Salute, scienza e… pace

Nel corso del mese di gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno completato il ritiro dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), accusando l’organizzazione di inefficienza e politicizzazione. Questa decisione ha comportato l’interruzione dei finanziamenti, creando emergenze sanitarie, specialmente in Africa, e sospendendo la condivisione di dati cruciali come quelli sul virus influenzale. Il ritiro è stato sciaguratamente definito come una “promessa mantenuta” dall’amministrazione statunitense.

Per fortuna l’OMS prosegue imperterrita la sua attività e il tema della promozione della salute a livello globale (quelle di tutti, anche dei più poveri, miliardi di persone) torna in primo piano in occasione della Giornata Mondiale della Salute 2026 che si celebra il 7 aprile. 

In un tempo incerto come questo, l’OMS non può fare altro che rilanciare il suo invito a schierarsi dalla parte della scienza, attraverso lo slogan “Together for Health. Stand with Science” (Insieme per la Salute. Sosteniamo la Scienza), e una specifica campagna che durerà un anno intero.  L’intenzione è quella di ricordare la forza della collaborazione scientifica per proteggere la salute delle persone, degli animali, delle piante e del pianeta. Questo evento mette in luce sia i risultati scientifici raggiunti che la cooperazione multilaterale necessaria per trasformare le evidenze in azioni concrete, con una forte attenzione all’approccio One Health. Alla campagna, si collegano due importanti eventi globali: il Vertice Internazionale One Health (7 aprile), ospitato dalla Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dal Governo francese, e il primo Forum globale dei Centri collaborativi dell’OMS (7-9 aprile), che riunisce circa 800 Istituzioni scientifiche provenienti da oltre 80 Paesi. 

La campagna invita le persone di tutto il mondo – e quindi anche noi – a partecipare, celebrando i risultati scientifici, confrontandosi con le evidenze, condividendo storie personali su come la scienza migliora la vita ed unendosi al dialogo globale attraverso gli hashtag (social).

L’aspetto per me più significativo dell’iniziativa dell’OMS è proprio l’estensione del concetto della salute ad animali, piante e il pianeta stesso, indicando l’ecosistema che dobbiamo proteggere e difendere, da chi invece tende a rinnegare le conquiste del progresso scientifico.

Pensando poi magari tra l’altro di poter fare il bello e il cattivo tempo, indicando umani di serie A e serie B, e bombardando a piacimento qua e là.

Autore: Luca Sticcotti

Salorno premiata per l’impegno ecologico

L’impegno speso nell’abitato di Salorno, alla fine, è stato degnamente riconosciuto. Nei giorni scorsi, infatti, la referente locale di Plastic Free odv Onlus, Mariapia Weber, e il vicesindaco, Luca Miozzo, sono andati a Roma per riscuotere il “premio” promosso da Plastic Free nazionale. Con loro c’era una rappresentanza arrivata dal comune di Merano, che può già vantare due “tartarughe”.

L’ambiente è di tutti, ed è un dovere prendercene cura. Ciò non significa necessariamente enormi sforzi o ingenti investimenti, quanto soprattutto piccole attenzioni quotidiane. Un particolare che pare sia stato interiorizzato bene dai cittadini di Merano e il paese di Salorno: due realtà diverse per il numero di abitanti e per il territorio coperto, attorno a cui ruotano lo svolgersi delle vicende che hanno portato ad ottenere riconoscimenti ufficiali come città impegnate nella lotta contro l’abbandono dei rifiuti, nella promozione di comportamenti sostenibili e dunque nella gestione virtuosa del territorio. A Salorno la referente locale di Plastic Free è Mariapia Weber, che da anni ha fatto dell’amore per l’ambiente la sua bandiera.

Mariapia Weber, come e quando si è avvicinata alla realtà di Plastic Free?

L’ho conosciuta per caso, quando avevo partecipato ad un evento di pulizia ambientale organizzato a Laghetti dall’allora referente Martina Puentes. Fino a quel momento mi ero dedicata alla pulizia ambientale prima in solitaria e poi coinvolgendo altre persone. Successivamente  sono diventata referente Plastic Free per il Comune di Salorno.

In questi anni cos’è riuscita a proporre ed ottenere per il bene di questo territorio?

Il Comune di Salorno ha sottoscritto un Protocollo d’Intesa con Plastic Free e da li è partita una collaborazione positiva affinché il Comune potesse intraprendere un percorso virtuoso con la consapevolezza che l’utilizzo della plastica monouso provoca enormi danni all’ambiente e alle persone. È stata emessa un’ordinanza in cui si vieta il lancio dei palloncini, nonché l’uso di coriandoli e stelle filanti di plastica. Inoltre è stato ideato il progetto “Rione Pulito” dove il cittadino viene invitato a raccogliere i piccoli rifiuti (carte, mozziconi di sigaretta ecc..) davanti alla propria abitazione.

Rispetto ad allora qual è la situazione oggi?

