Quando  la solidarietà viene ricompensata

“Non me l’aspettavo, sono molto sorpreso. Sorpreso e felice”. Sembra una frase banale, dichiarata da una persona qualsiasi che ha vinto un premio qualsiasi. Ma se a pronunciarla è Gianni Libardi, almeno Merano tutti sono sicuri della sua genuinità. Sono lui, anima dei “diversamente giovani” della zona, e Rebecca Thurnwalder i vincitori del Premio di Solidarietà che la città conferisce a persone o enti che operano volontariamente nel campo sociale e caritativo.

La sua vitalità è contagiosa, e lo sanno bene gli “over” del gruppo anziani della parrocchia di Santa Maria Assunta, che con lui (ma soprattutto grazie a lui) trovano nel loro sodalizio una seconda casa, un’altra famiglia con cui trascorrere il tempo libero. Da oltre dieci anni, Gianni Libardi si dedica quotidianamente come volontario alle attività della parrocchia, mettendo a disposizione il suo tempo e le sue competenze per il bene della comunità. Oltre al suo impegno nel Gruppo Anziani, il signor Libardi è anche membro del consiglio direttivo del Circolo parrocchiale; in questa veste, svolge un ruolo fondamentale nella gestione amministrativa dell’associazione e nel coordinamento delle attività sociali, culturali e ricreative che arricchiscono la vita della parrocchia, creando un ambiente di supporto e socializzazione per le persone più vulnerabili.

Assieme a lui, a ritirare il Premio di Solidarietà 2024 c’era anche Rebecca Thurnwalder, che è impegnata sempre nella stessa cerchia, ma con un target diverso, quello dei ragazzi. Come operatrice volontaria ha accompagnato i giovani di Maia Bassa e di Santa Maria Assunta prima nei gruppi giovanili delle due parrocchie e poi come assistente dei chierichetti. Oltre ad essere attiva in numerose associazioni locali, partecipa alle attività della parrocchia di Santa Maria Assunta aiutando le persone bisognose. Particolarmente degno di nota è il suo impegno nel consiglio di amministrazione dello Jugenddienst di Merano, dove è responsabile dei progetti estivi e del lavoro con i bambini e i giovani. È inoltre coinvolta in diversi progetti sociali come Work Up e Social Shop.

“La signora Thurnwalder è una persona cordiale e armoniosa che agisce con decisione di fronte alle ingiustizie sociali, e si batte con passione per i diritti delle persone svantaggiate – ha dichiarato l’assessore ai servizi sociali Stefan Frötscher nella sua Laudatio – Thunswalder lavora come insegnante di scuola materna a Marlengo, e come madre single ed ex residente di un Kinderdorf, conosce bene le situazioni di vita difficili e si impegna a portare speranza e gioia in ogni fase della vita.
Questo eccezionale impegno civico merita un riconoscimento speciale, perché con il suo lavoro ha contribuito in modo significativo alla prosperità della nostra comunità”.

L’INTERVISTA

Signor Libardi, il Premio Solidarietà è un riconoscimento importante. Se l’aspettava?

No, davvero non me l’aspettavo. E quando mi hanno comunicato che l’avrei ricevuto ci ho messo un po’ a capire il motivo per cui sono stato scelto. Non faccio niente di particolare, in fondo.

Beh, si prende cura della sua comunità, degli anziani, non sembra poco… 

È vero, ma è semplicemente la mia quotidianità, quello che faccio per stare bene con me stesso e con gli altri. Ho lavorato in banca per tutta la vita, poi nel 2017 sono andato in pensione e ho messo le mie competenze a disposizione del volontariato, degli amici.

Di che cosa si occupa, nello specifico, in parrocchia?  

Mi occupo dell’amministrazione, coordino i pagamenti e seguo la gestione delle sale, dove vengono anche ospitati eventi che non riguardano la vita della Chiesa, come le riunioni di condominio, per fare un esempio. E poi c’è il gruppo anziani, quello che ho denominato il “Circolo diversamente giovani”: posso affermare, senza falsa modestia, di essere un po’ il fulcro dell’organizzazione delle gite, dei soggiorni, delle nostre feste e dei nostri pranzi, che registrano sempre un successo incredibile. E anche per questo gruppo mi occupo di contabilità, dell’amministrazione e dei rapporti con le istituzioni: qualcosa di molto familiare, alla fine, per chi ha lavorato in banca.

Lei è fra i più giovani del gruppo. Il suo essere così operoso potrebbe rappresentare una sorta di garanzia per il suo futuro?

In effetti con i miei 74 anni ancora da compiere sono un bocia! (ride, ndr). Scherzi a parte, l’idea non è sbagliata, anzi, se non fosse che la mia signora ed io abbiamo deciso che con il prossimo autunno ci trasferiremo in provincia di Verona, dove vive nostra figlia; in fondo è lei la nostra vera garanzia per il futuro. Ci dispiace lasciare Merano, la nostra casa e i nostri amici, ma credo che con l’avazare dell’età avremo sempre più voglia (nonché bisogno) di avere nostra figlia vicino a noi. 

E come faranno i suoi “diversamente giovani”?

Ho già garantito il mio appoggio da remoto, continuerò – come si dice – a lavorare per la parrocchia in “smart working”. Ma credo che si tratti solo di una soluzione momentanea, non potrò continuare a collaborare con tutti questi chilometri che ci dividono. Per ora non abbiamo trovato un sostituto, ma spero che nei prossimi tempi qualcuno si faccia avanti, mi dispiacerebbe che si interrompesse questo flusso positivo.

