I mestieri degli ebrei nel Tirolo

Nell’arco alpino gli ebrei vissero destini diversificati a seconda della legislazione antiebraica e delle singole concessioni, permessi o patenti. In epoca medievale gli ambulanti ebrei erano presenti soprattutto in Baviera, Alsazia Vorarlberg e Tirolo, dove subirono le prime persecuzioni e pogrom a causa delle peste (1347-1349) e le accuse di avvelenamento dei pozzi. La storia degli ebrei in Tirolo, infatti, fu fin dai suoi esordi, una storia di discriminazioni sospetto e malcelato antisemitismo. 

Episodi d’intolleranza di varia intensità e pogrom si ebbero attraverso tutto il medioevo e l’ età moderna mentre sporadica e discontinuo appare la documentazione atta a delineare la geografia e la consistenza della presenza ebrea sul territorio. Di contro più corposa e soprattutto severa appare la normativa statutaria tirolese atta a regolarne l’esistenza nelle singole città. L’insediamento di ebrei si concretizzava quasi esclusivamente per precisa volontà dei regnanti che – per risolvere i propri problemi finanziari o per dare impulso all’economia concedevano ai richiedenti la possibilità di un limitato soggiorno. Li chiamavano a sé offrendo loro – dietro lauti tributi detti “Judensteuer” – protezione e possibilità di lavoro. Esclusi dalle corporazioni di mestiere, gli ebrei dovevano ripiegare sul prestito pecuniario e sul commercio ambulante di tessuti e stracci.

Essi si stabilirono così nei centri del commercio e del potere tirolesi, quali Merano, Bolzano, Innsbruck, Hall, Lienz e Rovereto.  Qui gli ebrei furono prestatori, gabellieri di dogana, esattori, amministratori di zecca farmacisti, stracciaioli, venditori ambulanti. Tanto in Europa quanto in Tirolo il rapporto tra ebrei e principi vacilla e veniva meno quando o il debito contratto si faceva troppo oneroso e difficile da restituire. Così approfittando del generale mal contento e delle tensioni sociali si faceva in modo che lo straniero o il diverso fungesse da capro espiatorio. In questi casi la xenofobia latente e l’antisemitismo mai sopito venivano opportunamente risvegliati con accuse ignominiose e infondate fatte quindi sfociare in veri e propri massacri ed espulsioni di massa. Le accuse erano le più svariate e andavano dalle denunce per “attività demoniache” a quelle di profanare l’immagine della  donna oppure l’ostia. La più terribile era però l’accusa di “omicidio rituale”.  Accusati di “spionaggio” gli ebrei divennero anche i capri espiatori della paura collettiva per una temuta invasione turca. Per essere immediatamente riconoscibili sia nel Medioevo che in epoca rinascimentale gli ebrei furono costretti ad indossare il cerchio giallo sul petto e sulla spalla. Gli ebrei non furono risparmiati neppure durante le sollevazioni contadine del 1525 quando le loro case furono saccheggiate e incendiate.  In Baviera dopo la cacciata degli ebrei dalle città, ad un ristretto gruppo riuscì di sistemarsi in campagna al limitare dei piccoli villaggi. Anche in queste zone essi dovettero pagare la propria presenza da “tollerati” attraverso tasse e commissioni restando comunque privi dei normali diritti. 

La maggior parte di loro viveva del commercio di animali domestici e di piccoli oggetti di prima necessità di scarso valore poiché era vietato loro svolgere qualsiasi attività lavorativa. I cosiddetti “Schmuser” intermediavano affari e contratti di ogni tipo ma venivano sottopagati e soprattutto in natura. I cosiddetti stracciaioli vendevano tessuti e vestiti alla popolazione rurale. Durante la settimana camminavano di villaggio in villaggio con un sacco, o con una cassetta a tracolla. Fra i loro oggetti vi era il grasso per i carri lacci da scarpe, e merci provenienti dalla città che altrimenti non avrebbero potuto trovare.