A piccoli passi la situazione sta migliorando anche perché come Plastic Free teniamo sotto controllo il territorio e interveniamo, con il supporto del Comune, proprio dove si verificano episodi di abbandono. Logicamente non si può risolvere tutto dall’oggi al domani, ma personalmente cerco sempre di vedere il bicchiere mezzo pieno.

Quali interventi si potrebbero ancora attivare?

Prossimamente l’Amministrazione comunale posizionerà dei posacenere in modo da incentivare i fumatori a non abbandonare a terra i mozziconi di sigaretta. Un altra proposta è quella di apporre sulle fontane del paese la targhetta “acqua potabile” in modo da scoraggiare l’uso delle bottigliette di acqua in plastica e favorire il riempimento di borracce, diminuendo quindi l’utilizzo di plastica usa e getta. Si procederà, inoltre, con progetti di sensibilizzazione nelle scuole.

A quest’ultimo proposito, che sensazioni le lascia l’incontro con gli alunni?

Positive. I progetti proposti da Plastic Free sono accolti con più facilità ed entusiasmo negli asili e nelle scuole primarie. Poi, più si sale d’età è normale che le priorità siano diverse, ma restano comunque positive. Il ruolo di referente non si svolge solo nel proprio comune, ma spesso si da man forte anche agli altri referenti. Infatti prossimamente parteciperò, assieme alla referente regionale Rosalba d’Aiello, ad una sensibilizzazione all’Istituto d’Arte Alessandro Vittoria di Trento.

Come sono i rapporti con l’amministrazione comunale?

Molto positivi. Il fatto stesso che Salorno per il terzo anno consecutivo, assieme ad altri 140 comuni, è stato premiato come “Comune Plastic Free”, dimostra che l’amministrazione crede nel nostro operato. Se non ci fosse il suo appoggio il progetto non potrebbe andare avanti.

Quanti sono ad oggi i volontari in paese?

Difficile stabilire un numero preciso perché spesso durante i nostri eventi partecipano persone provenienti da altri paesi dell’Alto Adige e anche del vicino Trentino. Chi indossa la maglietta blu non ha confini, si sposta in base alle proprie possibilità di tempo; anche in altre regioni. Vedi le ultime raccolte nel Veneto e nell’arcipelago de La Maddalena in Sardegna.

Cosa si augura per il domani?

Spero di poter portare avanti questo entusiasmante impegno  basato su legami di amicizia e collaborazione, tutti uniti per il bene della nostra grande e meravigliosa casa, il  nostro pianeta Terra. I presupposti ci sono: dal 2025 la nostra associazione è presente in quaranta stati e quindi aperta al mondo.

Autore: Daniele Bebber

Narrazione, fantasia e crescita

Il 2 aprile si celebra la Giornata internazionale del libro per bambini, istituita nel 1967 nel giorno del compleanno di Hans Christian Andersen. È una ricorrenza che ogni anno invita a riflettere su cosa significhi mettere in mano a un bambino o a una bambina una storia, e su cosa si muove dentro di loro quando quella storia prende forma.

Valentina Stecchi è un’illustratrice bolzanina che lavora con le immagini da anni, conducendo workshop per bambini, ragazzi e adulti. La sua prospettiva unisce la pratica del disegno a una riflessione profonda su narrazione, fantasia e crescita. L’abbiamo incontrata per parlare di fiabe, di ciò che rischiamo di perdere quando smettiamo di stupirci, e di perché leggere ad alta voce è ancora un atto rivoluzionario.

L’INTERVISTA

Come mai le fiabe ti hanno conquistata?

Penso che il motivo principale sia che me ne leggevano tantissime da piccola. Mi hanno sempre appassionata: erano momenti speciali, condivisi con i miei genitori. C’era il fascino della fiaba raccontata, ma anche inventata sul momento. Ho sempre amato le immagini. E poi c’era quella sensazione di non saper ancora leggere, di essere accoccolata nel letto mentre qualcuno ti legge. Questo, soprattutto questo.

Cosa succede, secondo te, quando un bambino o una bambina incontra per la prima volta una storia?

La cosa più bella è lo stupore, l’entusiasmo davanti a qualcosa di nuovo. Da bambina il momento più magico era vedere la storia formarsi nei pensieri, come un mondo fantastico che prende forma nella testa. Penso che succeda ancora così. Quello che spesso gli adulti sottovalutano è il livello di riflessione che ha un bambino: quando incontra una storia, inizia a pensarci, la chiede di nuovo, fa domande. Una storia accende la fantasia e la curiosità, due cose che si sono un po’ impoverite ultimamente…

Mi capita spesso, durante i laboratori, di accorgermi che alcuni bambini sentono una fiaba per la prima volta in assoluto. Siamo in un contesto scolastico e questo mi dispiace molto.

Le fiabe tradizionali hanno spesso personaggi stereotipati e valori forse un po’ datati. Quelle storie Hanno ancora senso nel 2026 o andrebbero riscritte?