Autore: Luca Masiello

Gruppi di acquisto solidali, un altro modo di fare la spesa

Con Elda Dalla Bona oggi parliamo dei GAS (Gruppi di acquisto solidali). Si tratta di un insieme di persone che si organizzano per acquistare prodotti direttamente dai produttori, privilegiando eticità, sostenibilità e filiera corta… senza mai dimenticarsi della “s” di solidarietà.

“Ti offro un tè o un caffè?” È così che comincia, quasi sempre, una conversazione con Elda Dalla Bona. Non te lo dirà, ma lei ha una missione precisa: rendere il mondo un posto più bello. Non a parole – che volano, si sa – ma con i fatti, che invece restano. Più di vent’anni fa ha fondato il primo Gruppo di Acquisto Solidale (GAS) in Alto Adige, quando ancora pochi sapevano cosa fosse. Oggi è presidente di “Ginko per il Bene Comune”, ma il suo curriculum vitae non si ferma di certo qui. 

L’INTERVISTA

Quando si dice GAS, non tutti pensano immediatamente ai Gruppo d’Acquisto Solidale… ci spieghi cosa sono?

Molto brevemente, un GAS (Gruppo di Acquisto Solidale) è un insieme di persone che si organizzano per acquistare prodotti direttamente dai produttori, privilegiando eticità, sostenibilità e filiera corta… senza mai dimenticarsi della “s” di solidarietà. In Alto Adige i GAS nascono più di vent’anni fa, tra l’altro, proprio a Merano con il GASlein. Poi si sono sviluppati velocemente in provincia.

E Ginko? Perché è legata al mondo dei GAS?

“Ginko per il Bene Comune” nasce come cooperativa di comunità nel 2022, però già qualche anno prima alcune persone si erano messe assieme per delineare un progetto comune. Avevamo in mente di sviluppare l’idea del GAS in qualcosa di parzialmente diverso, cioè, accessibile a più persone.  Perché accedere a un GAS è un impegno non da poco e… non è per tutti (persone anziane, persone sole ecc.). Un progetto non privo di insidie, perché è difficile da trasmettere come idea: giusto prezzo al produttore, senza mediazione, giusto prezzo al “usufruitore”.

I primi passi?

Con l’aiuto di alcune persone ispirate, abbiamo individuato un locale presso il Rione Maria Assunta di Merano e abbiamo scoperto che è di proprietà dell’IPES. Ci siamo messi in contatto e… una lungaggine dietro l’altra. Per fortuna abbiamo trovato anche chi si prendesse a cuore la nostra causa.
E poi, parlando in giro del nostro progetto, altre persone si sono aggiunte. È stato un periodo di confronti, abbiamo individuato lo scopo primario, cioè animare il territorio e creare luoghi di comunità, e abbiamo scelto il nome.

Ecco, il nome: perché “Ginko”?

Il ginko è un albero antichissimo, risale a oltre 250 milioni di anni fa. Ha radici profonde ben ancorate al terreno, come la solidarietà, la giustizia sociale che guidano la nostra cooperativa; le sue foglie sono leggere, delicate, come la flessibilità e l’apertura al cambiamento; e poi è una parola “plurilingue”, adatta al nostro contesto.

Le persone socie della prima ora? Quanti eravate?

Dodici. Quasi tutte donne. Di fatto una start-up femminile. E praticamente tutte maestre (o maestri). Non penso sia un caso. Infatti la funzione educativa è alla base del nostro agire e anche del nostro pensare. Un negozio di questo tipo dà la possibilità di capire il perché io debba acquistare una cosa al posto di un’altra. Tenendo conto dell’ambiente, del rione, costituito da persone anziane, extracomunitari, famiglie ecc. Attualmente le persone socie sono 124, ma aumenteranno! Sarà prevista una piccola zona di incontro, tipo bar, dove si potrà leggere il giornale, incontrarsi, chiacchierare. Sarà uno spazio per offrire occasioni di apprendimento: come si produce il cibo, come fare le pulizie in maniera “ecologica” ecc. Ci immaginiamo momenti di formazione come: “Sai cosa metti nel cestino?” Qualcosa di simile è già stato offerto nel 2024: cinque eventi nella sala del comitato di quartiere. A gennaio è cominciata speditamente la ristrutturazione. Questo ci induce ai prossimi passi, acquisto di mobili, frigoriferi, organizzazione degli spazi. Il lavoro è veramente notevole, ma grazie alle competenze messe a disposizione da amici e amici degli amici (architetti, ingegneri ecc.) sta uscendo veramente qualcosa di bello.

Come vi finanziate?

Le persone socie pagano una quota sociale di 25 euro, abbiamo vinto bandi, organizzato crowdfunding. Ma abbiamo sempre bisogno di fondi perché organizzare un negozio costa molto. Nella nostra scelta del partner bancario abbiamo scelto Banca Etica, di cui sono una fedelissima cliente e socia, perché riteniamo che l’utilizzo giusto del denaro sia parte integrante di questo progetto.

Anno della speranza, cosa sperate per il vostro progetto?

Abbiamo l’ambizione di essere qualcosa di significativo per la nostra città (e non solo), perché vogliamo incidere sulle abitudini delle persone, che sono mosse più dalla pubblicità che dal buon senso. È sotto gli occhi di tutti. Compriamo cose che non ci servono, convinti che ci servano, e che ci fanno addirittura male. Questo progetto ha la concretezza di fornire le cose giuste, ma anche idee, pensieri, cambiamenti, conversione di intenti, nell’acquisto, nel relazionarci con l’ambiente e con le altre persone. È un luogo (e non un non-luogo come il supermercato!) di incontro e di scambi di parole. Crediamo che fornire semplicemente delle merci non sia fondamento del nostro cambiamento.

