Un’astista a Innsbruck

Due ori ai campionati italiani U18 e U23, due argenti ai campionati italiani U16, un bronzo agli italiani U23 e una doppia partecipazione ai campionati europei. Lei è Nathalie Kofler, la più forte astista in regione. Abita a Lana, ma studia a Innsbruck. Segni particolari? Le piace volare in alto! Oggi andremo a scoprire qualcosa di più sulla sua vita e a conoscere meglio il salto con l’asta.

Ciao Nathalie, raccontaci in breve chi sei…
Sono Nathalie Kofler, ho 23 anni e sono detentrice del record altoatesino nel salto con l’asta. Sono nata e cresciuta a Lana, ho frequentato le scuole a Merano con indirizzo FOS Biotecnologie con indirizzo sport e alimentazione e, successivamente, ho iniziato a studiare questi due ambiti a Innsbruck.

Quando ti sei avvicinata al mondo del salto con l’asta?
Nel 2012 ho iniziato a praticare l’atletica leggera e ho subito scoperto che il salto con l’asta sarebbe stata la disciplina che avrei praticato. Tuttavia, nei primi quattro anni non l’ho fatto regolarmente, perché praticavo anche le prove multiple. Nel 2016 sono arrivata seconda ai campionati italiani cadetti e ho deciso di concentrarmi esclusivamente in questa disciplina, il che significava allenarmi anche in inverno, fuori al freddo, perché in Alto Adige un impianto indoor dove si può saltare non c’è… purtroppo.


Ultimamente hai stabilito il tuo nuovo personale… come ti senti?
Mi ho sentito molto grata e sollevata, ma non completamente soddisfatta. Sono tornata da due anni difficili, ho avuto un grave infortunio dove mi sono fratturata la quarta vertebra lombare. Sono molto fiera di me stessa per aver continuato a lavorare e per non aver mai perso la fiducia in me stessa.

L’asta è una delle discipline più tecniche dell’atletica leggera, quali sono le cose più difficili che fai mentre salti?
Dico sempre che il salto con l’asta è come un enorme puzzle! Ci sono tantissimi aspetti tecnici ma anche mentali da tenere in considerazione. Le due cose più importanti sono la rincorsa e lo stacco. È fondamentale avere uno stacco alto, forte e non troppo distante o vicino per poi lavorare bene nella fase d’infilata. Devi mettere assieme tutti questi pezzi per poter saltare in alto e con costanza.

Quante volte a settimana ti alleni e cosa fai durante gli allenamenti?
Dipende dal periodo, ma normalmente mi alleno sei volte alla settimana per circa tre ore a sessione. In preparazione, gli allenamenti sono più intensi, anche con più sessioni, mentre durante la fase delle gare facciamo tutto il necessario per farmi sentirmi veloce, forte e pronta. Gli allenamenti comprendono sessioni di tecnica, sessioni di velocità, sessioni di palestra in combinazione con esercizi di pilometria e sessioni di ginnastica artistica. Poi ci sono le gare.

Il territorio in cui vivi ti ha aiutato nel raggiungere i tuoi risultati?
Ho iniziato ad allenarmi a casa mia, a Lana, ma sapevo che sarei dovuta andare altrove per raggiungere i miei obiettivi. Non abbiamo strutture al coperto in Alto Adige, e allenarsi al freddo tutto l’inverno è molto difficile. Per questo motivo, ho deciso di trasferirmi a Innsbruck e farmi allenare dal mio attuale coach Thomas Neuhauser. Sono molto grata di tutto questo e della squadra che mi supporta sempre!

Che cosa ti piace di più di questo sport?
Mi piace perché questo sport è davvero complesso. Non è mai noioso e richiede allenamenti molto vari. Non devo solo saper saltare con l’asta, ma anche essere forte in palestra, veloce e sapere praticare ginnastica artistica. Poi il momento in cui superi l’asticella è un’emozione indescrivibile!!

Hai altri hobby al di fuori dello sport?
Sì, mi piace molto cucinare, soprattutto in modo sano. Inoltre, mi piace molto viaggiare e scoprire nuove culture. Queste due passioni mi permettono di staccare la testa e rilassarmi un po’.