La varietà narrativa è la ricchezza più grande che ci sia. Riscrivere storie, come ha fatto la Disney per renderle più accessibili, può essere interessante, ma è sempre qualcosa in più, non al posto di. Se diventa un’operazione sostitutiva, si impoverisce tutto. Le fiabe tradizionali hanno radici profondissime nella storia dell’umanità e affrontano temi cardine nell’evoluzione di una persona.

Detto questo, è giusto contestualizzare. Una bambina può capire che la sua unica aspirazione non è sposarsi e avere figli, che esistono tante possibilità. Le fiabe rappresentano simboli: vanno lette con attenzione e sensibilità. E poi non bisogna proteggere i bambini da tutto: temi come il male, il lutto, la cattiveria esistono nella realtà. Confrontarsi con una fiaba può essere costruttivo, persino una risposta a qualcosa che stanno già vivendo.

Genitori e nonni si chiedono: meglio un libro illustrato o un cartone animato?

Questo dualismo andrebbe eliminato. Perché o questo o quello? Entrambi sono validi, così come è valida una storia senza immagini. Anche il libro illustrato direziona l’immaginario del bambino, a modo suo. Quello che conta è la varietà dei contenuti: più è ampia, più la fantasia cresce. Più storie leggiamo e vediamo, più alimentiamo fantasia e creatività. E questo rende le persone più ricche, in generale, senza che debba avere per forza un’utilità misurabile.

C’è una differenza tra leggere una storia e sentirla raccontare ad alta voce?

Sì, secondo me sì. Quando raccontiamo una storia ad alta voce, anche chi racconta è dentro alla storia: le emozioni si sentono, si crea un rapporto tra chi narra e chi ascolta. È un’esperienza più ricca. Leggere insieme, invece, è più una lettura di comunità, anch’essa bellissima, con dentro tutto quello di cui abbiamo bisogno: fare cose insieme, lentamente, senza che abbiano per forza un’utilità economica. Le due esperienze sono diverse, ma l’importanza di una non esclude l’altra.

Hai lavorato con scuole e centri giovanili. Cosa vedi nei bambini quando disegnano o ascoltano storie: qualcosa che gli adulti hanno perso?

È un’opinione di parte, ma la mia risposta è: l’entusiasmo. La meraviglia. Non in tutti, certo, ci sono anche bambini molto “adultizzati”. Una volta ho chiesto a un gruppo se qualcuno leggesse loro le storie, e uno mi ha risposto: “sì, mio padre mi racconta sempre le storie del calcio, le partite”. Bambini molto ancorati alla realtà, che si annoiano facilmente davanti a una fiaba. Noi adulti facciamo fatica ad alimentare quell’entusiasmo. Quando insegno ad adulti, anche con materiali particolari, ci vuole tempo per coinvolgerli. Gli adulti hanno paura di sbagliare, del giudizio altrui. Dovremmo essere un po’ più spontanei. Ecco.

L’immaginazione si allena o è un dono?

Si allena, come ogni cosa. Più leggi, più ascolti, più ti guardi attorno, più incontri persone, più sei connessa con il mondo anche al di fuori di te: più alimenti l’immaginazione che è dentro di te.

Cosa ha un’illustrazione su carta che un video non avrà mai?

Un’illustrazione ti dà gli elementi per alimentare la fantasia, ma non ti racconta tutto. Un video, tendenzialmente, ti dice cosa vedere: sei abbastanza passivo. L’illustrazione ti dà un la, e poi sei tu a immaginare il resto. Ti offre un tempo diverso, riflessivo: puoi soffermarti sui dettagli. Il video è veloce. E poi c’è una differenza enorme tra il cinema e lo schermo frenetico di uno smartphone. Il fatto che l’illustrazione non sia un’esperienza compulsiva è una delle cose che apprezzo di più.

C’è una fiaba che ti ha formata davvero, che porti ancora con te?

Queste domande mi mettono sempre in crisi, mi sembra di fare un torto a qualcuno. Però se devo pensare a una fiaba a cui sono molto affezionata, direi Cappuccetto Rosso. L’ho tantissimo amata. Ci sono tanti libri e illustrazioni che hanno reso questa storia immortale, ognuno con la sua lettura.

Se potessi dire una cosa sola agli adulti sul valore di leggere insieme ai bambini, cosa diresti?

Dirò una cosa che ho fatto davvero, di recente. Questo inverno ho riletto tutti i miei libri di fiabe, e una delle cose che ho fatto è stata andare dai miei genitori a ringraziarli perché mi hanno letto tante storie da piccola. Oggi sono la persona che sono anche grazie a quei momenti. Mi ha dato una spinta valoriale e caratteriale. Agli adulti direi di leggere le fiabe: sono un momento costruttivo per i bambini, ma anche per loro. Quando rileggo una fiaba per un workshop, mi accorgo che in base al momento della vita in cui la leggi, ti dice qualcosa di diverso su di te. Un adulto, da solo, difficilmente si leggerebbe una fiaba. Avere un bambino davanti è una scusa perfetta per fare un tuffo nella propria infanzia. E ti fa crescere.