A proposito di cambiamento: un consiglio per chi vuole cambiare?

“Cambiare” significa in primo luogo prendere coscienza della situazione di oggi, però con attitudine positiva. Ci troviamo in una situazione ambientale, sociale e politica veramente gravissima. Rendersene conto è importante. Il secondo passaggio è “e allora cosa faccio?”, non pensare di cambiare radicalmente, radicalizzarci ci brucia.

In Alto Adige buttiamo via 27,5 kg di cibo all’anno… a persona! Se ci rendiamo conto che nel frigorifero c’è troppa roba e che ci tocca gettarne via una parte, compriamone di meno! Ho bisogno davvero di tutti questi vestiti? Quintali di cose mai usate. Ed esempi analoghi potrei farne anche per altri settori.
Quindi: guardarsi intorno e vedere cosa c’è che mi assomiglia, associarmi, confrontarmi con persone che hanno l’esperienza. Ci vuole la volontà di cambiare con calma, senza farsi prendere dalle nevrosi, per esempio, delle diete. Se evitassimo i cibi troppo processati e altre abitudini, sarebbe già tanto.
Poi si diventa contenti di vivere in modo più semplice. Infine: informarsi, formarsi, approfondire, perché non è mai finito il tempo dell’apprendimento. Ma soprattutto: essere grati per quello che si ha.

“Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio…” dice Franco Arminio, perché, in fondo, il mondo non si cambia chiacchierando. Si cambia facendo. Come fa Elda.

Autore: Marco Valente

“Hygge”, la casa degli adolescenti

Hygge è la grande novità per tutti gli adolescenti di Laives: presentato a presso la sede del Centro Don Bosco, si tratta di una sorta di esperimento, uno spazio “controllato” per donare (finalmente) ai giovani della zona un punto di aggregazione alternativo.

Che i centri dell’Alto Adige siano sempre molto attenti a fornire proposte alle esigenze delle famiglie con bambini in età scolare è cosa nota. Dai doposcuola in cui fare anche i compiti ai centri per le attività ludiche gestiti da associazioni o dalle parrocchie, fino alle proposte per l’estate, le giornate dei più piccoli in età compresa tra la scuola materna e la secondaria di primo grado sono sempre piuttosto coperte da attività utili e interessanti. 

Ma quando questi stessi bambini entrano nell’età dell’adolescenza scompaiono dai radar: non più bisognosi di un luogo controllato da adulti mentre i genitori lavorano, fanno spesso della strada, delle piazze e dei parchi il proprio punto di ritrovo dove però, alla lunga, manca la propositività e la noia la fa spesso da padrona, soprattutto in cittadine come Laives, dove i giovani in età da scuola superiore “emigrano” il più delle volte verso il capoluogo, complice anche la frequentazione scolastica. 

Alla ricerca di un progetto

Con il progetto lanciato nell’estate 2022 “Streets of Laivez” il Centro Don Bosco di Laives – da sempre con le orecchie bene aperte alle richieste dei cittadini – ha cercato di intercettare e creare una relazione con quei giovani. Questo esperimento è stato la base preziosa che ha fornito una serie di spunti di riflessione sulle esigenze di questi ragazzi e su come provare a soddisfarle.

Nei mesi e anni successivi quindi, si è cercato di concretizzare tali spunti in qualcosa di concreto, attraverso incontri tra gli operatori e i giovani stessi, che hanno così potuto di volta in volta fornire il proprio punto di vista e “correggere il tiro” sulla base delle loro reali richieste ed esigenze.

E’ nato così, nel corso del 2024, il progetto “Hygge” – concretamente un punto di ritrovo per ragazzi a partire dai 15 anni, aperto 4 volte a settimana, seguito e gestito da educatori. 

Una partenza in “sordina”

Lo spazio è stato aperto già nello scorso mese di settembre, ma i responsabili non hanno voluto fare subito grandi annunci, proprio per poter monitorare l’andamento del progetto rispettando i tempi degli utenti e poter quindi modificare il progetto in itinere registrando le loro reazioni. 

“L’obiettivo era anche quello – racconta il presidente del Don Bosco Giancarlo Schiavon – di sperimentare se il tam tam tra i ragazzi stessi avrebbe funzionato, se sarebbero stati loro gli artefici del successo di questo progetto. E così è avvenuto, anche meglio di quanto ci si aspettasse.

È arrivato così il momento giusto per una presentazione ufficiale, avvenuta presso il centro il 18 gennaio, alla presenza di tutti gli operatori coinvolti, compresi Marco Fauni, presidente della Consulta Provinciale degli studenti e gli ideatori del progetto, la psicologa ed educatrice Elisa Lanera e Matthias Cossu, coadiuvati poi dall’esperienza di Florian Thaler del Centro, oltre naturalmente a tutti i giovani coinvolti”. 

Di cosa si tratta

Ma in realtà in cosa consiste esattamente “Hygge”?
Di fatto si tratta di un “bar” aperto a tutti i e le giovani che desiderano incontrarsi e fare amicizia. Il termine “bar” è volutamente virgolettato, poiché servirebbe un termine più adatto che – ad oggi – non è stato individuato. “Bar, in qualità di luogo di aggregazione e di festa, è il termine che più si avvicina all’idea che avevamo di questo luogo – raccontano i responsabili – un luogo fisico in cui darsi appuntamento fisso con gli amici ma solo nell’accezione positiva di questo significato”. Dunque non si vuole identificare Hygge con un luogo esclusivamente ricreativo, perché si desidera farlo diventare un luogo in cui nascano spunti di riflessione e discussione, confronto e, ovviamente, divertimento: dai giochi da tavolo agli articoli di giornale da commentare insieme. 

