Il tormentato ritorno alla democrazia

Qualche mese fa Laives ha eletto un nuovo sindaco. Date le forze in campo, gli osservatori esterni hanno parlato di un esito delle consultazioni sorprendente. In realtà, Laives non è nuova a scelte controcorrente e in fatto di colpi di scena la cittadina alle porte di Bolzano non si è mai fatta mancare niente.

Un vecchio articolo del “Volksbote” (organo ufficiale dell’Svp) ci riporta al 1947. Quell’anno, l’intera Giunta presieduta da Riccardo Calovi si era dimessa, a quanto pare per protestare contro la nomina di un segretario comunale non troppo gradito e il mancato ritorno a Laives del segretario precedente, Josef Pfeifer, stimatissimo in paese. 

Il vero motivo dell’Avventino fu però la decennale diatriba per il rinnovo dei contratti d’affitto della Part, i terreni comunali di epoca teresiana che il fascismo aveva cercato di togliere ai coltivatori locali per assegnarli agli amici di partito. Per tutta risposta, la Prefettura insediò un Commissario (il Dr. Giuseppe Majo), sollevando un putiferio che si placò solo dopo sei mesi con la nomina di un nuovo sindaco, questa volta il Dr. Alessandro Dal Rì.

Ma facciamo un ulteriore passo indietro.

Per Laives, come per gli altri comuni della Bassa Atesina, il dopoguerra era iniziato, per così dire, a guerra ancora in corso. Dopo l’8 settembre e la caduta del fascismo, si prospettò infatti la necessità di garantire la stabilità amministrativa degli enti locali. Non si trattò tuttavia di un ritorno alla democrazia con regolari elezioni ma dell’ennesima imposizione dall’alto – e a scegliere i personaggi da mettere a capo dei municipi furono questa volta gli occupanti nazisti e i loro sostenitori locali. 

L’ultimo sindaco di Laives democraticamente eletto era stato Alfred Gerber, rappresentante, con Anton Gerber, Franz Gerber, il Dr. Franz Gerber, Josef Gerber e Alois Gerber, di una vera e propria dinastia di amministratori pubblici di stampo asburgico che, al pari dei Kurzel e degli Ebner, aveva inciso profondamente nella vita pubblica della Laives dell’800. 

Nel periodo della prima guerra mondiale – dal 1914 al 1919 – era rimasto sindaco il leggendario Josef Ebner, confermato anche dopo il passaggio del Sudtirolo all’Italia. Nel 1922 si tennero le prime elezioni democratiche dopo il conflitto mondiale e insieme a Ebner, ancora sindaco, comparve sulla scena politica il giovane Alfred Gerber, che divenne sindaco nel 1926, chiudendo definitivamente l’epoca degli Ebner. Segretario comunale era nel frattempo diventato Josef Pfeifer, amato dalla popolazione ma sgradito alle autorità fasciste e quindi costretto ad abbandonare Laives. Gerber durò in carica pochi mesi: il 12 giugno fu deposto dai fascisti e al suo posto fu nominato il Podestà Camillo Comolli. 

La democrazia era definitivamente finita e per molti anni furono i podestà mussoliniani a governare il paese. 

Il primo Commissario Prefettizio nominato pochi giorni prima della resa dei fascisti nel 1943 fu un altro personaggio entrato nella storia politica di Laives, il Dr. Alessandro Dal Rì. All’epoca il funzionario pubblico trentino dirigeva la scuola agraria di Laives e per quasi un decennio fu, quale membro autorevole della DC, uno dei protagonisti del ripristino della democrazia. Qualche settimana dopo, fu affiancato da Alfred Gerber, il quale fu nominato sindaco il 31 dicembre 1943. Non durò a lungo il regno di Gerber: dopo un mese e mezzo gli subentrò Heinrich Weiss che rimase in carica fino al 1945. L’11 luglio il CNL nominò la Giunta Popolare Comunale, che rappresentò il primo tentativo di reale superamento del radicato fascismo locale. Alessandro Dal Rì fu rieletto sindaco ma dopo un mese l’intera giunta fu sostituita. Giuseppe Espen divenne vicesindaco, tra gli assessori Vittorio Perathoner, Guido Guarda, Luigi Palaoro, Dionigio Corbella, Emilio Gardener, Antonio Ebner e Paolo Frasnelli. Il  decreto prefettizio del 19 novembre 1945 confermò Dal Rì  e Espen ma cancellò la Giunta. Nel 1946 le giunte furono ben quattro: la carica di sindaco fu occupata da Dal Rì, Tevini e per un paio di mesi da Francesco (Franz) Defranceschi e Riccardo Calovi. Dopo i fatti del 1947, tornò in carica Dal Rì, che mantenne la carica fino alle prime elezioni democratiche, che si svolsero soltanto nel 1952. Primo sindaco della nuova era divenne – ancora – Alfred Gerber, che chiuse definitivamente la sua lunghissima carriere politica nel 1956, trent’anni dopo la prima nomina.