La Svizzera invece era rimasta chiusa ad una presenza ebraica fino alla seconda metà del Settecento. Fu solo tra il 1776 e il 1866 che in due sole città della confederazione elvetica, Endingen e la vicina Lengnau, gli ebrei poterono stabilirsi, diventando così per due secoli i principali centri ebraici.  Nel 1799 la comunità ebraica di Endingen contava 500 membri per raddoppiarne la consistenza nel 1850 e infine assottigliarsi nuovamente con l’introduzione dell’Emancipazione che consentiva agli ebrei di essere considerati cittadini a tutti gli effetti con il diritto di stabilirsi ovunque. Dal XVIII secolo dunque gli ambulanti ebrei presero a girare le valli svizzere e i territori vicini con i loro articoli. Generalmente essi commerciavano in tessuti, stracci, merceria, piccoli oggetti di legno e ferro, stampe, libri, inchiostro penne.  

A partire dal XVII secolo il girovagare per borghi e campagne, vallate e fiere di paese, degli ambulanti anche non ebrei di tutta Europa fu fondamentale per la diffusione dei libri ma anche delle idee. Le loro erano vite a rischio di furti, briganti, intemperie, epidemie e lunghi viaggi a piedi con pesi notevoli appesi al corpo e soprattutto al collo. Nonostante i colporteur dovessero sottostare a regole ben precise e essere in possesso di una patente, saper leggere e scrivere durante la Rivoluzione Francese, il Risorgimento e le guerre di Indipendenza, l’Unità d’Italia essi riuscirono a propagare idee sovvertitrici l’ordine costituito, i programmi delle associazioni patriottiche. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Mario Gasperi, una vita per le sette note

Domenica 6 ottobre 2024 a Badajoz, Extremadura, Spagna, ha lasciato la vita terrena Mario Gasperi, musicista e chitarrista meranese, concludendo il suo percorso fatto di note, assoli e un forte sensibilità artistica espressa nel corso della sua carriera. Mario, nato a Merano il 27 febbraio 1959, noto a molti per la sua attività in musica oltreché il negozio di biciclette in via Wolkenstein, si era trasferito a Tenerife prima e Badajoz poi nel 2004.

Nonostante i vent’anni di lontananza, molti gli amici, musicisti e non, che hanno espresso cordoglio e lo hanno ricordato una volta appreso della sua dipartita.

Maurizio Lonardi, chitarrista meranese ne ha ricordato il suo essere molto dotato e coraggioso musicalmente, oltre ai bei momenti della gioventù, quando iniziarono a suonare assieme, lavorando anche nei campi di mele per potersi permettere chitarre ed amplificatori.

“Porta il legno che suoniamo” era solito dirgli Mario quando iniziavano le loro jam, fra ascolti e suonate: Crosby Steel Nash & Young, Santana, Emerson Lake and Palmer fino all’amore per i King Crimson, uno dei suoi gruppi preferiti da sempre e per sempre.

Proprio i King Crimson possono essere una connessione con Max Carbone, bassista e altro grande amico.

Max racconta la forte connessione musicale e personale, i pomeriggi passati ad ascoltare dischi e poi a suonare, con Robert Fripp (King Crimson) e il suo gruppo come principale fonte di ispirazione.

Ne ricorda altresì l’inquietudine e una sorta di onnivoria musicale, sempre alla ricerca di migliorarsi… Era capace di tantissima disciplina. E poi la tecnica: secondo lui in altri contesti avrebbe potuto avere opportunità maggiori.

Gli anni Settanta hanno visto Mario affrontare vari generi dalla prog alla sperimentale, il rock fino ad arrivare all’ascolto e allo studio della musica classica: Arnold Schonberg uno dei suoi riferimenti più importanti.