“Benessere” in danese

Il desiderio che questo luogo diventi tutto ciò, ha fatto cadere la scelta sul nome “Hygge”, un termine che suscita curiosità ma che in lingua danese significa esattamente questo: sensazione di benessere e relax che si prova in un luogo accogliente e amichevole. E Hygge a Don Bosco desidera diventare per i giovani di Laives e non solo tutto questo. Ora, dopo la presentazione ufficiale, tutta la comunità sa che questo luogo esiste – e la speranza è quella di riuscire ad allargare ancora di più la platea, proponendo progetti e idee e crescendo insieme. 

Quando e dove

I ragazzi che hanno contribuito a dar vita al progetto e tutti quelli che man mano lo rendono vivo con la loro presenza, sono la dimostrazione che questa gioventù non è solo quella che finisce più spesso nelle negative cronache quotidiane. Il punto di ritrovo Hygge aspetta i ragazzi tutti i lunedì, mercoledì, venerdì e sabato dalle 18.30 alle 23.

Autrice: Raffaella Trimarchi

“Due mondi si scontrano” e l’umile coraggio di Josef

Il 24 febbraio del 1945, esattamente 80 anni fa, la salma esanime di Josef Mayr-Nusser veniva ritrovata nel vagone del treno che lo stava portando, con altri condannati, al lager di Dachau. Si era rifiutato, da solo, di pronunciare il giuramento di fedeltà incondizionata a Hitler. Una storia solo apparentemente lontana.

Il ritorno in Europa e nel mondo dei fascismi e della follia politica ci riporta direttamente agli anni nei quali Mayr-Nusser si formò e maturò le sue convinzioni. Si tratta dell’Alto Adige degli anni Trenta, stretto tra due dittature imperialiste che stavano preparando il conflitto più devastante che la storia abbia mai conosciuto. Che lui, in quel contesto, trovasse il coraggio di dire no al neopaganesimo nazionalsocialista, al razzismo, all’etnocentrismo e ai nazionalismi, significa per noi che pensare è pur sempre possibile e che il pensiero si può tradurre in scelte responsabili.

Un mondo, quello di Pepi Nusser, preso tra il dilagante individualismo amorale e le appartenenze cieche a masse senza volontà, manipolate dalla propaganda, nemica di ogni verità. In questa situazione i giovani attorno a Josef (e a don Josef Ferrari, loro assistente) scoprivano la dimensione comunitaria. Non la “comunità etnica”, che esclude e imprigiona, ma la comunità nella quale ognuno è un dono per l’altro, in cui si leggono e interpretano insieme i segni della storia e ci si assume ognuno la propria personale responsabilità. “Due mondi si stanno scontrando”, aveva scritto Josef alla moglie Hildegard dal campo di addestramento delle SS dove si trovava suo malgrado.

Josef Mayr-Nusser non fu un eroe solitario e nemmeno l’eroe di un giorno soltanto. È un testimone vero. Fu uno che allenò, mai da solo, la sua coscienza a distinguere, per quanto è possibile, il bene dal male. Ecco, proprio questo lo rende così distante dal mondo dei folli nel quale ci troviamo a vivere noi, donne e uomini del terzo millennio, ma ce lo porta al tempo stesso così vicino, come una risposta autentica, reale, al nichilismo senza speranza di un’umanità che ha bisogno, per preservarsi dalla rovina, di tanti Pepi Nusser e del loro umile coraggio.

Autore: Paolo Bill Valente

Le piante a scuola, per stare bene

Beate Weyland è professoressa associata di Didattica presso la Facoltà di Scienze della Formazione della Libera Università di Bolzano. Da anni si occupa dell’interazione tra pedagogia, architettura e design per innovare la didattica e creare ambienti di apprendimento più accoglienti e sostenibili. Questa ricerca l’ha portata a sviluppare il concetto di Eden, un laboratorio interdisciplinare che esplora il ruolo delle piante nella progettazione degli spazi educativi.

Professoressa, Lei ha iniziato la sua carriera come designer degli spazi di insegnamento e ha successivamente scoperto il potenziale del verde. Può raccontarci come è nata questa evoluzione?

Il mio lavoro consiste nell’accompagnare le comunità scolastiche – dai nidi alle scuole dell’infanzia, dalla scuola primaria alla secondaria, fino all’università – in un processo di ripensamento degli spazi educativi. L’obiettivo è trasformarli in luoghi accoglienti, che promuovano benessere, resilienza e gioia. Durante questo percorso, ho scoperto un mediatore straordinario: le piante. La loro presenza negli spazi interni, ma anche in quelli esterni come cortili, giardini e boschi, ha un impatto profondo sull’ambiente educativo. Questo approccio si è concretizzato nella creazione di un laboratorio interdisciplinare, dove esploro il rapporto tra pedagogia, architettura e design. L’obiettivo è sviluppare paesaggi educativi di nuova generazione, luoghi in cui si riflette su come costruire un nuovo rapporto con la natura, integrando le esigenze della didattica con quelle della progettazione degli spazi.

Può spiegarci meglio cosa succede in questo processo?