Autore: Marco Valente

Mani che grondano sangue. Ma Pasqua è vita e speranza

Una delle immagini più controverse della presente retorica bellicista è quella di Donald Trump attorniato da una schiera di pastori che pregano per lui. Il legame tra politica e religione è un elemento presente in tutta la Bibbia – per non citare altri libri sacri – e c’è anche nei racconti evangelici della passione che leggiamo in questi giorni.

Tra la folla che applaude Gesù Cristo al suo ingresso a Gerusalemme – episodio che la tradizione fa rivivere la Domenica delle Palme – molti sono quelli che pensano che sia arrivata l’ora del riscatto. Vedono in lui il capo politico che solleverà il popolo, armato di spada, contro l’odiata occupazione romana. Resteranno delusi. Tanto che, quegli stessi che la domenica gridavano “osanna” il venerdì urleranno “crocifiggilo”.

Fa specie come da duemila anni nelle chiese si proclamino parole come “amate i vostri nemici”, “porgete l’altra guancia”, “amatevi gli uni gli altri” e molto altro e al tempo stesso, a cominciare almeno da Costantino, si invochino il nome di Dio e la croce di Cristo per benedire le armi e invocare la vittoria. Si parla qui in particolare delle guerre di offesa, quelle provocate da chi ha gli arsenali per farlo e di cui siamo impotenti spettatori in questi tempi drammatici.

La Domenica delle Palme papa Leone ha ricordato che Gesù, invece, è il “re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: ‘Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue’ (Isaia 1,15)”.

Qualche giorno prima il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa aveva detto che “l’abuso e la manipolazione del nome di Dio per giustificare questa e qualsiasi altra guerra è il peccato più grave che possiamo commettere in questo tempo”. “Se è presente in questa guerra, Dio è tra quelli che stanno morendo, che stanno male, che soffrono”.

Se la religione è incompatibile con la violenza, anche la politica non è riducibile alla conquista del potere. È tutt’altro: l’arte di costruire il bene comune. Cosa che presuppone una fede salda nella dignità umana. Strumentalizzare la religione per motivi “politici” svilisce invece la stessa politica e i suoi attuali protagonisti.

Ma la Pasqua, lungi dal nascondere violenza e morte, è un inno alla speranza e alla vita. Dunque: buona Pasqua (in particolare alle vittime della guerra e ai costruttori di pace)!

Autore: Paolo Bill Valente

Dieci annidi Seltsamen Senfsamen

Gli insoliti semi di senape: in italiano può sembrare puro nonsense, in realtà in lingua tedesca suona come un divertente scioglilingua, un gioco di parole che cinque giovani musicisti che hanno fatto la gavetta nella Banda Cittadina di Gries portano orgogliosamente avanti da ben dieci anni. Un decennio che hanno voluto festeggiare sontuosamente con un LP (ma ci sono anche CD e formato liquido), rigorosamente stampato su vinile color senape, che è una goduria da ascoltare dalla prima all’ultima nota. I loro nomi sono Mattias Targa, Valentin Gasser, Gabriel Höller, Michael Marth e Lorenz Delle Donne, e proprio con quest’ultimo abbiamo avuto occasione di fare il punto della situazione sul quintetto e sul disco.