Redattore: Niccolò Dametto

Meditare nella natura

Il primo percorso in Italia di mindfulness si trova in Alto Adige, più precisamente sul Monte Golfrion, sui pendii delle Dolomiti a 1872 metri di altitudine. Il percorso – liberamente percorribile da chiunque – è stato ideato dallo Psicologo del Benessere e Istruttore Mindfulness Thomas Bernagozzi che oggi andremo ad intervistare per conoscere meglio il progetto.

Ciao Thomas, raccontaci qualcosa di te…
Sono nato e cresciuto a Bolzano, ho fatto il liceo qui e prima di iniziare l’università ho deciso di prendermi un anno sabbatico in giro per il mondo per fare delle esperienze sia lavorative che di vita che mi permettessero di scegliere poi in maniera più consapevole il mio percorso di studi. Grazie alle esperienze fatte in Australia e in Irlanda mi sono approcciato all’esperienza della meditazione e della mindfulness. Quando sono ritornato in Italia ho iniziato il percorso di studi a Milano di psicologia e poi ho svolto la magistrale in psicologia per il benessere. Parallelamente ho fatto anche il percorso per poi diventare istruttore di mindfulness, e quindi il percorso per divenire psicoterapeuta.

Come ti sei avvicinato al mondo del benessere ambientale?
Già a livello universitario avevo iniziato a proporre progetti, corsi e seminari per quanto riguarda la promozione del benessere psicologico attraverso l’ambiente architettonico, collaborando con designer e architetti per creare ambienti di benessere per aziende, ospedali, alberghi e luoghi per privati.

Perché hai deciso di creare un percorso di mindfulness ad Obereggen?
L’ambiente che promuove più benessere, e si è visto dagli studi, è la natura. Ho iniziato a proporre dei primi corsi di mindfulness nei parchi da me a Milano, ma nel 2021 sono tornato per un po’ a Bolzano (la mia vita ancora adesso si divide tra Bolzano e Milano) e sono entrato in contatto con la società impianti di Obereggen per proporre delle attività in natura di meditazione. Successivamente con Thomas Hundertoller siamo andati sul luogo per trovare i vari spot dove fare queste esperienze e ho scoperto il monte Golfrion, un posto devastato dalla tempesta Vaia su cui era già presente un sentiero che è stato utilizzato dalle macchine e dalle pacchere per risistemare l’ambiente. Ho percepito da subito questo luogo come un posto mindfull; quindi, è stato molto facile scrivere le meditazioni e creare questo progetto.


Che cos’è Mindfull Latemar?
Mindfull Latemar è il primo sentiero immersivo di mindfulness in Italia. Altrove si possono fare esperienze di mindfulness e meditazione ma un sentiero vero e proprio strutturato e fruibile sia con un istruttore che da soli con l’ausilio un’App gratuita per lo smartphone non esisteva. È una vera e propria esperienza di benessere, come piace identificarlo a me; meditare nell’ambiente naturale ci permette di percepire maggiormente il contatto con la natura.

Che cos’è la Mindfulness?
Non è nulla di trascendentale: significa consapevolezza, in italiano. è la consapevolezza dell’essere presenti nel qui e nell’ora; qualcosa che noi facciamo poco, perché siamo sempre proiettati in avanti e indietro nei nostri pensieri.

Il percorso come funziona?
L’esperienza dura circa due ore ed è raggiungibile partendo direttamente da Obereggen o in alternativa partendo da Predazzo o da Pampeago. Il percorso ha diciotto stazioni e in ogni stazione si fanno delle meditazioni realizzate su misura per ogni luogo. Il sentiero è aperto a tutti e alla portata di tutti. Stiamo parlando di bambini, adulti, anziani e famiglie. Chiunque può fruire di questo percorso meditativo.

Cosa ci si porta a casa grazie a questa esperienza?
Quello che dico sempre è che il vero cammino inizia dopo questa esperienza: è molto facile essere consapevoli quando si è immersi nella natura, staccati dal mondo. Diventa più difficile quando si torna in città dove c’è molto più stress. Poi però chi svolge il percorso capisce che la meditazione è qualcosa che si può praticare ogni giorno e che può avere un impatto anche sugli altri.