Si tratta di creare una sinergia più forte tra lo spazio interno e quello esterno, e soprattutto di farci sentire parte integrante della natura, in grado di portarla dentro i nostri ambienti e di incontrare il mondo naturale in modo significativo. Tutto parte da un gesto apparentemente semplice: portare una pianta in vaso in classe. Questo piccolo atto, in realtà, è rivoluzionario. Se, ad esempio, invitiamo i bambini a portare ciascuno la propria pianta a scuola, iniziamo a porci e a porre loro delle domande: “Perché hai scelto proprio questa pianta? Dove la posizioneremo? Come ce ne prenderemo cura?”. Da queste domande emergono questioni legate allo spazio e alla sua interazione con chi lo vive. In un certo senso, ci trasformiamo in “interior designer” della scuola: ci accorgiamo che i banchi tradizionali forse non sono ideali per un lavoro cooperativo ed esplorativo, che mancano librerie o supporti adatti per le piante, e così via. Queste riflessioni ci portano a immaginare nuove soluzioni per rendere questi luoghi veramente piacevoli e belli.
Stiamo entrando in una nuova era. In passato, agli insegnanti è sempre stato detto che la scuola era un luogo in cui svolgere attività specifiche, quasi come operai in una “fabbrica dell’istruzione”: entri, fai il tuo lavoro e te ne vai. Oggi, invece, l’idea è diversa: gli insegnanti e gli educatori sono coloro che accolgono gli allievi nei luoghi della cultura e della conoscenza, creando un ambiente il più possibile accogliente e significativo. Questo avviene anche portando dentro la scuola elementi personali, come le piante, che diventano strumenti di appropriazione dello spazio. Questo gesto, apparentemente innocuo, è in realtà potente: è un atto di liberazione e di vitalità per una scuola che oggi fatica a connettersi con il mondo. Le piante possono essere il primo elemento a innescare questo cambiamento, favorendo un approccio più autentico e coinvolgente per tutti.

C’è un messaggio finale che vorrebbe lasciare ai nostri lettori, magari anche a chi è curioso di avvicinarsi a questo progetto ma non sa da dove iniziare?

Certo, il messaggio che vorrei lasciare è che le piante non sono solo un elemento decorativo, ma un vero e proprio strumento di cambiamento. Questo approccio non solo rende gli spazi più belli e accoglienti, ma trasforma la didattica in un’esperienza viva, esplorativa e coinvolgente. Per i bambini, le piante diventano un compagno di gioco e di scoperta. Attraverso il gioco, i bambini imparano a conoscere il mondo, e le piante possono essere un mediatore straordinario per farli entrare in contatto con la natura. Giocare a dare un nome alla pianta, a descriverla con un aggettivo, a osservarne le caratteristiche, sono tutte pratiche che costruiscono un rapporto emotivo e affettivo. E questo non vale solo per i bambini: anche gli insegnanti, i genitori e chiunque si avvicini a questo progetto può riscoprire il piacere di guardare il mondo con occhi curiosi. Questo approccio sta già ispirando realtà educative in tutta Italia: abbiamo avviato collaborazioni con scuole e istituzioni in diverse regioni e stiamo lavorando a una piattaforma online per raccogliere esperienze e creare una rete di scambio. Inoltre, stiamo progettando un master dedicato a questi temi, che finalmente sta prendendo forma.
Il mio invito è a provare, senza paura di sbagliare. Non serve essere esperti di botanica o di design: basta iniziare con un gesto semplice e lasciarsi guidare dalla curiosità. Se volete approfondire, nel libro “Eden. Educare (ne)gli spazi con le piante” trovate molte riflessioni e spunti pratici. Inoltre, il nostro laboratorio, l’Eden Lab, è sempre aperto a nuove collaborazioni.
Siamo a Bressanone, nella Facoltà di Scienze della Formazione della Libera Università di Bolzano, e chiunque sia interessato può visitare il sito https://edenlab.unibz.it/  o scrivermi (beate.weyland@unibz.it).

Autore: Till Antonio Mola

Susanne Demmel Brunner e le grandi vetrate nella chiesa di Lagundo

Per la realizzazione della chiesa parrocchiale di Lagundo furono chiamati a raccolta gli artisti contemporanei più interessanti del momento e a ciascuno fu affidato un frammento artistico che avrebbe costituito il tessuto decorativo e simbolico della nuova chiesa. Erano gli anni Settanta, anni di rivolta e avanguardia artistica, anni nei quali un oggetto religioso era davvero difficile da trattare e realizzare tenendo fede alle istanze artistiche del momento e le peculiarità della simbologia religiosa. Il team scelto dal parroco Josef Chronst riuscì felicemente nell’impresa. La realizzazione mozzafiato delle tre grandi vetrate fu di Susanne Demmel (25.4.1928 – 24.12.2024), moglie dello scultore Josef Brunner anche egli impegnato nella chiesa. Susanne aveva frequentato l’accademia d’arte di Vienna e lì i due artisti si erano conosciuti, innamorati e sposati. La vetrata est dai colori chiari e festosi allude alle esperienze belle della vita e invita i fedeli a recarsi in chiesa per ringraziare il signore per questi doni. Viene anche chiamata Vetrata Pasquale. Con il sole che sorge essa ricorda Cristo risorto. La vetrata a ovest è costituita da colori scuri dando un tono grave al suo aspetto. Pur mantenendo infatti il grande fascino essa è simbolo di sofferenza, le esperienze negative, le colpe, la fede vacillante. Rivolta al sole che tramonta ricorda la morte di Gesù e per questo motivo viene chiamata Vetrata del Venerdì Santo. La vetrata a nord, nelle tonalità del verde, è simbolo di speranza e fiducia. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Il Celtic Punk dolomitico dei Rumpled