Autore: Reinhard Christanell

Nuova scuola primaria: al via il countdown


Per gli scolari della Primaria di San Giacomo si avvicina il momento per conoscere tutte le novità di quella che presto sarà la loro nuova scuola, ormai in dirittura d’arrivo. Addio agli stretti spazi dei container; secondo le stime attuali, i bambini potrebbero entrare nelle loro nuove aule già dopo le festività natalizie.

Posata la prima pietra il 2 febbraio di un anno fa, con l’inizio del nuovo anno scolastico 2024/25 le lezioni all’interno dei container in via Maso Hilber a San Giacomo hanno i giorni contati. 

Erano decenni che si attendeva questo momento tra la popolazione, cresciuta in modo considerevole grazie ai nuovi quartieri residenziali e per cui la vecchia struttura scolastica – risalente agli anni Cinquanta – era ormai da tempo inadeguata. Stiamo parlando di spazi piccoli e, soprattutto, una netta separazione tra scuola tedesca e scuola italiana, ormai anacronistica. 

La nuova struttura infatti, che ospiterà cinque sezioni – tre italiane e due tedesche, con possibilità di allargarsi a una sesta sezione – darà la possibilità ai due gruppi linguistici di interagire durante le ore scolastiche, sia negli spazi comuni tra le classi, sia  grazie ad aule in condivisione come quella di musica, quella di informatica e quella multimediale.

Sono stati due anni con qualche difficoltà quelli affrontati all’interno della scuola provvisoria formata dai container, per i bambini di San Giacomo ma, per chi avrà la fortuna di usufurire della nuova struttura, sarà stato un tempo ben speso. 

Secondo le stime attuali, i bambini potrebbero entrare nelle loro nuove aule dopo le festività natalizie.

Gli stretti spazi dei container – che hanno causato anche non poche polemiche tra i genitori – saranno sostituiti da aule e corridoi ampi e luminosi, in una struttura concepita e realizzata, nello specifico dalla ditta Lovisotto, coniugando innovazione e ecosostenibilità, con certificazione di efficienza energetica.

I riscaldamenti saranno a pavimento, in un edificio che potrà ospitare un massimo di 625 bambini, e – oltre alle aule per la didattica – ospiterà un polo bibliotecario, una cucina con mensa, e anche una sezione di asilo nido.

La scorsa primavera inoltre, l’attuale sindaco Seppi ha fatto un sopralluogo insieme ai tecnici per verificare la possibilità di realizzare il progetto di un orto didattico condiviso tra scuola italiana e tedesca, nella parte superiore della scuola.

Le aspettative di genitori, bambini e personale scolastico sono alte. Particolarmente apprezzato è il progetto del polo bibliotecario, così come la possibilità della sezione del nido.

I bambini, passando tutti i giorni davanti alla struttura ormai quasi completa, apprezzano le dimensioni delle vetrate, immaginando probabilmente già quello che potranno osservare dall’alto delle aule.

Il progetto è finanziato da entrambi i comuni di Laives e Bolzano e servirà quindi anche la comunità sangiacomotta posta sotto amministrazione bolzanina. 

La nuova scuola darà sicuramente nuova linfa al paese, prima di tutto come nuovo centro per l’istruzione e l’aggregazione tra studenti dei due diversi gruppi linguistici, ma anche architettonicamente, con un edificio all’avanguardia in cui sarà un piacere entrare ogni giorno.

Autrice: Raffaella Trimarchi

“Anche Dostoevskij aveva l’epilessia”


Facciamo un focus sugli incontri, gli incubi e la speranza di Marina D’Amico che ha attraversato un lungo tunnel di malattia. Ma in fondo la luce c’era, e lei ha voluto raccontare la sua esperienza in un libro dal titolo “Anche Dostoevskij aveva l’epilessia”.

C’è stato un annus horribilis nella vita di Marina D’Amico, un’insegnante di Merano conosciuta in città anche per essere stata rappresentante del Wwf. Un anno in cui ha attraversato il tunnel della malattia al fondo del quale la luce c’era, ma lei per un po’ non l’ha proprio vista. Un anno fatto di diagnosi infauste o perlomeno molto preoccupanti, di entrate e uscite dal Pronto soccorso e dagli ospedali, di incontri con medici e infermieri più o meno empatici, di amici una tantum che “quando hai bisogno chiamami” e di quelli che se la danno a gambe e di molto altro ancora. Tutto ciò Marina D’Amico l’ha inserito in un libricino tascabile di 72 pagine, che è divenuto il racconto a volte anche ironico e specchio della nostra società, a tratti critico, ma anche pieno di speranza e tenacia e forza della vita, dal titolo “Anche Dostoevskij aveva l’epilessia”.