Redattore: Niccolò Dametto

Gianna Tosello e la sua esperienza con il tumore al seno al servizio delle donne

Anche se molto conosciuta come artista Gianna Tosello preferisce definirsi “creativa”.

Nata a Sarajevo, da padre italiano e madre slava giunge a Merano da bambina. Da giovane dopo le scuole superiori frequentate a Merano intraprende i suoi studi a Milano diplomandosi presso l’Istituto di abbigliamento Marangoni e come modellista presso l’Istituto Callegari. Ne scaturì una intensa attività lavorativa come stilista di abbigliamento a Milano, Roma e Torino ma nel 1992 decise di rientrare a Merano dove continuò la sua attività di stilista e aggiunse quella di artista. Come artista è soprattutto il mondo delle donne ad interessarla e speciale è la sua attenzione sui fatti di violenza contro le donne. Le sue opere diventano veri e propri moniti, richiami contro la violenza, richieste di aiuto per tutte quelle donne che si trovano in difficoltà. Ed è nuovamente un grido d’allarme che muove l’intervista di oggi. Dopo aver vissuto quest’inverno in prima persona il tumore al seno Gianna ha deciso di parlarne nella speranza che la sua esperienza possa essere d’aiuto ad altre donne. In Italia si ammalano circa 45 mila donne all’anno e anche in Alto Adige sono più di 400. Gianna intende infatti rivolgersi alle donne -amiche o sconosciute- ma donne, e consigliarle a prendersi cura di sé e dedicare il tempo necessario ai controlli periodici di screening. Quando la diagnosi le ha scosso la quotidianità piena di arte e di bellezza, Gianna Tosello si è rivolta con fiducia al chirurgo meranese -ma in servizio all’ospedale di Bolzano- con all’attivo 3.560 interventi di cui 1.800 al seno, Romano Polato. Il chirurgo Polato è infatti il responsabile della “Breast Unit” del San Maurizio formata da 25 specialisti che lavorano in equipe. L’Unità senologica del San Maurizio che ha iniziato il suo percorso sin dal 2010 è certificata Eusoma, ossia i criteri che garantiscono la qualità degli interventi diagnostici e terapeutici provvedendo a tutte le discipline specialistiche previste. Una donna operata in un Centro certificato Eusoma ha il 10% in più di possibilità di sopravvivere rispetto ad una paziente trattata altrove.

Perché ha deciso di parlare apertamente della sua esperienza?
Troppo spesso incontro donne, soprattutto molto giovani, che trascurano l’autopalpazione quotidiana e i controlli periodici al seno come la mammografia. Altre volte incontro donne prese dal panico alla scoperta di un nodulo.

Cosa ha provato davanti alla diagnosi che Le è stata fatta?
Razionalmente, quasi con fatalismo; a 72 anni le probabilità di trovare qualche problema di salute è alto. Una donna su quattro rischia un tumore, e io non faccio eccezione, lo stupefacente era che si trattava di recidiva di due tumori operati con successo diciotto anni prima, di cui conservavo solo una modesta cicatrice. I cinque anni canonici dopo i quali dovresti essere fuori pericolo, nel mio caso sono stati un dato relativo. Realisticamente; oggi la mortalità è molto diminuita, la scienza ha fatto passi da gigante. L’unica cosa che mi spaventava era la chemio, che fortunatamente non ho dovuto fare; il tumore era stato preso in tempo proprio grazie ai controlli fatti al reparto di senologia dell’ospedale dove ho trovato personale meraviglioso e una dottoressa ecografa estremamente accurata, responsabile ed umana.

Si è rivolta con fiducia al dottor Romano Polato, lo conosceva o ne aveva sentito parlare?
Ho cominciato ad informarmi sul dove e soprattutto da chi farmi operare. Sono arrivata al dottor Polato attraverso un paio di amiche sue ex pazienti. Fin dal primo incontro ho avuto fiducia in lui. Ulteriori controlli hanno rivelato un altro carcinoma all’altro seno, per cui a questo punto è stato necessario procedere alla mastectomia bilaterale totale, con ulteriore svuotamento di un cavo ascellare, il linfonodo Sentinella era positivo. Al di là del danno estetico, a cui si può rimediare con la ricostruzione, nel mio caso l’intervento non è stato doloroso, o particolarmente complicato, ma ho seguito con cura tutto l’iter consigliato dall’equipe e eseguito con anche gli esercizi consigliati dopo l’intervento.

