenza anche di molti giovani.
Il prossimo evento nel calendario dei volontari dell’impegnatissimo Oratorio Santiago sarà il mercatino pasquale nella domenica delle Palme.

Autrice: R. T.

Antisemitismo. Fenomeno che richiede consapevolezza

“L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei”. Spesso chi ha un atteggiamento antisemita non se ne rende affatto conto. L’odio contro gli ebrei, nella storia, si è manifestato in vari modi anche nella nostra regione. Un fenomeno che richiede attenzione e consapevolezza.

Le immagini che giungono da Gaza e dalla Cisgiordania, le narrazioni a senso unico, la polarizzazione che ne deriva, portano a una sovrapposizione tra Stato di Israele, Governo israeliano, popolo ebraico e persone ebree. Ciò, anche quando si è in perfetta buona fede, apre a una nuova deriva antisemita. Un antisemitismo che spesso si nasconde dietro affermazioni di apparente buon senso.
Antisemitismo: ma che cos’è?
Dal 2017 la Commissione Europea utilizza la definizione operativa, giuridicamente non vincolante, adottata dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA) secondo la quale “l’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei” e le “manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”.
Si chiarisce bene e subito che “le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite”. Lo diventano quando lo Stato d’Israele viene attaccato perché “concepito come una collettività ebraica”. In questo senso la stessa espressione “Stato ebraico” è fuorviante.
“L’antisemitismo si esprime nel linguaggio scritto e parlato, con immagini e con azioni, usa sinistri stereotipi e fattezze caratteriali negative per descrivere gli ebrei”. Esempi contemporanei di antisemitismo sono, oltre l’incitamento alla violenza contro gli ebrei, la loro demonizzazione, la diffusione di stereotipi, l’attribuzione agli ebrei in generale di crimini compiuti da poche persone, la negazione o la banalizzazione della Shoa, una certa avversione preconcetta verso lo Stato di Israele, “fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti”, “considerare gli ebrei collettivamente responsabili per le azioni dello Stato di Israele”.
Tutto questo non ci riguarda?
Il documento della “Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo” rivela che “circa un quinto degli italiani nutre sentimenti antisemiti” e un terzo “coltiva pregiudizi e stereotipi tradizionali”.
In questa Settimana Santa che coincide con la Pasqua ebraica un vivo augurio di liberazione: dal pregiudizio, dall’odio, dall’ignoranza.

Autore: Paolo Bill Valente