“Tutto è cominciato dieci anni fa – ci racconta Lorenz – e da allora siamo rimasti sempre noi cinque, senza alcun cambiamento in formazione. Il titolo del disco è 10, scritto in cifre e non in lettere, perché vivendo in una regione plurilingue, ciascuno può decidere come dirlo. 10, in cifre, è diretto, semplice, e siccome già il nome della band non è dei più semplici abbiamo voluto contrapporlo ad un titolo immediato. 10 si compone di dieci brani, sei composte da Valentin Gasser, il nostro sassofonista, e quattro cover che però mettono in risalto il nostro modo di accostarci ai brani altrui, rivestendoli delle nostre sonorità, che sono molto particolari considerando le molte influenze che mescoliamo a seconda della bisogna, visto che suoniamo nelle situazioni più disparate, dai matrimoni agli aperitivi, alle feste”. Con una strumentazione basata su batteria (suonata da Alex Marth), sax e ottoni (tromba, trombone e basso tuba), i Seltsamen Senfsamen, hanno raccolto in parte l’eredità dei Pamstiddn Kings, formazione simile con però evidenti derive punk, in voga una ventina d’anni fa, aggiungendo però al mélange un tocco di raffinatezza. “Per registrare il disco – prosegue il trombettista – abbiamo utilizzato la sala prove/studio dei Mad Puppet, che si trova nella vecchia scuola di San Giorgio, a mezzavia tra Bolzano e San Genesio. Con i Mad Puppet abbiamo un’amicizia di lungo corso, abbiamo tutti suonato, in quanto membri della Banda di Gries, nel loro live dedicato al ciclo mitologico di Re Laurino. Alle composizioni strumentali abbiamo aggiunto un brano cantato in cui è ospite il rapper brissinese Alex The Judge, col cui gruppo, i Forbidden Fruits, collabora Valentin. Non avevamo mai lavorato con un cantante in precedenza e la cosa ci è piaciuta. Però la nostra natura è quella strumentale, basata sulla possibilità d’improvvisare. Nel disco e nei concerti non c’è niente di scritto, è tutto basato sul pathos del momento e siamo molto soddisfatti dei risultati raggiunti”. Risultati è davvero eccellenti: il disco è molto immediato, come ci si deve aspettare da un disco registrato in quattro giorni, sfruttando ogni minuto. A giganteggiare sono indubbiamente le composizioni originali di Gasser, su cui gli ottoni (l’ottima tuba di Targa che funge da basso di precisione, la tromba di Delle Donne e il trombone di Göller) cavalcano sapientemente a briglia sciolta come se fosse la cosa più naturale del mondo. Dall’iniziale Dankeschön a Ciaui Papaui, a L’estate non finisce mai, senza dimenticare Cheese Tax, il brano col cantante, in cui fanno capolino genio e sregolatezza di sapore zappiano, tutto fila molto bene. Che dire poi del medley Gigi basato su alcuni brani di successo del DJ Gigi D’Agostino filtrati attraverso i suoni della band? “Per farci registrare e mixare il disco – conclude Delle Donne – ci siamo rivolti al venostano Simon Öggl: lui è conosciuto per i suoi lavori di musica elettronica. Lavorare con lui è stato bello e rilassante, è una persona pacata, sa fare bene il suo lavoro e noi ci siamo trovati a nostro agio. Registrare 10, è stato sicuramente più stimolante rispetto al nostro primo disco, Black & Yellow. Quello risaliva a sei anni fa, eravamo inesperti e probabilmente non avevamo ancora raggiunto la maturità necessaria. È stato un esperimento, un esperimento che non abbiamo problemi a definire fallito. Non lo rinnego, è stato un momento del nostro percorso e ci ha aiutati a crescere, però non posso non sentire la differenza tra i due lavori, siamo cresciuti, siamo cambiati. 10 è più ricco, indubbiamente suonato meglio.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La valle dell’Adige, corridoio dell’Impero

I Reti che vivevano tra Verona e la zona alpina e i Romani repubblicani, usciti vincitori dalle guerre puniche, si conoscevano bene già da secoli, anche se i commerci tra i due mondi avvenivano spesso tramite intermediari, come i “cugini” Atestini (di Este, patria anche della divinità comune Reitia) e gli Etruschi, o Rasenna, dell’Italia centrale. Si trattava di popoli italici in contatto e in relazione per tutta l’età del Ferro e che, pur nella distanza culturale, si rispettavano.

Certo, i Latini guardavano con una certa diffidenza a quei montanari, ritenuti aspri e poco raffinati, che parlavano una lingua affine a quella dei loro vicini più prossimi, gli Etruschi. Allo stesso tempo, però, ne apprezzavano alcuni prodotti: in particolare il vino retico, celebre nel mondo romano. Secondo Virgilio, esso era secondo solo a  rinomato Falerno. Lo aveva bevuto Giulio Cesare, e anche Augusto lo apprezzava. 

Poi, dopo il 15 a.C., l’intera area alpina, compresa la valle dell’Adige, subì una trasformazione profonda. Con le campagne condotte sotto Augusto – che a parole rinnovò la repubblica ma nei fatti la seppellì per sempre – e guidate da Druso e Tiberio, Roma impose con la forza bruta il proprio controllo su territori abitati da popolazioni retiche e alpine che non garantivano più un passaggio sicuro lungo la valle dell’Adige. In sostanza, i Reti della Val d’Adige esigevano pedaggi sempre più onerosi ai militari romani e, in caso di rifiuto, li invitavano a scegliere altre strade.

Molti insediamenti furono distrutti, le strutture locali smantellate e le comunità decimate o integrate nel sistema imperiale; i giovani vennero inseriti nell’esercito o nelle reti economiche legate alle nuove vie di comunicazione.

Data la rilevanza strategica dell’area, ponte per l’espansione germanica, non si fondarono grandi città lungo l’asse alpino. La valle dell’Adige fu organizzata come corridoio di transito e controllo, dotato di stationes, mansiones e mutationes (ovvero posti di controllo, punti di cambio dei cavalli e punti di ristoro) funzionali alla mobilità di truppe, funzionari e merci. 

L’ager, ossia la campagna, venne affidato a coloni romani, riorganizzato e integrato in un sistema economico più ampio, volto a garantire approvvigionamenti e stabilità lungo una direttrice fondamentale.