Mike Frajria, noto musicista meranese ne ricorda l’incontro in musica sottolineandone il forte desiderio di suono (“Una sera suonò nonostante si fosse tagliato un dito, sanguinasse, e noi stessi lo invitassimo a rinviare le prove, poiché era importante suonare”), un forte senso della dinamica e delle inflessioni “zappiane”.

Negli anni successivi ebbe modo di saggiarne la profonda conoscenza ed erudizione in campo musicale. Aveva sempre avuto la tendenza ad immergersi completamente in ciò che faceva, indifferentemente dallo stile e dal genere, e nel tempo iniziò a cercare anche di entrare negli aspetti culturali di quel che suonava.

Dopo aver tentato senza concludere le strade del Dams e del conservatorio a Bologna, proprio dalla città felsinea iniziò la collaborazione con Vittorio Zanella e Rita Pasqualini e il loro teatrino dell’Es, compagnia teatrale di burattini e marionette oggi pluripremiata eccellenza italiana ed internazionale del settore, di cui compose numerose musiche.

Lo stesso Vittorio disse “Aveva una sensibilità rara nel costruire musiche, che vestivano benissimo i nostri burattini. Gli descrivevamo il carattere del personaggio e lui entrava perfettamente nel suo dna creando le sonorità perfette.”

Negli anni Novanta si unì per un periodo ai We and Them, noto gruppo reggae locale, famoso anche per essere stato fra i cinque migliori gruppi reggae d’Italia al Rototom sunsplash del 1999 (il maggiore festival reggae d’Italia e d’Europa).

Alfio Casaro, leader dei WaT, ricorda l’ingresso di Mario col suo background rock-prog che dette quel tocco rockeggiante, ma anche la professionalità e l’esigenza nel raggiungere i migliori risultati in sala, studio e dal vivo.

Anche qui si addentrò in profondità nel genere, con Bob Marley che andò ad affiancare altri riferimenti quali Pink Floyd, Santana, Area, Frank Zappa, Brian Eno. Il reggae tornerà anche successivamente al suo trasferimento in Spagna, dove lavorò ai bar “Lambretta” e in seguito al “Codigo13” a Tenerife, locali nei quali ebbe modo di mettere in atto la sua arte organizzando jam, session ed eventi in cui mescolare musica, musicisti, arte, poesia, pittura e qualsiasi forma artistica vi si potesse inserire.

In questi locali conobbe Pilàr Sanchez, con cui avrebbe condiviso tutto l’ultimo tratto della sua vita, artistica e non, lavorando ad una sorta di fusione fra flamenco, in cui si addentrò con la consueta solerzia ponendo Andrès Segovia al vertice delle sue ispirazioni, il reggae e svariati elementi interiorizzati nelle sue esperienze. Si passava così da brani di Bob Marley    a temi spagnoleggianti di Segovia, Tarrega fino a reinterpretazioni di Schubert o Bach.

Pilàr ne ricorda la forte sensibilità che veniva espressa dalla sua musica.

È sicuro che le note che ha lasciato nell’aria ne tengono e ne terranno vivo il ricordo in chi lo ha conosciuto e in chi gli ha voluto bene, poiché, come diceva Bob Marley, “There’s a natural mystic blowin’ through the air”. Hasta luego, Mario!

Autore: Nicola Gasperi (Niko Fyah)

