Debutto perfetto per il contest musicale


Sono i “Carpa and Band”, da Trento, i vincitori del il HoE Contest 2024, un concorso per gruppi musicali e solisti emergenti autori e interpreti di musica originale andato in scena nel corso della Sagra del pesce di Bronzolo. Alla Pinara Thomson. Secondo classificato Dirlinger, da Cattolica, e terzo Deghejo da Treviso.

La Cooperativa Sociale Home Of Expression (HoE) di Laives promuove la musica e l’arte in generale, dando spazio a chi cerca un modo per esprimersi e sensibilizzando sulla tematica sociale; l’obiettivo principale è di aiutare i giovani talentuosi ad emergere, fornendo loro un supporto reale per sviluppare la propria musica.

Presentate da Chiara Sartori, venerdì 12 luglio a Bronzolo si sono esibite sette band provenienti da tutta Italia, con la presenza di giurati di talento, tra cui Claudio Pisoni, Eva Massardi, Martina Capovin, MardRe e Katia Tenti.

Inoltre sono state create opportunità per i partecipanti del concorso di esibirsi in altre località italiane grazie alla collaborazione tra associazioni e cooperative simili a HoE Contest in tutto il paese. Il progetto inoltre ha offerto un podcast curato da Tommy Roses, che ha fornito supporto e feedback ai partecipanti del contest.

Il progetto principale di HoE per quest’anno si chiama “Cultivate your Passions”, progetto ideato da Ruben Sadei (presidente del Centro Giovanile Flowers) che ha unito le forze di alcune associazioni e cooperative locali per sensibilizzare sui temi sociali rivolti ai giovani dai 13 ai 25 anni. L’obiettivo è utilizzare le loro passioni ed interessi per avvicinarsi ai giovani e offrire loro un ambiente guidato e attento per esprimere la loro creatività e passione. L’evento è stato una grande occasione per chi desiderava condividere la propria passione per la musica in un ambiente di socialità e relazione.

Inoltre la Sagra del Pesce ha offerto l’opportunità di provare la cucina locale per tre giorni consecutivi e la possibilità di diventare volontari nell’organizzazione del progetto. HoE Contest 2024 e la Sagra del Pesce hanno dimostrato l’importanza di unire le forze tra associazioni e cooperative per promuovere la musica e la cultura locale.

Una marmotta nel parcheggio del negozio


Qualche mese fa un grifone; adesso una marmotta: pare proprio che la zona di Laives piaccia agli animali selvatici: nei giorni scorsi, infatti, una marmotta di quasi due anni è stata trovata e catturata nel garage di un supermercato di San Giacomo. Era sana ed è stata liberata sul Corno Bianco.

Il Servizio forestale della Provincia è stato allertato venerdì scorso: c’era una marmotta nel garage di un supermercato di San Giacomo di Laives. “I vigili del fuoco volontari avevano già catturato l’animale e lo avevano messo in una gabbia per il trasporto”, riferisce Alberto Palmarin, del Posto di gestione fauna selvatica sud del Servizio forestale. Secondo il biologo faunistico Davide Righetti, che ha assistito a un sopralluogo in loco, si trattava di una marmotta autoctona subadulta, in parole semplici un animale al secondo anno di vita.

“Non c’è una spiegazione logica su come la marmotta sia finita a San Giacomo. La colonia di marmotte più vicina si trova a circa 15 chilometri di distanza in linea d’aria, nella zona di Passo Oclini”, spiega Righetti.

Le ipotesi sono molteplici e vanno dal trasporto involontario da parte di un veicolo (camion o altro) alla migrazione spontanea dell’animale, alla perdita di orientamento. Non è stata ancora trovata una spiegazione plausibile. Ma non è la prima volta che una marmotta viene trovata in cattive condizioni a fondovalle, ad esempio alla confluenza dei fiumi Talvera e Isarco.

L’animale era spaventato e lo esprimeva fischiando forte; è stato poi liberato in natura dal personale del Servizio forestale nell’area del Corno Bianco, a Passo Oclini.