Diverso il caso della vecchia città retica di Tridentum, definita splendidum municipium e principale centro urbano dell’alto Adige tra Verona e il confine alpino fin dal I secolo a.C. Il suo territorio comprendeva la Bassa Atesina fino alle soglie della conca bolzanina. Qui i Romani non fondarono nuove città non per disinteresse, ma per razionalità: era più importante garantire la continuità dei collegamenti verso le province settentrionali. Questo asse era assicurato dalla Via Claudia Augusta e da una fitta rete di vie collaterali, che collegavano l’Italia con il bacino danubiano e con Augusta Vindelicorum.

Lungo la via si sviluppò una rete di punti di sosta: a nord di Trento si colloca

Endidae; più oltre il nodo di Pons Drusi; quindi le mansiones come Sublavio, fino a Vipitenum, uno dei pochi centri con una certa stabilità insediativa. Secondo l’opinione di alcuni studiosi, il percorso indicato dalla Tabula Peutingeriana e dall’Itinerarium Antonini, in realtà, giunto a Endidae da Salurnis, si snodava verso Vicus Augusti (Ora) per poi risalire da Foetibus (Vadena) fino a Castrum Formicarium (Castel Firmiano), Teriolanum (Terlano) e Castrum Maiense e Teriolis (rispettivamente Maia e Tirolo). Da qui la via proseguiva da un lato verso Resia e dall’altro verso il Passo Giovo fino a Vipitenum e al Brennero.

A questa rete si affiancava un controllo militare capillare, sufficiente a garantire sicurezza e continuità. La valle dell’Adige non era dunque uno spazio marginale, ma un’infrastruttura territoriale di primaria importanza: tra Verona e Augusta Vindelicorum funzionava come corridoio vitale, attraversato da uomini, merci e informazioni.

Autore: Reinhard Christanell

Il futuro della vipera dal corno a Bronzolo

A seguito delle modifiche recentemente apportate al piano paesaggistico di Bronzolo, la vipera dal corno, specie rara e protetta, potrebbe scomparire dai nostri pendii. Abbiamo dialogato con Gabriel Vettori, giovane studioso di scienze forestali, che ci ha parlato della presenza di questa specie in zona.

Gabriel Vettori, che cos’è la vipera dal corno e dove si trova?

Il nome deriva da una piccola appendice carnosa sul muso che ricorda un corno. Si suppone che sia rimasto ben evidente nella specie per favorirne il mimetismo nei terreni pietrosi in cui vive. Predilige, infatti, ambienti rocciosi, caldi e aridi, spesso di origine antropica e successivamente abbandonati, oppure zone interessate da franamenti naturali. 

A Bronzolo, infatti, vive sui pendii di porfido del monte Göller, nella gola di Aldino e nella zona delle cave. In Italia, la sua distribuzione è scarsa: ci sono colonie nel Friuli Venezia Giulia, nel bellunese e in alcune aree altoatesine.

A cosa è dovuta la sua rarità?

Le aree nelle quali è diffusa sono limitate, e la sua presenza in questi luoghi è scarsa. Pensando al nostro territorio, si cerca di bonificare le frane e l’uso delle superfici è massimizzato per dare spazio al pascolo o all’agricoltura. Inoltre, preferisce ambienti non disturbati dall’attività umana. La sua rarità dipende dalla scarsità delle zone adatte alla sua proliferazione. Per questo motivo, esistono specifiche normative internazionali, nazionali e provinciali volte a preservarne l’habitat.

Quali sono i principali rischi per la sua sopravvivenza nel nostro comune?

Da un punto di vista naturale, direi l’avanzamento della vegetazione, che andrebbe a coprire l’ammasso pietroso nel quale la vipera ama ripararsi. Ma è soprattutto l’azione umana a metterne a rischio la sopravvivenza. La problematica principale per questa specie è il rischio di scomparsa del suo habitat, attualmente non tutelato dal nostro comune, poiché non riconosciuto come biotopo. La zona in cui vive potrebbe essere in futuro interessata da modifiche anche importanti. 

Penso, ad esempio, a eventuali lavori per la Galleria di Base del Brennero (BBT) o alla riapertura della cava. Vibrazioni e rumori prolungati nel tempo potrebbero causarne la scomparsa. 

Come si potrebbe favorire la sua preservazione? 

Penso che il problema sia credere che basti concentrarsi sulla salvaguardia di una singola specie, quando invece bisognerebbe considerare l’ecosistema nel suo insieme. Nel caso della vipera dal corno, la sua presenza in un ambiente indica che questo è variegato e relativamente ben conservato. Le distese rocciose dove vive sono habitat spesso ricchi di biodiversità e ospitano numerose specie vegetali e animali adattate a condizioni ecologiche particolari. Nel caso specifico di Bronzolo, bisognerebbe dunque riclassificare la zona come biotopo ed estenderne il perimetro fino a coprire l’intera area interessata. 