Addio agli orti di via Foro Boario

È bastata una lettera raccomandata, ritirata a metà settembre, per gettare gli ortolani nello sconforto. La notizia girava già da alcuni mesi, e non si sapeva se fossero le solite voci di corridoio o se, al contrario, era qualcosa di tangibile; come spesso accade in queste situazioni si va avanti un po’ ‘sul chi va là’ e si cerca di restare positivi. Purtroppo, l’epistola conteneva l’ufficialità, suggellata dal Comune di Merano, che entro il 15 novembre tutti gli ortolani dovevano abbandonare la propria parcella. Tra tutte queste anime spaesate c’ero anch’io. Grazie alla gentile concessione dell’ex Sindaco Paul Rösch, disponevo di una piccola porzione dal 2017, che poi era stata prorogata di anno in anno dall’attuale Amministrazione; in primis perché c’è sempre stata la disponibilità immediata ed in secundis per meriti culturali come custode di semi dell’associazione fiorentina Seed Vicious, amministratore del gruppo Facebook Balconorto – frutta e verdura a portata di mano – nonché redattore pro bono di questa rubrica; l’appuntamento ormai consueto su tutte e tre le edizioni di Quimedia, attinente alla coltivazione di piante orticole sul balcone, con alcune digressioni, alla possibilità di confrontare le diverse fasi di crescita tra colture in vaso e piena terra, e disporre di semi riproducibili. L’età media dei fruitori degli orti comunali è piuttosto alta, ci sono svariate figure per classe, origine e provenienza; esse possono apparire tranquillamente come gli zii o i nonni,  fortemente connessi alla terra e che trovano nei lavoretti manuali dei miglioramenti delle condizioni di salute, di autostima e modeste autoproduzioni; gli spazi gestiti dalla Caritas invece sono curati da persone più giovani, che hanno sicuramente alle spalle storie e vicissitudini da raccontare, legate alle realtà migratorie e riscatti d’integrazione. Ricordo ancora il giorno in cui ho barattato pomodori e cetrioli con dell’ottimo tè alla menta marocchina da parte di Jamil, sotto la pergola; e proprio lì, recentemente, si sono tenute le riunioni settimanali tra gli ortolani ed i rappresentanti comunali. Infatti, come si è potuto leggere dai giornali, la SASA, società mista privata pubblica, azionista di maggioranza, ha deciso di collegare la grande rimessa di via Foro Boario inglobando questo lembo di terra per creare una stazione di rifornimento a idrogeno per i propri mezzi. In questo abbandono forzato l’Assessore Stefan Frötscher e l’assistente amministrativa sig.ra Tanja Gruber si sono dimostrati davvero molto disponibili ed empatici nei nostri confronti, un faro nella tempesta; speriamo ci sia la stessa sensibilità anche nei confronti del marmista Zanaga. In attesa del trasloco, nei fine settimana tra ottobre e novembre chi più, chi meno ha provveduto ad organizzare lo sgombero del proprio spazio (termine prorogato fino al 30.11), iniziando a raggruppare tutto il materiale ancora in buono stato, a sradicare le piante perenni da trapiantare nei nuovi lotti messi a disposizione tra via Lunga, Sinigo e altri quartieri. Le zampe degli asparagi, ormai quinquennali, le ho prima eradicate e poi messe a dimora sul balcone; anche il piccolo cedro dell’Himalaya (Cedrus deodara), nato spontaneo da un semino a spasso nel vento, e miracolato alle ruspe, ha trovato nuova vita sul balconORTO.

Autore: Donatello Vallotta

Elderspeak: cos’è e perché è importante riconoscerlo

Sanaa El Abidi, laureata in Scienze Infermieristiche presso il Polo Universitario Claudiana a Bolzano, ha dedicato il suo elaborato di tesi alla rielaborazione della letteratura incentrata studio dello stile comunicativo denominato elderspeak. è una sorta di lingua semplificata che usiamo spesso con gli anziani e assomiglia a quella che utilizziamo con i bambini piccoli. Questo approccio linguistico nei confronti degli anziani spesso non è la soluzione ideale e averne consapevolezza è davvero importante.

Cos’è l’elderspeak? 

È uno stile comunicativo utilizzato con gli anziani che nasce da stereotipi della terza età e ha come fine l’espressione di cura, controllo e/o facilitazione della comprensione. Come sinonimo viene spesso utilizzato baby talk in quanto nella maggior parte dei casi risulta indistinguibile da quello diretto ai bambini.

Quali sono le sue caratteristiche?