Sono sulla breccia da più di un decennio, anche se nel frattempo hanno cambiato nome e si sono avvicendati diversi musicisti. Da un po’ di tempo, però la formazione è abbastanza stabile ed è composta dal bresciano Giacomo Merigo, ultimo arrivato e voce del gruppo, dalla violinista Patrizia Vaccari e dal fisarmonicista bolzanino Tommaso Zamboni, che si occupano della parte tradizionale della musica, mentre i trentini Davide Butturini, Luca Tasin e Federico Fava sono il trio chitarra-basso-batteria che gestisce la scossa elettrica del gruppo. Il punk-folk di matrice anglo/scoto/irlandese è un genere che ha un suo pubblico affezionato, forse all’estero più che in Italia ed ha padri fondatori importanti come i Pogues in Gran Bretagna e i gruppi americani Waco Brothers e Dropkick Murphys (gli ultimi due tutt’oggi in attività). Il gruppo ha recentemente pubblicato, in vinile, il proprio terzo disco ed è già all’opera per dargli un seguito. Ne abbiamo parlato con il fisarmonicista Tommaso Zamboni.

“Dancing Scars – ci racconta – è il primo lavoro da quando Giacomo è entrato nel gruppo e, si potrebbe dire, è un momento di passaggio dal punk-rock d’ispirazione celtica ad un suono più orientato verso il pop. Di solito per spiegare cosa suniamo a chi non conosce questa musica, dico che siamo un gruppo punk con due strumenti solisti d’ambito folk. Non ci riteniamo una band tradizionale, il fattore folk è sempre ben mescolato col punk, i brani sono quasi esclusivamente firmati da noi e, se sul palco può accadere di concedersi ad un paio di composizioni tradizionali, sono sempre adeguate alla nostra visione, anche perché ormai abbiamo uno zoccolo duro di fan che ci seguono, conoscono le nostre canzoni e le cantano con noi”.

Il vinile di recente pubblicazione si compone di cinque brani pimpanti e contagiosi, come del resto è caratteristica di questo genere, l’affiatamento del gruppo è più che evidente. Emergono in particolare il brano ispirato dalla tempesta Vaia (Vaia’s Breath) e Bikini Pirates, entrambi ispirati dal cambiamento climatico e ai danni che esso ha causato o può causare, con un monito più introspettivo nel primo caso e un approccio più scanzonato nel secondo, eseguito in tandem coi NanowaR Of Steel; e poi c’è la ballata Far Away, che ricorda le cose migliori scritte a suo tempo dal compianto Shane McGowan quando era il cantante dei Pogues.

“Per essere una band di non professionisti – prosegue Tommaso – abbiamo un’attività concertistica piuttosto intensa, lo scorso anno abbiamo tenuto quarantotto concerti, di cui sedici in Italia e sedici in Francia, che è una sorta di patria adottiva. Ci rechiamo a suonarci da tanto tempo, abbiamo cominciato con tour brevi di qualche data, poi l’interesse è cresciuto ed ora ci chiamano a tutti i festival di genere. Adesso cominciano a chiamarci pure in Polonia e in Olanda e lo scorso anno siamo andati in Inghilterra. Il nostro manager è in contatto con le varie agenzie che organizzano il booking in ciascun paese e poi, suonando ai festival, capita di esibirsi sul medesimo palco di autentici mostri sacri, come è avvenuto lo scorso anno in Repubblica Ceca, dove ci siamo esibiti prima dei Bad Religion! In Italia… si fa più fatica. Qui c’è ancora gente, sia tra il pubblico che tra i promoter, che considera la musica un sottofondo buono da ascoltare mentre si mangia o si beve”.

In Italia, comunque, i Rumpled hanno avuto la fortuna di aprire alcuni concerti di Vasco Rossi nel 2022, e queste sono cose che si ricordano. Lo scorso anno invece hanno suonato all’inaugurazione dell’opera dello scultore Martalar intitolata al drago Vaia, sull’altopiano di Lavarone: “Purtroppo, il meteo non è stato clemente e dopo un quarto d’ora abbiamo dovuto fermarci a causa della pioggia. Peccato, perché l’atmosfera era suggestiva, tra la nebbia che avvolgeva il promontorio su cui si erge il drago ed il drago stesso, che nella versione attuale è molto più feroce rispetto a quello andato in cenere nel 2023”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Alla scoperta della lingua degli antichi

Non c’è metodo migliore per stabilire l’appartenenza culturale di una popolazione che conoscerne la lingua, sia parlata che scritta. Tuttavia, ciò non è sempre possibile, perché pochi popoli hanno lasciato testi scritti in quantità sufficiente per essere letti e interpretati in modo efficace. Per quanto riguarda la lingua parlata, vale la vecchia massima: verba volant.

Se ne possono trovare alcune tracce negli antichi toponimi (soprattutto nei nomi dei fiumi, risalenti all’epoca preindoeuropea), che certamente furono tramandati oralmente. Tuttavia, anche i toponimi sopravvissuti hanno subito corruzioni e adattamenti dovuti alle esigenze dei nuovi “parlanti”. Restando nel nostro territorio, è difficile individuare il nucleo originario di un toponimo “incomprensibile” – per esempio Leifers / Laives –, modificato prima dai latini e poi dai germanofoni.