“Già perché è questo di cui si trattava – ci racconta oggi Marina D’Amico a distanza di anni – Avevo avuto strani episodi di assenza, così la chiamarono. Quando si intensificarono mi rivolsi ai medici che mi dissero che era epilessia e che si doveva indagare da dove arrivasse. Anche Dostoevskij ce l’aveva, mi disse il neurologo che mi visitò e questa frase mi rimase impressa ed è divenuta il titolo del libro che ho scritto”. 

La diagnosi arrivò ben presto: aneurisma. E la decisione conseguente: operazione. “Ci misi un mese e mezzo prima di decidermi – racconta ancora D’Amico – ma la decisione era alle porte e la presi perché avevo incontrato un uomo che prima di essere un luminare nel suo campo era uno che mi trasmetteva tranquillità ed empatia e di qualcuno dovevo pur fidarmi. Era il professor Scienza”. Il libro di Marina D’Amico parla di molti incontri. Quello con i medici, quello con Costanza la vicina di letto, quello con il “principe”, quello che il luminare svedese che la operò, quello con un sacerdote, e quello con il cardiologo… “muto”. Una varia umanità che si attraversa e ti attraversa quando vivi un’esperienza traumatica e che ti mette nella condizione di dover accettare i tuoi limiti. “Non era tutto finito – racconta ancora D’Amico – e dovetti affrontare molti altri passaggi e traversie di salute (che ne libro sono raccontate, ndr) prima di arrivare a vedere quella luce in fondo al tunnel”. Esattamente un anno dopo, era il 2008, una mattina Marina D’Amico ha provato un irrefrenabile bisogno. “Stavo a letto leggendo un libro e le mie brutte avventure di salute erano ormai alle spalle, quando sentii dentro di me un irrefrenabile impulso. Fu come quando sta per venire su il caffè – scrive nella prefazione del libro – che ti devi affrettare e correre in cucina a spegnere il fornello per non farlo uscire gorgogliando tutto dal beccuccio della moka. Le parole affluivano e pretendevano di essere prese subito in considerazione (…) È nato così questo libro, per necessità e per obbedienza”.  

Ai giorni nostri Marina D’amico è tornata alla vita normale e alla sua scuola, e può guardare con distacco a quel brutto periodo. Lo scorso anno, incoraggiata da persone che lo avevano letto, ha tirato fuori dal cassetto quel manoscritto che per oltre dieci anni è rimasto nell’oblio affidandolo ai tipi dell’editore Raffaelli di Rimini e alla lettura del pubblico.  

Autore: Enzo Coco

La cappella russo-ortodossa


Il canone architettonico bizantino e russo-ortodosso avrebbe voluto la croce latina per la pianta della piccola chiesa russo-ortodossa, ma si utilizzò la soluzione ad aula caratterizzata però dalla tradizionale iconostasi lignea ricca di icone.

Lo spazio per i fedeli incominciava nel nartece, l’originario recinto per i catecumeni, ancora contrassegnato dal dipinto di forma triangolare raffigurante l’Ultima cena, proseguiva nel “naos” (l’aula vera e propria) dove giochi di luce e ombra sono resi possibili dalle grandi vetrate ad arco poste sul lato nord e sud a scandire lo spazio architettonico come in un sacro cerimoniale. L’aula si conclude ai piedi dell’iconostasi al limitare della cosiddetta “soleja”, la zona rialzata dove sorge appunto la tipica struttura lignea, imponente nelle sue tonalità scura del rovere e rilucente delle dorature, riccamente intagliata e modanata, impreziosita poi da immagini ieratiche di santi a figura intera e sovrastata da medaglioni, tutte opere di un artista rimasto anonimo, visto che per tradizione le icone non si firmavano. Oltre l’iconostasi si apre il presbiterio, dove trovavano posto l’altare e il trono, riservato solo al sacerdote e all’inserviente. 

L’Ambone e il “kliros”, ossia la zona riservata ai canti e alle letture dei testi sacri, tripartiscono la “soleja”: sull’ambone, posto davanti alla porta regale, si tenevano le letture tratte dal Vangelo, mentre sul “kliros” laterale trovavano posto lettori e cantori. 

Una croce russa dal tipico suppedaneo inclinato svetta ancora sulla lanterna a bulbo che rende ben individuabile il luogo sacro nelle linee architettoniche dell’edificio. 

Furono i fratelli Michael e Faina von Messing, i fondatori della Casa russa, che in prima persona seguirono sia le lungaggini burocratiche che i lavori e, con molta probabilità, avanzarono proposte per le soluzioni decorative e per gli arredi. Derivò da una loro iniziativa l’inserimento inconsueto di santa Giulia martire fra le figure dell’iconostasi, voluta probabilmente a ricordo della propria madre. Nella chiesa di un pensionato per malati di tubercolosi non poteva mancare un santo “guaritore” come san Panteleimon ossia Pantaleone di Nicomedia Medico   raffigurato nel gesto di estrarre da una scatola dei rimedi medicamentosi. 