Cosa si sente di consigliare alle donne?
Non farsi prendere dal panico, oggi fortunatamente non è più una sentenza di morte o l’annuncio di dolori atroci. è però molto importante informarsi e non avere timori o pudori di parlarne con chi ha già vissuto l’esperienza, ed è in grado di dare qualche consiglio e fornire qualche dritta. è importante interiorizzare che siamo tutte sulla stessa barca, parlarne è importante e può essere un grande aiuto.

Lei si sta rivolgendo alle donne di una particolare fascia di età?
Mi rivolgo a tutte le donne che abbassano la guardia, anche le ventenni che essendo molto giovani credono di non correre rischi. Anche se il periodo ritenuto più a rischio è quello della menopausa, nessuno è esente, neppure le ultraottantenni. Ciò che noi donne dobbiamo interiorizzare è che è importante arrivare in tempo e ciò è possibile solo se ci imponiamo di “essere regolari nei controlli!”.

Cosa consiglia ai compagni delle donne colpite da tumore al seno?
Personalmente sono molto fortunata, il mio compagno ha saputo starmi vicino in ogni fase sostenendomi e facendomi sentire importante. A tutti gli uomini raccomando presenza, vicinanza e ovviamente amore, panacea di tutti i mali.

Redattrice: Rosanna Pruccoli

Sei corde per la vita

Chitarrista, compositore, produttore e insegnante di chitarra, Andreas Unterholzner si è esibito con la band “Underwood” e ha scritto brani originali. Ispirato dalla musica proveniente dal resto del mondo spesso si esibisce da solo. Ha pubblicato un suo album intitolato “Soloworks Vol. I”.

La cosa che mi piace di me.
La voglia di fare ancora un milione di cose.


Il mio momento più felice.
Lo sono i momenti in cui scopro la felicità nella semplicità dell’essere.


La persona che ammiro.
La mia mamma.


Un libro sull’isola deserta.
Le storie del grande fiume di Sauro Tronconi.


La mia occupazione preferita.
La musica.


Il paese dove vorrei vivere.
Sto benissimo in Italia, ma sarebbe bello trascorrere metà dell’anno in paesi sempre diversi e l’altra metà in Italia, in primavera ed estate.


Non sopporto…
Le truffe di ogni tipo.


Per un giorno vorrei essere.
Vicente Amigo, per sapere com’è suonare in modo divino.


La mia paura maggiore.
L’amarezza.


Nel mio frigo non manca mai…
Un bel pezzo di parmigiano.


Se fossi un animale sarei.
Un gatto castrato obeso e coccolone.


Mi sono sentito orgoglioso quando…
Quando con i Symphonic Winds ho composto e suonato il mio primo pezzo per orchestra.


Il mio motto.
Woasch eh… Olter… weiter geahts.


Il capriccio che non mi sono mai tolto.
Una Alfa Romeo.


Il giocattolo che ho amato più.
Il Lego.


I miei poeti preferiti.
Hermann Hesse, Rumi, Khalil Gibran, Pablo Neruda.


I miei pittori preferiti.
Pablo Picasso, Salvador Dali, Friedensreich Hundertwasser.


Il dono di natura che vorrei.
Essere ordinato e coerente.


Dico bugie solo…
Quando provo a non avere conflitti inutili.


Dove mi vedo fra dieci anni.
Possibilmente sano di mente e di corpo, a fare quello che faccio adesso con la stessa dedizione con qualche grammo in più di esperienza.


L’ultima volta che ho perso la calma.
Provando ad infilare un filo in un ago.


Da bambino sognavo…
Di diventare uno stuntman.