L’enigma linguistico principale – che riguarda da vicino anche la valle dell’Adige – è rappresentato dall’etrusco, una lingua preindoeuropea documentata in testi scritti risalenti a un periodo compreso tra l’VIII secolo a.C. e il I secolo d.C. Ci ha lasciato un corpus di circa 13.000 iscrizioni, perlopiù funerarie, alcune delle quali bilingui e dunque leggibili. Per il resto, è buio totale. Gli etruschi utilizzavano un alfabeto di derivazione greca con solo quattro vocali (senza la “o”) e, pur convivendo a lungo con popolazioni di origine indoeuropea, come i Latini e i Veneti, mantennero le peculiarità della loro lingua.

Abbiamo fatto questa lunga premessa perché vogliamo dedicare qualche parola a un’altra lingua che ci riguarda molto da vicino, in quanto fu parlata per un lungo periodo nelle valli alpine e prealpine: il retico. Proprio in questi giorni, nella città di Trento – da sempre strettamente collegata con la Bassa Atesina –, è venuta alla luce una straordinaria necropoli con 200 sepolture dotate di ricchi corredi funebri (armi per gli uomini, monili per le donne), che dovrebbe appartenere al popolo dei Reti ovvero all’area culturale di Fritzens-Sanzeno. I Tridentini dell’età del ferro, presenti anche in Bassa Atesina,  intrattenevano intensi rapporti economico-culturali con l’area padano-emiliano-veneta. Basti pensare che il principale luogo di culto della loro dea Reitia si trovava a Este.

A differenza dell’etrusco, il retico non ci ha lasciato testi significativi, ma solo un corpus piuttosto ridotto di circa 300 iscrizioni. La struttura grammaticale e l’alfabeto presentano notevoli somiglianze con l’etrusco, che certamente fa parte della stessa famiglia di lingue, detta reto-tirrenica. Queste iscrizioni sono incise principalmente su supporti metallici (ferro e bronzo), pietra, ceramica o ossa animali. I reperti sono stati ritrovati prevalentemente in Trentino-Alto Adige, Tirolo e Grigioni. Il periodo di riferimento è quello dell’età del ferro, tra il 600 a.C. e il I secolo a.C. Dopo l’anno 15 iniziò la romanizzazione forzata.

L’alfabeto utilizzato dei nostri predecessori fino all’arrivo dei Romani si divideva in due filoni: Sanzeno-Bolzano e Magrè (Schio). Il primo era utilizzato prevalentemente in Val di Non e nella Val d’Adige, il secondo nelle zone del veronese e del vicentino.

Cosa contengono queste iscrizioni? Principalmente nomi di persone, dediche a divinità e verbi. Un esempio famoso è l’iscrizione su una pietra tombale rinvenuta a Vadena: pnake vitamu la ↑em (forse “qui è sepolto Vitamu”?). Inoltre, in varie iscrizioni appare il nome proprio Lavise (lavisie, lavisealu e laviseseli), romanizzato in Lavisno. Da questo nome potrebbe derivare anche il moderno toponimo Lavason, una valletta tra Caldaro e Appiano, dove probabilmente correva un ramo della Via Claudia Augusta tra Altino e Augusta (Augsburg). Questa località è menzionata nella famosa lettera di San Vigilio con il nome Lauesana. E, perché no, anche la retica Laives, situata oltre il Monte di Mezzo, potrebbe essere stata in origine la terra di Lavise.

In attesa di trovare la chiave interpretativa di questi antichi idiomi, possiamo godere delle straordinarie scoperte archeologiche, come quella trentina, che ci permettono di conoscere più da vicino i nostri misteriosi avi e la loro cultura.

Autore: Reinhard Christanell

Truffe: i carabinieri fanno chiarezza

È una piaga che sta prendendo sempre più piede, ed il problema più grande è che i malviventi si stanno specializzando sempre di più per raggiungere i propri intenti: il fenomeno delle truffe ai danni delle fasce più vulnerabili della popolazione purtroppo non si arresta, e sono tantissimi i casi registrati in provincia di anziani raggirati da truffatori senza scrupoli, i quali sono riusciti a farsi consegnare cospicue somme di denaro e anche gioielli. Così, per aiutare almeno a tenere sempre gli occhi aperti, le forze dell’ordine organizzano ciclicamente degli incontri con i Seniores, spiegando loro come districarsi fra le nubi dei raggiri.

C’è la “truffa del call center”, quella del “finto maresciallo” e quella del “nipote che si trova nei guai”, ma con molta probabilità i truffatori stanno studiando per trovarne altre. Ed è anche per questo motivo che nei giorni scorsi si è tenuto presso il Centro Anziani di Laives un pomeriggio istruttivo e ricco di contenuti, dove il Maresciallo capo Federico Ragusa, comandante della Stazione dei Carabinieri locale, insieme al Brigadiere capo Manfred Stuppner del Nucleo operativo e radiomobile dei Carabinieri di Egna, ha condotto un incontro informativo rivolto alla prevenzione di truffe e furti.

L’iniziativa si è svolta nelle due lingue, ha ha preso parte anche il Sindaco di Laives Giovanni Seppi, ed ha visto la partecipazione di numerosi anziani che hanno seguito con grande interesse e partecipazione. I due sottufficiali hanno offerto consigli pratici e preziosi su come riconoscere e difendersi dalle insidie dei malintenzionati. Hanno presentato in modo chiaro e accessibile le principali modalità con cui i truffatori agiscono, fornendo ai presenti gli strumenti per proteggere sé stessi e i propri beni da potenziali rischi. Dai falsi operatori delle utenze domestiche ai truffatori che si spacciano per carabinieri, l’incontro ha rappresentato un’importante occasione di sensibilizzazione e formazione, finalizzata a rafforzare la sicurezza personale.