Il 15 settembre 1897, sotto la guida di Faina von Messing, e con la direzione medica del dottor Michael von Messing, la Casa russa, anzi “Villa Borodine” risuonò del vociare entusiasta dei suoi primi ospiti. Alla Villa potevano accedere solo russi in grado di esibire certificati di appartenenza alla religione ortodossa, erano banditi i cittadini russi ebrei e gli ortodossi polacchi. 

La disponibilità era di 19 stanze e circa 30 letti, mentre tutto era regolamentato da un severo statuto che prevedeva ad esempio il divieto di possedere animali e suonare strumenti musicali, ma nella sala da pranzo vi era un pianoforte e non mancavano i piccoli concerti. Vietate erano anche le discussioni politiche o religiose ma per lo svago alla villa era allestita una ricca biblioteca e una sala di lettura dove si potevano trovare numerose riviste, e non mancavano ovviamente gli scacchi. 

La chiesa, invece, fu consacrata tre mesi dopo, il 3 dicembre 1897 alla presenza di tutta la Comunità dei fedeli, provenienti anche da altre località di cura del Tirolo meridionale, delle autorità cittadine, e del clero evangelico ed anglicano. Solo il clero cattolico si rifiutò di partecipare alla cerimonia. 

A partire da questa data le funzioni si svolsero ogni domenica e nei giorni festivi per sei mesi l’anno; in questo lasso di tempo alla villa era presente un sacerdote che, trascorso il periodo, rientrava nel luogo di provenienza. Il rito che seguiva rigidamente il cerimoniale russo terminava con l’inno nazionale.

La cappella russo-ortodossa di Merano si trova in Via Schaffer 21. Orario d’apertura: 1° e 3° sabato del mese dalle ore ore 9 alle 13 e su appuntamento (chiusura durante il periodo natalizio e pasquale).

Autrice: Rosanna Pruccoli

La signora della villa


Qui Intervista all’architetta Herta Waldner che fu espressamente scelta dall’ultima erede e rappresentante della famiglia Navarini Ugarte affinché accettasse di ereditare Villa Freischütz col il preciso compito di farne un museo capace di narrare la storia delle famiglia, della casa e di ogni singolo oggetto prezioso in essa contenuto. Herta Waldner accettò la sfida, lavorando in maniera indefessa per anni fino a creare quella che oggi è la splendida casa museo di Villa Freischütz.

La cosa che mi piace di me.

I miei capelli rossi da bambina.

Il mio principale difetto.

Credere nella bontà delle persone.
Il mio momento più felice.
Quando sono nati I miei figli.
La persona che ammiro.
Ariane Karbe, la nostra curatrice.
Un libro sull’isola deserta.
Qualsiasi libro di storia dell’arte.
La mia occupazione preferita.
Vagabondare per negozi di arredamento.
Il paese dove vorrei vivere.
Merano.
Il mio piatto preferito.
Qualunque piatto di pasta.
Non sopporto…
La burocrazia sempre in aumento con la scusa che ci vogliono semplificare la vita.
Per un giorno vorrei essere…
Isabel Ugarte a Parigi nel 1900.
La mia paura maggiore.
Perdere i miei cari.
Nel mio frigo non manca…
Il Parmigiano Reggiano stagionato.
Se fossi un animale sarei…
Un pappagallo.
Mi sono sentita orgogliosa quando…
Quando siamo riuscite ad inaugurare la casa-museo Villa Freischütz.
Il mio motto.
Dare a tutti una seconda chance.
Il giocattolo che ho amato di più.
Il Lego.
I miei poeti preferiti.
Joachim Ringelnatz e H.C. Artmann.

I miei pittori preferiti.

Ellen Tornquist e Gustav Klimt, Tamara de Lempicka.
Il dono di natura che vorrei avere.
Poter volare.
Non sopporto…
Le persone poco generose e avare.
Dico bugie solo…
Mai.
Il colore che preferisco
Un viola intenso.
L’ultima volta che ho perso la calma.
La perdo quando vedo che in tanti sponsorizzano solo lo sport e mai la cultura.
Da bambina sognavo…
Di creare una cupola di protezione su Merano.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Giocando con la palla ovale, tra rispetto e lealtà


Quindici giocatori, un campo da cento per settanta metri, una palla ovale e tanta grinta; questo è il mondo del rugby e i ragazzi del Bolzano ne sanno qualcosa. La loro società nasce a cavallo degli anni ‘70 con le prime partite giocate allo stadio Druso contro le compagini venete. Nella sua storia, la squadra ha cambiato diverse volte nome. Sin dal primo momento di crescita più significativo, dal 2004 in poi, la società era conosciuta come Sudtirolo Rugby.  Recentemente, ha deciso di riprendere il suo nome originario: Bolzano Rugby.