Redattrice: Rosanna Pruccoli

Bel concertoin Piazza Rauzi

Mercoledì 28 agosto, nella suggestiva cornice di piazza Rauzi, ha avuto luogo un entusiasmante concerto che ha visto protagonista tre giovani band scolastiche che sono state pronte ad animare la serata con la loro musica e la loro passione. Le band partecipanti sono state i Supraphonic, i The Decades e i Galileoni, tutte formatesi tra i banchi di scuola e capaci di proseguire la loro attività anche durante l’estate. Gli scatti sono di Niccolò Dametto.

Quarti posti e cattiveria

Allo storico motto olimpico, tradotto dall’originale latino “più veloce, più in alto e più forte”, nel 2021 il Comitato Olimpico Internazionale ha aggiunto “communiter” che significa “insieme”. Questo per indicare ufficialmente il valore unificante dello sport e l’importanza della solidarietà. Per il resto i “valori” olimpici sono rispetto, amicizia e lealtà, a cui si aggiunge la famosa “partecipazione”, anche se va precisato che il detto “l’importante è partecipare” in realtà sarebbe mai stato pronunciato da De Coubertin.
Nelle ultime settimane ho seguito con una certa assiduità i giochi olimpici di Parigi. Ma dopo un mese di rassegna in realtà solo due episodi mi sono rimasti più impressi.
Il primo è stato la decisione del Presidente della Repubblica di invitare al Quirinale per un ringraziamento ufficiale, anche gli atleti – tantissimi – che a Parigi hanno conseguito un quarto posto nella loro disciplina. Il Presidente in questo modo ha voluto indicare che l’eccellenza nello sport non è appannaggio solo di chi riesce a conseguire la tanto agognata medaglia. Mi sembra un gesto importante e significativo, molto più maturo di tanti commenti pubblicati sui media da parte di giornalisti poco avveduti oppure da molti altri sui social, come avviene purtroppo sempre più spesso.
Il secondo episodio che mi ha colpito è la risposta che lo schermidore olimpionico Daniele Garozzo ha dato al giornalista Aldo Cazzullo per stigmatizzare il termine “cattiveria” che sempre più spesso viene utilizzato per indicare una qualità essenziale per riuscire a vincere nello sport. Di seguito ecco le parole di Garozzo. “Questa idea è non solo falsa, ma anche diseducativa. Affermare che ‘essere cattivi’ porti alla vittoria sminuisce i successi di tanti atleti che, come me, hanno raggiunto i più alti traguardi grazie a impegno, sacrificio e una sana competitività. La narrativa romantica del guerriero spietato potrebbe essere affascinante nei racconti epici, ma nella realtà dello sport moderno è fuori luogo e anacronistica”. Successivamente il dialogo a distanza tra Cazzullo e Garozzo è proseguito, con il giornalista che ha cercato di spiegare meglio cosa intendeva. Da parte mia non posso fare altro che segnalare il fatto che i Giochi Olimpici sono (ri)nati in epoca moderna per dare ai popoli e agli stati un’occasione di confronto anche aspro, ma totalmente avulso dalla forma tradizionale che tale confronto ha avuto nella storia dell’uomo, ovvero la guerra. D’altronde lo stesso Cazzullo nella sua replica ha spiegato “la cattiveria non è scorrettezza ma determinazione assoluta, senza non si vince”. E allora, insisto, possiamo davvero fare a meno di usare la parola cattiveria, ce n’è già davvero troppa, in giro.

Autore: Luca Sticcotti

“Riprendiamoci Sinigo”


Tre giorni di festa per promuovere la partecipazione degli abitanti di Sinigo e tematizzare criticità ed esigenze del quartiere: dal 29 al 31 agosto andrà in scena Paloo Fest il festival di rigenerazione urbana promosso dal Centro giovani Tilt e dall’associazione La Strada-Der Weg. In programma ci sono concerti, mostre, mercatini e workshop. Ecco alcuni dei suoi protagonisti. 

// Di Roberta Catania

Fra i tanti attori della Paloo Fest ci sono i volontari dell’associazione Magari, che collabora con il team organizzativo del festival per sensibilizzare su una cultura di sostenibilità e di sharing. 

Chi siete?