Non succede spesso, ma gli animali selvatici si avventurano nelle aree abitate. “Nel Servizio forestale esiste un ufficio separato per la gestione degli animali selvatici. I dipendenti tengono d’occhio lo sviluppo delle varie specie di animali selvatici protetti e cacciabili, la loro salute, il loro numero e i danni che causano”, spiega Luis Walcher, assessore provinciale all’Agricoltura e alle Foreste. Le marmotte sono una specie cacciabile in Alto Adige e la caccia a questi roditori è strettamente regolamentata. Da un lato, esistono habitat protetti in cui la caccia è generalmente vietata. La caccia è aperta per 30 giorni a settembre: un numero fisso di animali può essere abbattuto prima nelle aree danneggiate e poi nelle aree di caccia.

Ecco il nome del festival: “Paloo Fest”


Era stato anticipato fra le colonne del QuiMerano: dal 29 al 31 agosto ci sarà un festival a Sinigo, una manifestazione ricca di eventi e soprattutto partecipata. Il programma è ancora misterioso anche se alcune indiscrezioni lasciano intendere che ci saranno concerti, mercatini di arte e artigianato, tornei di calcetto a cinque, presentazioni di libri, tavole rotonde con esperti di rigenerazione urbana, workshop di ceramica, cene di comunità: insomma tantissime cose bollono in pentola a Sinigo. Il festival è organizzato da La Strada-der Weg in un percorso di coprogettazione con alcuni enti locali e soprattutto con i cittadini. Nei giorni scorsi si è tenuto un workshop per ragionare insieme alla popolazione sulla programmazione del festival e soprattutto per definirne il nome.

Alla fine, si è optato per “Paloo Fest”. “Paloo” ricorda la palude, contesto naturale vicino a Sinigo per vicende storiche: profondo, ricco, fertile e con molte potenzialità, proprio come questo paese, che è visto dal team organizzativo come un luogo da ricoprire, curare e valorizzare. Le due “oo” del nome sono per rendere il nome più divertente e originale.

Rodrigo Medina è uno degli ospiti della prima edizione del “Paloo Fest”. Giovane designer, ma esperto osservatore della realtà, produttore di idee innovative per rendere ancora più spontanei i processi di socializzazione umana, Rodrigo è da poco uscito dal percorso universitario dell’Unibz e grazie alla collaborazione del festival con l’ateneo altoatesino avrà la possibilità di testare un suo progetto proprio nel contesto urbano di Sinigo. Cosa? “Vibo”: una panchina di comunità.

Rodrigo Medina, come ti definiresti?

Mi piace definirmi designer multidisciplinare, se proprio devo definirmi, visti i miei molteplici interessi e capacità che a volte variano anche di tanto, come ad esempio la passione per la street art o il forte interesse per lo spazio urbano, appunto.

Da designer, a cosa fai attenzione nelle ideazioni dei tuoi progetti?

Sono riuscito di recente a capire di me stesso che nei progetti amo “svelare il potenziale” di oggetti, persone e circostanze. Spesso basta un gesto, un’intuizione, che porta al progetto ad avere un’aria leggera e piacevole, insomma cerco di fare attenzione che il progetto non risulti un’imposizione quanto un invito amichevole, che si tratti di uno schiaccianoci o di una panchina.  Il mio motto: “Essere gentili è essere forti”.

Quanto valore ha il contesto in cui il progetto viene inserito per te?

Il contesto, nelle sue varie sfaccettature, ha un grande valore. Ad ogni modo, penso che alle volte questa regola aurea può anche essere coscientemente aggirata. Cosa intendo? Voglio dire che, sì, prima di agire all’interno dello spazio bisogna capire lo spazio stesso. Poi a seconda del “punto di applicazione”, cioè quella problematica che abbiamo individuato, possiamo studiare una proposta più o meno specifica. Alle volte si può pensare ad una soluzione più che per il luogo stesso, ad esempio per la riappropriazione dello spazio.

In questa prima edizione del Paloo Fest, il festival di rigenerazione urbana di Sinigo, tu sarai tra gli ospiti. Come, o meglio, con cosa sarai presente?