Dopo i primi anni duemila la società ha cominciato a costruire e lavorare su un vero e proprio vivaio giovanile che le ha consentito di arrivare, ad oggi, a circa duecentocinquanta tesserati in tutte le categorie dalla under sei alla categoria old, sia maschili che femminili. Riprendendo il nome storico degli anni ‘70, il Bolzano Rugby, è oggi pronto per cominciare una nuova sfida e continuare il suo percorso di crescita, con la nuova prima squadra iscritta nel campionato di serie C della Federazione Italiana Rugby e con tutte le categorie giovanili impegnate nei campionati interregionali del Triveneto. 

Dopo vent’anni di storia, fango e sudore, la società ha deciso di cambiare denominazione sia per la presenza di altre realtà rugbystiche in provincia sia per identificarsi maggiormente con la nostra città, rendendo omaggio al capoluogo e alla comunità che ha sempre fatto sentire il suo calore e il suo supporto. Se a prima vista il rugby può sembrare uno sport molto aggressivo, la realtà è ben diversa. Si tratta di uno sport di contatto è vero, ma il rispetto, ne è alla base. Lo conferma il presidente dell’ex Sudtirolo Rugby, Massimo Fontana “E poi c’è il terzo tempo…” – racconta Massimo – “Quel momento che questo sport non salta mai. Dopo una partita, magari molto combattuta e dura, chi ti ospita offre da mangiare e da bere e ci si ritrova tutti assieme a condividere il momento forse più bello di questo sport. Si fanno e si ricevono complimenti per il bel placcaggio, per la bella azione o per il bel passaggio fatto o subito. Strano, vero? Ma è proprio così: le regole sul campo trovano proprio nel terzo tempo la massima espressione come il rispetto, la correttezza e la lealtà che sono alla base del gioco e direi anche oltre.”

Il Bolzano Rugby si allena da ormai cinque anni allo stadio “Europa” in via Resia, l’unica struttura cittadina a poter ospitare partite di rugby federali ma che ad oggi risulta un po’ antiquata. Lo stadio abbisogna di importanti interventi di rifacimento del manto sintetico, ormai giunto a fine vita tecnica, per garantire la miglior qualità possibile delle partite in casa del Bolzano. È una grande preoccupazione da parte di tutte le società che si allenano allo stadio Europa, visto soprattutto l’avvicinarsi della stagione competitiva.

La società è sempre pronta ad accogliere nuovi giocatori da inserire nelle sue squadre. “Il nostro è uno sport proprio per tutti, in mischia serve il più robusto, nei trequarti il più agile e scattante, in mediana (diciamo la regia per intendersi) chi è anche capace a calciare. Sin da piccoli i nostri giovani atleti prendono coscienza che alla squadra servono gli uni e gli altri”, continua Massimo.

Per chiunque voglia conoscere e avvicinarsi a questo sport di valori veri, si possono trovare tutte le informazioni sul sito www.bolzanorugby.it o scrivendo a info@bolzanorugby.it o chiamando il numero 351 8355285.

Autore: Niccolò Dametto

Una vita da filologo romanzo


Il professor Mattia Cavagna, bolzanino, ma anche parigino e bruxellois, racconta come ha scoperto la filologia romanza, di come ne abbia fatto la sua professione e di come la sua vita si evolva all’insegna della ricerca e della scoperta. Di luoghi, di persone e di nuovi punti di vista.

Da dove nasce la tua passione per la filologia romanza?

Quando mi sono iscritto a lettere non avevo mai sentito il termine “filologia”, poi ho incontrato un professore con un approccio interessante: riusciva ad attualizzare delle problematiche di questa disciplina. Per me la storia di ognuno di noi è una storia d’incontri e con questo professore c’è stato un colpo di fulmine. La filologia è affascinante perché ti permette di analizzare manoscritti mai letti e di scoprire nuove cose; ti insegna inoltre ad attualizzare i problemi, ad esempio, riconoscere le fake news è filologia: è la distinzione tra la copia d’autore e quella del copista, cambia la terminologia, ma le problematiche restano le stesse.

Hai sempre avuto l’obiettivo di insegnare all’università?

Questa volontà è maturata molto presto, quando ho capito che la filologia romanza è una materia grezza in cui c’è moltissimo da scoprire ho compreso che era davvero quello che volevo fare. È stato interessante: mi sono appassionato all’antico francese — la tappa intermedia tra latino e francese moderno, tappa che manca all’italiano e spagnolo — e ho imparato prima quello del francese moderno.

Quanto è stato importante l’Erasmus nella tua carriera?