Il rischio delle piccole realtà in forte espansione come il nostro comune è che l’aspetto naturale passi in secondo piano. Ci sono leggi che tutelano gli ecosistemi, ma spesso non sono esaustive o, come nel caso del biotopo di Bronzolo, rischiano di venire modificate a discapito dell’ambiente. La presenza di un’area designata come biotopo, e quindi protetta, previene l’eventualità che in futuro l’ecosistema possa essere alterato senza contravvenire alle leggi. Senza un’area tutelata, nulla garantisce che in futuro quella zona non venga compromessa.

LA SCHEDA

La vipera dal corno può raggiungere i 95 cm di lunghezza. La colorazione può variare dal marrone al grigio. Lungo il dorso corre un disegno di colore più scuro somigliante a una linea a zigzag o una serie di rombi uniti. Caratteristica di questa specie è il “corno” posto sulla punta del muso. Questa vipera è la più pericolosa per l’uomo tra quelle osservate in Italia, anche se l’animale è timido e generalmente tende alla fuga in presenza di pericoli. È ovovivipara, le femmine si accoppiano ogni due anni, tra aprile e maggio. Le nascite avvengono tra agosto e settembre e le vipere appena nate misurano tra i 15 e i 20 cm, alimentandosi in modo indipendente sin dalla nascita.

Parti del corpo della vipera dal corno nel folclore hanno il potere di proteggere dai mali. In Alto Adige è tradizione conservare le vertebre dell’animale sotto forma di rosario, mentre nella Venezia Giulia si usa mettere sotto grappa le teste recise. Nella ex Jugoslavia, la Vipera ammodytes è chiamata poskok (“saltatore”) perché le si attribuisce la capacità (che in realtà non ha) di compiere balzi.

Autore: Tommaso Calamaro

Albert Ellmenreich, non solo un giornalista e fotografo a Merano

Albert Ellmenreich era nato a Merano il 31 marzo 1870 e vi morì il 10 febbraio 1937. Merano era la città che aveva amato tutta la vita. Era il figlio primogenito dell’imprenditore Friedrich Wilhelm Ellmenreich (1838–1923), originario di Schwerin e residente a Merano, e della moglie Paula Pallang (1844–1911), proveniente da Bregenz. Era il fratello maggiore di Oskar Ellmenreich (1907–1991).

Fotografo e giornalista Albert Ellmenreich passa alla storia per il suo impegno nel tentativo di tramandare ai posteri volti e storie di una città in continuo sviluppo nonostante i capovolgimenti epocali che aveva vissuto. Ellmenreich ha scritto e fotografato ogni evento in città, ha ricordato ogni personalità, ha registrato ogni novità architettonica senza rinunciare a catalogare anche quegli edifici che man mano venivano abbattuti per lasciare spazio a quelli nuovi. Attraverso le sue fotografie possiamo respirare tutto ciò che avvenne in città durante la Prima guerra mondiale. 

Dopo aver frequentato il liceo locale, imparò il mestiere nella libreria e tipografia dei genitori, Pötzelberger, situata a Merano in piazza Duomo. La tipografia fu per anni il punto culturale per eccellenza e il luogo dove poter apprendere le notizie e dove commentarle. Dopo la morte del padre, la tipografia di famiglia fu in seguito rilevata dal fratello minore Oskar. Albert lavorò inoltre come apprendista presso la Meraner Zeitung, di cui fu caporedattore a partire dal 1896 e nei cui numerosi articoli manifestò costantemente un orientamento patriottico e nazionalista.

Dopo l’annessione italiana dell’Alto Adige negli anni 1919/20, Ellmenreich cercò di riorientarsi e di trovare un accordo con le autorità italiane. Quando la Meraner Zeitung, come quasi tutta la stampa tedesca dell’Alto Adige, fu chiusa dal governo fascista, dal 1926 fino alla sua morte nel 1937 lavorò come redattore di Merano per la Alpenzeitung, il quotidiano concesso dal locale Partito Fascista Italiano, che permetteva che gli articoli fossero scritti in tedesco ma con l’uso di una toponomastica ed una odonomastica italiana.  Oltre agli articoli Albert Ellmenreich scrisse alcuni libri come “Il Teatro Comunale di Merano” che fu un supplemento alla Meraner Zeitung, n. 144 del 2 dicembre 1900.  Scrisse pure: “Dai giorni di guerra più emozionanti di Merano. In: Meraner Hauskalender 1919, pp. 49–61”. Non va dimenticato anche: “In occasione del 50° anniversario della morte di Friedrich Wasmann.” In: Alpenzeitung, edizione del 12 maggio 1936, p. 4. Di grande importanza per la storia dell’architettura razionalista fu la sua visita al Municipio appena costruito su progetto e realizzazione di Ettore Sotsass, una sorta di visita guidata ricca di dettagli fra i corridoi e gli spazi interni del grande edificio moderno: “E sorse il nuovo municipio di Merano…”. In: Meraner Jahrbuch 1937. Athesia, Bolzano-Merano 1937.