Porterò il mio progetto di tesi Vibo, un piccolo set di sedute basse, o panchette, che ha come obiettivo quello rendere noto agli abitanti che ci sono degli spazi che possono essere utilizzati e vissuti anche se non viene specificato da un cartello, dopotutto non viene nemmeno vietato. Come? Tramite la pratica del “vibare” un inglesismo legato al rilassarsi, creare atmosfera e in generale passare del tempo di qualità.

Vuoi entrare più nel dettaglio?

Come anticipato si trattano di sedute basse, questa caratteristica è anche il cuore portante del progetto. L’idea era quella di richiamare il sedersi sul prato, che in un certo senso è il modo più informale per sedersi. Questa informalità apre la possibilità a diversi scenari di natura creativa/ricreativa.

Il sottotitolo del festival è “Cultura, comunità e trasformazione”: come pensi che questi elementi possano interagire tra loro?

Credo possiamo considerare la trasformazione come una combustione: per avviarla però serve combustibile e comburente, nel nostro caso comunità e cultura. Ma abbiamo bisogno anche di una scintilla, ecco quella potrebbe essere lo spazio.

Sinigo è un rione tutto da riscoprire: che auspicio hai per la presenza di Vibo al festival?

Spero possa essere un punto di raccolta, che poi diventi punto di partenza. Per cosa? Chi lo sa!

Ultima domanda: progetti futuri?

Tenete sempre la domanda più difficile per ultima? (Rid, ndr). Sicuramente ci saranno altre sedute, ma in questo momento la mia curiosità mi sta portando alla scoperta della ceramica e dell’oggettistica legata al materiale. Ciononostante, appena ci sarà modo di lavorare per l’urbano, sarò entusiasta.

Musica e poesia per i 99 anni di Mary


Il 9 luglio, proprio nel giorno del suo novantanovesimo compleanno, a Palais Mamming, è stata presentata la nuova raccolta di poesie italiane di Mary Pound de Rachewiltz, dal titolo “Processo in verso”, di Bertoni Editore. È stato Massimo Bacigalupo, professore emerito dell’Università di Genova, esperto indiscusso di letteratura angloamericana e grande conoscitore di Ezra Pound e della figlia Mary a presentare il nuovo volume. Mary Pound de Rachewiltz con i capelli canuti raccolti nella sua acconciatura storica, il volto radioso e lo sguardo vispo, ha fatto il suo ingresso nella sala gremita al braccio del figlio Siegfried. Nel corso della serata con battute simpatiche e spiritose ha letto alcune delle sue poesie. Con grande gioia ha seguito attenta gli accordi armoniosi del violino di Marcello Fera e del violoncello di Clemens Fera, amici affezionati.

Nata a Bressanone il 9 luglio 1925 dalla relazione tra il poeta statunitense Ezra Pound e la violinista, originaria dell’Ohio, Olga Rudge, inizialmente non fu riconosciuta dal padre. Da piccola fu affidata a una famiglia di contadini tirolesi residenti a Gais, in Val Pusteria. La sua prima lingua fu quindi il dialetto tirolese e il quotidiano di una famiglia che vive e lavora in un maso. Montagne, campi, caprette e pecore il suo primo orizzonte.

Col sostegno dei genitori, a 14 anni, venne mandata a studiare alla Quiete di Firenze, ma già nel 1941 fu costretta a lasciarlo per mancanza dei mezzi economici necessari. Durante la seconda guerra mondiale la madre Olga perse il possesso della sua casa a Venezia e Mary si trasferì per un periodo a Rapallo con lei. In seguito Mary fece ritorno dai genitori adottivi a Gais.

Quando Mary ebbe compiuto i suoi 19 anni il padre le parlò finalmente dell’altra famiglia: la moglie Shakespear e il figlio Omar. Quando tornò a Rapallo, scoprì che il padre era stato arrestato dalle autorità statunitensi con l’accusa di tradimento a causa delle sue trasmissioni radio contro l’entrata in guerra degli Stati Uniti. Durante i dodici anni di detenzione di Ezra Pound al Saint Elizabeth’s Holspital, Mary gli poté fare visita una sola volta.