Importantissimo. L’Erasmus non è un viaggio, è un’esperienza in un’altra realtà che ti forma da moltissimi punti di vista. Lo dico sempre ai miei studenti: l’Erasmus è incontournable (non ci puoi girare attorno). Dopo l’Erasmus sono tornato in Italia a laurearmi, per poi ritornare subito a Parigi dove ho lavorato al Louvre, ho conseguito il Diplôme d’études approfondies, tappa intermedia tra la tesi di laurea e il dottorato che ho vinto a Bologna in cotutela con Parigi. Non sono più tornato in Italia per la differenza dello statuto dei dottorandi, ai miei tempi più considerati in Francia; ora insegno a Bruxelles all’Université catholique de Louvain e lì sono rimasto.

Hai mai pensato di tornare in Italia?

Non mi sono mai sentito esiliato: Bolzano è casa mia come lo sono Parigi e Bruxelles. Sono sempre in Italia. L’Universitas esiste: l’Erasmus c’è anche per gli insegnanti, vengo a insegnare almeno due volte a semestre in Italia, come, spesso, vado anche all’estero; sono stato in Brasile, in Vietnam e prossimamente andrò a Shanghai.

Qual è l’esperienza extraeuropea che ti è dato di più?

Quando esci dall’Europa sei obbligato a varcare i confini della tua ricerca, nel mio caso la filologia romanza stricto sensu, e devi adattarti al pubblico e alle sue istanze: sono nuove esperienze culturali e umane, ma anche scientifiche, ti lanciano nuove sfide con cui anche i tuoi corsi vengono arricchiti. In Brasile ad esempio ho incontrato persone meravigliose che leggono Cicerone attraverso Valla e Bruni e si interrogano sul ruolo dell’umanismo civico nel Rinascimento. Sono rimasto a bocca aperta. Lì ho incontrato persone di una grande umanità ed erudizione, gli studenti capiscono il valore profondo dei libri e dell’approfondire il più possibile.

Autrice: Anna Michelazzi

La curiosa storia della parrocchia di Malles


Se siete degli amanti dello stile liberty e del “curioso” nell’arte è Malles la vostra meta. Nel 1903 i fedeli della parrocchiale di Malles ebbero l’occasione di scoprire la propria chiesa in una nuova “luminosità”:  quella cioè data dalle luce elettrica. Il 17 dicembre infatti i più ansiosi si recarono alla prima funzione, quella delle cinque del mattino, per essere i primi a godere di quella visione. Ma le novità di carattere tecnologico sembravano non finire, nel luglio del 1906, infatti fu inaugurato l’ultimo troncone della tratta ferroviaria Merano – Malles. Ora il paese era raggiungibile con un viaggio comodo e relativamente breve. Forse una parte del turismo che affollava la vicina Merano avrebbe potuto raggiungere anche l’alta Val Venosta e arricchire la parrocchiale di nuovi e raffinati affreschi non poteva essere che ben fatto. 

Così nel 1914 il decano Dietl chiamò a Malles il pittore Emanuel Raffainer di Schwaz e insieme pianificarono l’intera dipintura dell’abside e della navata. L’artista, allora trentatreenne, eseguì il progetto pittorico e uno schizzo e, ottenuta l’approvazione del decano, iniziò a dipingere. Poco tempo prima dello scoppio del primo conflitto mondiale il pittore, che aveva iniziato i lavori partendo dalla zona absidale, si trovava a dipingere l’Incoronazione di Maria. Gli echi, edulcorati dalla propaganda, dei vari successi al fronte, i fatti riportati nei bollettini di guerra e gli avvenimenti nella zona serba, rimbalzavano anche fra le viuzze del piccolo agglomerato venostano e ispirarono l’artista al punto che volle fissarne alcuni frammenti sulla parete di quel luogo sacro, anzi proprio nella rappresentazione stessa dell’Incoronazione. 

Sulla volta l’artista ha organizzato lo spazio pittorico in modo da riuscire a far convivere soggetti diversi. Un nuvolone suddivide il mondo terreno da quello ultraterreno ed in entrambe gli spazi, gremiti di personaggi, si articolano i diversi racconti. Solo a noi è dato di partecipare con lo sguardo agli accadimenti di entrambe le realtà, mentre i diretti interessati sembrano ignari gli uni degli altri. La Santissima Trinità sta per porre sul capo di Maria una corona di gusto bizantineggiante. Assistono Gioacchino e Anna, San Giovanni Battista, Santa Barbara e Santa Caterina, da un lato, Giuseppe e Giovanni Evangelista dall’altro.

Nel mondo terreno, intanto, le scene, apparentemente slegate fra loro, si accalcano una accanto all’altra ma forse si tratta delle diverse sfaccettature di un unico incubo premonitore: la guerra, che semina fame, morte e distruzione, lascia donne e bambini privi di sostegno mentre i padri sono al fronte, mette gli uni contro gli altri. Sullo sfondo, un paese va in fiamme, mentre sul lato destro, in primo piano, un uomo giace sul letto di morte: sono i suoi ultimi istanti di vita, la morte è al suo capezzale e con la clessidra in mano lo attende. Al centro, la figura in piedi sembra creare una tred’union tra quei due mondi, si tratta infatti di Bernardo di Chiaravalle, colui che nel Medioevo determinò la devozione per la Madonna. 