Il coinvolgimento degli anziani è stato entusiasta e attivo, a dimostrazione dell’importanza di eventi di questo tipo per la comunità locale. L’incontro ha inoltre contribuito a rafforzare il legame tra l’Arma dei Carabinieri e il territorio, sottolineando il ruolo fondamentale delle forze dell’ordine non solo come garanti della sicurezza, ma anche come punto di riferimento per la cittadinanza, specialmente in un periodo in cui la consapevolezza sui rischi quotidiani è fondamentale.

Al termine dell’incontro, il Maresciallo Ragusa e il Brigadiere Stuppner hanno ribadito l’importanza di mantenere alta l’attenzione e di non esitare a rivolgersi alle forze dell’ordine in caso di situazioni sospette. Hanno ricordato a tutti i presenti che ciascun cittadino può e deve contribuire alla sicurezza collettiva, con la collaborazione e l’allerta costante come strumenti decisivi per prevenire i crimini.

Autore: Luca Masiello

Cavoli, cavolfiori, cavoli cappucci, verze e rape nella tradizione ebraica 

I cavoli e le rape fanno parte dell’immaginario ebraico così come hanno fatto parte della tradizionale attività agricola e tutt’ora sono ingredienti importanti della cucina e di alcune pietanze dedicate a specifiche festività.  Non possiamo però dimenticare neppure che il cavolo e la rapa fecero tristemente parte della quotidianità disperata degli ebrei del ghetto di Varsavia, quando nell’aprile del 1941 395.000 persone furono costrette a risiedervi.

Il cibo scarseggiava e agli ebrei venivano concesse razioni a bassissimo contenuto calorico: erano infatti le autorità tedesche a rifornire gli ebrei con rape, patate, cavoli, pane secco, farina e un supplemento mensile di margarina, zucchero e carne. Fra l’ottobre del 1940 e il luglio del 1942 morirono di fame e di stenti circa 92.000 persone, le altre furono deportate nei campi di sterminio. 

La grande importanza che l’alimentazione riveste nella vita dell’uomo spiega bene come nel mondo ebraico essa sia disciplinata da una grande quantità di norme. Il singolo alimento e il cibo che se ne ricava così come la prassi per cucinarlo sono sottoposti a numerose regole stabilite nella Torah, soprattutto nel Levitico e nel Deuteronomio, interpretate dall’esegesi del Talmud e codificate nello Shulchan Arukh. 

L’insieme delle norme alimentari è detta Casherut, ossia “adeguatezza”. Ogni alimento deve rispondere a criteri precisi per essere considerato “adeguato” e quindi commestibile. Il capitolo più ampio dei divieti e dei distinguo in tal senso riguarda il regno animale, ma anche il mondo vegetale è sottoposto a una congerie di regole di cui daremo un brevissimo saggio nelle righe a seguire 

L’universo culinario ebraico è assai variegato e sfaccettato a seconda anche del territorio di stanziamento. L’annoso pellegrinare della popolazione ebraica nell’arco dei secoli, infatti, ha fatto sì che ne scaturisse un’ampia offerta gastronomica. Le ricette e i sapori si sono via via arricchiti e hanno subito le influenze degli alimenti e delle spezie tipici del contesto geografico, così cavoli, rape cipolle, patate, aringhe, carpe, grasso d’oca e di pollo sono divenuti gli ingredienti base della cucina degli ebrei Ashkenaziti, stanziati nella Mitteleuropa e nell’Europa dell’Est. Ceci, fagioli, cous cous, verdure, latticini, carne di agnello e di montone, sono divenuti la dieta base degli ebrei Sefarditi, abitanti il bacino del Mediterraneo. Così humus di ceci, pite e falafel sono pietanze della cucina ebraica tanto quanto i carciofi alla giudìa, i bagel newyorkesi al salmone e i borsch di cavolo polacchi. Molte ricette sono dedicate alle singole festività del calendario religioso e altre allo Shabat. In ognuna delle “numerose cucine ebraiche” le pietanze riservate allo Shabat devono essere condotte a cottura lenta o addirittura preparate il giorno prima e tenute in caldo sulla plata. Di generazione in generazione, approfittando via via dello sviluppo tecnologico, le donne ebree credenti hanno messo in tavola le loro ricette di sformati, brasati, brodi, stufati, stracotti, che potessero essere lasciati cuocere, o riposare, dal venerdì sera fino al pranzo del sabato. 

In questo fantasioso e succulento patrimonio culinario i singoli membri della grande famiglia delle Brassicacee hanno un posto d’onore soprattutto nei menù ashkenaziti di molte festività. A Sukkot, la festa delle capanne o del raccolto, nel menù italiano si trova il cavolo ripieno, in quello ashkenazita lo strudel di verze. Nella festa di Tu Bi Shvat, il capodanno degli alberi, nel menù italiano troviamo il cavolo verza in agro e in quello ashkenazita lo strudel di cavolo verza. Per Shavuoth, la festa delle primizie o festa della legge, nel menù ashkenazita troviamo i ravioli ripieni di crauti. Per Simchat Torah gli involtini di cavolo accontentato sia la cucina ashkenazita che quella italiana. Le ricette tradizionali però non finiscono qui: vi sono rape glassate, rape in salsa gialla, minestra di cavolfiore, cavolo verza stufato, cavolfiore fritto.

Autrice: Rosanna Pruccoli