Nonostante la lontananza e le numerose vicissitudini il rapporto col padre fu sempre molto forte e fin dai suoi 14 anni Pound le aveva affidato, come esercizio, alcune traduzioni delle sue poesie. Sotto la guida del padre, tradusse un capitolo dell’Erlebte Erdteile di Frobenius ed estratti da “Noh” o Accomplishment di Ernest Fenellosa e Ezra Pound, pubblicati nel 1942. Da giovane e negli anni a seguire Pound e la sua immensa opera, oltre alla letteratura americana, divenne l’universo di studio, indagine, conservazione e soprattutto traduzione e divulgazione di Mary. Ella tradusse in italiano e pubblicò l’opera integrale dei Cantos. Nel 1946 aveva sposato l’egittologo italo-russo Boris de Rachewiltz, e insieme diedero vita a Brunnenburg che fu la casa per la loro famiglia, ma anche un luogo di cultura, studio e conservazione. A Brunnenburg Mary custodì e custodisce l’archivio paterno e mantenendo instancabile i contatti con gli studiosi, gli scrittori e gli artisti che si occupavano e si occupano a tutt’oggi di Pound. Come traduttrice Mary ha firmato inoltre le importanti traduzioni italiane dei poeti americani: Robinson Jeffers, Edward Estlin Cummings, Ronald Duncan e Denise Levertov.

La signora de Rachewiltz è stata curatrice presso la Beinecke Rare Book and Manuscript Library dell’Università di Yale. È stata borsista del Radcliffe Institute dal 1973 al 1975 e da allora ha tenuto conferenze in molti college e università degli Stati Uniti. Pur essendo nata e vissuta in Italia per tutta la vita, ha la cittadinanza americana. Dal gennaio al marzo 1987, Mary de Rachewiltz è stata la prima Canaday Fellow dell’Università di Toledo.

Come poetessa pubblicò numerose raccolte poetiche nate in inglese o in italiano. Come autrice scrisse lo splendido memoriale intitolato Discrezioni. Storia di un’educazione (1973).

Rosanna Pruccoli

Il Cai di Bolzano, una sezione attiva piena di proposte


La sezione di Bolzano del Cai, noto per la sua lunga tradizione e le sue numerose attività, rappresenta un punto di riferimento per gli appassionati di montagna e cultura alpina. Abbiamo intervistato il suo presidente, Maurizio Veronese, per conoscerne meglio programmi e attività. Veronese ci offre una panoramica completa delle proposte escursionistiche, adatte sia ai principianti che agli esperti, e del significativo impegno del Cainel promuovere la cultura della montagna attraverso mostre, film, conferenze e incontri con autori.

Il Cai di Bolzano si è fatto conoscere per le sue attività culturali – il primo pensiero va alla mostra su Walter Bonatti, in collaborazione con il Museo della Montagna di Torino, lo scorso inverno alla Galleria Civica – ma l’attività principale restano le escursioni…

Assolutamente, si. Offriamo circa una quarantina di escursioni spalmate lungo tutto l’arco dell’anno da gennaio fino a fine ottobre, per cui ogni domenica o quasi – in inverno ne organizziamo una ogni 15 giorni, a seconda del tempo. Proponiamo uscite di un giorno oppure anche trekking di più giorni. Quindi il fenomeno dell’escursionismo per noi è molto importante. È una attività a cui partecipano moltissime persone, non ultimo in quanto i nostri titolati di escursionismo fanno delle proposte che sono obiettivamente interessanti.

La vostra proposta è indirizzata ad escursionisti principianti o a esperti?

Proponiamo sia escursioni “facili”, cioè con un dislivello minimo che può andare dai 300 ai 600 metri, ma anche escursioni per persone che vogliono camminare e impegnarsi, quindi dislivelli superiori ai 1000 metri nell’arco della giornata, per chi cerca una sfida particolare perché si sente predisposto per impegnarsi notevolmente nella salita e non ha paura di arrivare sulla cima. Abbiamo entrambe le proposte: i soci possono scegliere sul libretto (scaricabile anche dal sito internet del CaiBolzano, n.d.r.) le escursioni che ritengono più adatte alle proprie capacità e poi si iscrivono a quelle che preferiscono. A volte succede che proponiamo sia l’escursione difficile, che un percorso alternativo un po’ più semplice: si parte insieme e poi chi se la sente va sulla cima.