Siamo un’associazione culturale con sede a Merano che intende creare luoghi d’incontro, di scambio di conoscenze, sperimentazione e produzione culturale nei quali condividere esperienze, differenze e desideri. Promuoviamo, affrontiamo e indaghiamo tematiche sociali, culturali e ambientali, attraverso l’arte e il design, organizzando attività di sensibilizzazione, partecipazione, didattica, co-progettazione, networking e ricerca, con un approccio transdisciplinare per tessere nuove relazioni.

Qual è stato il vostro progetto rigenerante su Sinigo? 

Abbiamo progettato un orto comunitario come spazio per il quartiere dove coltivare piante, ortaggi e relazioni. Immaginato e costruito in modo partecipativo, questo progetto di un anno include laboratori e momenti ludici ed educativi, con l’obiettivo di trasformarsi in un orto permanente per la comunità. Insieme al gruppo del Centro Giovani Tilt, creiamo momenti di esperienza comunitaria, attività didattiche socializzanti e sperimentali, basate sull’ educazione informale.

Che vuol dire per voi costruire un orto di comunità?

Auspichiamo che la presenza dell’orto crei un legame forte tra la comunità e l’ambiente locale. Costruire un orto di comunità, per noi, significa creare un bene comune. L’orto unisce piante e persone in una comunità vivente, favorisce l’inclusione sociale e stimola la partecipazione attiva nelle famiglie e di chi abita questo luogo.

Che ricadute sperate possa avere su Sinigo? 

Ci auguriamo che l’orto di comunità possa crescere, diventare una risorsa permanente ed  espandersi per tutta la località di Sinigo. Ci immaginiamo che diventi un posto non solo per fare crescere ortaggi ma per sentirsi comunità.

L’azione di semina per voi ha a che fare con “Cultura, comunità e trasformazione”, ovvero il sottotitolo del festival?

Certamente! Faremo un workshop di orto in cassetta per chi è interessato. La semina sarà la continuazione del nostro fare, poiché ogni piccolo gesto contribuisce a una trasformazione che guarda al futuro. Ci teniamo a collegare i vari linguaggi della cultura, sostenendo le differenze, la libertà di espressione e l’equità, creando così interazioni etiche, sostenibili e sociali per la comunità.

Come pensate risponda la popolazione di Sinigo?

Ci lasciamo sorprendere, sicuramente che ci saranno persone che hanno voglia di mettersi in in gioco in modo collaborativo, solidale, rigenerante e aperto.

Ultima domanda: prossimi orti urbani?

Orti comunitari disseminati ovunque!

GUERRILLA SPAM

Due collettivi artistici arrivano in residenza a Sinigo e realizzeranno opere artistiche sotto gli occhi attenti degli abitanti e dei passanti. Uno di questi sono i Guerrilla Spam.

Se doveste presentarvi al pubblico meranese, come vi definireste?

Facciamo arte negli spazi pubblici dal 2010. Abbiamo iniziato in modo spontaneo attaccando dei manifesti sui muri di Firenze senza alcun progetto di lunga durata, poi, con il tempo, il progetto si è strutturato e oggi facciamo muralismo come affissioni, installazioni e performance. Abbiamo lavorato in spazi eterogenei dalle strade ai musei, dalle scuole ai centri sociali, sino alle comunità o alle carceri.

La streetart è sempre una forma artistica dibattuta, voi però avete sempre l’obiettivo di calarla nel contesto territoriale…

Cerchiamo sempre di fare ricerca in modo da lavorare in ogni contesto in modo differente. Usare un linguaggio adatto serve per arrivare al pubblico; questo non vuol dire che si debba andargli troppo incontro, è sempre necessario tenere l’asticella alta facendo arte in modo accessibile ma anche in modo complesso, talvolta criptico. Dopo una ricerca iniziale dedichiamo tempo sul posto per conoscere il luogo e i suoi abitanti e spesso i bozzetti pensati a distanza vengono modificati arricchendosi di qualcos’altro. Ogni territorio ha esigenze differenti e cerchiamo di mettere sempre in discussione il nostro metodo e i nostri linguaggi reinventandoci all’occorrenza. 

Cosa porterete a Sinigo?