L’utilizzo di un vocabolario semplice, un tono di voce acuto, un discorso lento, uso di imperativi e domande, ripetizioni, l’uso di diminutivi, termini affettuosi e soprannomi, la sovra-articolazione e l’utilizzo di frasi brevi e semplici. È caratterizzato anche dalla sostituzione del pronome “tu” con “noi”, ad esempio: “è importante che (noi) mangiamo, cara”, che può trasmettere il messaggio di dipendenza dell’anziano. Vengono inoltre utilizzate le tag questions che limitano la scelta dell’interlocutore, suggerendo implicitamente la risposta.

Perché è importante parlarne? 

Perché può essere una manifestazione del cosiddetto “ageismo”, ovvero stereotipi, pregiudizi e discriminazioni nei confronti degli altri o di sé sulla base dell’età. Con l’aumento dell’aspettativa di vita diventa sempre più importante avere una comprensione approfondita della comunicazione con gli anziani. L’elderspeak riflette stereotipi che vedono gli anziani come incompetenti e dipendenti. Contrastarli aiuta a evidenziare e rispettare le preferenze individuali degli anziani in modo da comunicare in risposta ai bisogni personali ed ottenere un indebolimento degli stereotipi sociali. Questo tipo di interazioni nel tempo possono portare gli anziani a credere di meritare quel tipo di comunicazione e ad agire in modo concorde allo stereotipo. Una comunicazione rispettosa favorisce le interazioni significative, migliora i legami, il benessere e l’autostima degli anziani.

Quali sono le conseguenze negative di questo fenomeno?

Anche se in alcuni casi il suo utilizzo può avere effetti benefici come un miglioramento oggettivo della comprensione e della memoria, i destinatari riportano ugualmente problemi nella comunicazione, negativa stima di sé e, in alcuni casi, resistenza alle cure. L’elderspeak viene spesso giudicato come irrispettoso e può suscitare sentimenti di angoscia, frustrazione e rabbia e impattare sull’immagine di sé. Affrontare e prevenire questo fenomeno è essenziale per garantire dignità e rispetto agli anziani.

In che contesti si verifica maggiormente?  

L’elderspeak è diffuso soprattutto in ambito sanitario e nei contesti in cui gli anziani interagiscono con caregiver o operatori più giovani. La sua frequenza e percezione possono variare a seconda del contesto e delle persone. Non è utilizzato solo dagli operatori sanitari, ma anche al di fuori dei contesti di cura, talvolta da familiari ed amici. In questo caso è più tollerato poiché può essere percepito come più caloroso rispetto a quando proviene da operatori sconosciuti. Nei contesti di assistenza sanitaria, secondo gli studi, può rappresentare tra il 22% e il 58% delle interazioni con gli anziani.

Come si può riconoscere e diventare consapevoli?

È necessaria una combinazione di osservazione critica, formazione e sensibilizzazione. Diversi interventi educativi, attuati in contesti ospedalieri perlopiù americani, hanno dimostrato che, focalizzando l’attenzione dei caregiver sulle pratiche comunicative, è possibile ridurre l’uso dell’elderspeak. In generale, riconoscere il fenomeno e le sue caratteristiche è un primo passo per portare l’attenzione verso i propri modelli di comunicazione e ridurne quindi l’utilizzo. Favorire interazioni regolari tra generazioni diverse, sin dalle elementari, si è dimostrato efficace nel ridurre l’ageismo e promuovere empatia e rispetto verso gli anziani.