La nostra è una proposta forte, che cerchiamo di pubblicizzare anche sulla stampa locale.

Sui giornali spesso si legge della vostra attività culturale…

È un aspetto su cui puntiamo parecchio proprio per farci conoscere, ma anche per far capire che il Cainon è solo arrampicata, speleologia o escursionismo. Il Cai propone anche cultura, intesa come avvicinamento, conoscenza e rispetto della montagna. Sono valori che non trasmettiamo solo con le uscite, ma anche proponendo riflessioni a vario livello, quindi con delle mostre, con dei film, con delle conferenze e degli incontri con autori di libri.

A questo proposito mi preme ricordare che stiamo portando gli autori di libri nelle scuole, non ultimo grazie alla dottoressa Mirca Passarella (ex dirigente scolastica, n.d.r.) che è andata in pensione ed è venuta a darci una mano nella commissione cultura del Cai. Lei è molto stimata e devo dire che ci sta dando un grandissimo aiuto per portare gli autori di libri di montagna e di narrativa per ragazzi nelle scuole. Ciò permette di avviare una riflessione su cosa significa la montagna e su cos’è l’ambiente in generale. Perché uno dei punti forti del Cai, anche essendo associazione ambientalista riconosciuta, è quello di tenere molto alla cultura dell’ambiente.

Till Antonio Mola

Astronauta o pensionato


Bolzanino classe 1976, Ivan Marini ha studiato sassofono, strumentazione per banda e direzione di banda. Insegna sassofono alla scuola Archimede di Bolzano e dirige l’orchestra della scuola, ma gli piace anche suonare strumenti diversi, aggiustarli, comporre e arrangiare musica. Da quindici anni dirige la banda Mascagni di Bolzano.

La cosa di me che mi piace di più.

Quando mi decido a darmi da fare, le cose mi vengono piuttosto bene.

Il mio principale difetto.

L’analfabetismo nei rapporti sociali (per fortuna qualcuno ancora mi sopporta…).

Il mio momento più felice.

Sono marito felice e padre orgoglioso di due figlie, la risposta è scontata!

Da bambino sognavo di diventare…

Astronauta o pensionato. Ripensandoci oggi, da piccolo non capivo molte cose!

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Spendere senza pensarci su.

Le mie occupazioni preferite.

Lavorare, perché i miei lavori mi piacciono. E soprattutto ridere con la mia famiglia!

Il luogo dove vorrei vivere.

In una casa di legno costruita con le mie mani.

Non sopporto…

Mentitori, millantatori e imboscati. E molti altri…

Per un giorno vorrei essere…

Un mago.

Se fossi un animale sarei…

Un gufo.

Sono stato orgoglioso di me ogni volta che…

Ho imparato qualcosa di nuovo.

Dove mi vedo fra 10 anni.

A studiare.

Tre aggettivi per definirmi.

“Orso” non è un aggettivo, ma lo metto. Poi testone e ritardatario. E autocritico.

Il mio film preferito.

Per piangere: “ET”, il primo film visto al cinema. Per ridere: “The Blues Brothers”.

I superpoteri che vorrei avere.

Volare, diventare invisibile e saper dire di no.

La disgrazia più grande.

Soffrire da soli.

L’errore che non rifarei.

Ce ne sono molti, purtroppo tendo a collezionare rimpianti. Ciò che li accomuna è un mix micidiale tra lentezza e incoscienza.

Del mio aspetto non mi piace…

Praticamente nulla, ma va bene così.

In viaggio verso il nulla “Questa volta dentro ci siamo noi”


Estate 1944. Prendeva definitivamente forma – forse proprio a luglio, 80 anni fa – il lager di Bolzano. Il “Campo di polizia e di transito” era la continuazione dell’analoga struttura di Fossoli, presso Carpi. Un punto di raccolta per prigionieri, un gran numero gli ebrei, destinati a finire il loro viaggio ad Auschwitz. Oggi si direbbe un hotspot.

“Il mattino del 21 si seppe che l’indomani gli ebrei sarebbero partiti. Tutti: nessuna eccezione. Anche i bambini, anche i vecchi, anche i malati. Per dove, non si sapeva. Prepararsi per quindici giorni di viaggio. Per ognuno che fosse mancato all’appello, dieci sarebbero stati fucilati”. A raccontare è Primo Levi, nella sua opera Se questo è un uomo. Siamo nel febbraio 1944.