COME ARRIVARCI

Malles si raggiunge percorrendo prima la MeBo in direzione Merano poi imboccando e percorrendo quasi per intero la val Venosta. La parrocchiale di Santa Maria Assunta si trova in paese in via dell’Ospedale 2.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Con il beatbox la musicava a colpi di voce


Il beatbox è una disciplina artistica, nata alla fine degli anni ’70 a New York, che consiste nella capacità di riprodurre musica attraverso l’uso della voce. Si tratta di un fenomeno collegato alla cultura hip hop e che sta appassionando sempre più giovani. Matteo Pace, giovane bolzanino, è uno tra questi, più precisamente il migliore d’Italia nel 2024. Oggi andremo a scoprire assieme questa forma d’arte e a conoscere meglio la storia di Matteo.

Ci dici chi sei? 

Sono Matteo Pace, in arte Dynamatt, ho vent’anni e sono nato a Bisceglie in Puglia. Poco dopo mi sono trasferito a Bolzano e da allora vivo e lavoro qui. Il mio percorso scolastico è stato particolare, ho sempre saputo dentro di me che la mia strada sarebbe stata diversa da “scuola-diploma-lavoro” o “scuola-diploma-università” quindi decisi di abbandonare la scuola in quarta superiore, per concentrarmi sul beatbox. All’inizio accompagnavo la mia grande passione ad un lavoro a tempo pieno. Oggi mi occupo principalmente di spettacoli, lezioni private ed eventi in generale, e solo qualche giorno lavoro come dipendente. 

Come ti sei avvicinato al beatbox?

Mi sono avvicinato grazie ai talent shows in televisione. Solo tre anni fa guardavo con grande ammirazione video di beat boxer famosi come Moses e Amir, oggi posso esprimermi sui grandi palchi come loro.

Hai seguito lezioni?

No, tutto ciò che ho imparato è stato grazie a qualche video online messo assieme a tanta pratica. Mi alleno dalle tre alle sei ore al giorno, per imparare nuovi suoni e migliorare quelli che già conosco.

Il ricordo più bello legato al beatbox?

Il ricordo che ho più impresso è sicuramente la partecipazione al festival studentesco; , mi sono esibito davanti a migliaia e migliaia di persone, è stato davvero emozionante.

Che titoli hai vinto?

Per ora ho il titolo di campione italiano sia in singolo che in coppia (vinto quest’anno ai campionati italiani a Marghera) e il titolo di vicecampione italiano e internazionale nel 2023. Dopo il titolo italiano, sto avendo la possibilità di fare almeno un torneo al mese. 

Qual è il tuo cavallo di battaglia che non può mancare in un torneo?

Mio cavallo di battaglia sono le combo, quindi più suoni insieme, tanti fischi diversi in concomitanza a dei bassi, per creare un miscuglio di frequenze davvero impattante. 

Qual è la reazione delle persone che ti ascoltano per la prima volta?

Rimangono inizialmente stupiti, non credendo a ciò che stanno sentendo, poi iniziano ad apprezzare la musica e a ballare. Tutto ciò mi riempie il cuore di gioia. 

Tutti possono fare beatbox?

Tutti possono imparare a fare beatbox, ma tutti abbiamo allo stesso tempo una struttura vocale diversa. Quindi, certi suoni risulteranno più difficili per qualcuno e più facili per altri.

Il tuo prossimo obiettivo?

Far conoscere la magnifica arte del beatbox a più persone possibili, ispirando ragazzi e ragazze, e facendo sempre più spettacoli davanti a sempre più gente. 

Autore: Niccolò Dametto

Sola Rinfreschi, e i primi librai in città


Per decenni la famiglia Sola Rinfreschi ha gestito in città bancarelle e negozi di libri, riportando in Alto Adige la vocazione del paese d’origine, il luogo dove nacque – tra l’altro – anche il celebre premio letterario Bancarella. Ripercorriamo questa storia insieme a Lorenzo Sola Rinfreschi, bolzanino depositario di questa memoria. 

Com’è nata la presenza libraria della sua famiglia a Bolzano?

Il tutto è nato con una bancarella  e con mio nonno. Era un banco di libri e giornali e si trovava in vicolo Parrocchia. Stiamo parlando di quasi cent’anni fa, il 1926. Mio nonno era scappato da Padova dove era emigrato da Piacenza e prima ancora dal paese d’origine, ovvero Montereggio di Mulazzo, in provincia di Massa Carrara in Lunigiana. Mio nonno ha continuato questa sua attività in un periodo logicamente molto complicato, ovvero quello dell’inizio del governo fascista anche a Bolzano. Lui era un socialista e – cosa ancora più interessante – per un anno o due ha pubblicato a Bolzano una rivista bilingue che poi è stato costretto a chiudere, perché per i fascisti non era ammissibile l’utilizzo della lingua tedesca, e a maggior traduzione le traduzioni. 