Autrice: Anna Michelazzi

La strada dedicata a Max Valier

A collegare via Guncina e via Luigi Cadorna vi è via Max Valier. Nato a Bolzano il 9 febbraio 1895, già frequentando il Ginnasio dei Francescani di Bolzano si appassionò di astronomia. Dal 1913 studiò proprio astronomia, oltre  a meteorologia, matematica e fisica, all’Università di Innsbruck. Durante il primo conflitto mondiale prestò servizio come osservatore meteorologico, ricognitore aereo, collaudatore di aerei. Si laureò in astronomia a Vienna, dove conobbe Hedwig Buceks, che sposò a Bolzano nell’aprile 1921. Fu intensa l’attività di Max Valier come scrittore; come autore di fantascienza nel racconto “Spiridion Illuxit” prevedeva la bomba atomica. Nel 1924 uscì la descrizione di un programma per lo sviluppo della missilistica. È del 1927 un trattato generale sull’astronautica. Dal 1928, assieme a Fritz von Opel, industriale automobilistico, sviluppò il primo veicolo azionato da razzi a propellente solido. Fu in base alle idee di Max Valier che all’aeroporto di Düsseldorf fu costruito un aviorazzo.  La moglie Hedwig fu la prima donna a sperimentare il 3 febbraio 1929 la slitta a razzo sul lago Eie. Nel gennaio 1930 Max Valier ottenne un laboratorio nelle officine Heyland di Berlino, specializzate nella produzione di ossigeno liquido; condusse con successo esperimenti con carburanti liquidi, che furono basilari per l’ulteriore sviluppo dei razzi in Germania. Max Valier morì il 17 maggio 1930, prima vittima dell’astronautica a causa di un’ esplosione durante un collaudo di un nuovo meccanismo. Fu sepolto nel cimitero West di Monaco. A Bolzano gli sono dedicati, oltre ad una via, l’Istituto Tecnologico in lingua tedesca, l’Osservatorio astronomico e l’Associazione astrofili.

Autore: Leone Sticcotti

In crescita la domanda di mediazione

Il Centro di Mediazione Familiare ASDI di Bolzano, attivo da quasi quarant’anni, è un punto di riferimento fondamentale per le famiglie che affrontano momenti di crisi. In un periodo segnato da cambiamenti sociali, economici e psicologici, il centro ha visto un aumento significativo delle richieste di supporto, sia per la mediazione familiare che per le consulenze psicologiche. Abbiamo intervistato Roberta Cirimbelli, coordinatrice del centro, per comprendere meglio le dinamiche che stanno plasmando il lavoro dell’ASDI e il crescente bisogno di soluzioni pacifiche per le difficoltà familiari.

Come sta evolvendo il lavoro del Centro negli ultimi anni?

Negli ultimi due anni, abbiamo registrato un significativo aumento delle richieste di supporto, con un incremento particolare per la mediazione familiare e le terapie psicologiche. Le richieste di mediazione familiare sono salite del 10% rispetto agli anni precedenti, mentre le consulenze familiari e le psicoterapie hanno visto un aumento ancora più marcato. Sebbene questo fenomeno si sia accelerato dopo la pandemia, la domanda di supporto psicologico era già in crescita prima di quel periodo.

Quali sono i motivi principali che spingono le coppie a rivolgersi a voi?

Le motivazioni per cui le coppie decidono di separarsi o di richiedere un intervento di mediazione possono essere molteplici. Tra le cause principali troviamo il cambiamento nei ruoli di genere, le difficoltà economiche, le aspettative troppo alte nei rapporti, o una trasformazione delle priorità di vita. In molti casi, le coppie non riescono più a trovare un punto di incontro, e la mediazione familiare offre loro uno spazio protetto dove esplorare insieme soluzioni pacifiche, evitando il conflitto.

Ci può dare qualche dato sulle richieste di mediazione familiare negli ultimi mesi?

Nel 2024 abbiamo visto un aumento delle richieste di Mediazione Familiare. A settembre, per esempio, abbiamo registrato 178 richieste, rispetto alle 130 dello stesso periodo nel 2023. Questo dato è significativo e riflette un crescente interesse per le soluzioni di mediazione, soprattutto in un contesto dove il conflitto tra separandi può generare non solo stress emotivo, ma anche implicazioni legali e finanziarie.

Inoltre, si è registrato un forte aumento delle richieste di psicoterapia e consulenza familiare. Qual è il motivo di questa crescita?