A partire dalla metà degli anni ‘30, Albert Ellmenreich, così come suo fratello Oskar, si orientò sempre più verso il nazionalsocialismo.

Ellmenreich lasciò in eredità alla città e ai suoi cittadini sette album fotografici con circa 1200 fotografie, cartoline e disegni, 2080 lastre fotografiche relative al periodo dal 1915 al 1937 e cinque volumi di cronache di guerra e diari scritti fra il 1916 e il 1919, tutti conservati presso l’Archivio comunale di Merano.

La sua tomba si trova al Cimitero Centrale di Merano, dove è sepolto nella tomba di famiglia. Il suo nome non può essere lasciato cadere nell’oblio.

Autrice: Rosanna Pruccoli

È uscito Lovergirl di Elya Rose

Laura Stimpfl in arte Elya Rose ha pubblicato, il 28 marzo, il suo EP Lovergirl. Prodotto da Lorenzo Campaner è un disco che nasce dall’incontro del mondo acustico, folk e cantautorale di Laura con quello elettronico, indie e rap di Lorenzo.

Nell’album le basi che spaziano da un pianoforte melanconico a drum machine o synth si congiungono con il flauto traverso e il cajon live sono l’atmosfera in cui gli introspettivi testi di Laura si dispiegano creando un’intesa con gli ascoltatori che seguendo lo storytelling della cantautrice non possono che rimanere catturati dall’ambivalenza tra l’ascolto di una storia e l’immedesimazione in emozioni universali. Elya Rose culla gli ascoltatori attraverso la sua catarsi riflessiva capace di trasportare chi ascolta negli angoli melanconici della propria vita. La nostalgia e il romanticismo dopotutto sono parte di tutti noi e questo EP ascoltato in cuffia e in solitudine ha il potere di far emergere queste sensazioni e speranze (anche deluse) in una maniera a tratti dolorosa, ma necessaria e liberatoria. Arrivati alla fine dell’ascolto non si può che accettarsi un po’ di più nelle proprie sfaccettature e schiacciare di nuovo play. 

Com’è stato lavorare a questo EP?

Mi piace pensare che questo album sia nato un po’ “a singhiozzo”, nel senso che Lorenzo e io ci abbiamo lavorato nei weekend in cui riuscivo a salire a Bolzano da Trieste, dove frequento l’università. Appena uscita da una lunga relazione e con un’intera città da esplorare sono finita in una serie di incontri tragicomici che ho documentato scrivendo. Ora faccio fatica a riconoscermi, ma è questo il bello del cantautorato: cristallizzare un istante per sempre.

La tua scrittura è cambiata? 

Molto. Scrivendo l’EP le canzoni sono uscite di getto in un momento in cui l’alternativa era mettersi a urlare dalla frustrazione. In seguito, ho cominciato a lavorare a canzoni diverse, che esplorano il mio essere più che le mie azioni. Ora le approccio come poesie, non come uno sfogo nel mio diario segreto. È bello vedere la propria evoluzione e rendersi conto che quando si raggiunge una “soddisfazione di base” non c’è più bisogno di sfogare le emozioni in superficie e ci si può immergere in sé stessi per cercarsi davvero. 

C’è un fil rouge in questo lavoro?

Quattro tracce affrontano da un lato la difficoltà di lasciarsi alle spalle una lunga relazione e la propria città, e dall’altro i guai in cui si può finire nel momento in cui la libertà sale un po’ alla testa. Il testo di The curse, invece, l’ho scritto quando avevo sedici anni, ma è ancora una perfetta rappresentazione del mio innato romanticismo. L’ho rilavorato e penso che averlo in questo EP sia necessario, perché, alla fine, restiamo sempre quello che siamo. 

Bolzano e Trieste sono presenti? 

Bolzano è una città complicata, soprattutto per noi giovani. È un magnete che mi tira verso di lei, ma che appena mi lascio andare mi intrappola. Quando sono a Bolzano mi manca Trieste, quando sono a Trieste mi manca Bolzano. È un dilemma che sto affrontando sempre di più nella mia musica. Lovergirl ha tracce di questo oscillare fra l’amore per le proprie radici e la voglia di esplorare nuovi orizzonti. È un tira e molla che mi seguirà sempre.

Quale brano ti rappresenta di più? 

Lovergirl. Affronta la sensazione di non essere mai apprezzata che mi viene nei momenti di nostalgia, la mia emozione preferita. Pur sapendo che sono piena di persone che amo e che mi amano, credo sia un momento di catarsi necessario. In più faccio riferimento all’albero della canzone Y tu que has hecho? dei Buena Vista Social Club. Quando ero piccola mi immedesimavo nella bambina della storia dell’albero e della bambina, oggi mi piace provare a capire il punto di vista dell’albero che regala fiori senza ricevere nulla in cambio.

Autrice: Anna Michelazzi