Che tipo di rivista era?

Si occupava di attualità e ovviamente anche di cultura. Di questa rivista non ci è rimasta nemmeno una copia. La notizia, anzi, è scaturita da una ricerca sviluppata a Piacenza dall’università sulle famiglie di Montereggio. 

Il banchetto è rimasto tale o c’è stata un’evoluzione in un vero e proprio negozio?

Mio nonno successivamente dopo la guerra ha aperto un chiosco in piazza del Grano, che forse molti ricorderanno perché è rimasto lì fino a quando è stato chiuso da me. In ogni caso ad un certo punto mio nonno ebbe una paresi e quindi aprì un negozio di libri sotto casa, ovvero in Via Alto Adige (ndr lì lo vediamo ritratto nella foto qui sopra), nel palazzo tutt’ora in piedi all’incrocio con Via Garibaldi. Il chiosco comunque rimase aperto e lì ci lavorava mia zia, la sorella di mio padre. Nel 1969 al chiosco è quindi subentrato mio padre che precedentemente aveva lavorato come bidello in una scuola in Via Cadorna e successivamente alla biblioteca civica.  

Insomma: la passione per i libri scorreva nel sangue della vostra famiglia…

Proprio così! Mio padre dal 1960 al 1966 aveva inoltre aperto un altro chiosco a Ponte Talvera, proprio davanti all’ingresso della biblioteca civica all’inizio e successivamente dalla parte di Theiner. E io mi ricordo da piccolissimo che andavo lì e anche al mercato del sabato, dove la famiglia era presente con un banchetto di libri. 

Il negozio di libri di Via Alto Adige nel 1966 si trasferì in Via Museo, vero?

Sì, nella galleria del Moro che ora non c’è più e che si trovava a due passi dall’attuale museo archeologico. Lì c’erano altri negozi particolari: un negozio di musica e un altro di articoli militari. 

Vendevate sia libri nuovi che usati?

Mio nonno vendeva anche libri nuovi, mentre mio padre libri usati. Facevamo compravendita. E avevamo anche libri in lingua tedesca per i quali c’era un certo mercato e avevamo anche qualche libro d’antiquariato. Facevamo molta più fatica con i libri italiani. All’epoca Bolzano non era una città universitaria ed era frequentata poco anche dai turisti, quindi non era facile… C’era chi, anche in famiglia, diceva a mio padre che era stato pazzo a venire via dal Comune. Ma c’era di mezzo una grande passione…

Facciamo un ulteriore passo indietro. I genitori di suo padre non erano sposati e dunque suo nonno aveva un altro cognome, ovvero Rinfreschi. Prima di venire a Bolzano aveva avuto una casa editrice a Piacenza, seguendo le orme di altri compaesani emigrati dal paese d’origine in Lunigiana. Com’è nata la vocazione libraria di Montereggio di Mulazzo?

In origine i paesani avevano due tipi di attività. Erano boscaioli oppure commercianti ambulanti di pietre per affilare le lame. Ad un certo punto nella prima parte dell’800 ci fu una crisi economica e allora questi ambulanti cominciarono a incontrare i carbonari mazziniani e si diedero anche alla vendita, naturalmente clandestina, dei loro opuscoli. Da lì poi queste famiglie si sono stabilite in quasi tutto il nord Italia, fondando librerie, tipografie e qualcuno – appunto come il mio bisnonno Antonio, il padre di Lorenzo – anche case editrici. 

La memoria della vocazione libraria di Montereggio, ad un certo punto è stata riscoperta anche nel paese, vero?

Altroché, tant’è vero che proprio a Mulazzo nel 1953 è stato fondato il premio Bancarella, all’ombra della torre dei Malaspina dove abitò Dante Alighieri, dopo la fuga da Firenze. Mio nonno Lorenzo fu l’ispiratore del premio che poi venne trasferito nella vicina Pontremoli. Negli ultimi decenni anche a Montereggio sono iniziate le iniziative che hanno riportato alla memoria l’origine della vocazione libraria degli abitanti del paese, e molti loro discendenti hanno ripercorso a ritroso quei passi, riconnettendosi tra loro.

La storia delle bancarelle e delle librerie della famiglia Sola Rinfreschi a Bolzano verrà ripercorsa nell’ambito di un incontro pubblico al Teatro Cristallo di Via Dalmazia 30, che si svolgerà venerdì 22 novembre con inizio alle ore 18. La conferenza, ospitata dalla Sala Giuliani, vedrà la partecipazione di Lorenzo Sola Rinfreschi e Giacomo Maucci, curatore del libro ”La storia di Montereggio Paese dei librai”.

Autore: Luca Sticcotti