“Ognuno si congedò dalla vita nel modo che più gli si addiceva. Alcuni pregarono, altri bevvero oltre misura, altri si inebriarono di nefanda ultima passione. Ma le madri vegliarono a preparare con dolce cura il cibo per il viaggio, e lavarono i bambini, e fecero i bagagli, e all’alba i fili spinati erano pieni di biancheria infantile stesa al vento ad asciugare; e non dimenticarono le fasce, e i giocattoli, e i cuscini, e le cento piccole cose che esse ben sanno e di cui i bambini hanno in ogni caso bisogno”.

Nel Polizei- und Durchgangslager Bozen il prigioniero era costretto al lavoro finché aveva forze e finché non sarebbe partito il treno per i campi di sterminio del Nordeuropa.

“I vagoni erano dodici, e noi seicentocinquanta; nel mio vagone eravamo quarantacinque soltanto, ma era un vagone piccolo. Ecco, dunque, sotto i nostri occhi, sotto i nostri piedi, una delle famose tradotte tedesche, quelle che non ritornano, quelle di cui, fremendo e sempre un poco increduli, avevamo così spesso sentito narrare. Proprio così, punto per punto: vagoni merci, chiusi dall’esterno, e dentro uomini donne bambini, compressi senza pietà, come merce di dozzina, in viaggio verso il nulla, in viaggio all’ingiù, verso il fondo. Questa volta dentro ci siamo noi”.

Si calcola che siano passati dal campo di Fossoli circa cinquemila deportati, di cui la metà ebrei. Quasi il doppio quelli che transitarono dal hotspot di Bolzano.

Il “passaggio” dedicato a don Cristofolini

“Passaggio Don Giorgio Cristofolini”: collega via Alto Adige a piazza Duomo. Nato in quel di Arco (TN) il 28 aprile 1922, da sacerdote sin dal 1946 si impegnò per i lavoratori; fu cappellano degli operai della centrale elettrica di Predazzo e della diga di Travignolo. Dal 1950, inviato in Alto Adige, fu assistente spirituale delle ACLI e cappellano dei cantieri. Fu per 25 anni a fianco degli operai dei cantieri edilizi delle centrali idroelettriche, delle cave e delle miniere dell’Alto Adige; con la sua vecchia auto, ma anche a piedi, si recò in località montuose e con difficili condizioni, tra neve e pioggia, esercitando il suo apostolato in diverse valli dell’Alto Adige. Esercitò il suo sacerdozio ma fu attivo anche nel ruolo di assistente sociale dei lavoratori dei vari cantieri, abruzzesi, calabresi,… con i quali si stabilì un rapporto di affezione. Nel 1965 il vescovo Joseph Gargitter gli affidò la direzione del nuovo settimanale diocesano “Il Segno”. Gli operai dei cantieri, riconoscenti per l’impegno a loro favore, gli donarono un calice, che l’ex cappellano dei cantieri finché visse alzò al cielo nelle S. Messe, ricordando gli anni delle miniere. Nel 1970 fu nominato anche responsabile del neonato Ufficio stampa diocesano. Don Giorgio soggiornava nella Casa del Giovane Lavoratore, in via Castel Weinegg; appuntamento domenicale per 25 anni fu la S. Messa delle 8 presso la chiesa di S. Paolo. È del luglio 1993 il suo ultimo articolo di fondo; la sua salute man mano declinava; ricoverato all’ospedale di Rovereto, saputo della presentazione del libro “Un prete in miniera”, intervista autobiografica, due ore prima di morire disse al suo grande amico Giorgio Pasquali ”Domani salutami tutti”. Morì la notte del 24 settembre 1993. Alle sue esequie a Vigo Cavedine partecipò una rappresentanza della parrocchia bolzanina di San Paolo; il Coro San Paolo esaudì la sua richiesta di cantare l’inno da lui amato, alla Madonna di Czestochova (Madonna nera).