L’aumento delle richieste di psicoterapia e consulenza familiare è un fenomeno che stiamo osservando da qualche anno. Dopo la pandemia, la domanda è aumentata notevolmente, con un incremento del 70,7% rispetto al 2021. Sebbene questo dato possa sembrare allarmante, in realtà è molto positivo, perché mostra che le persone stanno iniziando a riconoscere l’importanza di affrontare le proprie difficoltà psicologiche e relazionali. A ottobre 2024, ad esempio, abbiamo registrato quasi 500 ore di terapia, il che è un segno che le persone si stanno rivolgendo ai professionisti per migliorare il loro benessere psicologico.

Cosa vorrebbe dire a chi sta pensando di rivolgersi a voi?

A chiunque si trovi ad affrontare un momento di crisi familiare, psicologica o relazionale, vorrei dire di non avere paura di chiedere aiuto. La mediazione familiare, le consulenze psicologiche e le terapie familiari possono davvero fare la differenza, offrendo soluzioni più pacifiche e consapevoli. Non è mai troppo tardi per migliorare la propria vita e quella della propria famiglia. Siamo qui per ascoltare, supportare e guidare chi ha bisogno di trovare un nuovo equilibrio.

Autore: Niccolò Dametto

Un benzinaio e Paperone

Qui Intervista a Giorgio Barchetti in arte “bold”. Per oltre 35 anni Barchetti ha vissuto nel mondo della fantasia, in qualità di “disegnatore di fumetti” e “regista di produzioni video 360”. In sostanza ha fatto della sua vita una missione: continuare a sperimentare e accompagnare le persone nel mondo della creatività senza limiti.

La mia occupazione preferita.

Disegnare e guardare film, non contemporaneamente!

Il mio piatto preferito.

Pizza in qualsiasi modo e in qualsiasi luogo.

Il luogo dove vorrei vivere.

Dentro Movieland a Peschiera del Garda.

Da bambino sognavo di diventare…

Un benzinaio e Paperon de’ Paperoni.

Nel mio frigorifero non mancano mai…

Due mele, non le mangio mai e… rimangono sempre lì!

Se fossi un animale sarei…

Sono indeciso se un gatto oppure un topolino… direi un gatto, avrei la vita più lunga!

Sono stato orgoglioso di me stesso quella volta che…

Quando sono riuscito a salvare il mio amico Furio caduto in un fosso!

Dove mi vedo fra dieci anni…

Ancora in coda al semaforo all’uscita di Bolzano sud.

L’ultima volta che ho persona la calma. 

Quando ho bucato la ruota della macchina per la terza volta in un mese.

La prima cosa che faccio al mattino.

Controllare l’ora e sperare di avere ancora 5 minuti di relax.

Il mio film preferito.

Matrix.

Il mio attore preferito.

Tom Hanks.

Il superpotere che vorrei avere.

Non ingrassare mai.

La mia occupazione preferita.

Ascoltare musica.

Il mio ultimo acquisto.

Un paio di scarpe.

Le cose che apprezzo di più del luogo in cui vivo.

Il paesaggio e le opportunità lavorative.

L’errore  che non rifarei.

Non ascoltare il mio istinto.

Il mio motto.

Se lo fanno gli altri… che se lo facciano loro!

La massima stravaganza della mia vita.

I miei capelli, una lotta costante tra me e loro!

La mia maggiore paura.

Assolutamente i ragni, se vedessi l’uomo ragno dal vivo scapperei a gambe levate! 

Il mio colore preferito.

Il nero.

DI CORSA CONTRO LA VIOLENZA

Domenica 24 novembre, a Bolzano si è svolta la “Corsa contro la violenza alle donne”, un evento per sensibilizzare contro la violenza di genere. In diverse centinaia hanno partecipato, correndo e camminando per le vie della città, per ribadire il messaggio di solidarietà e rispetto verso le donne. Riviviamo assieme la manifestazione attraverso alcuni volti dei partecipanti catturati dal nostro Niccolò Dametto.