Cercheremo di realizzare due interventi differenti, un dipinto murale permanente che rimarrà agli abitanti, e una performance più estemporanea che creerà un installazione particolare, quasi “aliena”, con lo scopo di occupare lo spazio in modo differente cercando di coinvolgere le persone che passeranno di lì…

Il sottotitolo del festival è “Comunità, Cultura e Trasformazione”: cosa significa, nel vostro lavoro?

Con le comunità lavoriamo sempre, che siano queste di un paesino o di una metropoli, la classe di una scuola o una casa di richiedenti asilo; la cultura (sia quella “alta” che quella più “bassa”) cerchiamo sempre di inserirla nei nostri lavori, a più livelli di comprensione, in modo che questi siano solo il tramite per scoprire nuove cose. E la trasformazione è quello a cui ambiamo sempre: mai essere statici, fermi, nella vita come nello stile artistico, mutare sempre e sapersi adattare e reinventare, essere diversi da come si era prima ma non per rinnegare qualcosa solo per aggiungere altro.

Progetti futuri? 

Ne abbiamo molti in parallelo (come sempre!). Continueremo a studiare l’arte rupestre e faremo escursioni per cercarla e osservarla, dipingeremo nuovi muri cercando di essere sempre più essenziali e simbolici, scriveremo un libro o forse due, impareremo nuove cose e chissà poi cosa succederà.

MIRKOEILCANE

Mirko Mancini, cantautore romano, classe 1986, in arte Mirkoeilcane ha fissato il Paloo Fest tra le sue tappe di un tour nazionale molto fitto. Candidato al Premio Tenco nel 2016, vincitore di Musicultura nel 2017, calca il palco sanremese nel 2018, vincendo anche il Premio Mia Martini. A Sinigo lo si è voluto per la sua autenticità, le sue vibrazioni vere e attente all’ascoltatore, nonché per la sua attenzione alla prossimità. 

Come ti definiresti come artista?

Alla stessa maniera in cui mi definirei come essere umano: coerente e leale. Rimango fedele alla mia curiosità e non rincorro le mode del momento.

Quali sono le tue influenze musicali? A cosa ti ispiri?

Non saprei scegliere due o tre nomi. Mi piace la musica da ascoltare, quella suonata bene, da musicisti bravi e appassionati. Mi piacciono le canzoni quando si portano dietro un messaggio da condividere, una storia da raccontare che possa essere universale. Non ascolto la musichetta fatta per accompagnare gli aperitivi e non ascolto le canzonette in cui si tralascia completamente il valore della parte testuale.

Sinigo sarà una delle tappe del tuo tour estivo “La Musica contemporanea mi butta giù”: vuoi dirci di più di questo tuo progetto musicale? Perché ti butta giù questa musica contemporanea?

Mi butta giù perché si vuole far credere che basti un computer e un’intelligenza artificiale per scrivere musica. Mi butta giù perché si trattano gli ascoltatori come fosse un’indagine di mercato per vendere un paio di scarpe alla moda. Ci si dimentica di quanto sia importante studiare e rispettare la musica. Questo disco parla un po’ di questo e un po’ di vite normali, quelle in cui si mangia una pizza senza postarla su un social.

Cosa vuoi portare di te e della tua musica in questo rione che ha voglia di rinascere e di ricevere le attenzioni giuste per risentirsi comunità? 

Quelli in cui si sta vicini al pubblico sono i miei concerti preferiti. Sono molto contento di poter partecipare in piccolissima parte al processo di rinascita di Sinigo e spero che, anche così lontano da casa mia, qualcuno possa riconoscersi in una delle storie che racconto nelle canzoni.

“Cultura, comunità, trasformazione”: che cosa significano per te? 

La base di una società sana. Le avrei scritte nello stesso ordine. La cultura e l’arte sono le fondamenta su cui si costruisce una comunità felice e attenta che non si accontenta dell’informazione di massa ma rimane curiosa e critica. La trasformazione, a queste condizioni, è un processo continuo e inevitabile.

Progetti futuri?

Non smettere mai di portare in giro la mia musica e il mio messaggio. Scrivere almeno altri 28 album. Essere felice.

Autrice: Roberta Catania