Leone Sticcotti

Anche Laives aveva il suo Don Camillo


Laives divenne curazia nel 1711, precisamente il 3 agosto. Il primo curato fu Zacharias Hochleitner, che rimase in carica fino al 1718. Prima di allora i sacerdoti scendevano da Bolzano a Laives nel fine settimana o in occasione di ricorrenze particolari. Alloggiavano nella vecchia canonica accanto alla chiesa poi demolita.

Molti dei curati succedutisi nel corso dei decenni lasciarono un segno profondo nella comunità. Alcuni entrarono nella leggenda paesana: qualcuno per le sue virtù, altri per ragioni meno nobili. Tale Josef Grafer, per esempio, curato dal 1832 al 1856, era un omone gigantesco, tanto che dovettero fabbricargli un confessionale su misura. Anton Guggenberger, suo successore, rimase in carica fino al 1862 e si impegnò la costruzione della nuova chiesa. Leggendario anche il curato Thaddaeus von Elzenbaum, nato a Termeno nel 1849 e in servizio a Laives dal 1877 al 1905. Il più importante di tutti fu probabilmente Bartlme Clementi, attivo dal 1919 al 1947: dovette gestire i disastri della prima guerra mondiale, il passaggio del Sudtirolo dall’Austria all’Italia e, soprattutto, le infinite angherie del faascismo che a Laives era ben radicato. I funerali solenni di Clementi entrarono nella storia della città. A Clementi succedette un altro parroco leggendario, Alois Pfoestl, a Laives fino al 1973.

Il protagonista della nostra storia non è nessuno di costoro bensì il sacerdote che ereditò la carica da von Elezenbaum agli albori del XX secolo, ossia Benjamin Vescoli. Nativo di Redagno, arrivò a Laives poco più che trentenne da Luserna e vi rimase fino allo scoppio della grande guerra nel 1914. Era un uomo controverso, legati a valori d’altri tempi e, soprattutto, noto per la sua intolleranza nei riguardi dei “costumi” liberali del genere femminile. Questo Don Camillo locale fu spesso preso di mira dai liberali e anticlericali dell’epoca, tra cui spiccava il giornale socialdemocratico “Volkszeitung”.

Il 12 febbraio 1909 il periodico “dei lavoratori” pubblicò un articoletto di poche righe che forse sfuggì a molti lettori. Il titolo del pezzo suonava “Pfäffischer Größenwahn”, megalomania pretesca. “Del parroco di Laives ci siamo già occupati in diverse occasioni”, scrisse il giornale, “e di recente è avvenuto un altro fatto rimarchevole. Una maestra dell’asilo ha organizzato una festa per i suoi bambini e quando “Sua Eccellenza” l’ha saputo ha preteso che tutti i bambini peccaminosi che avevano partecipato all’innocente festa si scusassero con lui. In ginocchio”.

La storia poteva finire qui ma ovviamente il curato reagì alla sua maniera. “Se l’autore di queste righe è in grado di provare le sue affermazioni, può ritirare presso il sottoscritto la somma di 50 corone; in caso contrario è un vile mentitore”. Il giornale rispose a sua volta con un lungo pezzo che apparve il 12 marzo: “Caro amico Vescoli, l’appetito viene mangiando e perciò ti serviamo un’altra porzione che forse ti convincerà ad aumentare il premio a 100 corone. Dica il curato se corrisponde a verità che le 15 bambine che avevano partecipato alla festicciola dell’asilo siano state costrette a chiedere perdono in ginocchio; non solo, dica anche se corrisponde a verità che a tutte le partecipanti alla festicciola il curato pretese che venisse messo il voto tre in condotta (“Sitten” si chiamava la materia, ovvero “costumi”, più o meno come nell’odierno Iran, dove esiste la polizia morale)”.

Il giornale rimproverò anche al Vescoli di aver spostato il funerale di un bambino per poter partecipare a una festa sul Montelargo, dove rimase, in “gentile compagnia”, fino a mezzanotte. Come sia finita la vicenda non si sa. Fatto sta che dopo qualche anno il curato levò le tende e si spostò a Monte San Pietro. Concluse la sua carriera a Castelvecchio presso Caldaro, dove morì nel 1936 all’età di 62 anni.